Capitolo settimo
Capitolo settimo
Capitolo settimo
“ Weiße Haus ? Ehi, qui sul giornale c’è scritto che hanno tirato giù la Casa Bianca”. Filippo aveva fra le mani una copia del giornale locale Die Furkastimme con la foto in prima pagina di un edificio fumante, e cercava di decifrare quello che leggeva con le tre-quattro parole di tedesco che conosceva.
“Terroristi islamici, sicuramente” commentò Alessio.
“Sì, o la minaccia aliena, magari” disse Giacinto che era di pessimo umore. “Anche questi bovari in quanto a bufale non scherzano”. Poi aggiunse: “Metti via, abbiamo altro a cui pensare”.
In quel momento il trenino a cremagliera attraversò il microscopico borgo, sferragliando rumoroso sui binari. I tre vecchi, seduti con aria avvilita su una panca di legno, lo guardarono mentre si allontanava, circonfuso dai vapori sprigionati dal comignolo. Lo scenario montano sullo sfondo creava uno spettacolo da cartolina.
“Bello” cominciò Filippo, che aveva intanto ripiegato il giornale. Sarebbe stato il suo pensiero naif di mezza mattina se Alessio non lo avesse interrotto con uno sfogo poco consono alla bucolica pace dei monti: “Bello un par di palle. Che senso ha un treno che non porta da nessuna parte?”.
“È un trenino turistico”.
“E che dire del verme con cui abbiamo parlato?” L’atteggiamento di Alessio era quello di chi vuole vedere inefficienza e abominio in tutto ciò che non riesce a capire.
“Quanto sei esagerato” azzardò Filippo.
“Esagerato io? Un cretino che gira in braghe verdi come lo chiami?”.
“Ma quella è la divisa d’ordinanza del Primo Aiut…”.
“Sì, Primo Aiutante del Caposezione Militare! Mecojoni!”.
“Senti, di meglio qui non c’era” replicò secco Giacinto, “Se vogliamo parlare con un borgomastro o Herr Caposezione in persona dobbiamo tornare a Tiefenbach”.
“E poi che cazzo è un caposezione militare?”.
“I capisezione organizzano i gruppi locali di giovani militi” si inserì Filippo, col tono didascalico del documentarista mancato. “L’organizzazione militare svizzera risente delle tradizioni del Paese. I maschi adulti sono sempre in servizio, pronti a prendere la loro colubrina e partire per salvare il Cantone”.
“E ogni tanto qualcuno esce di testa e spara al vicino di casa con il fucile di ordinanza” concluse Giacinto.
“Però non ho mai sentito parlare della figura istituzionale del Primo Aiutante del Caposezione Militare” aggiunse timidamente Filippo. “Sulla guida che ho comprato prima di partire non ne parlano”.
”Vabbe’, non divaghiamo” lo interruppe Alessio agitando la mano e storcendo la bocca con disgusto. “Dicevo: quel Vicecoso lì, com’è che ha detto che si chiamava?”.
“ Herr Vicecaposezione Hanspeter Pfister”.
“Ebbene, l’avete sentito? Ci ha trattato come se fossimo vecchi rincoglioniti!”.
“Nel tuo caso…” borbottò Giacinto, ma si fermò dopo aver visto lo sguardo supplice di Filippo, che non ne poteva più delle solite discussioni. “Bah!” concluse quindi, “probabilmente ha ragione lui. Rolando è ripartito e si è dimenticato di lasciarci il solito messaggino della caccia al tesoro”.
“Ma pure il montanaro, Georg, aveva una faccia strana quando ci ha fatto vedere sulla mappa dove ha trovato la macchina fotografica”.
“Senti, hai sentito cosa ha detto il vicecapocrucco? Secondo Schwaar, Rolando ha salutato ed è partito. L’escursione in montagna, quando ha perso la macchinetta, l’aveva fatta il giorno prima”.
“E le foto?”.
“Scatti casuali, pixel senza senso… Magari la macchina è caduta a terra e le foto le ha fatte un leprecauno dei picchi silvestri”.
“Lepreche?”.
“Con Rolando che facciamo?” intervenne Filippo in uno dei suoi rari ma proficui momenti di concretezza.
“Hai sentito anche tu, no? Chiederanno alle baite e agli hotel della zona per provare a rintracciarlo. Fine. Di più non possiamo aspettarci”.
