ESCURSIONE NELLA SILA
ESCURSIONE NELLA SILA
ESCURSIONE NELLA SILA
PEL
PROF. LORENZO AGNELLI
Era la Sila
Vergine ancora di delitti, e forte
Contro i nemici baluardo, e loco
Ai vinti di salvezza —
I Monti della Calabria.
I.
PROSPETTO TOPOGRAFICO
Chi chiede della Sila dagli storici moderni, fantasticamente la indovina, ma non la intende. Antica e mala rinomanza impaura quelle selve, e le copre di un mistero orroroso. Lo spettro del brigantaggio ivi sta a guardia di sgomento, come nelle americane foreste del lago Pelly e dello Schiavo sono per sentinelle in piè ritto gli uccisi guerrieri dei Dacothi , e dei Nasoforati , vestiti orribilmente di cotenne e di chiome dei nemici uccisi, con corna di bisonte in fronte, e penne di avoltoi per corazza e mantello. Chi non la vide, o la immaginò per i fatti truculenti compiuti, fantastica la Sila essere più sgomentevole della selva selvaggia, aspra e forte di Dante. E crede, che sianvi montagne dirotte per burroni e precipizii, colli a picco e rocciosi, tagliati da torrenti scoscesi e roboanti, boschi sterminati, continuamente intralciati di roveti, e pruni, che l’ingombrano, di ellere che vi asserragliano ogni passo, di bronchi e dumi, che si attorcigliano e vi agguatano, e poi gente fiera ed accoltellatrice, che a mo’ di lupi spia la preda, e rinselva, incapace ad ogni civiltà, armentizia che vaga incustodita e boschereccia: in breve la Sila si finge così stranamente, che non è a trarne bene alcuno.
Avendo in apposito lavoro, nella Quistione della Sila parlato a lungo di quelle contrade calabre, che vanno sotto il nome di Sila, mi fermo qui a ripetere alcune cose con la diligenza di colui, che visita per studio un luogo, ed a meglio chiarire altre cose, che vennero solamente accennate. Il nucleo appennino tra Rossano alle sorgenti del Corace è un altopiano montuoso, che ha per vertici Montenegro, Carlomanno, donde l’occhio misura un orizzonte amplissimo sul continente peninsolare e sopra i tre mari, tirreno, jonio, adriatico. I piedi ed i fianchi di quell’altopiano son più, o meno declivi, in alcune parti a piglio risoluto; in altre a piacevole abbassamento, qua con sfondi di gole, là con sbocchi avvallati ed ameni coperti ordinariamente di castagneti, di pittoresche selvette di pini e di macchie di faggi. Il sommo poi è mirabilmente accidentato: pianure erbifere e nette, od a selve fitte, valli freschissime e vegetanti; varchi deliziosi ed accomodati alla coltura dei frutteti, dei vigneti, del lino, della segala, del granone, d’ogni sorta di civaie, e di grassi fieni; poscia colline romite, poggi ombrati, picchi recisi e fieri, monti solitari e bruni, vette spolpate e severe. Tutto questo altopiano calabro compendia la diversa natura geologica e vegetale d’Italia con le sue infinite accidentalità di terreni, di torrenti, di fiumi, di coltura, di climi. Nelle zone terragne dell’antica Sila, dicono gli storici, nacque prima il fortunato nome d’Italia; in questa estrema penisola calabra surse la storia della penisola italiana, e quasi provvidenzialmente venne, che quest’ultima plaga mediterranea riepiloghi e rappresenti tutta la patria nostra dalle Alpi a Scilla.
Salendo dalle prode jonie sino ai comignoli silani la vegetazione ed il clima si manifestano così che, per poche miglia di strada saliente, vedi apertamente stati diversi di temperatura. Nelle piante silane, specialmente lungo gli avvallamenti fluviali, vegita maraviglioso l’arancio, ed ogni pianta meridionale, più in su muoiono la vite e l’ulivo, che danno il campo alla quercia, al castagno, ed al cerro; e dove questo cessa, il pino s’eleva con la bruna chioma a boccioli, quindi il faggio rigoglia a grado a grado ingigantendosi a seconda che la temperatura sale, si rinfresca e ventila; in ultimo come corona della natura vegetale s’impiramida maestosamente l’abete; ed arieggia l’acero ed il rovo. Su quelle prime vette la neve si commette subito, s’addensa ed aggiela, e dura a ghiacciuoli sino al cominciar dell’està, mentre nelle bassure i leggeri fioccoli si volatizzano e si dissipano prima, che giungano a toccar la terra. Le sorgive segnano egualmente: i medesimi gradi: nelle polle di Arinusi e di Carlomanno l’acqua, se tocca un vaso, s’aggranella intorna ed agghiada; per converso nei palustri lembi sia solforosa, ferruginosa, sia salmastra scorre tiepida e quasi termale.
In riguardo alla parte mineralogica e botanica della Sila converrebbe, a ben saperla e tranne profitto, mandarvi per studiarla una commissione di scienziati, che potrebberla intendere ed apprezzarla convenientemente. Ai fianchi del monte Giove sopra Policastro si trovarono granelli di oro, terriccio solforoso, in Tirivolo sabbia aurifera, in Arinusi il carbon fossile, nel Gariglione le cave di marmo; in molti luoghi spicciano linfe ferrugginose e solfuree
I Calabresi dividono la Sila in piccola e grande: quella s’allarga a nord-ovest del Nieto, d’ Ampolino , del varco del bufalo , accantonata ad oriente della Calabria media, ed è minore d’assai dell’altra, che dal colle della vacca si orienta tra Cosenza e Rossano; ma ambedue vanno storicamente sotto il nome di Sila regia, e Sila badiale, perchè di pertinenza della badia di S. Giovanni in Fiore. La Sila grande in larghe zone messa a coltura è popolata di casine e case rurali, che accolgono in villeggiatura i ricchi proprietari, ed i contadini ed i mandriani, che vi lavorano e fanno guardia ai numerosi armenti.
Ai tempi di Strabone la Sila misurava 87 miglia di lunghezza e 43 di larghezza: ora è stremata così, che si allunga per 43, e si allarga per 28 miglia con una superficie complessiva di ettari 97354,69. Tirandosi per tutto l’agro silano tre zone, la prima e metà della seconda son messe a coltura; la seconda a pascoli quasi netti, la terza a pascoli ancora, ma coperta da grandi foreste. Nei tempi romani la Sila avea di spesse e grandi conche, che riempite di acque, erano pelaghetti, avvivati dal disgelarsi delle nevi copiose, che duravano a lungo; e dalle periodiche piogge primaverili ed estive. Questi grandi e perpetui serbatoi davano copia abondevole di acque ai fiumi, non improbabilmente navigabili. Il tempo e gli uomini imboccarono quelle conche, che divennero varchi e valli aperte; ed alla Sila scemaronsi le acque; e sempre più a misura, che il dissodamento agrario invadeva i colli, ed incendiava i boschi. Veramente la pastorizia e l’agricoltura non permettono, che un latissimo suolo fosse ombrato di foreste, che isteriliscono ogni vegitazione pratense, e chiedono che i campi rasi e soleggiati succedano agli alberi non necessarii, ma nella Sila 1’economia silvana andò sempre in sciupo con maniere devastatrici, ed oggi ancora peggio. Lo Stato ed i comuni barattano considerevoli somme per i guardaboschi, che son primi ad incitare, per mercimonio, od indolenza, alla distruzione degli alberi, necessari agli usi della vita e del commercio. Il disboscamento di alcune contrade dovrebbe essere compiuto con senno ed arte, e non per incendio o per modi, che distruggono senza guadagno, Spesso vendonsi furtivamente alberi, che cadendo recisi portano ruina a tanti, che incontrano, rovesciando precipitevolmente sì, che acervi di piante robuste e grandi vi accumulano ad ogni piè sospinto.
Ma più acerba e dispiacente è la vista delle selve bruciate. Nella Sila il suolo è dei proprietarii, o dei comuni, o del demanio, ma l’alberatura è tutta dello Stato. Sorge quinci diversità d’intenti, e d’interessi: il padrone del suolo il desidera disselvato, perchè ritorni via meglio utile al pascolo, o all’agricoltura; commette quindi, sia per sè, sia per altro, il disegno e l’opera della distruzione. Quando le fronde, ed i rami secchi sonsi raccolti ed ammucchiati, ed il vento propiziamente gagliardo romba a traverso gli abeti, si pone il fuoco ad un bosco, ad una macchia di selva, ed immantinenti un fierissimo e sinistro incendio s’apprende e si propaga. Così in una notte o più viene distrutta una selvetta di pini, o faggi, i cui irti tizzi rimasti la vista e l’anima ti addolorano, e significano l’ira avara, che governa certe fiere risoluzioni. Su questa terra per metà coperta di cenere e di carboni, tra i fusti mezzo divorati dalle fiamme, e neri semenzano la segala, che cresce sotto ed a traverso, gli alberi bruciati e non distrutti ancora. Dopo un anno o due quel terreno s’abbandona ancora, e si passa ad altre distruzioni. Come le guardi, ti sembra vedere le distruzioni delle selve del Brasile, in cui gli schiavi neri usano distruggerle, semenzarvi, e presto abbandonarle; uso che i coloni Tedeschi appellano energicamente raub-cultur , coltura predativa, coltura-furto. Nè i guardaboschi vi fanno impedimento: o col silenzio vi acconsentono, e vi colgono un secreto compenso, o sopra i fatti compiuti riferiscono tardi e rimessamente. Nè qui aggiungo l’incendio isolato dei pini per trarne la resina; nè l’altro frequentissimo, prodotto dai mandriani, di bruciare il troncone dell’abete, o del faggio, che hanno cominciato a manifestare qualche tarlatura. Quest’odio distruttore ed ingordo è antichissimo, non potuto domare nè da consigli, nè da prammatiche severe. La straordinaria abbondanza delle materie combustibili incita la libidine dello sprezzo e della distruzione.
E pure, se brevissimi anni di riposo si concedono, le selve prodigiosamente rinascono, rigogliano, e rinvigoriscono meglio che prima.
