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QUARTIERE DELLA LOGGIA

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QUARTIERE DELLA LOGGIA

QUARTIERE DELLA LOGGIA

Porta-Felice. — Marcantonio Colonna, Vicerè di Sicilia, dopo aver protratta la strada del Cassaro dalla chiesa di Portosalvo sino al mare nell’anno 1581, trovandosi la medesima nel suo principio nobilitata dalla Porta-Nuova , sembrò bene decorarla nel suo fine con altra magnifica e nobile Porta, acciocchè fra entrambe si tramezzasse a diritta linea il Cassaro . Il detto Marcantonio Colonna ne gettò la prima pietra fondamentale a 6 luglio 1582, e sotto vi si collocarono otto medaglie d’argento dorato; una dal Vicerè, e l’altra dal Pretore, e sei dai Senatori. Le fu imposto il nome di Felice a riguardo di Donna Felice Orsini, moglie del detto Vicerè. Nel 1583 quantunque non perfezionata, si aprì, essendosi interrotta la fabbrica per la partenza, ed indi per la morte in Ispagna nel 1584 del sopradetto Marcantonio; onde il celebre nostro poeta Antonio Veneziano morrealese fece un ingegnoso componimento in lingua del Lazio. Appresso fu ripigliata la fabbrica in magnifica forma con marmi bigi, sotto il Vicerè D. Lorenzo Suarez e Cordova, duca di Feria, nel 1602 e 1603, e si decretò dal Senato, che Felice Feria fosse chiamata. Si perfezionò nel 1637, sotto il governo del Vicerè D. Luigi Moncada, Duca di Montalto, che la fece incrostare di marmi, e adornare di colonne, di balconi e d’altri fregi, con alzarvi dall’uno e l’altro lato due ordini bastardi di dorici di pietre riquadrate, a’ quali D. Alfonso Enriquez Cabrera, grande Ammiraglio di Castiglia, Vicerè nel 1644, aggiunse due fonti. Dunque tutta la Porta è formata da due superbi pilastroni di ordine dorico, che si alzano da una parte, e dall’altra senza arco a volta, intonacati di marmo bigio. Al riferire di Fra Giacomo Amato, insigne architetto palermitano dell’Ordine de’ Ministri degl’infermi, o Crociferi, seguito in ciò dal Mongitore, il disegno è del famoso architetto Bramante Larzari d’Urbino. Ma essendo stata la Porta cominciata nel 1582, e la morte di Bramante avvenuta nel 1514, non può questa opinione aver luogo, se non supporsi, che pensando il Vicerè Marcantonio Colonna di edificare questa Porta , ne avea scritto in Roma, per mandarglisi un qualche disegno di autore famoso, e fra le carte di detto Architetto per avventura rinvenutosi questo, benchè ad altro intendimento lavorato, se ne avesse a tal uopo fatta la scelta. Sopra due zoccoli si alzano due colonne in ognuno de’ pilastri dello stesso marmo bigio con proporzionati piedistalli e capitelli, in mezzo a’ quali son due fonti, che versano abbondanti acque, e ad ognuno di essi si ascende per tre gradini. Sopra i medesimi si legge replicata una iscrizione; e in su di dette iscrizioni si osservano due nicchie con due statue di marmo bianco eguali, ossiano due canefore, che portano sul capo dei canestri con copia di frutta, essendo ognuna sostenuta da un lavorato piedistallo. Sopra queste due statue leggonsi due altre iscrizioni. Alle colonne sovrasta l’architrave con fascia e cornice che sostengono due balconi dall’una e l’altra parte ornati di ferrate, e negli angoli, a corrispondenza delle colonne, quattro piedistalli con quattro pine in cima. Fra’ quattro pilastroni, che presentano in quattro scudi, vale a dire, due da una parte, e due dall’altra, le arme del Vicerè e quelle della città, si aprono due porte, che introducono sì dall’una, che dall’altra parte in due comodi appartamenti, l’ingresso de’ quali è dalla parte dentro la città: ne ha la proprietà il Senato. Sopra le dette porte vi sono due aquile di bianco marmo, colle arme reali in petto, ed a’ fianchi due gran mensoloni. Corona l’edificio una ben intesa cornice con una balaustrata con altri quattro piedistalli, e quattro pine. In ambidue i lati dei due pilastroni si alzano come si disse, due ordini bastardi dorici di pietre riquadrate e lavorate . Fra questi in ogni lato si vede una fonte collo stemma della città, fatte nel 1642, e sopra quelle, che allo entrare miransi a destra, ed a sinistra, in due marmi si leggono due iscrizioni. Sostengon i pilastroni, l’architrave, la fascia, e la cornice, sopra delle quali si solleva una balaustrata di pietre d’intaglio con due larghe logge, che finiscono negli angoli con due statue, di S. Cristina l’una, e l’altra di S. Ninfa vergini e martiri palermitane. Si sollevano del pavimento sino alla cima palmi 92, e si dilatano, inclusi i due ordini bastardi, palmi 54. Lasciano nel mezzo la larghezza di palmi 32 sì per l’ingresso, che per l’uscita. Diversi sovrani e varî personaggi di alta distinzione hanno fatto il loro solenne ingresso in città per questa magnifica Porta .

Dopo essersi questa ammirata dal viaggiatore, può metter piede in città, e cominciare il giro interno della medesima. Si presenta alle prime la più nobile e principale strada, qual’è quella del

Toledo. — Essa è dritta tirata a filo, che conduce da un estremo all’altro della città, e va a terminare colla Porta Nuova . Viene ancora chiamata Cassaro dall’antica voce araba Acassar o Cassiron , come vuole il Muratori nell’opera postuma delle antichità italiane. Alcassar è l’istesso, che Castello , o luogo fortificato , qual’è appunto il Regio Palazzo; e dall’essere la detta strada sotto il Palazzo, venne chiamata Alcassar , e corrottamente Cassaro . Ne’ diplomi de’ re normanni, e presso gli strumenti de’ pubblici antichi notari si chiamava via Marmorea perchè era tutta lastricata di marmi. A giorni nostri si chiama via Toledo dal Vicerè di tal nome, che nel 1564, essendo Pretore Bernardino di Termini, barone di Mirribaida, ne ordinò l’allargamento e la continuazione da S. Antonio, dove terminava, sino alla chiesa di Portosalvo . Onde fu poi, siccome si è accennato di sopra, nel 1581, essendo Pretore Gerardo Alliata, dal Vicerè Marcantonio Colonna prolungata sino alla Porta Felice , e questa seconda operazione costò al Senato quarantamila scudi. La sua lunghezza è oltre un miglio, e da fabbrica a fabbrica è larga circa palmi 43 siciliani. È selciata di larghe lastre di pietra viva, ed a’ fianchi attaccato alle fabbriche vi è un marciapiede di sufficiente larghezza per comodo della gente a piedi. S’incominciò a lastricare nel 1702 sotto il Pretore D. Federico de Napoli, Principe de Resuttano; e nel 1705 dal Pretore D. Calogero Colonna, Duca di Cesarò, si protrasse sino alla piazza Marina . Si tirò avanti ne’ governi successivi, e finalmente ebbe il suo compimento nel 1778 dal Pretore D. Antonino La Grua, Marchese di Regalmisi. Una porzione di questa strada, vale a dire, da Porta Felice sino alla chiesa di Portosalvo , si chiama Cassaro morto , sì per la mancanza delle pubbliche funzioni , e perchè il popolo vi è men numeroso ed attivo, sì ancora perchè prima di lastricarsi non era tanto frequentato dalle carrozze. Lungo questa strada in ciascheduno de’ lati si osservano grandi e magnifici palagi, molte nobilissime chiese, cinque larghe piazze, diversi gabinetti di conversazione, eleganti botteghe, caffè, bigliardi, ed altro che l’abbelliscono, frequentata in tutte le ore da un numeroso concorso di persone e di carrozze; di tratto in tratto sopra braccia di ferro, che sporgono dalle mura, vi sono de’ fanali che si accendono in tutte le notti; e detti fanali sono anche disposti per tutta la città, la quale s’illumina tutte le sere.

Il primo sontuoso e vasto edifizio che all’entrar da Porta Felice sulla destra è il

Conservatorio di S. Spirito. ( Hospice des Enfans-Trouvés ) . — Prima di questo pio stabilimento destinato a sostenere e proteggere quelle vittime infelici, che debbono alla sregolatezza degli uomini la vita e la miseria, esisteva una Confraternita sotto il titolo di S. Bartolomeo, ignorandosene il principio. Il certo si è, che avea luogo nella contigua chiesa parrocchiale di S. Nicolò la Kalsa per suo particolare istituto l’esercizio della ospitalità, fiorendo verso l’anno 1321. In seguito dalla detta Confraternita, fu fabbricato in questo locale lo spedale di S. Bartolomeo contiguo alla parrocchia di S. Nicolò la Kalsa, e fra questa e quello vi era una porta intermedia, per la quale i Cappellani della parrocchia entravano ad amministrare i Ss. Sagramenti agli infermi. Ma nell’anno 1581, dovendosi protrarre la via Toledo dalla Madonna di Porto Salvo sino a Porta Felice , fu di mestieri, che si smembrasse dalla detta parrocchia, per farsi correre nel mezzo la novella strada. D. Giovanni Fernandez Paceco, Marchese di Vigliena, vicerè di Sicilia, a 10 novembre 1608 gettò la seconda pietra per proseguirsi l’incominciata fabbrica. Questo ospedale era ragguardevole per la magnificenza delle fabbriche, per la disposizione delle infermerie e delle stanze, e per la maniera, colla quale si assistevano e si curavano gli ammalati.

