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1.32: Breathless - second part

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1.32: Breathless - second part

1.32: Breathless: to have difficulty in breathing properly . PART TWO.

Schiacciai il pulsante verde, su cui troneggiava la parola play, nella tranquillit della mia stanza.

Una persona colta li avrebbe chiamati interessi diversi ed inconciliabili, io avevo solo perso la pazienza: volevo vedere quel maledetto film in santa pace, mentre Aya e Tsuyoshi erano di tuttaltro avviso.

Loro volevano parlare .

Cos avevo spostato di peso - sapevo essere molto poco femminile, su questo non potevo dare tutti i torti ad Hayama - la televisione - che non pesava poi molto, a dir la verit - e se loro volevano parlare, il divano ed il salotto intero erano a completa disposizione.

In fondo, per parlare non era necessaria la presenza di tre persone: due erano pi che sufficienti.

E talvolta si poteva parlare persino da soli ..

Oltretutto, non vedevo perch avessero dovuto rinunciare alla loro uscita per tenere compagnia a me - insomma, avevo quasi diciannove anni, stare in casa da sola non era poi una tragedia.

Se non altro avevano giurato di tenere alloscuro Hayama di questo particolare; Akito perci mi credeva intenta a fare chiss che con chiss chi mentre lui stesso faceva chiss che con un soggetto ben definito.

Allegro .

Quindi gli storici fidanzatini avrebbero passato la serata a parlare tra di loro dei miei presunti problemi con Hayama, a scervellarsi per risolverli - quando n a me n tantomeno a lui sembravano interessare - ed io mi sarei gustata la visione di Make me believe.

Spensi la luce e mi accoccolai sotto alle coperte; i titoli iniziali cominciarono a scorrere velocemente.

La realt, avevo sempre tentato di nasconderlo, era che non avevo la pi pallida idea di cosa stavo per fare. Io ero certa di fare la cosa giusta. E quella maledetta cosa giusta, quellistante di debolezza, di dubbio, stato linizio della fine.

La voce fuori campo termin la sue breve introduzione, e lo schermo pass dal nero al grigio scuro.

E il grigio scuro si trasform in un parco. Un parco con una panchina.

Sulla panchina sedeva un ragazzo, che aveva tutta laria di aspettare qualcuno, teso.

Scusa il ritardo!

Una ragazza lo raggiunse, trafelata - la voce era la stessa che aveva pronunciato le parole fuori campo - sedendosi accanto a lui.

Imbarazzati i due si spostarono luno vero laltro, a chiedere con gli occhi quel che, ne ero certa, erano soliti scambiarsi.

Aggrottarono entrambi le sopracciglia, tesi; si scambiarono un veloce bacio sulle labbra e ritornarono ai loro posti, dritti come fusi.

Quella scena portava con s la fastidiosa sensazione di ricordo gi vissuto sulla mia stessa pelle.

Quindi.. Dobbiamo parlare, dicevi

Il ragazzo espir parole e fiato, lei annu.

Ebbi come limpressione che entrambi gi sapessero cosa sarebbe accaduto di l a poco.

Tutto di loro sembrava mostrarlo: la postura, le mani tremanti, gli occhi bassi.

E aumentava la spiacevole sensazione, e aumentava linteresse per quel film che sembrava raccontare tutto al contrario, dalla fine e non dal principio.

S. Michael, io.. Io non lo so pi

Non- Non sai cosa?

Non so cosa voglio. Non so se giusto. Non so se quello che voglio.

Ci siamo, eh?

Mi ritrovai io stessa con le mani tremanti, nervosa, a guardare - sentire, leggere - quelladdio che non mi apparteneva.

O forse s?

La frase di lui, la frase di lui.

Come avevo potuto dimenticare?

Ci siamo, eh? le aveva dette anche Hayama, quelle parole.

Una delle tante cose che credevo di aver rimosso - come del resto lintera giornata della fine - e che invece era rimaste l, latenti.