Ma è d’uopo comechesia, ritrarre quello che rende storica e famosissima la Sila, cioè le sue selve. E ritrarle con quell’emozioni, che si hanno da chi le visita, è impossibile; nè il pittore ed il poeta, comunque studiassero per lavoro consentaneo, varrebbero a significarle con la medesima vivacità, con che quelle erompono: la pittura ti esprime l’immanente; e la poesia, il successivo; ma giammai ad un tempo l’uno o l’altro, la morte e la vita in proporzioni eguali e grandiose. Comunque sia; è pure bello ed interessante, che gli altri indovinino ciò, ch’è la Sila nelle sue temibili e magnifiche foreste, affinchè discoverte possano divenire utili alla nazione.
Movendo da Petronà superi le selvette di faggi di Scorzafava , lasci a destra la bruna schiena di Contessa , a sinistra il folto Timpone Vecchio e Felicetta , e colto da curiosità ognor nascenti t’avanzi verso le montagne orientali, su cui l’una appresso l’altra s’alzano le superbe foreste, le più imponenti fra le silane, di Spinalba , Gàlina, Principe, Gariglione . Si noti che il faggio silano non è lo stesso per tutti i siti: nelle falde della Sila, nelle collinette aperte, e nelle piccole selve, il faggio dalle superficiali ed aggomitolate radici, è svelto, ma di mediocre altezza, s’infolta di figliolini dirittissimi, e spandendo le spesse chiome copre il terreno di fittissima ombra, ed ora si schiude a piazza, ora a portico sfogato, ora a piramide rovescia, ora ad obelisco spezzato. I gruppetti dei faggi nani prendono mille altre guise come se l’industria vigilante dei giardinieri li governasse ad arte di ornato.
Come dunque toccammo il primo entrare di Spinalba , il primo moto dell’animo fu quello di guardare in alto, poichè io sentiva il bisogno di mirare il cielo. Guardai, tirando sempre innanzi, ma il cielo si vedeva per scarso riverbero a traverso gli spiragli delle late e conteste braccia dei faggi. Ma quali faggi? Era un esercito di giganti, che stava in veglia ed in guardia: accanto ad uno, che svelto e robusto s’inchiomava in altissima sfera, una torma di altri minori gli si serravano intorno sottilissimi, ma dritti, freschi, gentili, alti quasi quanto il maggiore, come se contendessero a toccargli e baciargli la fronte. Quindi tramezzo a loro, quasi temendo imparentarsi per la soverchia vicinanza, vedi l’abete, che di più severa robustezza con le braccia nereggianti a frappe e frange curve spunta su loro a gronda serrata, allunga il fosco collo, e si aggiusta maestoso e sublime in sovranità di dominio e di comando. Tutto quel cielo è un immenso padiglione verde-nero, ma vivente. La freschezza e la salubrità, che da quelle chiuse ed aeree cupole discende, ti rinfranca ed esilera.
Ma metti l’occhio in giù, cerca alla terra il coraggio di affissarla, e che scerni? Potrei in un senso ripetere anche quivi
E se non piangi, di che pianger suoli?
Se non che l’ira ed il dolore prendono l’aria di una maraviglia e di una contemplazione seria e misteriosa. La terra, nuda di erbe, di fiori, di virgulti era coperta d’immani faggi e di titanici abeti. Qui l’uno da lungo tempo morto, perde a brano a brano il suo primitivo indumento, e ritorna ad impinguar quella terra, donde per tanto secolo bevve il miglior latte; là un altro per vecchiezza rovesciato dall’urto dell’uragano, ha infrante le braccia assecchite, e riversati al cielo i latissimi piedi; ivi un altro, corroso dal fulmine, o dalla vampa, che il fiero mandriano gli ha suscitata, è venuto meno per libidine altrui ed addita alla pietà la nera ed affumicata ferita; qui un immenso abete, reciso a mezzo busto dalla scure, mostra gli avanzi della sua robustezza, come quegl’immersi scheltri di giganti, che si trovano sepolti sotto l’arena e la melma diluviana. Là mutilato in più parti vedi un giovine abete, che prometteva guerreggiar coi secoli ed aspettar future generazioni; qua rotolato insieme ai figli un faggio, che per dispetto ti abbarrica la strada, e ti comanda indietreggiare, o piegar per altro verso, rispettando l’eccidio della sua famiglia. E quindi acervi di caduti l’uno sull’altro, come un punto, in cui la strage è stata più accanita e truculenta; e poi quali ancor mezzo sospesi, quali rovescioni, quali altri dilacerati... in breve un popolo di titani vegeta, arieggia, e ti sublima, ed un altro popolo di caduti per mille guise, come potenze funebri, combatte esanime con la putredine, ed invoca misericordia, ancorchè si compisse col rogo. Il mirabile di quelle immense foreste è questo: se guardi in alto, tutto ti sembra intatto, e vergine, se miri in terra, tutto sente di distruzione e di morte.
Il vento, la neve, il fulmine, la tempesta e l’uomo congiurano per lo distruggimento della Sila boschiva, la natura per converso più feconda e provvida ripara abondevolmente alle perdite. Il demanio annualmente ordina che gli alberi caduti, traverse , si vendano. Ciò è un’occasione meritricia; poichè col pretesto delle traverse , i guardaboschi permettono, che si recidano quegli alberi, che meglio aggradano. Così il legname morto s’accumula, gli alberi giovani vengono meno, e lo Stato non percepisce quasi nulla. Tanta perdita però nasce da un solo fatto, cioè dal non aver mezzi per trasportare quel legname sia per combustibile, sia per costruzione. Se nella Sila fosse una colonia di taglialegna e segatori, che con strumenti accomodati riducessero su larghe proporzioni il materiale grezzo in forme regolari, e messolo sopra strade carreggiabili potessero accumularlo sul commercio delle due marine, e versarlo nei paesi interni, sorgerebbe un guadagno immenso al Fisco ed alle popolazioni. Nella Sila v’ha legname per ogni uso, dalle maestose alberature delle navi sino ai flessibili virgulti per cerchietti. Converrebbe ancora, che dai guardaboschi ed altri agenti forestali si richiedesse onestà e vigilanza maggiore, e non si tenessero nel convincimento, che ove le cose abbondano, qualsiasi sciupo e danno son sempre piccioli.
Qui però torna bello accennare ad un fenomeno, o spettacolo nelle selve dei pini. In autunno la ruggiada notturna s’apprende, coagola, si aggiela intorno ai pinòli, che ne restano non solo a bianco vestiti, ma immersi nella saldatura brinosa. Con lo spuntar del sole i pinòli disgelandosi romponsi, si schiattano con uno scoppiettio vario e succedentesi, seminando orizzontalmente gli scossi semi, sicchè ad un tempo senti un continuo schioppettar che si ripete ed echeggia tra il silenzio della selva, e vedi una pioggia fitta di pinolini, che scende e grilla tra le fronde ed i rami sottani.
Un altro spettacolo vedesi nell’inverno per le nevi, che scendono a falde ed a bioccoloni sull’intessute chiome degli alberi. La neve, calando di continuo, s’arresta tra i rami, e si commette così che tesse un immenso lenzuolo a forma di cielo bianco. Quelle volte arcuate per tante guise per quante sono le gradazioni dell’altezza degli alberi e della giacitura dei rami, proiettano mille ghiacciolini in giù a foggia di lucenti candele rovesce. Il nevisco poi, che vien turbinato a raffica dai fianchi, o dalle bassure della foresta, s’insalda sul terreno ed intorno agli svelti tronchi dei pini e dei faggi, sicchè quella macchia di selva ti appare un immenso tempio bianchissimo, sostenuto su mille colonne a capriccio architettate ed a fregi diversissimi ornate ed abbellite.
Queste maraviglie sembrano a chi non vide la Sila, un facile sogno di fantasia vivace; ma pure la natura ha la fantasia delle cose mirabili.
II.
IL MISTERO DELLA SILA
Nel giorno 25 settembre il sole era spuntato con luce pienissima. La nostra brigata di 27 persone tutte armate camminava lieta per le pendici silane, senza dimendicar quelle precauzioni necessarie per colui, che può trovarsi sui fianchi un agguato. Spuntammo verso Spinalba , lasciando a sinistra la foltissima Felicetta , in cui stava nascosta la masnada di Piro, forte di quindici briganti, che, da noi non visti, non stimarono darci molestia, nè procurarsi un conflitto. Sostammo sull’altura di Tirivòlo , ove una tempesta di tuoni, di acqua violenta commista a gragnuola ci colse all’impensata. Dopo quella passeggiera tempesta, il sole, spazzate via le nubi, declinava maestosamente dietro i frastagliati monti, che sono verso Serrastretta, Soveria Mannelli, Colosimi, e Serra di Piro.
Parecchie sere innanzi mi trovava sul più alto vertice del monte Giove, che fa spalliera a Petronà, a Misuraca, ed a Policastro. N’ebbe il nome per un antico tempio, che probabilmente i Petiliani, o i Cotronesi aveano consacrato a quel Dio, per propiziarselo. Il sole si piegava dietro la Sila, il cui crine pieno di faggi, di pini e di qualche abete era percosso ed illuminato dai morenti raggi. Quel crine piegandosi a seconda l’altezza e la varietà delle montagne e dei colli, sembrava un’immensa frangia, che ora s’affonda come a precipizio, ora pare che spezzasi, ora si rialza a gomito, ed a punta, ed ora mollemente curvandosi prende mille altre guise. La prodigiosa varietà di quell’arborea frangia, ripercossa e pinta dai rinfrangentisi raggi sembrava una stragrande fascia di colori, che vincevano la varietà e la bellezza dell’iride: un fondo aurato sfumantesi era mirabilmente colorito per tante maniere diverse per quanti erano i capricci e le positure delle chiome degli alberi. Fiocchi di luce azzurrina in un tratto si dealbavano, o mutavansi a rubino, tinte vivaci di minio sfuggivano innanzi ad un leggerissimo color celeste, che si ventilava e s’inchiariva; linee sottilissime di vermiglio incarnato si tramutavano in una zona aurata a fiamme volanti: un gitto di luce repentina rompeva un mezzo cerchio nereggiante tra uno sfondo. Quindi di minuto in minuto tutta quella sfera iva cangiandosi dalla massima vivacità sino a che rimase un pallido e moribondo sorriso tra il sole, ch’era disparito, le selve, che si rabbrunivano e si abbuiavano, ed il cielo, che si popolava di stelle. Quello spettacolo mi rapì; rimasi in un’estasi, che mi quetava il respiro quasi per paura di macchiare, o turbare quella serenità di colori. Era quello il mistero della bellezza.