Nei tempi andati la ruota di esposizione dello istituto dei projetti era nello spedale grande di Palermo. Al 1826, abolito lo spedale di S. Bartolomeo, e riunito allo spedale grande suddetto, fu nel detto ospedale di S. Bartolomeo trasportata la projezione ove attualmente esiste sotto il nome di Conservatorio di S. Spirito. L’oggetto di questa pia instituzione è dare un asilo agli infanti esposti o abbandonati, onde impedir gli infanticidî, e quella quantità di spuri bambini che esponeansi a perire nelle strade.

Il prospetto di questo grande edifizio forma tre piani, escluse le botteghe, in una delle quali si vendono le manifatture dello stabilimento, ed in un’altra una farmacia è fornita di buoni medicamenti sì per servizio del Conservatorio, come anche vendibili al pubblico. Nel centro vi sta la porta principale: all’insù di questa si legge una iscrizione scolpita in marmo bianco; e più sopra una medaglia in istucco del Re Francesco I, è sostenuta da due genî. Sotto il cornicione della facciata si vede una pittura del Riolo; e le pitture delle finestre sono del Platania.

Entrandosi per detta porta, per due gradini si ascende in uno spazioso cortile di forma quadrata, circondato da 28 colonne di pietra bigia con altrettanti archi. Si alza nel centro una artificiosa fontana di marmo bigio fatta nel 1678. Le stanze a pian terreno all’intorno del colonnato suddetto si occupano parte per il servizio di questo istituto, e altre per le fabbriche dei varî tessuti. Dalla parte orientale vi è una grande scala che dà la salita ai suddetti tre piani che abbracciano molti ripartimenti.

Tralasciando i più minuti dettagli di ciò che di commendevole presenta siffatto stabilimento pel suo regime interno non meno che per la parte della disciplina, e pel buon trattamento delle Projette, è grato il poter dire, che degni di particolar menzione ed elogio sono i locali addetti al Baliato interno ed alla Infermeria, e pel metodo e regolarità del servizio, e per la nettezza delle culle e dei letti, e per la cura veramente paterna, con cui vengono allevati i bambini, ed assistite le inferme.

Parlando del ripartimento del Baliato di detto stabilimento si osserva la massima esattezza nella recezione dei bambini, e nella scrittura che per i medesimi si tiene, ed ecco ciò che si pratica.

Allorchè un bambino è immesso alla ruota di esposizione, sita in fondo al vicolo che corrisponde dietro l’edificio, la medesima girando su i cardini su’ quali sta appoggiata, muove un sonaglio di campanelle, che avverte la ruotara dello arrivo di un nuovo venuto. La medesima nota in un rapporto che fa, l’ora dell’immissione, il sesso, la filiazione, le vestimenta, ed altri segni che avrà portato il bambino. In seguito spoglia il bambino degli abiti, e gli appone al collo una medaglia di ottone con un numero, un’altra medaglia dell’ugual numero si attacca alle vestimenta ed ai segni al bambino levati, quale medaglia non sarà tolta al bambino se non dopo di essere stato battezzato e registrato in un libro detto di recezione, l’ora dell’arrivo, il sesso, la filiazione, il giorno del battesimo, le vestimenta, i segnali ec. e ciò per non perdersi l’identità del bambino nel caso sarebbe ricercato dai genitori, come spesso accade.

Nel baliato vi sono ordinariamente 24 balie, due delle quali sono destinate a lattare i bambini scabiosi, che stanno in un locale a parte per impedire il contagio. Le balie possono essere accresciute di numero secondo i bisogni.

In questo stabilimento si coltivano le lettere e l’aritmetica. Vi si osservano le scuole, cioè cinque di leggere per classi diverse, e di aritmetica; le altre scuole riguardano le manifatture, come si è la scuola dell’incannatojo, l’orditura, i tessuti con i telari alla svizzera, altra dei telari a petto detti alla siciliana, il ricamo. Vi ha pure una scuola di disegno per quelle tali recluse addette al ricamo. I fiori, la scuola delle paglie all’uso di Firenze la quale comprende tre classi, cioè le treccianti, le cucitrici e le lavatrici; vi hanno inoltre due scuole le quali sono colà stabilite per uso dello stabilimento, e sono la costura e la calzolaria. Vi ha pure una filanda per ottenere la così detta trama per le coltre stampate.

Bello è il sentire nei giorni festivi e precisamente nella settimana santa e nel Corpus Domini le funzioni di chiesa dentro lo stesso stabilimento, cantate dal coro delle recluse, composto da sedici cantanti bene istruite nell’arte della musica che vi hanno appreso.

È da sapersi che in questo stabilimento i bambini, che si espongono alla ruota, arrivati all’età di anni sette, quelli che saranno maschi sono inviati all’Ospizio di Beneficenza, dove ricevendo una educazione militare, sono ancora addestrati alle arti o mestieri ed anche alla musica militare, cioè di banda. Le femine però restano rinchiuse nel Conservatorio suddetto, ove sono educate alle arti, alla manifatture, alla musica, alle lettere, alla morale, ed alle pratiche religiose, donde non escono che per andare a marito, ricevendo allora in dote un legato per una sola volta di ducati 103,50.

È governato questo stabilimento da un Sopraintendente e due governatori, dei quali uno si chiama governatore dell’interno, l’altro governatore del baliato, amministrando ognuno il ramo che gli compete. Nello spirituale governano un rettore ecclesiastico, un cappellano ed un economo.

Le rendite di questo stabilimento ascendono ad onze 13358 circa all’anno; e le spese ad onze 13359.

Statistica del 1841 dell’istituto di Projezione in Palermo.

Esistenti in Baliato a 1 o gennaro 1841 75

Esposti ricevuti nel 1841 777

Sommano 852

Morti in Baliato nel 1841 548

Restano 304

Dati a Balie fuori lo stabilimento 214

Restarono in Baliato a 31 dicembre 1841 90

Il numero di 548 morti, posto a fronte del num. 852 ammessi nel 1841 presenta la mortalità al 65 per 100.

Terminato di visitare questo luogo ed uscendosi per la detta porta maggiore nella via Toledo , a pochi passi vi è la

Parrocchia della kalsa, già casa e chiesa della Catena de’ Padri Teatini. L’antica città di Palermo era sita in uno sperone di terra, che si stendea dal Real Palazzo per la parte del Toledo , e terminava alla chiesa di S. Antonio, e dall’uno e l’altro fianco era cinta da due comodissimi porti, con imboccatura ad entrambi comune. La bocca di questo porto era così angusta che ben chiudevasi con una catena di ferro di soli 50 passi. Sulla punta della terra della parte destra, ove attaccavasi detta catena, vi era un’antica chiesetta, che dalla detta catena denominavasi S. Maria della Catena . Non v’à però memoria del tempo in cui fu fondata. Il nome della Madonna della Catena si vuole confermato, o comunicato da un prodigio, che da parecchi autori dicesi essere avvenuto in questa chiesa nel 1352. Obbligati da dirottissima pioggia, accompagnata da folgori e tuoni, vennero a ricoverarsi in detta chiesa tre rei, mentre avviavansi al patibolo. Essi fatta di notte affettuosa preghiera alla sacra Vergine, dormendo le guardie, si videro infrante le moltiplicate catene, e dischiusa la porta, ne uscirono liberi. Rinvenuti al nuovo giorno, e ricondotti innanzi il capo della giustizia, sentito il prodigio, ne diede questi l’avviso al re Martino, e quel religioso Sovrano non solo concedette a’ tre rei la vita e la libertà; ma spinto del miracolo portossi colla Regina di lui moglie a visitare la sacra immagine. Anticamente il quadro, che esprimeva il suddetto miracolo, era sopra una delle porte della chiesa con una iscrizione.

Dopo questo miracolo si fabbricò in onor di Maria Ss. l’attuale magnifico tempio, ed il re Martino, e la regina Maria moglie vi contribuirono per la costruzione della nuova chiesa. Fuvvi fondata una Confraternita sotto lo stesso titolo della Madonna della Catena , che era governata con alcuni capitoli formati a 6 aprile 1513. Vi ufficiavano tredici preti. Coll’andar del tempo fu conceduta a’ Padri Teatini, la religione dei quali si stabilì in questa Capitale a 24 agosto 1602 col speciale favore del vicerè D. Carlo di Aragona Duca di Terranova, e della moglie donna Giovanna Pignatelli; sebbene nel 1581 ne avea ideato il disegno il vicerè Marcantonio Colonna. Il Senato palermitano per la formazione della Casa, che servir dovea di abitazione ai primi padri di questo istituto che lo vennero a stabilire in Palermo, accordò loro tremila scudi. Nell’anno 1815 per ordine del Governo fu evacuata da quelli pochi Padri che l’occupavano, e che passarono in S. Giuseppe, essendo allora restata destinata per ospedale delle truppe britanniche.

