Capitolo sesto
Capitolo sesto
Capitolo sesto
Nell’orologio a muro s’udì il rumore d’uno scatto seguito da un sonoro “don”, dopodiché un piccolo, brutto cucù di legno uscì dalla casetta zufolando col suo suono caratteristico, per rientrarvi un attimo dopo. Fece avanti e indietro così otto volte, alternandosi ad altrettanti lugubri rintocchi. Per tutto il tempo Alessio fremette sulla sedia come se qualcuno stesse raschiando le unghie contro una lavagna.
“Ma che ti prende?” chiese Filippo.
“Ma che ne so, è quest’arnese infernale” rispose Alessio, indicando l’orologio alle sue spalle. “Tutta la notte fuori. Ma ti rendi conto? Tutta la notte!” sbottò poi. Era ovvio che parlava di Giacinto e non del cucù.
“Beato lui, che ancora ha tutte queste energie” replicò Filippo, mentre imburrava un pezzo di pane al sesamo. “Prova questo, è eccezionale” disse, porgendolo ad Alessio, tutto concentrato sulla sua furia.
“Gradite altro?” chiese una voce profonda dall’accento non troppo marcato. Hans Bulgheroni, veterinario e proprietario del B&B era entrato nella sala accompagnato da Bertfriede, la domestica, una vecchietta alta, pallida e allampanata che si affrettò a togliere dal tavolo dei commensali il cestino del pane vuoto per sostituirlo con uno pieno.
“Io sì. Le dispiacerebbe togliere da qui quell’orologio?” disse Alessio.
Bulgheroni rimase un po’ sorpreso. “ Ja. Certo!” disse. “Burro? Latte? Ancora marmellata?” chiese poi mentre staccava l’orologio dal muro.
“Meglio di no, grazie” bofonchiò Filippo, dopo aver infilato in bocca il sesto panino al sesamo, “non voglio covare una trippa come quella di Rolando”.
“Preferisci il fegato di quel porco di Giacinto?”, replicò acido Alessio, e soggiunse: “A proposito, non sarà scomparso anche lui come l’altro stronzone?”.
All’udire la parola “scomparso” Bulgheroni ebbe un sussulto. “Scomparso?” disse. Il suo lungo volto equino si contrasse in una espressione assorta e dolente che però appariva tragicamente comica, come è lecito aspettarsi da un uomo che giri abbracciato a un orologio a cucù. “Qualcuno è scomparso?”.“Siamo venuti a Furka per incontrare un nostro amico” rispose Filippo. “Rolando Ruggeri. L'ha conosciuto?"
Il veterinario fece di no con la testa.
"È ripartito senza lasciar detto niente" riprese Filippo. "Ora è sparito anche Giacinto, che era con noi ieri sera. È rimasto a bere all’osteria e non s’è più visto”.
“L’osteria di Schwaar?” chiese Bulgheroni.
“Sì, quella catapecchia a pochi passi da qui” rispose Alessio.
“Di sicuro non si è perso per strada” ridacchiò Filippo. “Speriamo piuttosto che non gli sia venuto un coccolone”.
“Cazzi suoi. Con quello che si beve è solo questione di tempo” sentenziò Alessio, quindi ingollò una pasticca di Maalox.
“Non scherzate su queste cose” la voce di Bulgheroni si era fatta terribilmente seria.
“Be’, sì. È un problema serio, l’alcolismo” attaccò Filippo che aveva notato il colore rubizzo del naso di Bulgheroni e cercava di ovviare alla scarsa sensibilità del compagno di viaggio.
“Non parlo di bere. Parlo di persone scomparse. Queste sono cose serie , qui”.
“ Scheise !” l’acuta voce teutonica di Bertfiede che faceva avanti e indietro dalla cucina si fece sentire per la prima volta, “Questi discorsi porta male! E poi a persone perbene non succede nulla”.
“ Was haben sie gesagt ?” la voce di Bulgheroni si era fatta gelida.
“Ascoltate me” disse Bertfriede ignorando il suo datore di lavoro: “State lontani da centro Franz Anton Mesmer e Ziegenmelker non porterà via vostre anime”.
“ Raus !”disse Bulgheroni all’anziana governante, porgendole il cucù.
Senza dire una parola, Bertfriede prese l’orologio e, dopo un ultimo sguardo agli ospiti ammutoliti, rientrò in cucina.
La voce di Alessio spezzò la coltre di silenzio che coprì l’uscita della donna: “Che sarebbe il zigghenmerder ?”.