Un brandello di conversazione.

Hayama che sorrideva quasi.

Il fatidico momento.

Al contrario.

Non mi piace, detto cos

Come vorresti dirlo?

Lui se laspettava.

Lei, le sopracciglia sollevate, si sciolse un po alla vista di quellatteggiamento preparato, rassicurata.

Se credeva che cos sarebbe stato pi facile, era totalmente in errore.

Garantivo io per lei.

Il problema che io non so se voglio davvero dirlo.

Io non so pi nulla, Michael.. Io..

Ehi le prese il viso con una mano, obbligandola a guardarlo non succede niente. Se siamo qui, e avevi qualcosa da dirmi, giusto che tu me la dica.

Gli occhi arrossati di lei tradivano la paura, un coraggio che non aveva.

Sorrisi, un altro piccolo ricordo che tornava al suo posto, il fatidico momento, al contrario.

La scena che avevo vissuto in prima persona vedeva due persone che sorridevano lievemente.

Era forse una decisione presa di comune accordo? O lennesimo malinteso?

Fuka, quando venne a sapere che io ed Akito ci eravamo lasciati - non avevo ancora trovato il coraggio di dirglielo, come la protagonista del film - disse che eravamo solo degli stupidi orgogliosi pieni di paura.

Poi travi il senso delle mie inevitabili lacrime e comprese - sbagliando - che cerano un aguzzino ed una vittima. Un omicida ed una ferita quasi mortale allaltezza del cuore.

Io voglio tempo. Io voglio tempo per riflettere.

Lo schermo torn ad essere nero, ma per causa mia.

Osservai lindice che quasi meccanicamente aveva spento il televisore dal bottone rosso.

In fondo era solo uno stupido film.

Il trailer garantiva un film a lieto fine - a lieto fine, diamine! - non volevo di certo sorbirmi un addio.

E il paradosso di una storia che iniziava dalla fine per far trionfare lamore, tra laltro.

Dove altro potevo trovarlo, se non in un film?

Osservai con dispiacere lo schermo del cellulare che segnava solo le dieci, e sbuffando mi stesi sul letto, la luce ancora accesa, nel petto qualcosa che batteva forte contro le costole minacciando di uscire.

***

Scivolai velocemente nel dormiveglia, a pancia in gi, abbracciata al cuscino come facevo sempre.

In quel (maledetto) dormiveglia mi pass davanti il momento - al contrario, nuovamente, visto da uninquadratura esterna, come fosse stato quel film che iniziava dalla fine, esterna e reale come non avrei mai potuto viverla - che nella veglia non avevo mai il coraggio di ricordare o la forza di rimuovere e superare, e liquidavo sempre con uno dei nostri ultimi soffocanti pomeriggi insieme. (*)

E fu proprio in quellistante (maledetto), che riassaporai sulla pelle ogni singolo istante, che mi accorsi di ricordare perfettamente data, giorno, ora, tempo atmosferico, temperatura del cuore e parole.

E, inevitabilmente, iniziai a tremare.

Ma era qualcosa di normale, vero?

Quando due stanno insieme cos tanto.. O meglio, quando la ragazza S. ed il ragazzo A. ripensano a quando le ore - i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, i respiri - erano soltanto loro , normale tremare.

S. (?)

***

Quattro aprile, pomeriggio.

Temperatura esterna: circa quindici gradi.

Temperatura interna: ebollizione causa Hayama. Tutto nella norma, insomma.

Pensare alla mia storia con Akito, avevo sempre creduto, portava inevitabilmente ad un gazebo.

Un gazebo a cui forse, forse , potevamo attribuire linizio - una serata di febbre e una madre per due minuti - o meglio lammissione di un sentimento contrastante, sconosciuto, che per la maggior parte del tempo avevamo preferito ignorare. (**)

Un sentimento di certo ingombrante, per due bambini, a volte anche pericoloso - pericoloso forse come un oceano e un tarlo che consuma i sorrisi? - ma costante . (***)

Non cera stato un momento, da quella serata al gazebo, in cui quel sentimento ancora senza nome avesse abbandonato le cellule che componevano il corpo - e i sospiri che componevano lanima - di quei due bambini tanto simili quanto diversi, forti ma vulnerabili che eravamo sempre stati io e lui.