Alla chiesa, rivolta col frontispicio all’occidente, vi si ascende per una semi-circolare scalinata che dà l’ingresso in un bel portico fabbricato di pietra riquadrata, e sostenuto da otto colonne di diversi marmi. Sopra l’arco centrale di detto portico, dalla parte esteriore, in un marmo si legge una iscrizione. In una nicchia sopra l’iscrizione sta collocata una statuetta di marmo di S. Cristina. Vi sono tre porte, una grande nel mezzo, e due minori ai fianchi, tutte e tre adorne di delicati lavori di marmo, che sono opera dello scultore Vincenzo Gagini, e dánno l’ingresso nella chiesa. L’interno già di architettura gotica, è ripartito in tre navate con cappellone e 9 cappelle. La nava maggiore contiene 14 colonne di diversi marmi, alcune delle quali sono di granito di Egitto, ed una di verde antico, dove si appoggiano 12 archi. Nel cappellone vi è l’altare maggiore, e nello sfondo del muro sta dipinto a fresco il miracolo della Santissima Vergine a favore dei tre rei condannati a morte. Alla cappella del Crocifisso, ch’è la prima dalla parte del Vangelo, succede quella di S. Gaetano, ed il quadro (sebben non de’ pregevoli) è pittura di Pietro Novelli, detto il Morrealese , pittore che meritò dagli stranieri il soprannome di Raffaello della Sicilia ; la terza cappella è di S. Andrea Avellino, ed il quadro di Andrea Carrega trapanese. Indi segue una porta, che dà l’uscita sulle mura della città, ed ai fianchi stanno due tumoli, uno appartenente alla famiglia Morso, e l’altro a quella di Firmatura. L’ultima cappella è dedicata a S. Gregorio Taumaturgo: il quadro che vi sta è pittura di Olivio Sozzi. La prima cappella del lato dell’Epistola, contigua al cappellone, è dedicata a S. Giuseppe, e vi sono due sepolcri; la seconda alla Natività di Gesù Cristo con un quadro antico; la terza al Beato Giuseppe Cardinal Tommasi; la quarta con isfondo, statue di marmo e cancello di ferro alla Madonna della Catena con quadro antico sopra tavola, cui stanno avanti due mezzane colonne di porfido; e finalmente la quinta cappella a S. Monaca. Tutte le pitture a fresco sopra la porta, nella volta e nel cappellone sono di Olivio Sozzi, volgarmente detto Olivieri di Catania. Oltre dei sepolcri, che sopra abbiamo accennato, ve ne sono alcuni della famiglia Colnago, e molte lapidi sepolcrali sparse per tutta la chiesa appartengono a diverse famiglie nobili, ma di antica epoca. Questa chiesa è governata da un parroco, che appresta i Ss. Sagramenti.

Uscendo dalla porta maggiore di questa chiesa, e ritornando in istrada, alla parte sinistra vi è l’officina dei dazî indiretti, e la Porta della Doganella , per la quale entrano ed escono le mercanzie che vanno e vengono per mare, soggette ai dritti di Dogana. Dalla parte destra si sale nelle mura della città, ed in fondo al vicolo n o 2, vi è la

Chiesa della carità. — D. Ettore Pignatelli, Duca di Monteleone e Vicerè di Sicilia, esercitando la sua carità nel visitare e servire gli infermi dello antico Spedale di S. Bartolomeo, istituì nel 1533 una divota Unione di Nobili, per applicarsi a sì cristiano esercizio, colla direzione di due ecclesiastici. Prese luogo questa congrega in un piccolo oratorio sotto il nome di S. Maria della Candellara, volgarmente Candelora , dentro lo spedale suddetto, e si diede principio al pio esercizio del divisato istituto con profitto ed ammirazione del pubblico. Nell’anno 1543 prese il titolo di Compagnia , che fu la seconda dopo quella dei Bianchi , ed intervenne alla processione del Corpus Domini con sacco e visiera di tela cruda grossolana, con cinto di corda, ed a piedi scalzi, usando torce di cera gialla. Il primo oratorio che fabbricarono fu a pianterreno, e sotto l’attuale chiamato la Madonna della Candelora . Vi rimase per molti anni, ma non sembrando buono ai fratelli, ne costruirono un altro nelle mura della città, che soprastano alla Cala , ossia il Porto piccolo ov’era l’antica sala , chiamata delle donne , composta di una gran loggia sostenuta da più colonne, ed eretta dal Senato per luogo di passatempo e di delizia delle Dame palermitane, che colà si radunavano ne’ tempi estivi a respirare le aure fresche del mare, ed a godere del passeggio. Nell’anno 1573 si diede principio all’attuale oratorio, il di cui frontispizio guarda l’occidente, ornato essendo di pietre d’intaglio. Vi si ascende per una scala scoperta con gradini, e con una balaustrata ai fianchi di pietra bigia. È assai spazioso, rimodernato nel 1780 con istucchi, pitture ed oro. Dentro il cappellone vi è l’altare di marmi con intagli dorati. In fondo dello stesso attaccato al muro si osserva un quadro di Gesù Cristo, che lava i piedi agli Apostoli, opera di Francesco Potensano, pittore nel 1580. Sopra l’altare si venera una Immagine di rilievo del Ss. Ecce Homo , che il pubblico la visita ogni venerdì con divozione. Nelle mura laterali vi sono due quadri dipinti a fresco dal Borromans fiammingo, che stabilì la sua dimora in Palermo, ed a spese del benemerito cittadino D. Francesco di Emmanuele, marchese di Villabianca, di cui si veggono le armi gentilizie. Uno di questi esprime la parabola del Samaritano e l’altro della Probatica Piscina . In questa chiesa sono magnifici i sedili destinati per li superiori, perchè di ebano con lavori di avorio e di madreperla. Indi si passa nella sagrestia, e ne’ cameroni, ove stanno appesi i ritratti di alcuni superiori. Il Beato D. Giuseppe Cardinal Tommasi fu fratello di questa Compagnia, e ne’ ruoli si legge la sua firma, quando da ragazzo fu ricevuto.

Ritornando nella via Toledo , e continuando l’intrapreso cammino s’incontra la

Chiesa di porto-salvo, fabbricata presso il mare, a causa di una immagine di Maria Vergine dipinta nel 1524 sotto un arco vicino all’antico porto, per comando del Generale delle galere di Sicilia, il quale, mercè l’intercessione della Vergine era scampato da un orribile naufragio mentre che ritornava vittorioso dal sacco dato alle coste dell’Africa. I marinari, ed altre persone che abitavano vicino la Santa Immagine, concepirono una gran divozione per la stessa, e da questi comunicatasi a tutta la popolazione, si accrebbe tanto il culto, che subito le si eresse questa chiesa. Essa ebbe il suo principio nel 1526, e si terminò nel 1527. È fabbricata di pietre riquadrate con tre navi, cappellone, colonne, tribuna e sette cappelle. Dovendosi nell’anno 1581 perfezionare la via Toledo da questo sito sino alla Porta Felice , fu necessario gettarsene a terra la metà colla tribuna e colle cappelle maggiori, onde rimase dimezzata, ma non difforme. Ha due porte, una vicina all’altare maggiore che corrisponde dirimpetto al palazzo delle Reali Finanze, e l’altra nel Toledo . Va ripartita in tre navi con quattro archi appoggiati sopra otto colonne di diverso marmo, fra le quali una di verde antico. Nell’altare maggiore si venera l’antica miracolosa Immagine dipinta a fresco. Vi è in questa chiesa una Confraternita composta di nobili, negozianti e forensi.

Uscendo dalla porta vicino l’altar maggiore, si presenta il magnifico

Palazzo delle reali finanze e borsa di commercio. — Sotto il Vicerè Marcantonio Colonna a 30 aprile 1578 si gettò la prima pietra delle fondamenta del vecchio edificio, nell’angolo dirimpetto la chiesa di Porto-Salvo, destinato allora per la Regia Dogana; ma poi nel 1595 governando il Conte di Olivares, divenne nel piano superiore stanza de’ Tribunali di giustizia, e nell’inferiore delle pubbliche prigioni, come erano quattro anni addietro, e l’edificio si chiamava Vicaria .

L’edifizio del Palazzo delle Reali Finanze, è uno di que’ monumenti che allo sguardo degli stranieri, ed alla considerazione dei nostri posteri darà rimarchevole saggio dell’epoca del regno di Ferdinando II. Questo nostro augusto Signore ha con tal mezzo provveduto alla deformità ed ai pericoli che arrecava ad una bella città l’antica prigione, la quale sorgendo nel migliore e più frequentato punto di questa capitale nuoceva alla salubrità dell’aria, ed offriva incessantemente il prospetto di ciò che la società racchiude di più tristo e di più affligente. Ed ecco che, con meraviglia ci siamo inopinatamente trovati nel possesso di un bene che parea molto lontano. Quella parte del vecchio edifizio si è convertito in Palazzo delle Reali Finanze .

L’antico carcere rimase vuoto nel maggio 1840; ed i detenuti che in questo esistevano si trasferirono e si racchiusero alle grandi nuovi prigioni già utilizzate. Nello spazio di quattro anni si terminò questo maestoso fabbricato sotto la direzione dell’architetto D. Emmanuele Palazzotto . Tutte le costruzioni e le disposizioni interne sono di creazione novella, e niente è stato risparmiato onde rendere questo edifizio il più comodo, il più elegante ed il più ricco di Palermo. In agosto 1844 fu occupato dalle regie amministrazioni che infine nomineremo.

La facciata principale che guarda il mezzogiorno, è decorata di un elegante portico di quattro colonne e due pilastri d’ordine dorico-siculo di pietra d’intaglio, rivestiti di lucidi stucchi, con architrave, fregio, cornice. Questo portico, di cui la composizione dovette costare grandi sforzi d’ingegno, è un lavoro degli architetti de’ nostri tempi. Formata d’un solo ordine di colonne le mura si presentano immediatamente vestite di lucido stucco. Il palazzo fa quattro piani, con 39 finestre di disuguale dimensione nella facciata principale. Ai due angoli di questa vi stanno in basso rilievo trofei in istucco. Pochi gradi mettono sotto il portico, chiuso da cinque cancellate di ferro fuso a diversi lavori; il pavimento è bellissimo, la volta e le pareti con ornati di stucchi; in una nicchia si vedrà la grande statua di marmo del Re Ferdinando II, che sarà scolpita dal bravo Nunzio Morello palermitano. A destra ed a sinistra di questo porticato, le stanze sono occupate dalle officine del registro per gli atti civili. Da qui per due porte che dánno l’adito al palazzo, prima di entrare nell’atrio, mette a destra alla comoda scala maggiore che porta ai piani superiori. Quindi si entra nel cortile bene lastricato, con pilastri ed archi in tutti i quattro lati, sotto ai quali corrono i corridoi, e si entra nelle stanze del primo piano; come lo stesso si trova nei corridoi degli altri tre piani: attaccato al muro vi sta un fonte che manda abbondantissima acqua. La Borsa di Commercio è stata destinata in questo atrio; come ancora per lo stesso uso il vestibolo coperto, a destra del fonte, bene architettato, rivestito di lucidi stucchi, fregiato di diversi emblemi, e pavimento nobilissimo. La facciata che dà nella via di Porto-Salvo , è rivestita di lucidi stucchi, vedendovisi 63 finestre con una porta nel centro chiusa da inferriata. Entrando per questa a destra si vede un’altra magnifica scala che conduce al secondo piano. L’altra facciata che corrisponde nella via de’ Cassari , ne ha 22 con due inferriate nel centro che dánno anco l’ingresso al palazzo. Finalmente quella che sta nella via de’ Tintori contiene 56 finestre. Le amministrazioni regie che occupano questo palazzo sono le seguenti: la Real Tesoreria generale e l’Agenzia del Contenzioso per la Sicilia; la Commessione di Revisione presso la detta Tesoreria generale; la Direzione generale dei Rami e Dritti Diversi per la Sicilia; l’Aula e la Procura generale della Gran Corte dei Conti; le officine del Registro per gli atti civili; il Banco delle Due Sicilie, e Governo della Cassa di Corte di Palermo; la Borsa di Commercio e quanto pria il Grand’Archivio.