“Caprimulgo” disse Bulgheroni, “in italiano si chiama caprimulgo”.
Il volto di Filippo, abbonato da eoni al National Geographic , si illuminò: “ Caprimulgus europeanus o succiacapre, una specie di grosso usignolo dal becco largo. Fa un verso che sembra la messa in moto di un motorino, e leggenda vuole che sia psicopompo”.
“Psicoche?”.
“Uno psicopompo, un’entità che porta le anime dei morti”.
“L’uccellaccio del malaugurio!”.
“Scusi, ma non ho capito che c’entra Mesmer” chiese Filippo rivolto a Bulgheroni.
“Mesmer è il nome di centro per assistenza a Drogenabhängig … come li chiamate voi… tossicodipendenti”. La voce dell’uomo si era fatta triste e gli occhi erano volati verso le foto appoggiate su un vecchio comò di larice. Ritraevano una ragazza bionda che sorrideva all’obiettivo.
Seguendo lo sguardo di Bulgheroni, Alessio aveva notato la biondina. “Bella manza!” esclamò. “Se la spupazza, eh? Mandrillone!”.
Bulgheroni strinse le mani a pugno e con indignazione controllata disse: “È mia figlia, Monica”.
“Graziosa ragazza” intervenne Filippo, “Vive anche lei a Furka?”.
“No. Non vive più a Furka. Non vive più…” Bulgheroni fece una lunga pausa. “Monica è morta”. Due grosse lacrime gli rigavano il volto.
“Quando non ci sono v’incartate sempre in discorsi del cazzo”.
Presi dalla discussione, nessuno dei presenti aveva sentito Giacinto aprire il portone di casa. “Buongiorno” disse l’ex avvocato, presentandosi a Bulgeroni, “Giacinto Panetta, giovane compagno di viaggio di questi due vecchi ruderi”.
“Willkommen” disse Bulgheroni, che ignorò la mano di Giacinto e uscì dalla stanza, perso nei propri pensieri.
“Allegro, il padrone di casa”.
“Gli è morta la figlia” disse Filippo, “e Alessio ha detto che era una bella manza”.
“Be’, vediamo il lato positivo: era peggio se diceva che sembrava un cesso”.
Alessio assunse la solita aria da verginella offesa: “Come al solito la colpa è mia, eh? Sempre io! Tormentate qualcun altro, voi due! E tu dove cazzo sei finito ‘stanotte?”.
“Non sono affari tuoi, nonnina” rispose Giacinto, poi sgombrò il centro del tavolo dalle briciole e vi poggiò una fotocamera digitale, racchiusa in un orribile guscio di finta pelle marroncina.
“Toh!” esclamò Filippo. “E questa?”.
Alessio si avventò sulla fotocamera, la rigirò tra le mani e poi la depose. “Non è la mia” disse, e vedendo che gli altri lo guardavano in modo strano aggiunse: “ne ho una simile”.
“Già” rispose Giacinto, “anche Rolando ne ha una simile… E vi dirò di più: la conserva in una custodia sfigata come questa, dello stesso assurdo color diarrea”. Gli altri due lo fissarono intensamente, poi si guardarono a vicenda, quindi si voltarono di nuovo verso di lui.
“E dove l’hai trovata?” chiese infine Filippo.
“Era a casa del nostro amico irsuto, quello che ci ha aiutato con la mucca”.
“Ah” intervenne Alessio, “il bestione”. Non alludeva alla mucca.
“Il tipo non è male” disse Giacinto con benevolenza, “è muto”. Lo disse come se sottintendesse una quantità di difetti irriferibili che solo l’essere muto poteva giustificare.
“E ti ha detto che ci faceva la macchina di Rolando a casa sua?” chiede Alessio.
“Ho appena detto che è muto , deficiente”.
“Mai che rispondessi a tono”.
“E poi non ho chiesto niente: l’ho vista, l’ho presa e basta”.
“E allora come fai a dire che è di Rolando?”.
“Infatti non posso” rispose Giacinto. “Ho provato ad accenderla ma le batterie sono scariche”.
“E allora?”.
Giacintò alzò il sopracciglio destro, che in questo modo gli diventava praticamente un accento circonflesso; un po’ alla Jack Nicholson, per intenderci. Il Jack Nicholson dei poveri.
“Alessio?” disse poi, in quello stesso atteggiamento.
“Sì?”.