Sopra Tirivòlo ci colse la notte. Nella Sila bisogna vivere con il costume della Sila per intendere l’influenza del clima, e le abitudini della gente, che vi dimora. Si mangiò la carne caprina a guazzo brigantesco; e nella grassa broda il rammollito pane di segala, che le donne silane confezionano solo due volte all’anno; il mantengono riposto, e poi lo spezzano e l’inumidiscono nell’acqua, o nella minestra senza che nuoca alla salute. Nella Sila l’acqua e l’aria attivano talmente lo stomaco, che poco dopo il pasto si sente fame, come prima. Le forze prendono un’energia inusitata: la pesantezza della persona disparisce via via che si toccano le alture; la salubrità delle piante accelera e rinfresca piacevolmente l’alitare del respiro. La numerosa armentizia, che vaga per quei prati e popola le selve, assorbendo il soverchio ossigeno delle piante e temperandolo, mantiene le proporzioni necessarie a rendere l’aria salutare e e leggera. La gente mandriana, anche dormendo in disagio ed a cielo aperto, vive robusta e vigorosa; come gli abitanti delle pendici silane, quasi tutte di tipo e di sangue brezio, hanno forza tenace, e sanezza di colorito.
Della nostra gente mentre altri dispolpavano ancora la carne di capretta, o celiando e ridendo tracannavano il vino, altri facean ressa alle frasche dei faggetti per alimentar il fuoco, quì e là eran sentinelle per gridar l’allarme a qualche sorpresa dei briganti. Io mi tolsi a vegliare sul lato che guarda le grandi foreste di Spinalba, Galina , come lo più sprovveduto, e più lontano dal ventilato pagliaio, intorno a cui si facea bivacco. Mi posi di spalle ad un gruppetto di faggettini, che serrato dai ramuscelli sembrava una guglietta bruna. Là tutto taceva: in lontananza verso il colle del telegrafo i fuochi dei bivacchi delle squadriglie si scernevano e nelle mandrie superiori di tempo in tempo i cani davano qualche sinistro latrato. Così appoggiato, volsi l’occhio intorno, lo alzai al cielo, lo ficcai a traverso le ombre, ed entrai in una solitaria contemplazione, che mi rapì per un’ora!
– Ecco una quiete sepolcrale! dicea a me stesso, e guardava. Questo immenso campo rabbujato, che mi è di fronte, sono le grandi foreste, ed ora mi appare una sterminata necropoli, su cui la morte ha disteso le sue fredde ali, che l’aggielano in un sempiterno sonno. Il deserto non è più solingo e pauroso di queste selve: la morte è sempre la stessa ovunque si trova! L’arabo ladrone forse si rannicchia, come un serpente, dietro qualche arida duna; quì il brigante si raccoglie come il lupo, sotto quell’impenetrabile schermo dell’ombre mortuarie. Dai primi Brezii ad oggi son valichi tremila anni; sono estinte più di quaranta generazioni; queste selve le hanno veduto passare, e disparire a traverso gemiti di agonizzanti, ire di odio profondo, gioie selvatiche, e con essi son cadute almeno dieci generazioni di pini, di faggi e di abeti. E dopo tanta polvere di estinti, questi abeti, questi faggi vivono ancora, e nascondono altri dolori ed altri guai... Ecco lì sopra al timido riflesso del cielo il cocuzzolo di Montenegro , un dì per alberi e cespugli foltissimo; or la calvizie l’invecchia. Oh! quante volte vide fumicar l’Etna, eruttare uragani di fuoco, coprir di lapillo e cenere la Sicilia, minacciar d’incendio la terra ed il mare! Chi sa quant’allegrezza, o invidia ebbe quando vedea le flotte di Taranto, di Sibari, di Cotrone, di Locri armeggiar tra le insicure onde del Jonio, e le triremi Cartaginesi e le Romane tenersi in vista, e fremere per vicina pugna, e poscia incalzantisi disparir tra le indignate acque.! Oh! Montenegro ! le piogge, i venti, il fulmine e la bufera ti hanno schiomato, dispogliato, ma pure vedesti le genti italo-greche popolar le marine, vigorir di commercio, muovere eserciti, pellegrinar devote e festive a Giunone Lacinia, alla festa degli aurighi, dei lottanti, dei pugilatori, degli atleti! Chi sa quante altre cose inaspettate di ruina, o di grandezza ti è serbato vedere!...
E poi dalle ombre delle foreste alzava il guardo al cielo, ed una nuova contemplazione mi prendeva. Ve’ come riscintillano le Orse! Ve’ come Giove grandeggia rutilante, ed imperia in mezzo a quel popolo di stelle! Gli uomini civili studiarono intendere il mistero di quei fuochi celesti, i selvaggi li adorarono tremanti, o giulivi l’invocarono; ma Dio si è servito di quei raggi per chiamar gli uomini dalla terra al cielo. Pitagora n’intese l’armonia a traverso il festinare dei ruscelli tra le sassaie silane, e la festa delle fronde degli abeti e dei faggi. Dopo di lui mille altri di generazione in generazione hanno esplorato i cieli, contemplato leggi ed evoluzioni; ma sinoggi i cieli sono pure un mistero!
In quell’ora di guardia ferma appoggiato alle umide fronde del faggio, la fantasia mi riprodusse mille cose, mi cacciò tra l’oscuro pelago dei secoli passati, mi dischiuse un teatro infinito di umane follie, e di ardimentosi azzardi, e vidi atteggiarsi, come pochi uomini, le intere generazioni, e sceneggiarsi come in un semicerchio eventi clamorosi e funesti. Era contento perchè vivea in una gigantesca illusione. Spesso malinconicamente mi riscoteva, ed in un solo guardo scendeva dal cielo alla Sila, e risaliva immantinenti da quella, ed allora quel vasto anfiteatro silano mi sembrava una valletta semicircolare macchiettata qua e là, ed il cielo ripopolato all’infinito di stelle come un sublime padiglione trasparente, brillantato per ogni punto. Ed allora trascinato da incomprensibile mano esclamava: Ecco nella Sila il mistero dell’infinito!
Non è meraviglia che nella Sila spuntarono alla mente tanti misteri, se essa stessa in mezzo al secolo delle finanze, delle bancherotte, degl’istituti agricoli è ancora un mistero non solo per i ministri, ma per parte grandissima dei Calabresi. Perchè la Sila è dimendicata, sprezzata, e maledetta?
Perchè non si conosce. Ed è veramente un fatto misterioso, che mentre i Romani dopo la seconda guerra punica conobbero, e valutarono le ricchezze silane, dopo due mila anni la stessa Sila è ignorata! La chimica, la minerologia ignorano la Sila. Notammo che si trovarono strati auriferi, solfurei, carbon fossile, marmi, sorgenti ferruginose e saline: ma non se ne tenne conto. La scienza manda i suoi apostoli ad investigar nuove regioni, cercar prodotti nuovi, studiar nuovi fenomeni, chiedere mezzi novelli alla ricchezza nazionale, e noi dimendichiamo esplorare i nostri monti, arginare ed allivellare i nostri fiumi, propagare e migliorare il nostro regno vegetale, perquirere i tesori delle nostre foreste. Perchè dunque la Sila si è mantenuta e si conserva ancora sotto una nube di misteri?
Lo stato normale delle Calabrie (specialmente di quella parte, che corrisponde all’antica Brezia, cioè il Cosentino, e buon taglio del Catanzarese) è stato questo, cioè una certa classe di ricchi proprietarii in forma di baronia, ed un’altra numerosa classe di mediocri lavoratori. La mancanza di centri sufficientemente popolati, e lo sterminato numero di villaggetti, di casali, di gruppi rurali, e di paesuncoli spiega il fatto accennato. In ogni borgatuccia una famiglia ha rappresentato la proprietà, la civiltà di tutto il popoletto. La mancanza di strade, forse voluta a studio, la topografia sequestrata e difficile dei paesettini, surti più per difesa, che per opportunità commerciale, l’ignoranza ed un tenore di vita boscareccia e vassalla tennero isolati i villaggi, spesso in uggia, e qualche volta anche a gara di sangue. Aggiungasi che i ricchi dei paesi montani tenevano possessioni nelle zone marittime, sia a proprietà, sia ad affitto, nelle quali si trasmigrava in inverno con l’armentizia, e con buona mano di contadini, che s’accomodavano alla coltura dei campi, ed alla custodia degli armenti. Per questo stato di cose nacque, che il solo ricco fu riconosciuto come proprietario incontrastato; che i piccoli proprietarii sorgenti doveano cedere sempre al primo, che il popoletto sia agricola, sia mandriano dovea stare a voglia del ricco; donde riceveva alimento, lavoro, proteggimento per le famigliuole.
Che cosa era l’agro silano per il Calabrese? Presso che un immenso demanio nullius , un patrimonio inconquiso degli antichi Brezii, un latifondo libero per l’armentizia in estate. Il contadino non poteva avvalersi del terreno, che avendo bisogno di concime, cortaglia , annuale, e non avendo gregge a sè, non poteva impinguarlo, e renderlo atto all’agricoltura. Poteva servirsi della deda , schegge resinose di pino, ed il fece, distruggendo inesorabilmente boschi di pini. Il proprietario rimase padrone della Sila, ch’era il latifondo erbifero. Da ciò nacque, che ognuno cercò assegnarsene una parte garantendosela a difesa . Chi maggiore credito e potenza avea tra i villaggi silani, poteva a più larghe difese estendersi. Ne surse una tacita lega di proprietarii più, o meno grassi; che si difesero i reciproci assegni, restringendo i compascoli, e coonestando le usurpazioni con i titoli del diuturno possesso. Su questo stato di cose avvennero le incongrue verifiche, e le transazioni, che invece di consolidare le proprietà, definendole e determinandole, lasciarono maggiormente aperto il campo ad ulteriori allargamenti. I Governi succedutisi nel Regno non compresero giammai la Sila nella sua vera importanza, ed attesero solo a distrarne qualche danno, che ritornava a peggio dello Stato, senza cura a richiederle i vantaggi, che migliorando il benessere delle plebi silane, creavano al Governo stesso simpatie, e risorse. Ma che loro caleva aspreggiare tanti proprietarii, che aveano potenti aderenze, e potevano sommovere plebi rudi e silvestri; e crear imbarazzi pericolosi? Lo spettro poi spaventevole del brigantaggio; procurato e qualche volta mantenuto ad arte, ed a disegno, facea rinculare anche gli agenti governativi, che restavano contenti alle lontane impressioni, come i particolari non osavano mettervi il piede senza che anticipatamente non temessero di loro vita. Il brigantaggio adunque, per qualsiasi cagione avvigorito sino all’esagerazione, è stato una terribile e secolare ombra, che stranamente ha occultata la Sila. Questo studio da una parte, e questo interesse, la noncuranza e la paura dall’altra hanno fatto della Sila presso che un incognita problematica, che possiamo appellare ancora il mistero della Sila.