Uscendo da questo palazzo per dove si entrò, e proseguendo il cammino per la via Toledo , s’incontrano diverse abitazioni di Nobili, come sarebbero quella del Conte Amari, del Principe della Roccella, e del Principe di S. Margarita. Finalmente si arriva ad una parte del Toledo , chiamata

Madonna del cassaro, che è, per così dire, la piccola Borsa ove in certe date ore si radunano i negozianti, i sensali, ed i padroni e capitani de’ bastimenti esteri e nazionali per coloro che volessero noleggiarli, trovarli subito, restando appesi gli annunzî del destino dei legni da partire nei burò di noleggi; e nel vicolo della Neve vi si veggono appese le cartelle, ossia gli avvisi teatrali, ove si indica il teatro e le rappresentazioni che avranno luogo.

Facendo altri pochi passi si arriva ad un arco della casa del Marchese Vannucci segnata di numero 457, ed entrando per questo s’incontra una piazzetta, nella quale alla destra vi è la

Chiesa di s. sofia. — I tavernieri la maggior parte Lombardi nei tempi antichi uniti in consolato, hanno avuto per loro protettrice S. Sofia . Prima non avevano chiesa propria, ma una cappella in quella del Ss. Crocifisso dell’ Albergaria . Nel 1589 comprarono un magazzino e vi eressero la chiesa attuale. In seguito nell’anno 1606, fatto l’acquisto di un’altra casa, la ingrandirono. In questa chiesa nulla vi è di rimarchevole.

Volgendosi a destra, il viaggiatore traversa quella strada che si chiama vicolo de’ Bottonari , ed a pochi passi ecco alla

Loggia, piazza e fonte del carraffello. — Questo luogo fabbricato sopra terreno che fu disseccato, si appella la Loggia , che dà il nome a tutto questo quarto di città, perchè anticamente vi erano due logge, l’una dei Genovesi, e l’altra de’ Catalani, ove si portavano per trattare i loro affari. Vi si facevano gli incanti per le gabelle, ed altresì le vendite del Monte della Pietà , e di altre regie e senatorie Corti. Nel 1553 esisteva ancora in questo luogo il Banco pubblico, volgarmente detto la Tavola . Al termine della via della Loggia è una piazza in mezzo della quale sorge il fonte del Carraffello , eretto nel 1591, simile ad un tumolo di marmo che da un’urna ben grande con sopra una pina versa in gran copia limpida e leggerissima acqua da otto canne, a differenza del Carraffo grande , di cui fra poco parleremo; vi si legge una iscrizìone, replicata anche nella parte di dietro. L’autore di questa iscrizione s’inganna, se, come porta il comune pregiudizio, crede, che l’acqua di questo fonte derivi dall’altro superiore del vicino Carraffo ; giacchè la sua sorgente si trova nella piazza della Bucceria sotto una volta di fabbriche, che rimane sotterra al luogo centrale, dov’è la fontana, che a quella appartiene. Nella casa, ch’è sita in questa piazza dirimpetto alla loggia de’ Catalani un tempo di Rampetto, in una nicchia si vede il busto di marmo dell’imperatore Carlo V col Crocifisso in petto.

Da questa piazza si passa alla via dell’ Argenteria nuova , da una parte e dall’altra della quale vi sono botteghe di argenteri e di orefici. A metà di questa strada vi è alla destra la

Chiesa di s. eulalia de’ catalani. — Questa chiesa fu fondata dai Catalani, ma non se ne sa con certezza l’epoca. La nostra storia ci rapporta, che in due volte passarono dalla Catalogna parecchie famiglie in Sicilia. La prima nel 1282 col Re Pietro d’Aragona, fra le quali si numerano la Moncada, la Valguarnera, Aragona, Cardona, Centelles, Cruillas, Isfar, Queralto, Villaraut ed altre. La seconda volta nel 1392 col Re Martino, e fra queste vi furono la Corbera, Santa Colomba, Ages ed altre; che perciò non può esservi dubbio, che fosse stata fondata dopo uno di questi due passaggi; e siccome le famiglie venute la prima volta, e che si stabilirono in Palermo, furono in maggior numero, e le più ricche, può credersi bene che la fondazione ebbe nel 1282. Fu sul principio sotto titolo della Santissima Vergine, e dipoi dedicata a S. Eulalia vergine e martire catalana. Prima del 1630 cominciarono una sontuosa chiesa, che restò imperfetta. Nella facciata, che dà nella detta strada, vi sono gli stemmi dei Catalani, e parecchi busti di Re aragonesi. Nella chiesa si possono osservare quattro colonne di marmi di Barcellona con macchie. Nel cappellone vi è l’altare maggiore, in cui si venera l’Immagine della Ss. Trinità. La cappella nell’estremità del T dalla parte destra è dedicata a S. Eulalia, col quadro dipinto nel 1636 da Gerardo Storino palermitano. Nell’altra estremità della parte sinistra vi è la cappella della Madonna di Monserrato col quadro dipinto dal detto Storino. Questa chiesa fu destinata da Vittorio Amedeo all’ instituto dei chierici che sono un corpo di preti quivi ritirati, soggetti ad un Preside che scelgono fra loro. La festa di S. Eulalia si solennizza il dì 12 febbraio; ma la principale è quella della Ss. Trinità .

Rimpetto alla porta di questa chiesa vi è la

Fontana del carraffo. — Questa parola Carraffo è araba, e significa pigliar dell’acqua con alzar la mano . S’innalza questo fonte in un recinto lastricato di larghe pietre, chiuso da una ferrata con colonnette, lasciando in varî luoghi un ingresso al pubblico. Il fonte è di pregevole lavoro, tutto di marmi a diversi ordini. Dalle bocche di diverse teste di un’idra si vedono scorrere le acque, e cascano in diversi fonti, che sono sostenuti i quattro del primo ordine dalle code di quattro delfini, e quelli del secondo dalle teste di detti pesci. L’idra cennata sta sottoposta ad un’aquila, sul cui dorso signoreggia la statua dell’Abbondanza che fa termine e compimento alla fontana, la quale fu alzata in aprile 1698 a disegno di Paolo Amato, architetto del Senato, giacchè l’antica era attaccata al muro occidentale, e fu tolta per l’umido che recava alla casa contigua. Le acque sono abbondanti, limpide e leggiere. Nelle mura laterali a questo fonte vi sono diversi lavori di marmo, con iscrizioni. Nel muro destro vi è il Genio di Palermo seduto in una nicchia, ed ai fianchi all’impiedi due piccole statue di sante vergine palermitane. Nella fascia sotto il piedistallo del Genio stanno scolpiti gli stemmi dei quattro quartieri della Città, che sono il Serpe verde, appartenente a quello dell’ Albergaria , un Ercole o un Sansone che sbrana un leone a quello del Capo , lo stemma austriaco a quello della Loggia , e finalmente la Rosa a quello della Kalsa .

Continuando l’intrapresa via, si arriva alla

Piazza della bucceria o il mercato vecchio. — Nel luogo ove è oggi questa piazza, vi fu l’antica dei Saraceni. Si chiama Bucceria , ossia Beccaria da una voce francese, che significa macello . Essa è girata intorno da botteghe di ogni commestibile. Nell’anno 1783 dal Vicerè Marchese Caraccioli fu migliorata e resa alla forma di loggia quadrata con pilastri, architravi, cornici, balaustrate con vasotti al di sopra di pietra intagliata. Ne adorna il centro una fontana sotto della quale, come si è detto, è la sorgente dell’acqua del Carraffello , ed ivi si vende pollame e pesce.

