Capitolo ottavo
Capitolo ottavo
Capitolo ottavo
“Ah! Uomini di poca fede!”.
Gongolava.
Giacinto Panetta gongolava, ed era impossibile non accorgersene. “L’uomo di legge per il cittadino svizzero è come lo sciamano per l’aborigeno australe!”.
Filippo alzò gli occhi al cielo e, nel gesto, la cervicale si bloccò, e il volto si trasfigurò nell’espressione della Madonna addolorata.
Alessio si limitò a sbuffare e a tormentare rabbiosamente la nocca del dito amputato.
“L’hanno trovato, visto? È bastato comportarsi civilmente, chiedere con la dovuta fermezza, minacciare rappresaglie legali e il nostro Vicecaposezione ha trovato tutte le informazioni necessarie”.
A causa di quello strano fenomeno per cui gli opposti, talvolta, finiscono per somigliarsi, Giacinto aveva assunto il tono saccente tipico di Alessio. D’altronde, da quando aveva abbandonato definitivamente la carriera forense, le opportunità per sfoggiare le abilità acquisite in decenni di attività da avvocato penalista si erano decisamente diradate. E questo piccolo successo gli aveva dato una benefica iniezione di adrenalina. Persino la gengivite lo tormentava meno del solito.
“Ma lassù come ci arriviamo adesso?” chiese titubante Filippo, mentre si massaggiava il collo, con il viso sempre rivolto al cielo. “La Duna mica ce la fa a salire per quei sentieri sterrati che ci ha fatto vedere il tipo sulla mappa”.
“Mica ce lo ha detto il medico di raggiungere quell’imbecille disperso tra i monti” chiosò Alessio.
“ Herr Vicecoso, lì” continuò Giacinto imperturbabile, “ha detto che il posto è spettacoloso e, se avessimo problemi, Bulgheroni ci aiuterà a risolverli. Basta che mylord qui la smetta di fare apprezzamenti sulla defunta progenie del veterinario e tutto andrà per il meglio”.
“Sì, sì. Scherzate voialtri, scherzate” ribatté Alessio, fissando i due compagni di viaggio con uno sguardo da cospiratore, “ma a me la faccenda puzza. E pure molto. Come fanno a sapere che Rolando sta in una baita in montagna, se nemmeno c’è il telefono?”.
“C’è una rete di guardie forestali, caro il mio amico paranoico” rispose Giacinto, facendo il gesto di dargli una pacca sulle spalle, mentre Alessio si scostava stizzito.
“Mi puzza, ti dico. Quel crucco mi puzza di marcio. Questo cazzo di paese mi puzza di marcio” poi, dopo una sniffata all’aria, Alessio soggiunse: “a proposito, cazzo è ‘sta puzza?”.
“Balsamo di tigre!” disse Filippo che continuava a massaggiarsi il collo dopo essersi cosparso le mani con una cremina dall’odore ributtante. “L’ho comprato dai cinesi di Quitrovitutto a Gomitona: è un toccasana per torcicollo, cervicale e colpo della strega. Me lo porto sempre dietro”.
“Bene!” disse Giacinto. “Ti servirà anche sui sentieri sterrati del Muttenhörner”.
“Ve lo sognate di portare quella roba puzzolente nell’abitacolo di una macchina!” replicò Alessio. “Mi vomito anche la colazione di due giorni fa!”.
“E basta!” tagliò corto Giacinto, “sentiamo piuttosto cosa ci può dire il nostro amico veterinario. Guardate, sta arrivando”.
Bulgheroni era appena uscito dall’ufficio di Pfister e marciava con passo deciso verso di loro. Il volto dell’uomo aveva una strana espressione, indecifrabile, le labbra esangui strette a formare una linea, gli occhi fissi oltre le spalle dei tre vecchi, come a scrutare le cime dei monti.
“Salve!” lo salutò affabilmente Giacinto. “Il Vicecaposezione ci ha detto che potevamo rivolgerci a lei per andare a trovare il nostro amico”.