Ma è necessario che questo mistero disparisca con le sue fosche ombre: e disparirà, a condizione che si rassicuri e si renda del tutto indipendente la proprietà dei particolari, che si popoli la Sila, e che s’istradi. Nè creda il Governo, che possa far baratto dei beni demaniali della Sila con associazioni straniere, ed anche di capitalisti di altre provincie italiane. Il brigantaggio sorgerebbe più nutrito e feroce a sturbarne i possessi. La Sila deve essere delle Calabrie, se le si vogliano mettere in pace: qualunque altra speculazione sarebbe come rendere fatale, e necessario il brigantaggio.
Qui cade in taglio ricordare alcune cose, che possono tornare utilissime allo studio delle condizioni sociali delle Calabrie. Il brigantaggio è un certo che di nomadismo, o una celata rappresaglia, se non vuolsi dire vendetta; è un mestiere tradizionale per non averne altro di meglio: ma in fondo è la voce di un malessere antico e comune. Dal volgo si recluta, sul volgo si appoggia, perchè con esso prova e divide i dolori e gli scarsi delirii della vita. Visitando la Sila, in cui il brigantaggio passa i giorni più sicuri, ho potuto venire a questa conclusione, che per istinto il brigante calabrese non è sanguinario, altrimenti farebbe massacri senza essere offeso: tanti sono i ripari, gli agguati, e le scappatoje, che presentansi in quelle vaste e svariatissime boscaglie: che ritrova le simpatie della gente campestre, che l’approvigiona, lo guarda, lo avverte di ogni movimento ostile; che la Sila offre un luogo di acquiescenza e di allettamento ad una vita spienserata e solitaria, che diviene rapina, perchè si vuole difendere e perdurarvi. Comunque sia, il volgo calabrese soffre, perchè d’indole svelta è condannato al marasmo, mancando sodisfacenti compensi a qualunque fatica. L’agricoltura, raccolta nelle grandi masse dei proprietarii, ristagna, perchè i prodotti con stento si possono cambiare, o vendere, mancando l’opportunità del commercio, e perciò dei compratori. Debbono alcune derrate cadere inesorabilmente nelle branche di pochi speculatori, che arbitrano sul prezzo nella compra, e lo impongono a capriccio di smodato guadagno nella rivendita per i bisogni interni del medesimo paese. L’usura fa il resto. Cosiffatto guadagno, avvilendo il prezzo, scema l’introito nel proprietario, ch’è vincolato a tenere in basso, e scemare anche il salario, ed il prezzo del lavoro, altrimenti il disquilibrio tra l’esito e la rendita ruinerebbe il proprietario in breve tempo.
L’insufficienza e la modicità del salario deturpa la fatica, ed insinua un’apatia al lavoro, se non un odio. Forse l’unica classe, che meno risente la povertà della fatica è quella dei pastori, che compartecipano d’un terzo all’utile della pastorizia, detrattene le spese. Il padrone mette il capitale delle pecore e dell’erbaggio, i pastori la custodia, computando uno per ogni ovile di circa cencinquanta pecore. Riceve il minatico annuale, cioè dieci tomoli e mezzo, parte in grano, e parte in segala. I prodotti poi delle pecore, il cacio, le lane, gli agnelli, per due parti toccano al padrone, e per una ai pastori.
L’armentizia e l’agricoltura sono in gran parte nelle mani dei ricchi proprietarii. La maggioranza del popolo deve stringersi alla piccola industria, o vivere per quotidiano lavoro, che non può essere continuo, perchè i campi non abbisognano di giornaliera fatica. Per supplire a tale mancanza di lavoro, converrà darsi ad altri travagli, che danno scarsissimo ed eventuale compenso, quali il trasporto del combustibile, delle picciole derrate, e di altri cespiti agricoli. Ma chi manca di combustibile in Calabria? Stremati così gli ufficii ed i compensi della fatica sì per la numerosa concorrenza delle braccia, sì perchè l’agiato può direttamente provvedersi, e con i mezzi proprii di ciò, che gli è uopo, gran parte del volgo deve tapinare, o vivere di stenti, o emigrare.
Spesso mi è accaduto vedere d’assai uomini emunti ed a cenci dilacerati, e di donne scalze ed immagrite venire trafilate dalle falde silane, affannando per vie dirotte e difficilissime, con travicelli sull’omero, o sul capo, ognuno di soverchiante peso, venderlo per una lira, o poco più, o poco meno. Quanti stenti ha costato un viaggio ed un peso così improbi? E con sì maghero guadagno come dar vitto e vestito ad una famigliuola? E dopo un ansare tanto rovinoso ed un travagliar sì continuo si può amare una vita casalinga, e non traboccare ai funesti inviti di una vita di colpe, e di audaci delitti? Il proletario calabrese ha durezze miserabili e dolorose, e, se non il soccorresse la benignità di una terra ferace, donde può disbramar la fame anche con l’erba, patirebbe a doppio delle genti, cui natura scarsamente provvide.
Per cosiffatte condizioni doloranti non sarà meraviglia, che la gente facilmente ribelli per qualsiasi cagione, e violenta e fiera, sia dal fanatismo, sia dal sopruso, sia da un incongruo sospetto, corra alle armi, e non sosti se non la difesa sia passata a vendetta compiuta. Se al malessere antico e normale aggiungi l’indole vivace, e rischievole, troverai bene la cagione di quel continuo agognare a novità, donde si spera trarre vantaggio ancorchè momentaneo.
A chi spetta porvi rimedio? Tutti gridano al Governo, come se fosse il tutore ed il depositario universale di ogni cosa. Io credo che spetti a tutti: al Governo per l’iniziativa, ai proprietarii per i mezzi di associazione e di lavoro, ai proletarii stessi istruendosi, faticando con buona volontà, liberandosi da certi trasporti consumatori e disonesti. Le utopie hanno esagerato i mali e le speranze delle plebi inquiete, ponendo la cagione dei primi in un’immaginaria lega di Governi e di proprietari, eccitando le altre per un avvenire di tempeste. Le speranze esagerate sono delirii, che non guariscono, ma peggiorano sempre più i mali. La società soffre, perchè di giorno in giorno perde il sentimento e l’opera dell’onestà; soffre ancora, perchè il lavoro o manca, o è malamente retribuito. Onestà e lavoro saranno la bandiera di salvezza alla società febbricitante.
III.
POPOLAZIONE SILANA
È stato antico desiderio il popolare la Sila. Attualmente è coronata di borgate e villaggi, alcune delle quali, come S. Giovanni in Fiore, sono grosse e ricche terre. Un tempo erano boschi più solidi e spessi della Sila attuale, ed ancora in vicinanza loro gli avanzi delle foreste non disparirono del tutto. Se non che agli alberi silvestri son aggiunti i frutteti, e specialmente ricche selve di castagni. Quel serto di paesetti non è più antico del mille, quando le irruzioni saracinesche costrinsero le genti marittime accasarsi su i picchi silani, imparentarsi ed avvigorirsi con i Brezii. La più recente grossa borgata è Petronà in una dell’imboccature meridionali della Sila, surta sopra una contrada selvatica dei Benedettini verso il 1744. I villaggetti silani moderni son nati come le borgate del medio-evo intorno al castelletto del barone, o alla chiesuola del monaco. Il commercio pianta i suoi ricchi accampamenti agli sbocchi dei grandi fiumi, o nei migliori punti degli scali, preparando l’avvenire dell’opulenza, e dell’astuzia. La pastorizia e l’agricoltura accomodano le umili e vellose tende ai lembi dei boschi, nei luoghi romiti e fiorenti delle grasse pascione, al piè dell’affumicata casa del proprietario di un latifondo, ed agresti, che siano, le pagliaia ed i casolari arieggiano all’ombra delle antiche piante, o rannicchiate in una valletta, o ventilano ardite e fumose sopra un ronchio di rupe. Comunque e dovunque siano, ove più, ove meno respirano una certa aria feudale spesso benefica, poichè sono ravvivate dalla comunione dei piccioli interessi, dalla simiglianza del convivere, dal bisogno di ajutarsi nella fatica e sul vitto. Una solidarietà di gratitudine lega le piccole popolazioni, che sovente battezzano il nascente casale col nome della famiglia primeggiante e benefattrice. Per queste cagioni nacquero i villaggi silani e nasceranno ancora, solo che in un punto sorgerà la chiesetta con la torricina della campana, e la casa del proprietario. Nel medio-evo, specialmente nelle Calabrie, un numero grandissimo di paesetti s’incastellò per opera del monachismo, che a protezione delle nuove case mise il nome di un santo: perciò anche qui noto ed insisto che una diligente e coscienziosa storia del monachismo calabro dal V secolo sino al XV esprimerebbe la storia delle Calabrie. Oggi i tempi son cangiati; alla fede è subentrato il calcolo, alla vita rusticana e pacifica si è sostituita la vita rumorosa ed affannevole del commercio; ma per provvedere al meglio del popolo non si deve obliare, che la storia del passato è una gran guida per l’avvenire.
Chi guarda la povertà di molti casali calabresi, che mancano di terreni agricoli, il continuo rinascere nella Sila ed il misfare del brigantaggio, i prodotti, che possonsi trarre di quella, insiste perchè in varii punti centrali s’impiantino villaggi nuovi. Espressione di questi voti fu il decreto di Murat, 2 luglio 1810, che nella Sila chiedeva cinque villaggi. Son passati 57 anni, ed il voto, o la speranza di allora non si videro per minima parte attuate. Altri per converso gridano all’impossibile la pretensione di voler, che la Sila s’imborghi; il terreno soverchiamente leggero ed improduttivo, carico di sola felce, non può dare il vitto ad una popolazione agglomerata; l’inverno in quella zona ordinariamente rigoroso e frizzante copre ogni contrada a nivaio, che agghiaccia, e dura lungo. In quel tempo la vita degli animali silvestri vi regge a stento: l’uomo rimarrebbe sepolto ed aggielato anche nelle case, o continuamente oziante intorno alle perpetue e nudrite vampe del focolare.