E non cera proprio modo per liberarmi da quella convinzione. Non cera mai stato, neppure quel giorno.

Ma non era quello, il dubbio.

Ciao mi salut dopo che salii gli scalini che portavano al gazebo rialzato.

Ciao rimasi impalata, la borsetta stretta tra le mani, sorpresa di trovarlo l.

Eravamo arrivati al punto in cui non sprecavamo nemmeno pi telefonate per dirci quando e dove incontrarci, ci incontravamo l, ogni giorno. E basta.

Lui si alz, venendomi incontro, sfiorandomi una mano ed appoggiando le sue labbra sulle mie per un istante soltanto.

Ma un istante era sufficiente, per far crollare la borsetta a terra e troncarmi il respiro.

Sbuffai.

Mi chiedo quando la smetterai di farmi questo Spero non tanto presto raccolse la borsa al posto mio, unombra divertita dentro le iridi dorate.

Dimmi, che si fa oggi?

Accolse linvito di un intero pomeriggio insieme alzando gli occhi al cielo.

Sapeva che proporgli di scegliere significava bisticciare, come ogni volta dal nostro primo appuntamento - un cimitero. Certo per lui era una cosa importante, ma alle volte ancora ridevo. (****)

Diciamo che per evitare problemi decidi tu, eh?

Vorresti forse dire che sono una ragazza problematica e troppo esigente?

Si strinse nelle spalle, leggermente esasperato. Non potrei mai

E in effetti, era stato un pomeriggio come gli altri. Un pomeriggio dei nostri, niente di tanto particolare eppure cos speciale.

Passato tra occhiate esasperate - le sue - allaggiungersi di borsette su borsette, accumulate durante la passeggiata per il centro e linevitabile shopping.

Dici che mi dona? ci scherzai su, girandomi come una trottola per mostrare un vestito che per la prima volta era stato lui a volermi comprare.

Si strinse nelle spalle. Non mi dispiace, ma meglio senza

Mi fermai, trattenendo a stento una risata.

Inarcai un sopracciglio. Hayama, ti offenderesti se ti dicessi che non sei proprio in grado di fare battute alla Gomi?

Gomi, giusto per aggiornare, era diventato il libertino del gruppo. Ovviamente sempre insieme alla sua Hisae, ma era esattamente il tipo di ragazzo in grado di creare limbarazzo con qualche frase fin troppo maliziosa. Amichevole certo, ma maliziosa.

Incroci le braccia al petto, guardandomi di sbieco. Le pu fare solo Gomi, scusa?

Scossi la testa. No, dico solo che tu non ne sei capace

Mi afferr per gli avambracci, costringendomi ad avvicinarmi a lui.

Tu, Sana, dovresti staccarti da questi preconcetti sembrava anche serio, ma con me ormai non prendeva pi.

Era soltanto terribilmente di buonumore, niente pi e niente meno.

Certo, certo. Quindi mi allontanai, scivolando controvoglia dalla sua presa mi dona

Indicai il vestito.

Si strinse di nuovo nelle spalle.

Ecco, questa una reazione da te Significa forse che non parlo?

Solo un po risi.

Tu ci hai mai pensato? la sera stessa, ancora abbracciati sul divano.

Io appoggiata sul suo petto, lui a giocare con un ciuffo dei miei capelli.

Mi ero sorpresa io stessa della domanda che gli avevo posto - ancor di pi del pensiero che laveva preceduta. Non aveva filo logico, qualcosa di materiale a cui mi fossi ispirata, aggrappata, il quesito era nato cos.

A cosa, di preciso? si rigir i miei capelli tra le dita.