Bulgheroni sembrò scuotersi dal suo stato di estasi mistica. Fissò Giacinto come se lo vedesse per la prima volta, quindi assentì: “ Komm. Seguitemi. Abbiamo bisogno di un mezzo”.
“Efficiente” sussurrò Filippo, “si vede che siamo nel paese degli orologi”.
“Mi puzza” grugnì Alessio.
“Ma che palle!” proruppe Giacinto. “Inforca un bidè e lavatelo!”. Quindi seguì il veterinario, diretto verso la casa di Georg.
“Ma lui lo sa dove dobbiamo andare?” tentò Alessio come ultimo diversivo.
“Sì, non si preoccupi” rispose Bulgheroni senza neanche voltarsi, “lui sa”.
Mentre Georg portava il suo fulgido mezzo arancione su per lo sterrato, Giacinto se ne stava comodamente seduto in cabina, piantina alla mano e sigaro in bocca. Intanto, Alessio, Filippo e Bulgheroni, dietro, subivano i salti e gli scossoni dovuti al terreno accidentato. Col moto del veicolo arrivava una certa arietta e il senso di freddo era acuito dal contatto con la lamiera; per fortuna Georg aveva buttato nel cassone qualche coperta di lana: erano talmente impregnate di odore di sanbernardo che se avessero ringhiato nessuno ci avrebbe fatto caso. La povera bestia, invece, l’unica fra tutti che mostrasse di gradire una scampagnata, era stata lasciata di guardia a casa, a guaire di solitudine.
In condizioni più agevoli Alessio avrebbe dato sfogo a tutta la sua verve polemica, invece se ne stava per lo più accucciato, buono buono, farfugliando qualcosa a occhi chiusi: sembrava che pregasse, invece ripassava mentalmente la catena farmacologica di qualche iter terapeutico contro la polmonite interstiziale.
Filippo, amante com’era della natura, si guardava continuamente intorno e il suo occhio da escursionista poteva scorgere uno scoiattolo, o una ghiandaia, laddove un osservatore comune riusciva a notare solo un movimento di foglie. Rododendri, mirtilli, abeti, salici nani e anche alcuni tipi di sorbo creavano qui e là fantasmagoriche macchie cromatiche; per rendere il tragitto ancor più piacevole, Filippo si era messo le cuffie di un lettore MP3 e scuoteva la testa al ritmo dell’unica musica che valesse la pena ascoltare: quella dei Beatles, ovviamente.
Bulgheroni, seduto tra Alessio e Filippo, teneva lo sguardo fisso in direzione delle alte vette, assorto in pensieri che non aveva senso condividere con gli altri.
Gradualmente la vegetazione si fece sempre più rada e pascoli sempre più ampi si aprirono la strada in mezzo ai boschi di conifere. Ormai da tempo Georg aveva svoltato su una stradina laterale, che d’un tratto diventò sterrata e piena di buche.
“Dio, la schiena, la schiena, Dio!” esclamò Filippo in preda a un chiasmo mistico.
Alessio non proferì parola: seguiva lo sguardo di Bulgheroni, che si perdeva tra le nuvole attorno alla cima del Muttenhörner: il cocuzzolo del monte sembrava la tonsura di un monaco, circondata da una capigliatura candida e cotonosa. Propaggini di nebbia scendevano lungo i ripidi fianchi della montagna, e una leggera nebbiolina iniziava ormai a circondare anche il pick-up di Georg. Alessio rabbrividì.
Un rumore di campanacci anticipò l’apparizione di alcune mucche al pascolo, che brucavano tra le spire di umidità, a pochi metri da una baita. Il pick-up lasciò lo sterrato e si avventurò sull’erba, diretto verso la casetta. Filippo si aggrappò ai bordi del cassone, gli occhi strabuzzati, cercando di minimizzare i contraccolpi all’osso sacro mentre le note di The long and winding road gli rimbombavano nella testa. Alessio invece si era aggrappato a Bulgheroni che, finalmente distratto dai suoi pensieri, lo guardava con un misto di fastidio e costernazione.