Non corrivo a rischiare giudizii, ho visitato la Sila con molta gente, che vi ha pratica di anni, intelligenza sperimentata, e rettitudine d’intenzioni. La rigidezza del clima, la leggerezza del suolo coltivabile non sono sì estreme, che facciano impedimento alla vita di un popoletto, avvezzo a sostenere una certa temperatura di freddo, ed a vivere frugale e laborioso. Tra Tirivòlo, colle di piazza, ed il colle della vacca son sfondi avvallati, ampii, ridenti, appellati i varchi di Ciriciglia, di Toscano, di Piazza ; dello Spineto , nei quali vegitano, e fruttificano il ciliegio, il melo, il prugno, il noce, il castagno ed altri alberi, che non richiedono temperatura più moderata. Ivi stesso coltivansi il lino, i legumi, le patate, la sègala, e copiosa ortaglia: il fieno si raccoglie con abbondanza, ancorchè non si praticasse l’irrigazione. Molte case di campagna, torri , sono di fermata alla gente contadina, che per varii mesi si rauna per la coltivazione del lino, e delle civaie, e soggiorni di villeggiatura per i proprietarii, quando il brigantaggio non li minaccia. Se l’industria e l’arte fortificassero, impinguassero e riscaldassero con il diverso ed accomodato concime quei varchi e le vallette vicine, e si tirassero per luoghi opportuni quelle copiose acque, che alimentano il Tacina, il Nieto, il Sauto, tutta quella contrada diverrebbe fecondissima di ogni bene. I fieni specialmente sia per la salubrità dell’aria e sazietà delle acque; sia per bontà delle erbe, potrebbero riuscire non solo proficui ed abbondevolissimi al grosso bestiame nell’inverno, ma un cespite di commercio all’estero.
Ora se in una pendice di quei varchi , o sopra qualche collinetta a guardatura meridiana s’annucleasse un popoletto, e sorgesse una borgata robusta ed attiva, quale intoppo potrebbe avere alla prosperità sua? Non la rigidezza del clima, ch’è d’assai inferiore alla temperatura appennina degli Abruzzi, ed all’Alpina del Tirolo, e della Svizzera. La straordinaria ricchezza e la vicinanza di ogni combustibile dalle propinque selve vincerebbe ogni difficultà, somministrando alla vita invernale e casalinga il ristoro del fuoco. Il lino e le lane potrebbero in tale stagione dare lavoro bastevolissimo alle donne, come agli uomini il ridurre ad uso di commercio il legname delle foreste. La raccolta delle frutta, delle civaie, e della segala, la provvisione dei squisitissimi formaggi estivi della Sila, il pochissimo costo a crescere i maiali con il frutto dei faggi potrebbero non solo provvedere al benessere della vita, ma renderla piacevole. E poi gli altri casali silani si trovano in una posizione d’assai miserevole dirimpetto a quella, che potrebbe essere in uno di quei varchi .
Si è detto che là dovrebbe raunarsi una grossa borgata, e non uno, o più villaggetti, che isolati, incapaci ad ajutarsi a vicenda, non ch’essere un bene per la distruzione del brigantaggio, diverrebbergli il fomite, la risorsa, il reclutamento. Una vigorosa borgata potrebbe essere come una colonia militare, cui responsabilmente toccherebbe invigilare, affinchè la mala semenza del brigantaggio non germinasse, o germinata venisse immantinenti estirpata. Inoltre quella potrebbe divenire nodo di commercio per le due strade da S. Giovanni in Fiore per Taverna, e da Còraci per Petronà, poichè sarebbe il naturale punto di fermata per chi commerciasse per una linea, o per l’altra.
Qualche difficoltà potrebbe sorgere sul primo impianto della borgata; ma se ragguagliansi i danni materiali e morali, che vengono dallo spopolamento della Sila, e dal campeggiar periodico del brigantaggio con il sacrificio finanziario, che vi si richiederebbe, il bene, che tornerebbe alle Calabrie, vincerebbe a mille tanti qualsiasi spesa. Nella Sila i mezzi di costruzione sono facilissimi. Per ogn’intorno si trovano la pietra, anche il marmo, l’arena, l’acqua, il combustibile, il legname d’ogni uso. Solo dunque potrebbe interessare il lavoro. Ma se il Governo scegliesse dalle guarnigioni militari, ozianti nelle caserme, due giovani fabbricatori per compagnia, darebbe almeno due mila operai, che in pochi mesi avrebbero non una borgata, ma costituita una cittaduzza delle più amene ed avventurose. Questi due mila operai per pochi mesi avrebbero terminata per sempre la quistione del brigantaggio silano, che allo Stato, alle Provincie Catanzarese e Cosentina costa spese e danni enormissimi, vita e disagi di uomini, ed alimenta disoneste speranze. Più appresso notererò qualche cosa di più preciso sulla quistione del brigantaggio.
In riguardo ai terreni agricoli e pratensi, che dovrebbero cadere in dote a questa futura popolazione, il Demanio non avrebbe, che a cedere in lunghissima enfiteusi ai nuovi coloni gl’improduttivi latifondi, che ha nella Sila, permutandone alcuni più lontani con altri più vicini, che appartengono ai proprietarii calabresi. Le alte cagioni d’interesse publico e duraturo debbono prevalere ai riguardi individuali e transitorii.
Ma come raccogliere tanta gente nuova in una novella patria, spostandola dalla religione del nativo focolare, dagli affetti di antiche parentele, dagli umili sepolcri, che racchiudono le ossa dei parenti? — Romolo indicò il mezzo di creare le nuove genti; la cittaduzza silana certo non si formerebbe con gli auspicii di conquistare un mondo: il suo avvenire sarebbe quello di essere una gente laboriosa ed onesta, ed un palladio per la sicurezza delle Calabrie contro rinascenze brigantesche. Ferdinando IV iniziò S. Leucio, che era divenuta un emporio di setificio. Il privilegio è il grande auspicio per le nuove sedi di popolazioni: un privilegio, che non offende dritti altrui, è spesso cagione di un grandissimo bene. Bisognerebbe dunque 1.° donare l’abitazione ed il poderetto alla nuova famiglia con obbligo d’un canone, tranne i primi dieci anni —2.° libero il combustibile, ed il pascolo per un picciolo numero di bestiame —3.° franchigia del sale per un decennio — 4.° esenzione di servizio militare per venti anni, obbligo di mantenere libera la Sila da qualsiasi malfattore — 5.° dritto di avere alcuni posti gratuiti negli Stabilimenti governativi per professioni necessarie alla vita di un paese. Al godimento di tali privilegi la concorrenza degli uomini non verrà meno, e forse così numerosa, che converrebbe statuire un ordine di preferenza. Io inviterei 1.° tutt’i militari congedati delle due Calabrie, obbligo di aver moglie — sarebbero essi la guarnigione lavoratrice contro ogni rinascimento di brigantaggio —2.° i cittadini agricoltori — 3.° taglialegni e segatori, che metterebbero a capitale i legnami silani — 4.° pastori e mestieranti.
Nel 1864 il valoroso Generale Pallavicino per combattere ed estirpare il brigantaggio, che pertinace e crudo seminava dolori e miseria nelle due provincie, bivaccò per varii mesi con un forte nerbo di soldati ai lembi del Gariglione . Per lui e l’ufficialità con le travature e le tavole di quella selva costruì un baraccone , pel quale il Governo consumò quindici mila lire, oggi rotto dalle piogge si è venduto per 350. Che se in sito migliore avesse consacrato il doppio della spesa in casamenti alla maniera russa, ed assegnatolo, dopocchè la soldatesca rientrò nelle guarnigioni ordinarie, ad una piccola colonia di contadini, ora la piccola Sila avrebbe un villaggio, che protetto e privilegiato con le guarentigie ricordate, sarebbe in tre anni cresciuto a doppio, costituendo una prima e solida barriera contro le ripullulate orde brigantesche. Che se pure quella mano di popolazione non fosse stata valida a ripulsarle, e distruggerle, la milizia, spesso inviata a perlustrare le boscaglie, avrebbe trovato una base di operazione, senza esporsi alle violente e passaggiere marce, che hanno debilitato il soldato, e dato tempo alle bande di agguatarsi, o prendere scampo altrove.
Un altro modo di popolare e custodire la Sila anche nella parte silvana, è lo stabilimento di case rurali per uso delle mandrie e dei guardaboschi. A chi entra nella Sila l’anima si riempie di paura e di sconforto, non trovando per lunghissimo tratto alcuna casa di ricovero, ancorchè fosse sorpreso dalla pioggia, dall’uragano, o dalla notte. Ogni padrone di una larga difesa , come ogni Comune, che vi ha parte di bosco, o di terreno erbifero, dovrebbe costruire una casa solida e spaziosa, che ai mandriani sarebbe necessaria per abitarla, manipolarvi i formaggi e custodirli, ai guardaboschi come mansione ordinaria, donde potrebbero invigilare le boscaglie alla loro custodia confidate. Per questo verso la responsabilità sarebbe più ragionevole, e i guasti miserandi, che si compiono sull’alberatura, completamente evitati, o in gran parte almeno. Se la Sila fosse stata protetta da simiglianti abitazioni, le squadriglie, le guardie nazionali, e la milizia avrebbero con movimenti concertati distrutto qualsiasi manipolo di malfattori anche dal primo nascere; poichè la gente armata invece di sfibbrarsi movendo dai lontani Comuni, avrebbe con forze fresche operato efficacemente.