“E allora?” chiese Alessio.
“E allora, Frühschoppen !” concluse Giacinto, dirigendosi alla taverna.
Dopo un momento di silenzio, Filippo scrollò le spalle, si alzò a fatica e lo seguì.
Alessio sbuffò, esibendo una credibile ma involontaria imitazione del trenino a cremagliera, quindi ingurgitò un paio di cardioaspirine e li raggiunse.
Hanspeter Pfister, un uomo alto e allampanato dalla pelle chiarissima, rimase seduto dietro alla sua scrivania a fissare dalla finestra i tre vecchi, finché questi non entrarono nella taverna; quindi prese il telefono, compose un numero e scambiò poche parole. Quando riagganciò, il lungo volto dalla pelle chiara, coperto di piccoli nei, appariva preoccupato. Aggrottò le sopracciglia cespugliose e scosse il capo, poi altre chiamate seguirono la prima. Infine Pfister si alzò, aprì la porta dell’ufficio e uscì in strada. Proprio in quel momento, Schwaar uscì dalla taverna e gli andò incontro. Si scambiarono un cenno del capo, salirono sulla Passat nera dell’oste e partirono. Nei momenti successivi, come se avessero ricevuto un segnale, la maggior parte delle porte del paese di Furka si aprirono e tutti gli uomini iscritti al registro del Vicecaposezione uscirono dalle proprie case. Quasi tutti: almeno due di loro, Bulgheroni e Georg, mancavano all’appello.
In breve, la maggior parte delle altre macchine parcheggiate in paese si misero in moto e seguirono la Passat, che dopo un paio di chilometri di strada asfaltata imboccò uno sterrato su cui vigilava un segnale di divieto. Le macchine si inerpicarono su per i monti, in uno scenario sempre più brullo, fino ad arrivare di fronte a un grosso capannone in legno. In silenzio, gli uomini scesero dai mezzi ed entrarono.
All’interno del capannone l’orgia era al suo culmine. Milioni di tarli banchettavano senza ritegno, una piccola comunità di ratti si rincorreva senza posa in mezzo ai rottami e una miriade d’altre bestiole si divertivano come meglio potevano. Quando il primo fascio di luce illuminò l’ambiente, il festino cessò e tutte le creature tacquero. Un vecchio scarabeo appoggiato su una mensola agitò le antenne, incuriosito dai nuovi venuti.
Il capannone era una vecchia segheria abbandonata. I passi dei convitati riecheggiarono sulle assi del pavimento: il locale era interamente costruito in legno e i rumori ne uscivano amplificati. Ognuno, appena entrato, tracciò un simbolo nell'aria con la mano destra, quindi indossò una delle tuniche appese alla parete e prese posizione su una delle sedie disposte in tre semicerchi concentrici. Sembrava che la scelta del posto non fosse casuale, ma che ognuno avesse il proprio.
Solo dopo che tutti furono entrati, fecero il loro ingresso anche Pfister e Schwaar. Quest’ultimo, infilatasi la tunica, andò a piazzarsi su una sedia che si trovava al centro dei semicerchi, dirimpetto a tutti gli altri, mentre il Vicecaposezione rimase in piedi alla sua destra. Costui tracciò ancora quello strano simbolo e i presenti fecero altrettanto.
“ Geschwister! ” disse quindi Pfister. “ Die Zeit ist kommen! ”.
Il che, in un altro luogo e nella meccanica traduzione del TIM potrebbe significare: “Confratelli! Il tempo è giunto!”.
Seguì una risposta corale, qualcosa tipo “ahummm”, probabilmente la formula di risposta all’invocazione.
“Lasciamo che il vento cancelli le tracce dei profanatori”.
“Ahummm”.
“E che il respiro della montagna si cibi delle anime impure”.
“A-ahummm”.
Dopo di che Pfister fece un passo indietro e rimase parzialmente nell’ombra, a capo chino.
Fu quindi Schwaar a prendere la parola. Lo fece senza alzarsi e con tono definitivo, da persona o cosa cui è riconosciuta una grande importanza, come un patriarca, o un roveto ardente. Non era neanche parlare, quello, ma piuttosto diffondere il Verbo. Il silenzio attorno a lui si fece assoluto.