Dopo essersi osservata questa piazza, si esce altra volta nel Toledo per la via de’ Pannieri , che all’istesso conduce, e proseguendosi l’incominciato avviamento si vede l’abitazione del marchese di Roccaforte; indi si arriva alla

Chiesa e parrocchia di s. antonio. — Vicino questa chiesa parrocchiale fu in tempi remoti una torre della città col nome saraceno Blaych , in cui terminava la città di mezzo con due capacissimi porti, ne’ fianchi, e poi vi fu l’antica porta dei Patitelli : nella sommità della suddetta torre erano sopra diverse pietre alcune arabiche iscrizioni che ai tempi di Ranzano, per opera di un siriaco impostore, caldaiche si credettero, e si predicarono per monumenti dei tempi patriarcali. Nel 5 marzo 1823 questa chiesa fu fracassata dall’orribile tremuoto che rimase del tutto abbandonata; e da pochi anni in qua è stata ristorata ed aperta. Essa vantava l’antichità di più secoli, e se ne ignora distintamente l’origine. Nulladimeno la sua prima notizia apparisce nel 1220, nel quale anno fu trasferito il dritto parrocchiale della chiesa di S. Cataldo a questa. Tra gli anni 1302 e 1313 Giovanni e Manfredi Chiaramonte contribuirono alla fabbrica del campanile. Questa nuova chiesa è posta in luogo eminente appunto dove fu la torre di Blaych , e la porta dei Patitelli , sopra la piazza della Bucceria . Vi si entra da un portone con istrada coverta, al parete di sinistra vi sono incastrati due medaglioni di marmo bianco rappresentanti la Vergine Annunziata dall’Angelo, e sopra di essi il Dio Padre anche di marmo. Questa strada mette in una piazza disuguale, alle cui parte settentrionale, per via di una gradinata si scendeva nella Bucceria ; nella sopraddetta piazza vi sono le stanze ove soggiornano i Cappellani. La chiesa ha la fronte rivolta ad occidente, e nell’angolo meridionale vi ha il campanile di fabbrica antica, che più volte è stato ristorato, e nell’anno 1595, perchè minacciava rovina, si abbassò. Vi è in esso il campanone della città innalzato a 24 aprile 1575 destinato al suono delle ore col suo oriuolo a campana, che si ode per ogni parte. Tre sono le porte di questa chiesa, tutte nel frontispizio, una maggiore e due minori. Al di fuori la porta maggiore vi sono ai lati due statue di marmo di S. Pietro e S. Paolo apostoli. La forma della chiesa è quadrangolare, nel centro ha quattro colonne di pietra, sopra le quali si voltano gli archi, ed ergesi una cupola, che sta centrale nella chiesa. L’altare maggiore è superbo, posto dentro una Tribuna, l’imboccatura della quale è ornata di stucchi, e sopra l’altare vi è un quadro, che rappresenta l’incoronazione di Maria Vergine. Nella detta Tribuna vi è il coro destinato alla recita dei divini ufficî. Vi sono quattro altari, il primo nel fianco destro è dedicato al Ss. Crocifisso; l’altro che segue è dedicato a S. Carlo Borromeo, il quadro è pittura di Giuseppe Salerno, detto lo Zoppo di Ganci lodato dal Baronio. A questa cappella succede il Battisterio. Nel fianco sinistro il primo altare è dedicato alla Ss. Vergine dei Dolori. L’altro altare di questo fianco è dedicato a S. Antonio, ed il quadro è del morrealese Pietro Novelli. Questa è la chiesa parrocchiale del Senato di Palermo, alla quale appartiene l’amministrazione dei Sacramenti per tutti coloro che abitano nel palazzo Senatorio.

Uscendo da questa chiesa, e volgendo a destra pel vicolo che conduce al monistero delle Vergini , si vede in esso dalla sinistra parte il prospetto di fabbriche antiche di gotica architettura con fregi ed ornati alle finestre dello stesso stile. Finalmente si arriva alla

Chiesa e monistero delle vergini nella piazza dello stesso nome . — Questo monastero fu fondato nel 1300 sotto la regola di S. Benedetto nella chiesa di S. Andrea apostolo vicino la già antica porta oscura. L’origine della suddetta chiesa è ignota. Era essa, ove è oggi il parlatorio, nel quale, prima di abbellirsi, si scorgevano alcune croci rosse, segno della sua consacrazione nel 1423. Accresciuto il numero delle monache, dovette ingrandirsi il monistero; quindi si ottenne nel 1454 la vicina chiesa di S. Teodoro, che apparteneva allora agli Argentieri, situata ove era la porta piccola della nuova chiesa. Le religiose cominciarono ad ufficiarvi a 13 luglio del detto anno, essendo abbadessa Suor Angela Berzotti. La chiesa ha il frontispizio verso settentrione, in cui si vede la porta maggiore; ne ha un’altra minore nell’estremità del fianco sinistro, chiuse da cancello di ferro. Il coro ch’è nell’ingresso è sostenuto da quattro colonne doriche di pietra bigia; prima però eranvi altre quattro piccole colonne di marmo bianco, in due delle quali si leggono due iscrizioni con caratteri arabi, che sono collocati ai fianchi di una nicchia vacua, entrando alla sinistra sotto lo stesso coro, e le altre due stanno appresso alla cappella di S. Teodoro. Le mura sono adorne di stucchi in oro e pitture, la volta fu dipinta a fresco da Antonio Grano palermitano. Il cappellone fu modernamente rifatto. Cinque sono le cappelle. Il quadro di S. Andrea alla prima del lato del Vangelo è di buona mano, ma d’incognito autore; quello della Madonna del Rosario coi misteri attorno è antico, di Vincenzo Bongiovanni. Nella terza cappella sotto il coro dedicata a S. Teodoro, si vede nel mezzo del quadro la Ss. Vergine col Bambino, dalla destra S. Girolamo, e dalla sinistra S. Teodoro vescovo, è di Tommaso Vigilia, il di cui nome è scritto in piedi dello stesso quadro, che lo fece nel 1488. Nella seconda cappella del fianco sinistro il quadro di S. Benedetto è del pittore Pietro dell’Aquila. Fra una cappella e l’altra della nave vi sono sei quadri indicanti la vita di M. V. con cornice d’oro: li tre del lato sinistro sono opera di Antonio Grano, e gli altri furono dipinti da Vincenzo Bongiovanni per la morte del primo. L’altare maggiore è di marmo con mezzi rilievi dorati; gli altarini sono di marmo; e la volta del coro delle monache è dipinta. Dentro di questo spazioso e comodo monastero, nel luogo più basso dalla parte della piazza della Fontanella o il mercato nuovo , havvi un piccolo fiume, che si dice ivi scaturire, freddo l’estate e caldo l’inverno, atto a sostenere una barchetta della quale si servono le monache per loro diporto. Nell’anno 1674 le monache di questo monastero fecero un lungo sotterraneo passaggio, per godere la vista della via Toledo , e delle funzioni che in esso hanno luogo; ed il belvedere corrisponde accanto la chiesa di S. Matteo sopra l’abitazione del principe di Paternò.

Per quello stretto vicolo che sta rimpetto al parlatorio di esso, si esce altra volta nel Toledo , ed al fianco sinistro di esso si vede la

Chiesa di s. matteo. — Di rincontro a questa chiesa un tempo ve ne fu altra più antica sotto lo stesso titolo, fondata dai Principi Normanni con un monastero di Basiliane. Passate indi le monache a quello del Salvatore, secondo Pirri nel 1148, e secondo Inveges nel 1151, rimase in abbandono, finchè circa l’anno 1227 venuti in Palermo i PP. Domenicani, l’ottennero in uno colla chiesa, in cui abitarono sino al 1300. Fondato poi il monastero di S. Caterina, l’ebbero le monache, ma senza la chiesa, che restò intatta col suo particolare culto. Nel 1599 Fra Leonardo Galici palermitano dell’Ordine dei Minori Osservanti, fondò in questa chiesa antica l’Opera chiamata del Miseremini . Spinto dalla carità verso le sante anime purganti, si diede a raccogliere limosine per la città, all’oggetto di farne celebrare messe in suffragio delle medesime, e tanto si adoperò, che giunse a fondare l’Unione suddetta a 15 aprile 1599 nella suddetta antica chiesa. Confermata tale pia istituzione da Clemente VIII per una Bolla dei 28 maggio 1603, fu dallo stesso elevata al grado di Confraternita. Si avanzò a tal segno la divozione verso le anime purganti, che si rese troppo angusta la chiesa, onde pensarono i confrati di fabbricarne altra più grande e magnifica nell’opposto sito, dove oggi si vede. Fu essa fabbricata nel 1632, e l’antica fu incorporata nel monistero di S. Caterina per vieppiù ingrandirsi, riservandosi l’Unione il dritto di tenere a detto muro una cassettina coll’impresa delle anime purganti per quelle limosine che vogliono mettervi i fedeli, come al presente si vede. La facciata della chiesa adunque, eretta nel 1662, è nella via Toledo , che guarda il mezzogiorno, incrostata dall’alto al basso di marmi bianchi e bigi, disposti con nobile architettura di cornici, menzole, architravi, sporti ed altri ornamenti, che la rendono maestosa. Nel basso ha una gradinata di macigno, che dánno la salita alle tre porte per le quali si entra nella chiesa: la maggiore nel centro ha nei fianchi due colonne di pietra bigia con piedistalli e capitelli. Sopra di essa in una nicchia vi sta collocata la statua di marmo dell’Immacolata Concezione, ed alle estremità dei lati della facciata si vedono altre due statue di marmo bianco di S. Matteo e S. Mattia apostoli che dánno il titolo alla chiesa, e tutte tre sono di ottima scultura, ma d’incognito autore. La chiesa è a forma di croce di ordine dorico comune con cupola. Vi sono tre navate, delle quali la maggiore nel mezzo è sostenuta da dodici colonne di marmo bigio, e da dieci archi, sopra dei quali vi corre un gran cornicione, ed a corrispondenza di ogni arco si apre una finestra. Metà del pavimento di essa è di marmi di varî colori divisati con disegno. È tutta incrostata di marmi; la volta va adorna di molti stucchi d’oro, e fregiata di pitture del cav. Vito d’Anna. Ai fianchi della porta maggiore della parte interna vi sono due iscrizioni in memoria della consacrazione. Alla nave succede il T sostenuto da quattro pilastroni impellicciati di marmi con quattro statue di stucco, imitanti il marmo, delle quattro virtù teologali, e sopra si alza la cupola con lanternino; il tutto è dipinto dal suddetto di Anna. Segue indi la tribuna serrata con balaustrata, l’altare maggiore è di pietre dure di eccellente disegno con intagli dorati, e vi sta in fondo, tra due colonne di marmo rossastro, il quadro di Gesù Cristo e delle anime purganti, pittura di Antonino Manno. Le mura laterali sono ornate da quattro quadri di bassi rilievi di marmo bianco, esprimenti i quattro dottori della chiesa, effigiati da Ignazio Marabitti. All’uscir della tribuna, dall’una e l’altra parte vi sono le porte che introducono nella sagrestia, ed a queste stanno di sopra due organi in due coretti, tutti di legno dorato. Nella cappella grande della Croce dalla parte del Vangelo il quadro di S. Gregorio magno in atto di celebrar messa, è pittura dello Zoppo di Ganci . Dalla parte dell’Epistola di questa cappella si scorge al muro il medaglione in marmo del giurisconsulto Mario Muta, nel luogo appunto ove fu la sua gentilizia abitazione, ed ove egli nacque. L’altra cappella di rincontro a questa, è dedicata al Ss. Crocifisso in rilievo, al di sopra havvi un bellissimo reliquiario con un quadro della Vergine addolorata ai piedi, e sotto l’altare la statua di G. C. buttato per terra dopo la flagellazione, che si mostra ogni venerdì di quaresima. Nelle due navi laterali vi sono cinque cappelle per ogni lato. Nel pilastro della prima cappella del fianco destro vi è una tavola di marmo bianco con corona in memoria di essersi ascritti fratelli di questa Unione il Re Ferdinando III Borbone, ed il Re Francesco I. Nella seconda cappella dedicata a S. Anna, ed allo sponsalizio di Maria Vergine, è pregevole il quadro, perchè è del morrealese Pietro Novelli; la terza cappella è dedicata alla Madonna della Grazia, e vi è la statua di marmo della Vergine Santissima col bambino nelle braccia. Nella quinta cappella dell’Angelo Custode, dalla parte del Vangelo vi è il busto di marmo del canonico Rosario Di Gregorio, beneficiale di questa chiesa. Nelle cappelle dell’ala sinistra non vi è cosa rimarchevole. Dietro la tribuna evvi la sagrestia con armadi di noce maestrevolmente lavorati d’intaglio, pieni di ricchi arredi e suppellettili sacre. Sono disposti nelle mura diversi non ispregevoli quadri che richiamano l’attenzione del viaggiatore, e che sono d’ignoto autore. Della sepoltura dei fratelli, che era sotto il pavimento della chiesa, non si fa più uso sin da quando venne per reale ordine prescritto di doversi tutti i cadaveri seppellire fuori delle porte della città. Vi è nella parte superiore dì questa chiesa un oratorio per li particolari esercizî di pietà dei fratelli. Si celebra ogni giorno in questa chiesa un gran numero di messe, che incominciano nell’inverno prima di far giorno, e finiscono pìù di un’ora dopo mezzodì, il che la rende molto frequentata dal pubblico. In ogni primo lunedì di mese si espone la sera alla pubblica adorazione il Ss. Sacramento; i fratelli nella sagrestia recitano l’ufficio dei defunti, e si conchiude colla processione dentro la chiesa. Ogni anno nell’ottava dei Morti vi sono le Quarant’Ore circolari della città con magnifico parato, quantità di lumi e scelta musica. Le persone che compongono l’Unione sono del ceto degli artigiani, di quello de’ mercadanti, negozianti e gente di bottega, esclusi i nobili, i legali e la gente di foro, e tutti questi vi possono unicamente venire ammessi ad honorem , senza bensì avere voce attiva nè passiva . Il beneficiale della chiesa deve essere figlio di fratello. Questa chiesa ha un buon campanile.