Ma protetta, comunque si voglia, la Sila da questi forti distaccati, vivificata per qualsiasi agglomeramento di popolo, non andrebbe in meglio gran punto, se i prodotti e le ricchezze ne rimanessero in incaglio per mancanza di esportazione. I popoli non crescono, nè prosperano se non ajutantisi, e vivificantisi a vicenda: l’isolamento sì nel grande, che nel piccolo è come la palude, che non si orna se non di cannucce ed alga. Tutte le Calabrie son opulente e belle per fecondità di terreno e provvidenza di cielo, ma vivono neglette, orrorose, e misere per imprevidenza di uomini e codardia, se non malvagità, di governanti. La Sila, che ha tanto mal nome, che a ricordarla fa versar lagrime a madri anche lontane, è ricca pure nella sua selvatichezza, è bella nella sua misteriosa solitudine; ma tornerebbe a cento tanti opulenta e vaga, se il respiro libero della società potesse aleggiare tra le foreste temibili e le pittoresche colline. Nella Sila, più che in altra parte d’Italia, dovrebbe aggiustarsi il divisamento agricolo, che il Prof. d’agricoltura Burger consigliò in Prussia. Nelle provincie orientali prussiane i grandi proprietarii aveano a grandi distanze fondi isolati, che perdevano di valore ed isterilivano, perchè il proprietario non potea guardarli, e cercarvi personalmente i mezzi a fecondarli. Burger consigliò le agglomerazioni territoriali, chiamate consolidazioni , cioè permute di fondi, che si faceano i proprietarii 1 , che dall’industrie agricole furono allettati ad abitare nei latifondi, costruire opportune abitazioni per i contadini, sperimentare a seconda i terreni ed i climi le vegetazioni, applicare i ritrovati della scienza e dell’arte. Le grandi possessioni prussiane sono divenute floridissime per agricoltura, ed armentizia. Il Demanio, sostituito dai contadini, i comuni, i proprietarii dovrebbero, con altri riguardi, applicar nella Sila il consiglio di Burger. Così, studiando da vicino il suolo ed il clima silano, utilizzando le copiose acque, i legnami ed i fieni, l’agricoltura diverrebbe profittevole, l’armentizia migliorata, e la Sila un’ubertosa sorgente di ricchezza per le Calabrie, e per l’Italia.
L’armentizia e l’agricoltura in Calabria hanno bisogno di grandi e sapienti modificazioni, mentre il terreno si accomoda ad ogni semenza, e ad ogni vegetazione. L’armentizia specialmente è in uno stato di selvatichezza, che la deprezia, e la deturpa. Forse il solo Baracco con intelligenza perspicace ed attiva, con un buon senso operoso, proprio di quella doviziosissima famiglia, ha creato modelli nell’armentizia: il merinos intradotto nella razza ovina, il sangue arabo e lo stallone pugliese ed inglese nell’equina, ed il toro pugliese nella bovina hanno dato alla sua armentizia un incremento, ed una prosperità rimarchevolissima. I latifondi del Baracco, comunque vasti e numerosi, hanno la migliore coltura; anche gli erbaggi sono scelti a proposito e destinati accomodatamente a seconda l’esigenza delle diverse razze dell’armentizia. Tutt’i grandi proprietarii colonici delle Calabrie dovrebbero usare la medesima diligenza per spingere a meglio l’industria agricola, e farla rifiorire. Dal loro esempio anche i piccioli proprietarii prenderebbero argomento, raddoppiando sforzi ed affetto per la prosperità paesana. In ogni cosa l’esempio al meglio costa qualche sacrificio; ma dal sacrificio, compiuto con volontà efficace e generosa, il bene s’affaccia sulla terra, e, svecchiandola, la governa.
IV.
VIABILITÀ SILANA
Qualunque sia la cagione, donde nasca il brigantaggio, e pertinacemente vigorisca, certo è ch’è stato il grande disonore ed il gran danno delle Calabrie. Cagioni diverse l’hanno germogliato, e spesso sia per diritto, sia per isbieco colpevoli in altri, più che nel brigante stesso; ma qui noto un’impressione, che viene prodotta dalla Sila. Quando l’uomo si trova in quell’immensa solitudine, ricca di mezzi naturali e di svariatissima bellezza, prova un non so che di acquiescente, e di vigore ad un tempo, che gli suscita un desiderio, prima fluttuante, ma poi risoluto, di vivere là in mezzo a prati per mille guise belli, ai fragoleti odorosi, all’ombra perenne e latissima di colossali alberi; all’orlo di freschi e grossi rivi, in cui gustevoli trote guizzano a torme, e si impinguano. Alla naturale bellezza e fecondità si aggiungono le numerose mandrie di pecore, di capre, di vacche, che danno a josa latte e caci saporiti, nè dal padrone guardati con l’occhio freddo del calcolatore. Là muore il turbinio della società, di cui si ricordano le amare e rimordenti vanità, i delirii delle utopie, le generose tirannidi, le ingorde aspirazioni, che costano pianto, e sangue; i mascherati raggiri dei proteggimenti, le meritricie codardie di chi armeggia a salire, ed al ricordo di tanti procurati affanni rabbrividisce e sogna il rinfranco nella solitudine con una vita bonaria e riposata. Questo sospiro alla pace però vien meno: poichè la natura non provvedendo di tutto e per sempre l’uomo, questi stende violentemente la mano contro l’altro uomo, che s’affanna e fatica. La società accorre a quel primo attentato, e lo persegue sin nelle selve, in cui la salvezza arma alla resistenza, e questa, al delitto, ed alle di lui trame. Queste disposizioni di natura hanno dato una storia leggendaria al brigante calabrese, che, se avesse l’istinto belluino, come il credono alcuni, potrebbe a piè inoffeso e sicuro divenire peggio che un Irocchese. Anche quelli, che per delitti fanno masnada, nella Sila cercano la sicurezza e la pace, che non possono avere. La proprietà animale poi delle Calabrie per sette mesi si raccoglie su quello spianato erbifero, dando occasione di vivere grasso a chi patì per altri mesi ed anni i disagi della fame, e la vergogna del cencio, o ebbe a portar seco l’insulto di una concussione, o di un amore per forza violato. In breve la Sila in rapporto al brigantaggio non è solo un laberinto di difese, e di scampi, ma un allettamento continuo mercè l’incantesimo della sua solitudine, e l’agevolezza dei mezzi a vivere poco sturbato.
Ma non volendo lucubrare a lungo sulle cause produttrici del brigantaggio, possiamo dire solo che il brigante può nascere dalla miseria, dalla mancanza di lavoro, da qualche pertinace rancore, dal desiderio di vivere più libero, ed anche dal delitto. Ma se a questa vita solitaria ed isolata si opponesse la vita publica, e commerciale, l’agiatezza potrebbe divenire comune, il lavoro accessibile a tutti, le prepotenze abbassate, la fierezza plebea ammansita, il monopolio distrutto. Chi guarda le cose ricordate innanzi troverà le cagioni della dolorosa statistica della giustizia penale nelle Calabrie, La Lombardia del 6 febbraio con rincrescimento dice: «Le nostre Corti di Assisie di Milano, Lodi, Pavia, Como e Sondrio diedero in un anno fra tutte cause 78, e la sola Corte di Cosenza ne diede nell’anno scorso, più di 300 a fronte dell’interruzioni cagionate dal cholera, e dalla malattia del Presidente. In quest’anno poi ve ne saranno ivi a sbrigare più di 500. La spinta al misfatto in quelle regioni è spaventevole, nè possiamo farcene un’idea». Gli uomini di là ignorano le condizioni, l’indole delle Calabrie, e maravigliano dell’enorme spinta al delitto, e gridano contro la ferocia calabrese, ma non hanno il coraggio di gridare al Governo: Non dimenticate le Calabrie, che soffrono e pagano.
Noi aggiungiam qualche altra cosa di più affligente e miserando, sperando, che dalla severa considerazione dei mali, ne sorga il pensiero ed il coraggio di allontanarli. Notiam le colpe giuridiche del solo anno già morto, come un sinistro e ristretto riflesso degli altri anni.
Alla decisione della Sessione di accusa venivano sottoposti 4766 processi sul conto di 11485 imputati.
Nelle tre Corti d’Assisie del Distretto Calabro si compivano 491 dibattimenti, condannando 10 colpevoli a morte, — 20 ai lavori forzati a vita, — 120 ai lavori forzati a tempo, — 192 alla reclusione e relegazione, — 208 al carcere. — Per crimini furono condannati 552.
In questo stesso anno i nove Ufficii dei Tribunali circondariali delle Calabrie hanno dovuto compiere 10175 processi, cioè 4080 per crimini e 6095 per delitti, emanando 4132 sentenze! I 108 Pretori nel ramo penale trattarono e decisero 11900 cause, rimanendone ancora 1369!
Questa statistica dei delitti in Calabria reca spavento, e rivela sempre più il profondo malessere, da cui sono travagliate le popolazioni. Il genio del male pare, che siasi insinuato nella coscienza popolare, e la trascina verso la voragine delle colpe. La giustizia dei tribunali non s’affaccia, se non appena all’orlo di questo abisso, ed è costretta a compiere il tremendo ministero delle pene, inorridendo, e colpendo inesorabilmente. Ma che sarebbe, se potesse ficcar l’occhio a fondo e scernervi tutte le miserie, le sollecitazioni, e tutte le riposte colpe? La società cammina con soverchi dolori, che accresciuti senza ritegno può in un giorno di ubbriachezza riagitare sì spaventevolmente con le fiaccole della miseria e del fanatismo, minacciando certe ruine, che sono l’ultima parola orrorosa della disperazione. È necessario che la società prevegga questo giorno di cateclismo, persuadendo alla moralità, e togliendo le cagioni ed i pretesti del malessere.
Non ci si metta a colpa se dalla Sila abbiamo divagato tanto, gittandoci sopra cose, che prendon le mosse da molte altre cagioni. Per noi la Sila è come il centro, donde muovono, e possono effondersi molte correnti di bene, o di male: ed ora sotto un rapporto, ed ora sotto un altro troviamo, che, come dai vertici silani si guardano tutte le zone calabre, e prendono vita i loro fiumi, così di là può venire con il commercio e la civiltà l’origine, che spiega quello che fu, e quello che sarà delle Calabrie.