“Amici. Fratelli. Sono passati quasi tremila anni da quando i nostri progenitori impararono a convivere con colui-che-sussurra-nel-vento, e se da allora abbiamo prosperato lo dobbiamo solo al forte legame che unisce i membri della nostra comunità, e alla devozione per la sacralità della montagna”. Pfister tracciò ancora una volta il simbolo in aria.
“Devozione vuol dire gratitudine” disse il pubblico in coro, come reagendo a un segnale convenuto o in risposta al passaggio di un rito.
“Sì, gratitudine” riprese Schwaar, “ma soprattutto memoria, per cui è mio compito ricordarvi ancora una volta di come il giovane Elmo, der Föhnteufel , ascese al cielo e fu tutt’uno con la montagna, da dove discende quando cerca vendetta per la sua giovane sposa Iken, uccisa dagli uomini delle pianure. Per molti secoli costoro hanno imperversato per le nostre terre, devastando e colonizzando sulle macerie di quello che i nostri padri avevano costruito, ma lo spirito di Elmo ha sempre vegliato sul suo popolo, a patto di ottenere i suoi sacrifici”.
“Sacrifici! Sacrifici!” riprese il pubblico, sempre in risposta ai segnali di Pfister.
“Oggi come allora ci sono altri stranieri indesiderati, touristen , e portano qui la barbarie che a loro piace chiamare civiltà. Vengono a turbare la nostra quiete con i loro telefonini , il loro vociare incontrollato e le loro stupide domande”.
“ Raus lo straniero! Raus lo straniero!” gridarono i paesani, battendo i piedi a terra.
“Un mese è passato da quando l’altro mangia-spaghetti, il ciccione saccente, è passato per i nostri luoghi, e anche lui è stato preso dal vento. Oggi i suoi amici l’hanno raggiunto qui. Finirà mai questa processione? Qui non c’è niente da vedere, niente da fare, i turisti normali fanno un giretto nel trenino costruito per gente stupida e poi se ne vanno. Questi no. Girano. Fanno domande. E alcuni di noi li assecondano, e guarda caso sono proprio quelli che non hanno mai voluto far parte della sacra confraternita. Voi sapete di chi parlo: di quel demente di Georg e di Herr Bulgheroni. Già la montagna ha fatto pagare loro un pegno pesante ma, nonostante questo, loro non hanno capito. Se anche questa volta sono voluti andare contro la volontà della comunità è giunto il tempo che subiscano anche loro la meritata punizione”.
“Punizione! Punizione!”.
“Dovremo prendere ancora una volta una difficile decisione, fratelli, come spesso ci è capitato di fare in passato. Per questo io chiedo a voi, ora: volete scegliere i tre vecchi turisti rompiscatole come i prossimi doni per la montagna?”.
“Vogliamo!” si levarono in coro le voci dei confratelli.
“E siete d’accordo che assieme a loro vadano anche i nostri sacrileghi compaesani, i già menzionati mastro Georg il falegname e Herr Bulgheroni?”.
“Vogliamo!”.
“E allora sia!” decretò Schwaar con un accento terribile nella voce. “Domani faremo in modo che ciò che la nostra sacra confraternita ha deciso accada. E come è sempre stato in passato, gli averi dei sacrificati verranno portati qua nel magazzino”. Mentre diceva questo indicò la parte non illuminata del fabbricato, dove grandi casse, parti di automobili e altri oggetti erano accatastati gli uni sugli altri.
“E allora sia!” ripeterono tutti.
Quindi, in silenzio, ciascuno dei presenti si alzò dal proprio posto secondo un ordine prestabilito e, posata la tunica, uscì dal capannone. Alla fine rimasero solo Pfister e Schwaar.
“Con Bulgheroni ci parlo io” disse Pfister, “So come convincerlo ad accompagnare i tre idioti”.
“E Georg?”.
“Lo conosci, quello. Non si è mai rassegnato. Se Bulgheroni gli propone una crociata a caccia dei figli perduti, lo segue ringhiando come un dobermann”.
“Bene”, rispose Schwaar, “e speriamo che la montagna se li prenda tutti”.
“Ci ha mai traditi, la montagna?” sogghignò Pfister.
Schwaar sorrise in risposta. Poi, come se si fosse ricordato di una cosa importante, soggiunse: “Io terrò le valigie. Belle le valigie. Sono fatte da Herr Roncato”.