A come sarebbe.. Se un giorno non stessimo pi insieme

Silenzio dallaltra parte.

La ciocca immobile di capelli tra le sue dita.

No. Tu te lo sei chiesta? un sussurro.

Non seriamente. Ma pensa se fosse tutto diverso. Se noi non fossimo pi qui cos accoccolati uno allaltra, volevo aggiungere, ma non ero cos tanto romantica se.. Ci fosse qualcun altro per me, qualcunaltra destinata a te lasciai la frase in sospeso.

Insomma.. Come farei a stare con uno che non fossi tu, per intenderci

Il mio ciuffo di capelli riprese ad attorcigliarsi tra le sue dita.

Non potresti farlo, andiamo

Mi sollevai per guardarlo negli occhi. Stai diventando uno spaccone, lo sai?

Non rispose, guardando il soffitto anzich me.

Ma non potrei nemmeno io disse con la timidezza che, quando si trattava di ammettere e parlare, non aveva vinto mai.

Picchiai piano un pugno contro il suo petto. Direi bene!

Mi guard, facendomi morire lironia in gola, assieme al respiro.

Certo che noi smontiamo le frasi romantiche con una facilit estrema. comment scuotendo la testa e concentrandosi sui miei capelli con cui aveva ricominciato a giocare gi da un po.

Mi limitai ad annuire prima di rifugiarmi nel suo abbraccio.

E Sana, sei manesca. Passi le giornate a picchiarmi.

Non dirmi che ti ho fatto male, Karateka da quattro soldi! lo schernii, chiudendo gli occhi.

Come passare dal sentimentalismo alle offese in alz il braccio per guardare lorologio otto secondi netti

***

Dodici aprile, pomeriggio.

Temperatura esterna: sedici gradi - grado pi, grado meno.

Temperatura interna: da una massima di trenta gradi (il cervello, che scoppiava) ad una minima di meno dieci (il cuore, che congelava).

Quegli otto giorni - numero in comune ai secondi necessari per passare dalle dichiarazioni ufficiali alle scherzose offese - mi avevano frastornata .

Era come se mi fossi svegliata da un coma, avessi tolto tappi dalle orecchie e come se i miei sensi avessero cominciato a percepire il doppio. Tutto insieme. Possibile che solo otto giorni - partendo da una conversazione ipotetica e del tutto campata per aria - fossero in grado di stravolgere le cose per entrambi ?

Come la prima boccata daria dopo un lungo periodo di apnea.

Bruciava.

Bruciava di gioia per aver ritrovato lossigeno o di mancanza di quel torpore del fondale?

Io avevo concluso che la motivazione fosse la prima : gioia per il ritrovato ossigeno.

E probabilmente doveva pensarla cos anche lui, Hayama, dato che gli era calata di nuovo addosso quella cappa che mi impediva di capire completamente cosa gli passava per la testa.

Dimmi a cosa stai pensando aveva cominciato lui a parlare, lasciandomi sorpresa e senza fiato.

Un po al contrario, visto che quella col vizio di conversare ero io.

Ci eravamo seduti luno di fronte allaltra, al nostro gazebo , senza darci appuntamento n dirci dobbiamo parlare.

Cercai aria bruciante. Io.. Non lo so.

Vediamo se siamo sulla stessa lunghezza donda. inizi a parlare, svelto, e non era da lui.

Al contrario.

Si sofferm un attimo sul mio abbigliamento - un vestito, niente di che - ma per lui fu abbastanza da fargli scuotere la testa e sorridere amaramente.

Ti ascolto.

Tu.. Tu ed io, poco pi di una settimana fa, avevamo fatto un discorso, chiamiamolo cos.

Annuii.

E poi io ho cominciato a pensarci seriamente

.. Anche io, Hayama.

E la voce gli vibr, mentre si apprestava a dire quelle cinque parole pesanti come macigni, che potevano dire tutto e potevano dire niente a che conclusioni sei arrivata?

Akito che parlava ed io che non sapevo cosa rispondere?