Ormai tutti sanno che le Calabrie non potranno prosperare, nè essere calme, se strade ferroviarie e convicinali non si compiranno. Questo è ancora un desiderio, poichè dopo sette anni, tranne progetti e modifiche, niente altro si è fatto, nè pare che si voglia, o si possa seriamente far qualche cosa. Ma anche il desiderio ed i progetti non tirano efficacemente al segno di creare la prosperità, e la tranquillità delle Calabrie; poichè siccome le strade per essere produttive debbono toccare i grossi centri di popolazione, e la vasta estensione dell’agro silano non n’ha ancora, la Sila vien messa al bando delle strade carreggiabili. Noi portiamo altro convincimento: crediamo che gran parte della prosperità e della pace delle Calabrie stia in quell’alto piano, perciò insistiamo sulla popolazione e sulla viabilità silana. Tutti i villaggi, ed i paesi silani. formano una popolazione numerosa, robusta, e lavoratrice, ma isolata, e quasi ammiserita nel suo isolamento agreste. Si è notato, che la Sila può asportare grandi quantità di patate, di civaie, di castagne, di fieno, di carni; di formaggi, di lino, di legnami: il commercio accrescendo il valore alle cose con le facili asportazioni, le augumenta nel numero, nella quantità, e nella qualità. Riunire quindi i comuni boreali ed occidentali con i meridionali della Sila è di grandissimo interesse commerciale. Ma per quali punti si potrebbero tirare le linee stradali della Sila? Non pretendiamo prevenire il giudizio degli ingegneri; ma, se qualche parola ci sarà conceduta, guardando la topografia della piccola Sila, possiamo additare certi punti, che sembrano i più favorevoli al commercio. Per la grande Sila si studia allineare Cosenza con il porto di Cotrone mediante S. Giovanni in Fiore; il pingue e popoloso vallo di Cosenza sboccherebbe così sul Jonio, mentre dall’altro lato andrebbe per Paola sul Tirreno.
Le popolazioni, che hanno maggiore contatto e traffico nella piccola Sila sono quelle dei mandamenti di Scigliano, e di Rogliano nel Cosentino, e di Serrastretta nel Catanzarese, in cui da sud-ovest muovonsi propinqui le genti di Taverna, di Sersale, di Cropani, di Belcastro, di Petronà, di Misuraca, di Policastro, di Cutronei e di altri Comuni ancora. Per riunire questa vasta cerchia di popolazione converrebbe muovere da Còraci, tagliato dalla via Regia Calabra, e propriamente dall’altura del Padiglione , limite delle due provincie, salire pel clivo di Piazza , cui s’incrociano le vie, che partono da S. Giovanni in Fiore e da Taverna, per scendere a Petronà, ed altre grosse borgate: da Piazza aereggiando per la criniera di colle di Macchia, Ciriciglia, Morù, Luparella, Tirivòlo, Spinalba, Timpone Vecchio dovrebbe assestarsi in Petronà, ch’è alla più facile, e meriggiana imboccatura della Sila. Da quivi apra due braccia e stringa a destra Sersale, e Cropani sino al mare, ed a sinistra Policastro pel vallo di Taccina, o del Nieto sino alla più vicina stazione ferroviaria. A Piazza o sopra Tirivòlo dovrebbero venire a spezzarla da levante e da ponente le strade di S. Giovanni in Fiore e di Taverna. Così la linea silana apparirebbe una gran croce, che redime al commercio, ed alla civiltà tante genti dimenticate e vigorose.
Questa linea avrebbe, sopra qualunque altra, vantaggi reali, come la più facile, la più economica, e solida. Per qualunque altra parte dovrebbe varcare profondi e spaziosi burroni, diroccar colli, abbarrar scoscendimenti, superar torrenti serpentini, e dilungarsi con ghirigori per le soverchie pendenze, mentre per quella linea il terreno è solido ed aperto, non difficili le pendenze livellabili, il transito aereggiato e salubre. Nè si opponga, che per i grossi nivai la via sarebbe sepolta per alcuni mesi; poichè se vinconsi le nevi del piano di cinque miglia negli Abruzzi, la conca di Campotenese sopra Morano, asserragliati sovente dai nivai agghiacciati, con agevolezza maggiore supererebbesi la linea della piccola Sila.
Un altro immenso vantaggio offre questa strada sotto il lato strategico e militare. L’Italia ricostituita deve tutto temere, e tutto sperare nella parte meridionale, come quella ch’è più interessata nelle gravi quistioni, che sorgeranno per l’Oriente, e pel Mediterraneo. In una guerra con qualsiasi potenza l’Italia è vulnerabile nel mezzogiorno, e specialmente nelle Calabrie, in cui uno sbarco di nemici potrebbe fortificarsi solidamente, e con grande faciltà nella Sila, e di là minacciare il continente e la Sicilia. Una strada silana dà per contrario all’Italia l’opportunità di concentrar subito grossi battaglioni, pronti sempre non solo a resistere vigorosamente, ma a scendere alle marine ed appoggiati alla flotta correre ove meglio. La Sila con le naturali sue disposizioni è un gran campo trincerato, utilissimo a chi prima lo sa occupare e difendere. Nè sappiamo immaginare, come l’amministrazione militare non la guardi con quell’interesse, che converrebbe. Il ripetiamo l’Italia avvenire sta in gran parte nel mezzogiorno. In ogni estate converrebbe, che le guarnigioni calabresi ed altre truppe ancora si raccogliessero su gli spianati silani ad esercizi militari, che tornerebbero utilissimi, perchè le accidentalità di quell’agro sono così svariate, che simulano in piccolo spazio ogni varietà di suolo, su cui un esercito si può trovare ad operazioni guerresche. Nè sono a notarsi le grandi risorse, che troverebbe un campo d’istruzione, e di manovre; clima salutare, acque freschissime, erbe e fieni per la cavalleria, frutta dai limitrofi paesi, latticinii per ogni parte. L’effetto morale, che tali periodiche esercitazioni avrebbero sulle popolazioni calabre, sarebbe così efficace che la lunghissima e dolorosa storia del brigantaggio sarebbe per sempre finita. Queste periodiche esercitazioni influirebbero a creare ed ingrandire la futura borgata.
Mentre abbiamo accennato alla necessità delle strade ferrate, provinciali, convicinali, non dimentichiamo dire una parola sulle strade rurali e campestri, che dovrebbero innanzi tutto essere guardate, come quelle che sono il centro della vita commerciale, dell’economia privata e pubblica, e della salute popolare. La quistione delle strade rurali sta ancora intatta. L’economia e l’igiene non ancora hanno dimandato quanti danni e quanti beni vengono al popolo dall’avere cattive, o buone strade campestri. — Per l’Italia, che ha un suolo, per ragion degli Appennini, infinitamente accidentato, e per le Calabrie specialmente, le vie rurali racchiudono molti interessi. Dove vive il popolo italiano, e massime il Calabrese, e donde ricava il suo vitto, e la ricchezza sua? Pria che sorga il sole il popolo si gitta nei campi: per i monti, per le valli, sul ciglione dei dirupi, su per i greppi montani rumor di plebi e di strumenti rusticani suonano per ogni lato, e l’affannar di genti e di animali accenna per le malconce strade, che l’opera della fatica si comincia col dolore del travaglio. Il sole muore dietro i monti, e le medesime genti, e gli stessi animali, già stanchi per il lavoro quotidiano, risospirano il riposo della notte, e la pace delle povere case, ma conviene rifinire le forze, estenuate su e giù per sentieri malvagi, per viuzze dirotte, coperte d’inciampi, tagliate a pericoli, ringhiose, erte, precipitevoli, sicchè la vita sta in un continuo sforzo, in un’angustia dolorosissima, in uno sciupo miserando. E dopo tanto travagliare si vuole che il contadino, e l’animale, che gli va compagno al dolore della fatica, viva a lungo, agiato, contento, e non senta amarezza contro i gaudenti, e non muoja innanzi tempo, lasciando l’uomo una prole cenciosa, increscevole, e sfruttata per ire e tornarè dai campi? Si calcola che gli animali, che servono all’uomo, camminando per simiglianti strade, perdano un terzo delle forze, d’un terzo si deve scemare il carico del trasporto, ed un terzo di meno dura la vita; sicchè un paese che avesse un capitale di novanta mila lire in animali da viaggio, ne perde trentamila per la malagevolezza delle strade rurali. Nelle strade rurali sta il principale problema dell’economia, dell’igiene, della statistica ed anche della moralità. Esse sono come le arterie del cuore della vita pubblica e privata. Importa che la legge, e l’opera assidua e concorde dei municipii e degli onesti studiino e migliorino una causa di molti e principalissimi mali, importa infine che la stessa scienza si occupi seriamente ad esaminare tutt’i mali, che alla salute pubblica, all’economia sociale e privata, al benessere comune vengono dall’avere cattive strade rurali e campestri. Ora ritorniamo a cercar i mezzi per le strade silane. In prima ci si direbbe:
Ma nella povertà finanziaria, in cui versano lo Stato, le provincie, ed i comuni, come sarà possibile compiere opere, che non si fanno senza ingenti somme? Credo che la carreggiabile silana da Còraci a Petronà non potrebbe costare più di 250 mila franchi, ed altrettanti per l’impianto della borgata. Non vi comprendo il prolungamento dell’una, nè l’ampliamento dell’altra, poichè la prima è di necessità indipendente dalla Sila, e la seconda prenderà le sue regolari proporzioni in pochi anni appena, che i primi coloni abbiano cominciato a prosperare, e vi prospereranno. Ma le cinquecento o più mila lire quanto frutteranno alla ricchezza generale di molti comuni, alla pacificazione di due provincie, all’amministrazione della ferrovia calabra? Fu notato sapientamente, che le ferrovie sono dannevoli alle finanze governative, quando le strade convicinali non vi mettono capo. La silana verserebbe sulla più vicina stazione un’immensità di prodotti commerciali, e specialmente i latticinii, le carni, i fieni, le castagne, ed un’enorme quantità di legnami per costruzioni marittime. Se a questa asportazione, finora sterile per mancanza di strade, s’imponesse un modico balzello, la spesa della costruzione stradale sarebbe in pochi anni rivaluta. Ogni paesetto silano attualmente può asportare da quattro a sei mila tomoli di castagne a pastille , con interesse di due lire e mezzo a tomolo per solo trasporto sino a Cotrone, o alla marina di Catanzaro. Messe sulla carreggiabile potrebbero costare cinquanta centesimi per tomolo, ed altri cinquanta per balzello. In un anno, sommando almeno a trentamila tomoli l’asportazione, darebbero quindicimila lire di dritti stradali, e quarantacinquemila tornerebbero a bene dei proprietarii. Facciasi conto così per le altre derrate, e più per i legnami di costruzione, e per combustibile. Ma senza scendere a computi commerciali, che parlano eloquentemente da se stessi, puossi valutare l’interesse stradale per un altro lato più urgente. Si disse, che popolare ed istradare la Sila importa scavare una tomba perpetua al brigantaggio, pacificare, e prosperare le Calabrie.