Uscendo da questa chiesa, volgendo a dritta, e continuando la via del Toledo si giugne alla

Piazza villena ossia le quattro cantoniere. — Essendo questa città di figura quadra, è divisa, come si è detto, in quattro uguali parti, volgarmente dette Quartieri , che vanno a terminare in quattro magnifiche porte, formandone la divisione due strade maestre e principali tirate a filo, chiamate, una del Toledo , l’altra Macqueda , dal Vicerè, che ne ordinò la fabbrica nel 1600, volgarmente detta Strada Nuova . Queste fanno una croce di pari lunghezza. Nel centro formano una piazza ottangolare di cinquanta canne di circuito con quattro prospetti di eguale fabbrica, di uguali ornamenti e bellezza, alto ognuno cento e più piedi. Questo ottagono vien detto Piazza Villena dal Vicerè, Duca di Villena, che nell’anno 1609 la dispose, sebbene poi fu terminata del tutto nel 1620. Ognuna delle facciate, delle quali fu l’ingegniere militare Giulio Lasso, è divisata in tre ordini di architettura, che vanno da terra sino a cima, superbamente adornate di pietre d’intaglio e di marmi, con architravi, fregi e cornici. Il primo ordine è dorico, con pilastri bugnati, in mezzo de’ quali vi sono due colonne di pietra marmorea di libeccio, e nel centro di esse una statua, sopra della quale vi è una tavola di marmo bianco con iscrizione, che indica l’opera, il tempo, il regnante, il governo del Vicerè, il Pretore ed i Senatori che la fecero, ed a’ piedi di essa statua un fonte di marmo di libeccio guarnito di festoni e scudi coll’impresa della città, tutti di marmo bianco, nel quale da un mascherone pur di marmo si versa dell’acqua: detti fonti sono custoditi da un cancello di ferro semi-circolare. Il secondo ordine è ionico con colonne scannellate, nel cui centro vi è una nicchia rotonda con cornice di pietra, e dentro una statua maggiore del naturale di marmo di un Re regnante della Sicilia, ed una ringhiera di ferro, nella quale si esce da due aperture, ugualmente ornate di pietre d’intaglio, e sul termine di ognuna di queste vi è un angelo di marmo, che tiene una palma ed una corona. In queste nicchie del secondo ordine le statue de’ Sovrani, che oggi si vedono di marmo, dovevano essere di bronzo, e nel 1630 erano già terminate quelle di Carlo V e di Filippo IV; anzi quest’ultima era già situata nel suo posto, come scrive Baronio; ma poi il Senato palermitano cambiò pensiere, e nel governo del Conte Ajala le alzò di marmo, e quella di bronzo di Carlo V la fece collocare nella piazza Bologni , e l’altra di Filippo IV in quella del Real Palazzo . Il terzo ordine è composto , e dentro una nicchia si vede la statua di una santa vergine palermitana, alla quale sovrasta un angelo di marmo bianco colla corona in mano in atto di posarla sul capo di essa, ed ai fianchi due finestre. Il finimento a guisa di piramide è formata da un’aquila reale di marmo bianco colle ale spiegate, che presenta nel petto le armi del Re, nel cui tempo fu costrutta, ed a’ fianchi due scudi ugualmente di marmo, colle arme del Vicerè, che governava, e della città. Nel cantone di questo lato destro, che guarda il mezzogiorno, nell’ordine basso vi è la statua dell’ Autunno con un cesta di frutta nelle mani, ed a’ piedi un serpente, scultura di Nunzio la Mattina, come sì legge in piede di essa. Dalla iscrizione si rileva, che fu fatta nel regno di Filippo III, governando da Vicerè il Conte D. Francesco de Castro, e nella Pretura di D. Alvaro Ribadineira. La statua di mezzo è di Filippo IV; e quella del terzo ordine è di S. Oliva vergine e martire palermitana. In quella del lato opposto, e che guarda il ponente, attaccata al belvedere delle monache della Martorana, ed alla abitazione del barone Cugino, nell’ordine inferiore sorge la statua dell’ Inverno in sembianza di vecchia deforme con a’ piedi un mostro attorcigliato, scultura dello stesso Nunzio la Mattina, come sta inciso nel piedistallo. Nell’iscrizione si legge il nome del Re Filippo III, del Vicerè Giovan Ferdinando Paceco, Marchese di Vigliena, del Pretore D. Antonio del Bosco, e degli altri Senatori. La statua di mezzo è di Filippo III, e quella del terzo ordine di S. Agata vergine e martire palermitana. La statua nel primo ordine dell’altra facciata di man destra, che guarda il levante, attaccata alla abitazione del marchese di Rudinì, è dell’ Estate con ghirlanda di spighe, e tiene a’ piedi un mostro colla testa di aquila, ed il rimanente del corpo di serpente, scultura di Gregorio Tedeschi fiorentino, come nel piedistallo si legge. Dalla iscrizione si cava, che fu fatta regnando Filippo III, essendo Vicerè il Marchese di Vigliena, e Pretore D. Antonino del Bosco. La statua dell’ordine di mezzo è di Filippo II. La terza dell’ordine superiore di S. Ninfa. Nella facciata della parte sinistra, che riguarda la tramontana , ed è attaccata alla chiesa di S. Giuseppe, la statua del primo ordine è della Primavera , opera del suddetto di Tedeschi. Nella iscrizione vi è descritto il nome di Filippo III, di D. Pietro Giron, Duca di Ossuna, Vicerè; di D. Pietro Celestri, Marchese di S. Croce, Pretore; e degli altri Senatori. La statua del secondo ordine è dell’imperatore Carlo V; e la terza è di S. Cristina. Ognuna delle statue de’ quattro Sovrani è quasi dell’altezza di palmi 13. In questa piazza possono far capo tutti coloro che si devono provvedere di servitori e di cocchieri, giacchè ivi stanno tutti quelli che non sono impiegati. Vi si appendono le cartelle per i teatri e spettacoli. Le facciate di questa piazza sono state ripulite nel febbraio 1842.

Movendo da questa piazza sulla destra si entra nella metà della via Macqueda , rivolta a tramontana, osservando sempre quello che s’incontra dalla parte destra, come si è praticato nel Toledo .

Strada macqueda, ossia nuova. — Principia questa strada dalla Porta di Vicari , che guarda il mezzogiorno, e termina a quella di Macqueda , rivolta al settentrione, ed è simile a quella del Toledo . Fu fatta eseguire, come sopra si è detto, dal Vicerè D. Bernardino de Cardines, Duca di Macqueda, dal quale ne prese il nome, avendone fatta la prima apertura a 24 luglio 1600. La sua lunghezza è di un miglio circa, la sua larghezza di cinquanta palmi; tutta è lastricata al par del Toledo . Da ambidue i lati va adorna di bellissime fabbriche, e di palazzi, e di chiese, e di monasteri, e di case religiose. Per risarcire il Senato delle grandi spese fatte in comprare case e diruparle, per rendere questa e la strada del Toledo larghe e dritte, gli si accordò nell’anno 1600 nel regno di Filippo III, il così detto Privilegio di Toledo e Macqueda , con cui restavano assicurate tutte le compre, con pagarsene i dritti al Maestro Notaro del Senato, nè potevano quindi i compratori mai più essere molestati per qualunque causa.