“Alessiuccio?”.
“Quando fa così lo prenderei a schiaffi! Che vuoi?”.
“Ce la fai vedere, la tua, di macchinetta?”.
Dopo qualche minuto Alessio era proteso plasticamente nel gesto di raggiungere la sua fotocamera digitale, ora nelle mani di Giacinto. Lo faceva stolidamente, sporgendosi attraverso il tavolo rotondo del soggiorno, anziché girare comodamente intorno a esso. Per un po’ mantenne la parvenza di un ballerino che, sulle punte, porge la mano alla primadonna per aiutarla a scendere gli ultimi gradini. Poi iniziò a sbracciare a vuoto, con l’addome puntato contro il bordo del tavolo, e prese piuttosto ad assomigliare a un grosso rospo trovatosi improvvisamente fuor d’acqua.
“Ridammela, che la rompi” continuava a piagnucolare, istericamente.
“Un attimo di pazienza”.
Clic.
“Ecco! L’hai rotta!”.
“E che palle!”.
Filippo assisteva con finta neutralità. Alessio soffriva disperatamente, mentre Giacinto cercava di recuperare una batteria funzionante dalla sua macchina fotografica. Dal suo punto di vista, l’intera manovra era una violazione dei tabù più intimi: geloso in maniera patologica delle sue proprietà, con i gioiellini dell’ultima tecnologia instaurava un rapporto quasi carnale. I gingilli venivano appena toccati, sempre con infinito timore misto a cautela, e praticamente invecchiavano nella crisalide della loro confezione.
Quando Giacinto appoggiò la macchinetta sul tavolo e raccolse l’altra per il trapianto, Alessio si precipitò a recuperarla. “Che cosa le hai fatto?” disse tenendola nelle mani a coppa. Dalla sua prospettiva il sacrilego Giacinto non aveva sfilato una batteria, aveva violentato una concubina del suo harem. In altre culture avrebbe potuto ucciderlo a norma di legge.
“Vedi? Niente di più semplice” disse Giacinto dopo aver acceso la fotocamera trovata a casa di Georg.
“Hai…” Alessio era livido. “Hai…”.
“Sssh, diamo una sbirciatina alle foto in memoria”.
I tre si assestarono sul divano, Giacinto al centro e gli altri due ai lati, e iniziarono la loro rassegna. Dopo alcuni panorami, c’era la foto che ritraeva una locanda e una donna che innaffiava le aiole e digrignava i denti verso l’obiettivo.
“Ehi, ma quella è…”.
“Tiefenbach”.
Nella foto che seguiva, infatti, c’era Hadrian, il gestore della pensione Glücklich Aufenthalt di Tiefenbach, assieme a Rolando, un tipo rotondo, barbuto e occhialuto. Avevano entrambi i bicchieri alzati, le guance di un rosso acceso e due sorrisi vagamente ebeti.
“È lui!”.
“ Frühschoppen !”.
L’eccitazione dei tre si accentuò dopo questa scoperta, e fu con crescente interesse che commentarono le foto che seguivano: il passo di Furka, qualche istantanea con un pulmino di gitanti, lo stradello nella nebbia. Buffo a dirsi, c’era anche la mucca. Seguirono alcune foto brumose di Furka, la baita di Schwaar, Schwaar e altra gente mai vista prima. Infine c’era una serie di paesaggi brulli, tipici della montagna d’altura, la prospettiva di un sentiero, il basso profilo dei ghiacciai circostanti e una piccola baita caratteristica.
Le ultime foto erano abbastanza enigmatiche: una mostrava l’apertura lontana di una caverna o quella che forse era una semplice rientranza; un’altra era una parete di roccia con scorcio di cielo, fotografata dal basso, ma era difficile capire cos’avesse voluto inquadrare il fotografo. La foto successiva, invece, era semplicemente indescrivibile: non c’erano riferimenti per l’alto e il basso e poteva essere mossa, sfocata o chissà cosa. Ma ciò che la rendeva più incredibile era uno strano effetto, forse dovuto alla nebbia, indecifrabile sul piccolo display a cristalli liquidi della fotocamera: si sarebbe detta una sovraimpressione, se non fosse impossibile da realizzare con la digitale. Un volto diafano, quasi impercettibile ma dai contorni netti, affiorava al centro della foto; un volto dall’espressione incredibilmente maligna. Era come se l’autofocus del dispositivo si fosse concentrato su qualcos’altro, come se in mezzo ci fosse stato un vetro. Forse un freddo sensore elettronico aveva percepito quello che l’occhio umano non poteva: uno strato invisibile della realtà. I tre vecchi furono scossi da un brivido.