Dal 1860 ad oggi quali danni ha recato alla proprietà il brigantaggio? quante somme ha costato alla provincia di Catanzaro solamente, ed allo Stato per taglie, per mobilizzare guardie nazionali, per stipendiare truppe e squadriglie nel combatterlo, e distruggerlo? L’animo ribrezza a ricordare il sangue versato dall’una e dall’altra parte, i dolorosi effetti sulla moralità dei popoli per le numerose fucilazioni, la miseria e la disperazione seminate in tante famiglie, le inonestà consumate, le vendette ferocemente compiute, ed altre nefande cose, che lasciano nella storia un solco oscuro e sinistro, che spaventa ed inorridisce. La medesima libertà nei suoi splendidi trionfi si copre di un velo, perchè non vegga, e segretamente piange con un dolore, che impietosisce anche la giustizia: sono i fratelli che si fanno la guerra e si maledicono morendo nell’ira del sangue. Nè si creda che il brigantaggio calabro è stato un fenomeno nuovo, che non ha avuto storia, e che non potrà risorgere, e minacciare l’avvenire. Sino a che dureranno le medesime condizioni, il brigantaggio, in un giorno di fanatismo e di delirio, sorgerà dalle ossa dei briganti, e minaccerà sempre la società. Bisogna, che la civiltà faccia disparire le tracce antiche, e colla pace insinui a tutti la concordia del lavoro e dell’onestà.
Non ci è dato qui neanco delineare gli sperperi finaziarii, cui ha dato occasione il brigantaggio, sperpero enorme alla proprietà dei particolari, agli erarii provinciali, e municipali, al tesoro dello Stato. Per quanta premura si fosse messa a chiedere alle amministrazioni governative i dati statistici, appena ci è riuscito averne alcuni: per i rimanenti ci conviene indurli per approssimazione. Nè abbiam potuto intendere perchè nel ramo militare si facesse un mistero la statistica sul brigantaggio. I disastri prodotti dal brigantaggio cominciano dal 1861 sino al 1867. Per ricatti ai proprietarii, e danni all’armentizia ed all’alboricoltura si può calcolare almeno per tre milioni nella provincia di Catanzaro; e circa altrettanti di lucro cessato per l’abbandono, in cui è caduta l’agricoltura.
La Commissione provinciale di Catanzaro per la distruzione del brigantaggio istituita nel 1863 sino al 1867 ha una statistica di L. 145,052.61 per sussidii ai danneggiati, e premii ad atti di valore.
Pel mantenimento di squadriglie nella Provincia si può calcolare a circa un milione di lire, e per circa dugento mila alle guardie nazionali mobilizzate.
Non so però se l’uso delle squadriglie sia stato un bene, od un male. Certo è che le squadriglie, reclutate tra gente, che sa le pratiche brigantesche, i luoghi, i nascondigli, le astuzie, possono essere efficaci nelle loro mosse. Ma è pure doloroso il considerare, che il loro ufficio è divenuto un mestiere di sangue, e d’inganni, come qualunque altro, ed ha bisogno, che il brigantaggio duri, o rinasca, altrimenti sarebbero condannate a vivere con altra vita. Che se qualcuno, per amore di veder pacificato il proprio paese, non si fosse posto generosamente a capo delle squadriglie, si sarebbero vedute cose fuor ogni modo ributtanti.
La truppa regolare impiegata contro il brigantaggio ha ricevuto un effettivo cangiante: in alcuni anni la maggior parte dei paesi avea guarnigioni, e colonne mobili perlustravano la campagna. Ma volendo ridurre a cifra normale la truppa, destinata a solo scopo di perseguitare i briganti, si può calcolare che un solo battaglione della forza di 500 uomini vi s’occupasse: per sette anni, consumando, come in piè di pace, 529 lire al giorno, s’avrebbero lire 1,313,088. Quindi senza contare le spese per i carabinieri, per le guardie di pubblica sicurezza, per le commissioni straordinarie, e riducendo al minimo la spesa della sola provincia di Catanzaro, si potrebbero avere 7,658,000 lire, causati dal brigantaggio.
Nella Quistione della Sila , a pag. 120; notammo che il Governo per un’inconsulta liberalità sospendendo l’esazione di molti dritti sugli usuarii della Sila, in sette anni avea perduto 600000 lire, bastevoli alla viabilità della Sila. Ora aggiungiamo che, se il Governo costituisse una società per la via silana, la potrebbe in pochi anni pagare solo che cominciasse a trasportar dalle foreste sulla marina jonia il legname da costruzione, oltre a molti altri cespiti, che offrirebbe la Sila stessa, vivificata al commercio.
Ci siamo raccolti intorno ad un calcolo, che per ogni riguardo deve esse tenuto per minimo; e pure è enorme! Chi considera che per istradare a commercio, e popolare la Sila si consumerebbe appena un ottavo di quella somma rapita al benessere delle Calabrie; non sa intendere come Governo e ricchi proprietarii non abbiano cercato modo, nè intendano a cercarlo, affinchè alle funeste rappresaglie del brigantaggio si metta riparo. Abbiamo cercato accennar di lontano le miserande cagioni del brigantaggio, evitando investigarne quelle, che negli ultimi anni generarono e riprodussero guai, che non facilmente si cancelleranno; poichè forse avremmo trovato per cagione una mano lunga e funesta, peggiore di quella mano misteriosa, che all’antico despota segnò in tre parole tre sentenze di eccidio. Sventuratamente le Calabrie sono disconosciute, ed iniquamente dimenticate: quasi distaccate dalla vita pubblica della nazione, ne subiscono l’inconsulto abbandono, come se fossero l’Irlanda e la Polonia d’Italia. Se confidano risorgere per sola opera governativa, non risorgeranno giammai: l’antico proverbio francese — ajutati tu, che Dio ti ajuta — deve essere la sola e vera parola per le Calabrie. Noi mettiamo un grandissimo interesse nella quistione silana, poichè teniam fermo, che dalla Sila dipende l’avvenire dell’agricoltura, dell’armentizia, del commercio, della ricchezza, della pacificazione delle Calabrie. La Sila darà i mezzi d’irrigare tutte le zone marittime, che potrebbero divenire feracissime per ogni coltura, somministrerà i migliori erbaggi per un’armentizia numerosa e ricca, abbatterà il brigantaggio, che con alito ferale distrugge ogni qualsiasi prosperità.
Sarebbe ormai tempo; che questa Sila si conoscesse e se ne traesse profitto. Un assetto bonario e definitivo tra possessori e Governo è d’uopo, che si metta. Ma perchè la Sila possa tornare a bene di tutti, deve essere popolata nei centri più opportuni a far prosperare le popolazioni raccoglientisi, e vivificarla con linee di strade convicinali. Finora i due mari, vicini che siano, stanno pel commercio separati peggio che il Mar Nero ed il Baltico. Le popolazioni, che guardano il Tirreno non hanno alcun che di comune con le montanare del Jonio, e se mancasse qualche convegno di commercio, come la fiera di S. Janni sotto Santa Severina, di Girifalco e di qualche altro paesetto cosentino, si potrebbe ben dire, che i Calabresi Jonici ignorano i Calabresi Tirrenii: e pure tra gli uni e gli altri non intramezzano se non gli ultimi ronchi dell’appennino, che si annodano, e si aggruppano specialmente nella Sila. Questi nodi per mancanza di strade ostacolano peggio, che le gigantesche Cordigliere, o l’Imalaya.
Facciam voto, che presto gl’Italiani, e massime i Calabresi si conoscano meglio, e si ajutino con il cambio e le permutazioni tanto delle idee, quanto del commercio. Ora bisogna, che gli scrittori, e gli uomini onesti dismettano utopie e velenose contumelie, dimendichino le vacue astrazioni, con cui è facilissimo armeggiare con parole impietosamente inani e romoreggianti, e si accomodino a rilevare i positivi interessi del popolo, chiarendone la mente per quelle pratiche virtù, ed in quei studii, che procurando l’onorata agiatezza calmano e soavizzano gli spiriti soverchiamente irritati e vaneggianti. La ricchiezza e la pace del popolo italiano stanno racchiuse nei suoi fertilissimi e svariati campi: il mare, che li circonda, è come un’infinita rete di ferrovie, per le quali può commerciare, senza intoppo, con l’universo; a questa rete è d’uopo, che facciano capo le altre dei monti e dei piani. Lo scrittore calabrese ha poi più urgente dovere di accudire agl’interessi regionali: le Calabrie, per quanto potranno in sveltezza d’ingegno, e feracità di natura gareggiare con le altre regioni italiane, e forse vincerle, vi si trovano ora in un’inferiorità e malagevolezza incontrastabile, donde non usciranno, se non si compiranno due leghe, due associazioni, quella degli scrittori, e quella dei proprietarii – associazione d’ingegni – associazione di ricchezza. È necessario che gli altri conoscano le Calabrie, e non le apprendano per l’esagerazione del mal nome, che l’è venuto dal brigantaggia, e dall’arte maliziosa di chi avea interesse ad isolare regioni per ogni verso degne di rispetto. Appoggiandosi ed avvivandosi l’una e l’altra lega, si toglieranno i due mali calabresi l’ignoranza ed il proletariato. Quando questo fecondo connubio sarà compiuto, si potrà lietamente dire che le Calabrie si sono ricordate della Magno-Grecia. 2
AVVISO
Filosofia delle Letterature P. I. a L. 3.
I Monti della Calabria L. 1.
La Quistione della Sila L. 1.
Queste altre opere del Prof. Agnelli si vendono presso i librai
G. Caruso e G. Mazzocca — in Catanzaro.
Giacinto Marietti — Torino — Piazza S. Carlo N. 10.
Giacomo Agnelli — Milano — Largo S. a Margherita N.° 1.
Morano Antonio — Napoli — Largo Carità.
Paggi — Firenze — Via Proconsoli.