Sul principio di essa a pochi passi si vede l’abitazione del Marchese Costantino, con prospetto di pietre d’intaglio, con quantità di ferrati finestroni, il cortile è di qualche pregio con colonne di marmo rosso mischio, la scala è a due branche, e mette in diversi appartamenti ornati di stucchi, oro e pitture. Segue indi la

Chiesa e confraternita di s. rocco. — La chiesa di S. Rocco fu eretta dal Senato di Palermo in circostanza, che la città era afflitta dal contagioso morbo della peste, e forse fu l’anno 1347. La Confraternita poi vi fu fondata nel 1424. Dovendosi nell’anno 1600 tirare per dritto la via Macqueda , fu di mestieri spianarsi parte di essa, e dal Senato fu ingrandita, e ridotta in istato migliore. Nell’anno 1620 dalla Confraternita si concedette l’uso della chiesa agli orfani, detti di S. Rocco , il collegio dei quali era congiunto pochi anni addietro a questa chiesa, fondato da D. Giovanni Vega, Vicerè di Sicilia, e dal Senato palermitano nel 1524; e che è stato trasferito in quello delle Scuole Pie . Flagellata altra volta questa città dalla peste nel 1624, riedificò il Senato nel 1627 la chiesa, ed ultimamente è stata ristorata per aver sofferto la fabbrica qualche danno, restando chiusa alquanti anni. Il frontespizio guarda l’occidente, e sopra la porta composta di pietre d’intaglio con due colonne ai fianchi, si legge una iscrizione. Entro la chiesa è da osservarsi nel cappellone il quadro di S. Rocco colla Ss. Vergine e S. Sebastiano, dipinto da Giovanni Fandolo cremonese, nel 1578, per opera del Vicerè Marcantonio Colonna, che vi si vede effigiato ai piedi con sua moglie Donna Felice, ed altre dame. In una cappella si conserva la statua di legno dorato di S. Rocco, che si conduce nelle processioni, ed avvi il braccio con la di lui reliquia in argento.

Piegandosi alla destra di questa chiesa, entrasi in quella strada, alla sinistra della quale giace la

Piazza della fontanella o il mercato nuovo. — Questa piazza è stata costruita dopo le vicende del 1820, sulle rovine dell’antica Conciaria ossia de’ Conciatori di pelli . Essa offre un bellissimo aspetto, sì per l’uguaglianza dell’interno prospetto delle fabbriche, che irregolarmente la circonscrivono, come per la folla dei venditori a dettaglio di ogni sorta di commestibile, trovandosi in tutte le ore della giornata il pesce fresco, il pollame e tutt’altro che serve per la cucina. Sotto il fabbricato del Barone Grasso vi sta una tettoia sostenuta da due colonne di marmo e da sei pilastri di pietra. Dentro di questo, attaccato al muro si vede un fonte, che da due canne di ferro versa in gran copia leggera e purissima acqua, onde ognuno se ne provvede: nel centro di questa piazza un’altra fontana ben grande manda le acque dalle bocche di due idre: come ancora da un centauro di marmo che s’innalza nel mezzo.

Salendo quella scala che porta alla via Macqueda , alla destra si vede la

Chiesa della madonna della volta. — Nel farsi la Strada Nuova o via Macqueda , si dispose un sotterraneo passaggio che univa le due piazze, l’una del pubblico macello, detta la Beccheria nuova già saggiamente trasportata nei vicini dintorni di questa città, e l’altra detta Conciaria . Dalla volta, sopra di cui corre la strada, prese il nome quel passaggio, ed indi fu comunicato all’Immagine di Maria Vergine ed alla chiesa. Nel muro meridionale di questo passaggio nel 1602 fu dipinta in lavagna la immagine della Madonna della Grazia , ed a’ fianchi di essa S. Rocco e S. Vincenzo Ferreri, che avendo sofferto per l’umidità del muro, fu ritoccata nel 1624. Governando questo regno nel 1641 D. Giovanni Alfonso Enriquez de Caprera Grande Almirante di Castiglia, divoto di questa sacra Immagine, concepì il disegno di fabbricarvi una chiesa in di lei onore; ma non potendosi alzare nel medesimo sito, ov’era l’antica Immagine, perchè bisognava che si fabbricasse nel mezzo della via Macqueda , fu stabilito edificarsi vicino la volta, sotto di cui era dipinta, e ad essa attaccata dalla parte della Conciaria . Fissato il luogo, ove in oggi si vede, gettò la prima pietra lo stesso Vicerè a’ 19 dicembre 1641. Con somma celerità si perfezionò a 19 gennaio 1643. Per allora non vi si trasferì l’immagine sul timore, che staccandosi dal muro, si potesse difformare, ma dopo qualche tempo si collocò dentro una cappella a tal fine eretta nella chiesa, ed oggi si venera nell’altare maggiore. Pel governo di questa chiesa fu fondata a 7 dicembre 1643 una congregazione, dalla quale si scelgono tre abili soggetti per l’amministrazione de’ beni. Dal Senato a 9 dicembre 1695 fu dichiarata la Madonna della Volta padrona della città. Il frontispizio della chiesa guarda il mezzogiorno, con porta difesa da inferriata, ed ornata di pietre d’intaglio. La chiesa è adorna di stucchi e pitture a fresco. Vi si può unicamente osservare nell’altare maggiore l’antica immagine della Madonna della Volta , dipinta da Giovanni Caviglione. Da questa chiesa si entra pure nell’Oratorio della Congregazione, ove si praticano diversi esercizî di pietà.

Ritornando nella piazza che si lasciò, dritto per oriente proseguendo il cammino, si va a trovare la

Chiesa e parrocchia di s. margherita. — Nessuna scrittura accenna la sua fondazione, e quando sia stata eretta in parrocchia; solamente si ha notizia, che esisteva nel 1264, leggendo nel testamento di Benedetto Grillo, che in detto anno legò Sanctae Margheritae tarenos tres ; il quale strumento conservasi in pergamena nell’archivio della Magione. Che non potè essere in piedi prima del detto anno, ce ne assicura il Fazzello, il quale scrive, che ne’ tempi de’ Re Guglielmo I e II questa parte di città non era abitata; e da qualche tempo in poi cominciò a poco a poco ad abitarsi; avvegnachè essendosi riempito il sinistro porto di Palermo, diede luogo alle fabbriche che vi si alzarono dopo qualche tratto di tempo; essendo prima paludosa ed inabitabile. Il frontispizio della chiesa colla porta maggiore guarda l’occidente; avanti vi è una piccola piazza circondata d’inferriata. Sopra la porta avvi la statua dell’Immacolata Concezione, e nell’estremo un orologio. La chiesa è adornata di stucchi e di pitture. Oltre dell’altare maggiore ve ne sono altri cinque. Il quadro della deposizione della Croce nella seconda cappella del lato destro è copia di quello in S. Cita, originale di Vincenzo Romano o di Francesco Genni; la statua della Madonna de’ Dolori nella terza cappella è scultura di Giuseppe Melante trapanese; il fonte battesimale fu fatto nel 1601. L’immagine in rilievo del Ss. Crocifisso fu scolpita da Antonino Rollo trapanese, e l’ Ecce Homo da Pietro Orlando di Trapani. Il viaggio in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe è pittura di Vincenzo Bongiovanni palermitano. Uscendo da questa chiesa, alla dritta della porta vi sta la

Chiesa e congregazione del ss. sagramento, detta del Levare , nella quale nessuna cosa è rimarchevole.

Ritornando nella stessa strada, al secondo vicolo del fianco destro, e nel cantone in cui sta scritto in marmo: piazza di Gesù e Maria , introducendosi per lo medesimo, s’incontra a destra un piccolo oratorio sotto titolo di Gesù e Maria , e indi segue la

Chiesa e compagnia di s. angelo carmelitano. — La più antica notizia che se n’ha, è del 1435, ed era suffraganea della Badia di S. Angelo in Calabria; ma quando questa provincia si smembrò dal regno di Sicilia, la chiesa cadde sotto il dominio de’ nostri Regnanti. La Compagnia fu fondata nel 1569 sotto la denominazione de’ Rosati per lo colore dell’abito che vestivano i fratelli. Non vi è in essa cosa degna da osservarsi.

Proseguendo il cammino, si va ad uscire nella

Strada del pizzuto. — Alla destra si vede una superba torre la più alta di quante ve ne sieno a Palermo, lavorata di pietre riquadrate di gotica architettura, nell’alto della quale si osservano due lapidi a rombo dello stesso gusto, la seconda delle quali colle lettere XPC cioè Christus come usavasi scrivere ne’ primi secoli della chiesa, e la prima colle lettere IHS cioè Jesus nella forma che fu promossa da S. Bernardino di Siena al cominciar del secolo quindicesimo. Fu una volta abitazione della famiglia Termini, ed oggi appartiene a quella di Marassi, Duchi di Pietratagliata. Facendo cammino per occidente, segue nello stesso lato un’antica abitazione che appartenea altra volta ad un cadetto della famiglia Oneto, ed oggi per successione ai duchi di Villafiorita, di famiglia Burgio. Nella galleria vi è una delle migliori pitture a fresco del cav. Serenario. Dirimpetto a questa casa avvi il Grand’Albergo di Sicilia , che si è descritto a pag. 16, un tempo casa del protomedico Paolo Pizzuto, che diede il nome alla strada.