Alla fine la macchina si fermò. Faticosamente, gli occupanti sbarcarono. Filippo era l’immagine della sofferenza; l’odore del balsamo di tigre tornò a pervadere l’aria.
“L’abbiamo trovato” ammiccò Giacinto, indicando il fumo che usciva da caminetto.
“Oh come sono felice” grugnì Alessio, mentre zoppicava e si massaggiava le gambe infreddolite. “Adesso gliele facciamo pagare tutte, allo stronzone”.
Bulgheroni bussò, e la porta si aprì con un cigolio sinistro: era accostata. Dall’interno della baita, nessun rumore. Giacinto superò il veterinario e si precipitò in casa: le foto nella macchina fotografica di Rolando gli avevano lasciato addosso un brutto presentimento.
L’interno del locale era spoglio: un tavolaccio, quattro sedie, una brandina, un armadio vuoto e spalancato e una vecchia cucina a gas erano gli unici elementi dello spartano arredamento. Nel caminetto il fuoco stava finendo di consumare alcuni ceppi di legno, e un odore di salsicce arrostite si mescolava a quello del nauseante balsamo di Filippo.
Una vecchia coperta di lana nera ricopriva interamente un corpo sdraiato sul letto. Giacinto e Filippo rimasero immobili a guardare quel rilievo immoto da cui non proveniva alcun segno di vita, timorosi di scoprire qualche agghiacciante verità.
Alessio, piombato in casa, scostò i due compagni di viaggio e si precipitò sul letto. Scosse il corpo sotto le coperte e gridò: “Brutto pezzo di merda! Per colpa delle tue cazzate da Indiana Jones abbiamo rischiato la broncopolmonite!”.
Per un momento non vi fu nessuna reazione.
Poi, lentamente, una mano scheletrica fece capolino dalle coltri, la coperta venne scostata ed emerse un individuo biondiccio, lungo e magro, con gli occhi cisposi, un maglione grigio sformato e l’aria intontita.
“ The fool on the hill ” sussurrò Filippo tra sé, richiamando i versi dei Beatles, “ Day after day , alone on the hill …”.
“Mario” sussurrò Bulgheroni, “che fai qui?”.
“Cazzo ci fate voi” rispose l’uomo, con una pesante cadenza romanesca.
“E adesso dove cazzo è finito Rolando?” sbottò Alessio, esasperato.
“Chi cazzo è Rolando?” chiese Mario.
“Signori” intervenne Giacinto, con tono magniloquente, “comprendo l’esigenza che vi spinge a stigmatizzare il vostro rammarico tramite protesi falliche verbali. Sarebbe il caso, tuttavia, di chiarire la situazione in termini più civili”.
“E te chi cazzo sei? Sei fuggito dall’ospizio dei rincojoniti?”.
Giacinto era noto nel foro di Gomitona per l’abilità nel simulare finte sfuriate e celare all’avversario la vera rabbia. Evidentemente, questa capacità era stata erosa dal periodo di inattività dopo il pensionamento. Emerse invece lo spirito rissaiolo giovanile, il quale si concretizzò in un preciso destro che ebbe il duplice risultato di slogare due dita a Giacinto e di rimettere a dormire il poco cortese interlocutore.
Alessio e Bulgheroni guardarono sorpresi Giacinto che bestemmiava reggendosi la mano dolorante. Georg emise un suono ragliante che probabilmente era una risata. Filippo osservò l’uomo svenuto e sussultò: the man with the foolish grin is keeping perfectly still.
AC – 000-002-037
“Asteroide Kyokkjit , settore setteunotre. Stella Fkylljek di tipo xyxxl . Orbita ft-kl-llghtrlk . Temperatura esterna tr-kl-traktl . Massa inerz…”.
La voce artificiale dell’analizzatore autonomo biologico si estende su un’ampia gamma di frequenze. Un esempio di dedizione assoluta alla Direttiva Esplorativa Primaria, per maggior gloria dell’Alveare.
Il Cromoeducatore Lineare 4-amarantolo-6 vibra le ali membranose in segno di eccitazione, prima che il suo momento di piacere chimico sia turbato dalla decelerazione della nave su cui viaggia, in procinto di attraccare su Kyokkjit .