Inspirai, e mi decisi a rendere quel momento un po meno al contrario. Ho pensato che io non so come potrei stare senza di te. Perch sto con te da cos tanto che pensare a come sarebbe senza non mi mai passato per la mente

Sorridemmo entrambi dello sciocco gioco di parole.

Ci siamo, eh?

Non avevo capito che lui aveva gi tirato le somme di quella conversazione.

Avevo tradotto quelluscita come un anche io la penso cos, siamo daccordo.

E annuii.

E cominciando a valutare il resto che non ti era mai passato per la mente..

.. Ho perso la sicurezza conclusi io al posto suo.

Ma era un abbiamo perso la sicurezza. Eravamo sulla stessa lunghezza donda, no?

Sana espir, chiudendo gli occhi forse meglio se ci

Se ci cosa ?

Avevamo saltato i convenevoli a pi pari, e non ero assolutamente pronta ad ascoltare quella frase.

Deglutii. Non dirlo cos, ti prego

Che scena, dallesterno - proprio al contrario : due idioti che si dicevano addio sorridendo sotto un gazebo che aveva fatto loro da culla per almeno sei anni.

Tremavo, anche in quel momento.

Lui sorrise, tirato. volevo dire che meglio se ci pensiamo un po

Se ci prendiamo un po di tempo per pensare?

Qualcosa del genere

Che poi esattamente quello che non volevo sentire. Perch sar un tempo infinito lasciai sciogliere la tensione accumulata, quella stessa tensione che mi faceva tremare le mani ed il cuore, ghiacciati, che mi faceva stare dritta come un fuso e tenere gli occhi incollati alle piastrelle del pavimento.

Sollevai lo sguardo e trovai i suoi, di occhi, a fissarmi.

Il cuore perse un battito, ed i polmoni un secondo daria, quando compresi che dentro a quegli occhi che conoscevo meglio di me stessa qualcosa si era cristallizzato. Spezzato .

Erano tornati ad essere gli occhi duri - duri, non cattivi - del bambino che allinizio tanto detestavo, alle elementari.

E come potevo leggerla? Hayama aveva preso la sua decisione. perch io ti conosco e tu conosci me. Non torneremo indietro. mi affrettai ad aggiungere.

Non sarei mai stata in grado di tornare da lui, tantomeno lui da me. Non per due persone fedeli alla regola, seppur in modi apparentemente diversi, di andare sempre e solo avanti.

Annu.

E quindi ci siamo, eh? ripetei la stessa frase di poco prima - al contrario perch la dicevo io e non lui - mentre dentro me la dicevo come un mantra.

Distese le labbra, gesto che stonava con lespressione, e quello strano cipiglio fece sorridere anche me. Ci siamo. Non lavrei mai detto

Annuii. Nemmeno io. Perci buona fortuna risolse solamente, dopotutto lui non amava conversare.

Sentii gli occhi pizzicarmi e solo allora mi accorsi dei lacrimoni che scendevano sulle guance. Li asciugai col dorso della mano.

Non devi piangere Hayama aveva qualche difficolt, a conosolarmi, da quando non stavamo pi insieme .

Fu la mia prima considerazione.

Intendo dire che per ogni cosa sono ancora qui

Era forse una promessa?

Annuii, cercando un conforto che in effetti non trovavo.

Anche io sar sempre qui, per qualsiasi cosa di cui tu abbia bisogno.

Qui, senza respiro, sotto al nostro gazebo. Suonava come una promessa.

Che nessuno di noi due - ed era passato il tempo necessario per parlarne a posteriori, vista dallesterno non pi come un film ma come un ricordo, quella scena al contrario - avrebbe mantenuto.

___________________

(*) ripresa da 1.00 : Drunk.

(**) Beh, penso sia una scena che tutti ricordano, quando Sana finge di essere la madre di Akito.

(***) allusione alla partenza di Akito e alla malattia di Sana.

(****) Kodocha, volume nove.