Le ultime quattro foto erano praticamente senza senso. Sembravano scattate da un ubriaco, inclinate, capovolte e comunque senza un soggetto preciso. In una di esse c’era una massa fuori fuoco che poteva essere uno scarponcino.
“Be’, che ne dite?” chiese Giacinto.
Gli altri due non risposero, perplessi. Alla fine Alessio ruppe il silenzio: “posso riprendermi le batterie?”.
AC – 000-002-060
“Perduri lo stravolgimento”.
“Pe- eeekrz -ercepisco. Già lo hai detto, Heeva”. Già lo ha detto. No no no. Non esiste il senso di ciò. Il Traduttore Istantaneo Multiversale (TIM) traduce il frinire di 6-grigiottero-0 in impulsi elettrici, equivalenti a vibrafonie comprensibili per l’Eternato.
Silenzio.
“Heeva?”.
Prendere, staccare, scuotere forte il cilindro. Una, due, 8×8 volte. I simboli sul cilindro sono sbiaditi, scrittura primitiva di razze inferiori. Il TIM decodifica, anabolizza, interpreta: fonemi che risuonano nei recettori sonori come HE-EVA. Denominazione bizzarra, ricorda un lieve stormire di elitre in atmosfera di xeno.
Di nuovo il cilindro nell’apparecchiatura.
“Mi senti, Heeva?”.
“Onda… onda… tutto gira. Ricordo questa sensazione, piccolo. Ricordo… Era pertinente la fermentazione di qualcosa?”.
“ Gzzhhheee . Dimmi qualcosa d’altro”.
“Sì… stravolgimento… Ciò che volevo dire, complanare, è che serve spendere energia per replicare le nostre esuberanze, incrementare l’anomalia cerebrale dei grumi di materia e alimentare la produzione…”.
“Ben detto”. Produzione, certo. La produzione è importante.
“Non interrompere, prego. Dicevo: serve spendere energia per fare una quantità maggiore con le nostre, metabolizzando la direttiva che anche nella produzione si può zampettare in modo anomalo, cosa che già si è fatto in molti cronotoni ostici”.
“Permetti a me di capire, Heeva. Dici che eeee -siste una logica produzione fuori dell’Alveare?”.
“L’ho detto, piccolo. Su, ora passami un involto di vegetali essiccati”.
“A che ti serve?”.
“Che strano. Non ricordo. Passamelo, ti ho detto”.
“Non ce l’ho. E poi come faccio?”.
“Già. Non so bene. Ti ho mai raccontato di quando organizzammo l’attrito sull’Arnese Educatore?”.
“Sì. Ma non ghvzzz … parlarmi di quello. Parlami ancora della vita fuori dell’Alveare”.
Silenzio.
“Davvero non hai un involto di vegetali essiccati per me?”.
“No”.
“Pazienza. Non tormentarti per questa cosa, piccolo. Se la mia esistenza viene interrotta, non spargere fluidi, svolgi le medesime funzioni e io deporrò le mie uova nel tuo addome”.
6-grigiottero-0 poggia l’Eternato tra i suoi simili. Non vengono tutti da Fkylljek -3, alcuni di loro sono stati ricavati dalla cerebro-ablazione di esseri più evoluti, senzienti dotati di elitre, antenne e con cronosettori di volo spaziale alle spalle. Eppure le vibrafonie di quella creatura-forza-lavoro entrano stranamente in risonanza con il suo incerto sentire, con il turbamento che prova da quando è stato esiliato a svolgere compiti assurdi e ripetitivi su quella palla di roccia ferrosa che ruota attorno a un pianeta scabro di un sistema solare periferico.
Progressivi interminabili passati a esaminare le creature-forza-lavoro, alcune giustamente impegnate per la maggior gloria dell’Alveare, altre perse a inseguire assurde attività spasmodiche: povere creature, menti individuali non guidate da un Alveare. Eppure alcune parole dell’Eternato Heeva risvegliano in 6-grigiottero-0 sensazioni contrastanti.
“ Ssszz- volgi le medesime krkrkkk … funzioni e io deporrò le mie uova nel tuo addome” ripete tra sé 6-grigiottero-0 mentre avanza in un lungo corridoio, diretto alla stanza dei visori.