Quando il Messo Tridimensionale dell’Alveare lo aveva distaccato dalla Matrice per destinarlo all’investigazione su quel remoto asteroide di controllo, 4-amarantolo-6 aveva sentito la chimica dei suoi tubuli reagire allo stesso modo, tanto era forte l’emozione di dover abbandonare i suoi amatissimi tetra-differenziali.
La suprema onniscienza dell’Alveare aveva individuato una fluttuazione anomala nel bilancio energetico di una colonia in stasi, edificata su un insignificante pianeta di un piccolo e remoto sistema solare. Tra l’altro i rapporti indicavano che l’ affssdewr adibito alla mansione “Supervisione e osservazione” su Kyokkjit stava cominciando a mostrare crescente instabilità.
L’opzione “Intervento divino”, infatti, è utile per introdurre fasi catartiche durante la stasi protratta dell’osservatore, come indicato dai manuali di psicopatologia dell’ affssdewr isolato. Tuttavia, il suo uso ripetuto è segno di mancanza d’equilibrio; inoltre la procedura va limitata in determinati contesti planetari, in quanto collide con le visioni non-teogoniche degli autoctoni che evidenziano i primi brandelli di consapevolezza pseudo-razionale. In questi casi, le creature-forza-lavoro attribuiscono gli “interventi divini” distruttivi ad altri se stessi, quindi si eccitano e trascendono nell’autodistruzione. Tipico comportamento assurdo di creature non comunitarie.
Era quindi necessario approfondire lo studio dell’anomalia e agire per ristabilire l’ordine. Per maggior gloria dell’Alveare, sia sempre beninteso.
4-amarantolo-6 vira all’ultravioletto mentre i suoi fotorecettori scorgono la massa dell’asteroide incombere dai visori della plancia. Un pensiero gli erra per le sinapsi: è il globulo della sua cogenitrice, iridato da tutta la sua disapprovazione. 4-amarantolo-6 sa perché: ha poco controllo sulla propria chimica e questo lo porta a prendere decisioni poco meditate. Irrazionali è la parola che osa solo subvocalizzare. Niente a che vedere, ovviamente, con le assurdità che possono nascere tra le antenne di un affssdewr, ma sicuramente troppo per la mente di un Cultore della Scienza, un membro della casta di flaadaass che guida tra le stelle l’Alveare. Le sue ricerche non autorizzate sui campi d’improbabilità orgonica sono state sufficienti per suscitare le rimostranze dei suoi superiori, ma ora ha tra i manipolatori l’occasione per riscattarsi: quando risolverà il mistero della fluttuazione energetica, l’Alveare lo perdonerà e così potrà finalmente tornare al suo compito originario: l’educazione dei fuchi.
I visori irradiano gigaquad di dati riguardo la superficie di Kyokkjit . 4-amarantolo-6 osserva affascinato quel terreno roccioso costellato di crateri grandi e piccoli, mentre le letture ai margini dello spettro primario evidenziano la rete sensoriale dell’asteroide: una fitta ragnatela di cavità preposte alla raccolta, amplificazione e analisi di ogni segnale in transito per quel sistema solare del settore setteunotre. Ogni cavità è un piccolo miracolo di bioingegneria: ora si vedono anche i sottili filamenti di antimonio che veicolano i segnali dall’elemento di acquisiz… Xxirr’th ? La luce spia è già Xxirr’th ? Cuticola!
Un pedipalpo avvia giusto in tempo la procedura di atterraggio, prima che la nave si schianti a velocità di crociera sulla superficie di Kyokkjit . Le specole di 4-amarantolo-6 assorbono avidamente la miscela respiratoria mentre la chimica del suo corpo lavora a pieno regime per smontare i sottoprodotti dell’orrore appena superato.
Controllo… controllo. 4-amarantolo-6 vibra le ghrrr-thji e si ripromette di esercitare maggiore concentrazione. Un buon elemento di riflessione per la decontaminazione di rito, prima di entrare nell’asteroide.