Proseguendo il cammino si arriva alla via della Bandiera , ed a sinistra al n o 30 s’incontra la

Chiesa e confraternita di s. pietro martire. — Questa confraternita ebbe la sua antica chiesa presso il monistero di Valverde, ove fu fondata a 25 maggio 1342. Dopo il giro di anni 310 dalla fondazione di questa compagnia, desiderando le monache di Valverde d’ingrandire il loro monistero, ebbero concessa la detta chiesa a 24 gennaio 1652, pagando a’ confrati once 1399. Rimasta la confraternita senza chiesa, continuò a celebrare la festa del Santo in quella di S. Sebastiano. Finalmente nel 1655 comprò un luogo in questa contrada, e nel mese di marzo dello stesso anno si cominciò a fabbricare questa novella chiesa, che si perfezionò in breve tempo, onde a 20 aprile 1656 fu solennemente benedetta. Il quadro della Ss. Vergine col Bambino in braccio, posto nella cappella del fianco destro, è pittura di Vincenzo Anemolo.

Ritornando nella via Macqueda , e dirigendo i passi verso la parte settentrionale, dopo un breve tratto si vede alla destra, n o 49, il palazzo del principe di Trabia nel cui interno avvi qualche cosa degna di osservazione. Proseguendo lo stesso cammino si piega per la Via dell’ Orologio dell’Olivella , e camminandosi si arriva nella piazza della Olivella , ove sorge la maestosa

Chiesa di s. ignazio martire, e la Casa della Congregazione di S. Filippo Neri, detta volgarmente l’Olivella, e l’Oratorio per i fratelli . — Si principiò a fabbricare a 7 novembre 1598. L’architetto ne fu Antonino Mattone. Il frontispicio è magnifico, ma sopracaricato di ornati. L’architettura della chiesa è di ordine corintio in forma di croce su tre navate, la maggiore delle quali nel mezzo è distinta da 12 colonne di marmo bigio, sei per ogni fianco che sostengono dieci archi; le colonne collo zoccolo, base e capitelli di marmo si sollevano all’altezza di 24 palmi. Ad ogni arco corrisponde una cappella larga 16 palmi. La chiesa con la volta e cupola è adornata di cassettoni riquadrati di stucchi con oro, e dentro delle pitture, abbellita nel 1789. Le pitture a fresco sono dello scolare di Vito d’Anna, Antonio Manno palermitano. Il T è sostenuto da quattro gran pilastroni, su dei quali piegano quattro spaziosi archi che sostengono la cupola, terminata nel 1732. L’altare maggiore è di scelte pietre dure con intagli dorati di bel disegno. Sei statue osservansi in varie nicchie delle mura, lavoro di Ignazio Marabitti. Il pavimento della nave di mezzo è tutto artificiosamente commesso di marmi di color variato. La terza cappella dell’ala destra è dedicata al Ss. Crocifisso, che quanto sia ricca, ed adorna di pietre rare, non può abbastanza descriversi, e perciò merita tutta la dovuta attenzione di ogni straniero. Le pietre, che l’adornano, sono al numero di 24 sorti, molte cavate da varie miniere di Sicilia, oltre a tante altre orientali e di altri paesi; le colonne ne son di diaspro, fregiate di rame dorato; vi sono incrostate in esse e nella cappelle preziosissime gioie, come sarebbero cristalli finissimi, granatini orientali, topazi, amatiste, agate, e litropie, lapislazzoli e corniole. Varî bei quadri degni sono del riguardo dei culti viaggiatori; ma più di tutti uno havvene prezioso nella seconda cappella all’entrare, il quale rappresenta la Beata Vergine col Bambino adorato da S. Giovan Battista, dipinto dal divino Raffaello d’Urbino, lavoro squisito e perfettissimo. È unito alla chiesa l’Oratorio, la cui architettura è di carattere corintio-romano: vi si veggono ornati di stucchi dorati, otto colonne di ordine corintio di pietra bigia nostrale, con capitelli di marmo bianco. Venanzio Marvuglia palermitano ne fu l’architetto. Dalla parte settentrionale della chiesa è la sontuosa casa dei Padri con cortili circondati di colonne. La libreria contiene 22,000 volumi.

Uscendo nella piazza della Olivella , si piega a destra per la via dietro il Coro dell’Olivella , e cammin facendo s’incontra il Monte di pignorazione di S. Rosalia. Uscendosi dalla meridionale porta di esso monte, nel vicolo dei Greci n o 1 si trova la

Parrocchia di s. niccolò e seminario dei greci. — Questa chiesa oggi Parrocchiale, si fabbricò dopo l’anno 1550. Il Senato palermitano ha il dritto della presentazione del Parroco, al par di tutti gli altri della città. Non ha confini determinati, ma amministra i sagramenti ai Greci tutti che abitano in Palermo, ed ha come tutte le chiese greche l’altare ad oriente. Vi si osservano tre altari, uno maggiore, e due minori. La pittura della chiesa è del Platania. Il collegio contiguo a questa parrocchia, fu eretto al 1 ottobre 1734 per la educazione dei giovani greci. L’abito dei seminaristi è lungo sino ai talloni alla greca di colore bleu ed orlo rosso.

Uscendo per lo vicolo al lato dal cantone meridionale del collegio suddetto, si va a ritrovare la via di Monteleone . Da qui si scende nella piazza di S. Domenico , adorna nel centro di un marmoreo trofeo, eretto in onor della Vergine Immacolata. Ad oriente è la

Chiesa e convento di s. domenico. — Nel 1640 si cominciò a fabbricare questa sontuosa chiesa, che una si è delle più grandi e magnifiche di questa capitale. Il frontespizio è tutto di pietra intagliata con colonne di marmo bigio e statue di stucco. L’interno del tempio, esclusone il coro, può contenere comodamente 11,918 persone all’impiedi. È di ordine dorico-romano diviso in tre navi, ornato di semplice stucco. La nave maggiore è sostenuta da 16 grosse colonne di marmo bigio: sopra di queste si appoggiano sedici archi otto per ogni fianco.

Nelle navi minori vi sono dodici cappelle con isfondo. Il T nel mezzo è sostenuto da quattro gran pilastroni di marmo bigio, su de’ quali s’incurvano i quattro archi, che si uniscono a formare un quadrato, sovrastando ad essi una soffitta dipinta, coll’idea di convertirsi in cupola. In cima della chiesa vedesi il cappellone coll’altare maggiore di marmi, e dietro sta il coro. Dalla porta maggiore sino al fondo del coro è lunga palmi 368, che fanno canne 46. Il chiostro merita essere visitato: la libreria conserva riguardevoli manoscritti.

Uscito da questo Convento, il viaggiatore può piegare a sinistra, e dopo pochi passi va a trovare la piazza di Pantelleria , ed introducendosi nella via di Porta S. Giorgio , alla sinistra vi è la

Chiesa e compagnia del ss. rosario di s. domenico, n o 2. — Tutto ciò che si ritrova in questo oratorio merita l’attenta osservazione dello straniero, distinguendosi fra tutti gli altri di questà città per le rare pitture che possiede. Questa compagnia fu fondata nel 1578. Nel cappellone vi è l’altare maggiore di marmi col quadro di stile grandioso e di vivacissimo colorito di Maria del Rosario che fu lavorato in Sicilia verso il 1624 dal discepolo del Rubens Antonio Van-Dyck di Anversa. Sono da vedersi i quadri ad olio de’ misteri del Rosario disposti per tutto l’oratorio. Gli stucchi delle mura sono degni di riguardo, opera del Serpotta.

Ripigliando il cammino sospeso, il viaggiatore si avviene nella piazzetta della via di Porta S. Giorgio , ove ai numeri 24 e 25 sta la

Chiesa e monistero di s. maria di valverde. — Questo monistero esisteva prima del 1315. La chiesa ha la figura di un paralellogrammo, oltre del cappellone circolare ornato di marmi. L’architettura è di stile composito. Nell’altare maggiore evvi il quadro di Maria del Carmine che una si è delle più eccellenti pitture di Pietro Novelli. Le cappelle e tutta la chiesa sono incrostate di marmi, ornate di colonne a spira, di statue, e di pitture.

Succede a questo monastero in brevissima distanza la

Chiesa e il convento di s. cita dei padri domenicani, n o 30, 81 e 32. — La chiesa attuale si cominciò a fabbricare nel 1586. È ripartita in tre navate, che sono di ordine dorico: attaccata alla cappella del Crocifisso è l’altra della deposizione della croce di nostro Signore Gesù Cristo, il cui quadro degno di attenzione somma è opera di Vincenzo Anemolo detto il Romano .

Uscendo dalla chiesa in istrada alla parte di mezzogiorno di essa s’incontra la via di S. Cita , ed al n o 8 va a trovarsi la

Chiesa e compagnia del ss. rosario di s. cita. — Questa compagnia fu fondata nel 1570. Questo è uno dei più sontuosi oratorî della città, e per la sua grandezza, e per gli ornamenti, e per la ricchezza. Tutto a stucchi n’è il cappellone dipinto, e in esso il quadro del Rosario che venne da Roma nel 1625 si stima per una delle migliori opere di Carlo Maratta, che costò 1500 scudi. Le statue e li quadretti di stucco sono opera del celebre Serpotta palermitano.

Ritornando alla chiesa di S. Cita, rimpetto alla medesima vi è il

Conservatorio dei fanciulli dispersi detto del Buon Pastore , n o 48, o collegio di musica destinato per gli orfani, e suo teatro . — Questo istituto cominciò a fiorire nel 1617. Il suo scopo è il formare solamente dei buoni professori di musica, sia nel suonare i diversi strumenti che compongono una orchestra ed il piano forte, come pure lo studio del canto e della composizione. Oltre agli studî musicali si studiano anche le lettere sino all’eloquenza. Da questo stabilimento sono usciti molti bravi maestri di cappella, ed ottimi artisti. Possono vedersi le scuole, tra le quali quella del contrapunto , ed il teatro.

Ed ecco compiuto il giro del primo quartiere.