Capitolo nono
Capitolo nono
Capitolo nono
Ci volle quasi un quarto d’ora perché Mario si svegliasse, e il tempo fu sufficiente a svolgere una breve ispezione della stanza: di Rolando e delle sue cose non c’era traccia, in compenso sul tavolo poggiavano un cucchiaino annerito dal fuoco e un limone spremuto.
Alessio sollevò i reperti: “S’è fatto una spremuta, il tipo”.
“Più probabile che sia una pera” rispose Bulgheroni.
Alessio fece cadere a terra cucchiaino e limone e balzò indietro, come se temesse di rimanerne infettato.
“È un vecchio ospite del centro Mesmer” proseguì Bulgheroni, “le vacche qua fuori sono quelle allevate dalla comunità. Sono anni che Mario entra ed esce da lì”.
In quel momento l’uomo si svegliò con un grugnito: appariva un po’ meno intontito di prima, nonostante l’occhio nero. A ben guardarlo, doveva essere giovane, anche se il volto scavato e i capelli precocemente ingrigiti lo facevano sembrare un quarantenne malvissuto.
Giacinto si avvicinò al letto e tese la mano. Mario si ritrasse in un angolo del letto.
“Scusa” disse Giacinto, “mi sono fatto trascinare dall’istinto. Brutta cosa l’istinto”.
“Mmmmph” mugugnò Mario, toccandosi il volto contuso, “vabbè, accannamose, ho esaggerato pure io… quanno me svejo male me succede”.
I due si strinsero la mano e quell’antico gesto tribale fece sensibilmente ridurre la tensione nella baita.
I gitanti portarono dentro zaini e sacchi a pelo e si misero seduti di fronte al caminetto, assieme a Mario che aveva riattizzato il fuoco. Fuori la luce stava calando, così come la temperatura: il sole di fine agosto scendeva molto rapidamente dietro agli alti picchi rampanti che incombevano tutt’intorno.
Dopo l’inizio problematico, Mario ora sembrava quasi lucido, quanto meno in grado di recepire le domande altrui e di elaborarle per dare risposte coerenti, seppur filtrate dalla sua intrinseca romanità, una deformità di fronte a cui anche la moderna chirurgia è impotente.
“Rolando Ruggeri, me dite?”. Il tono strafottente con cui Mario soppesava le risposte rimandava alle giornate assolate della capitale, alle strade della periferia in cui i monelli giocano a sbeffeggiarsi e a rincorrersi.
“Esatto” rispose Giacinto, fra i denti.
“Mmmh, no, no ’o conosco. Mejo, perché uno che se chiama Rolando me sa un po’ dde ciccisbeo”. Poi, vedendo che Giacinto assumeva di nuovo un’aria minacciosa, aggiunse: “Ennò. Ebbòno. E stavo a scherza’…”.
Al di là della rocciosa romanità su cui le domande sembravano scivolare via, era evidente che il nome e la descrizione fisica di Rolando non dicevano niente a quell’uomo.
“Gente, me sa che stamo a piscia’ controvento ” disse Giacinto in un’orribile imitazione di romanesco.
“Evidentemente il vostro amico non è stato qui” disse Bulgheroni, con aria avvilita. “ Herr Pfister è stato male informato”.
“Eppure secondo logica dev’essere almeno passato da questa baita” ribadì Giacinto. “A quanto ho capito questo è l’unico punto di appoggio nel raggio di chilometri”.
“ Ja ” commentò Bulgheroni, pensoso. Georg annuì, come se capisse veramente quello che si stava dicendo. Anche Mario annuiva, qualunque cosa ciò volesse dire.
“Bah… Direi che per stasera lasciamo perdere” concluse Giacinto. “Mangiamoci qualcosa, poi domani ci faremo venire qualche idea… oppure ce ne torniamo a casa. Stanotte chiederemo ospitalità a questo… bravo giovine”.
“Eccome no. Ecché pprobblema c’è. Qui se stamo tutti comodamente. Questa è la casa der pellegrino”.
“Bene, allora è deciso” disse Giacinto. “E adesso che c’è?” chiese poi, vedendo che Filippo gesticolava senza riuscire a proferire verbo.
“S’è inceppato” disse Alessio.
Filippo non era nuovo a momenti di afasia come questo: quando ciò accadeva, era indice di un moto repentino dell’animo, una sovreccitazione che non trovava un pronto riscontro nel linguaggio umano.
“Le foto!” riuscì infine ad articolare Filippo, “mostriamogli le foto!”.
“ Ja! ” disse Bulgheroni.
“Sei un genio!” disse Alessio.
“Adesso non mi dai del coglione , eh?” replicò Filippo, vagamente compiaciuto.
“Genio… sregolatezza… che differenza c’è?” tagliò corto Giacinto. “Dove ho messo la macchina fotografica di Rolando?” soggiunse frugandosi il giaccone.
Alessio lo guardò male.
“Tranquillo” disse acido Giacinto, “non le tocco le pilette tue, le ho comprate nuove. Contento?”, poi estrasse la fotocamera, la accese e cercò la foto.
“Ecco qua, questo al centro è Rolando” disse, porgendo la macchinetta a Mario.
“Famme un po’ vvede’”.
“Allora?”.
“E lo zumme ando’ sta? Ah, ècchelo qua… vedemo un po’…”.
Passarono alcuni momenti in cui Mario sembrava mettere a fuoco non tanto l’immagine sul display quanto quella sulla sua stessa retina. “Ehi, ma questo è er Bos ” esclamò infine.
“Il boss?” dissero tutti in coro. Tutti meno Georg, ovviamente.
“Sì, er Bos”.
Le domande arrivarono tutte insieme: nessuno chiese se Rolando stava bene o se era ancora vivo; no, questo era secondario. L’unica cosa che importava veramente sapere era una sola: perché Bos ?
“Non Bos ner senso der capoccia ” disse Mario con tono strascicato, cogliendo il facile equivoco dallo sguardo dei presenti. “Bos come t’amo pio bos. Er bove, in latino”. Poi, vedendo che tutti lo guardavano increduli aggiunse: “Aho’, io ho studiato, sa’? E che vve credete?” Quindi proseguì: “Grasso come un bove, magnava come un bove, sudava da fa’ spavento: dopo un po’ m’è venuto da soprannominàllo Bove Pluvio ”.
Alessio sghignazzò senza ritegno. Filippo ridacchiò in modo composto e quasi di nascosto, e perfino Giacinto non riuscì a reprimere un sorriso. Per essere una deformità incurabile, la romanità aveva alcuni lati positivi.
Poi iniziò un nuovo giro di domande. Piano piano riemersero i ricordi, e dove prima regnavano le tenebre iniziarono a farsi strada sprazzi di luce.
Venne così fuori la storia di una spedizione che a quanto pare Rolando aveva organizzato in gran segreto. Mario accennò ad attrezzi da scavo, tende da campo e apparecchiature non meglio identificate. Inoltre Rolando non era solo, come tutti avevano sospettato, ma era accompagnato da due uomini: uno alto e robusto e l’altro magro. Mario ricordava di averli trovati nella baita, dove apparentemente erano arrivati senza un mezzo proprio, forse accompagnati da qualche guida locale, ed erano ripartiti ormai da parecchio tempo. L’evanescente memoria del tossico non era in grado di fornire informazioni più dettagliate.
“Scavi” disse Bulgheroni annuendo. “ Ja . Questo corrisponde”.
“In che senso?” chiese Giacinto.
“Qui vicino” spiegò il veterinario, “a poche ore di cammino, sono stati trovati i resti di un accampamento di cacciatori nomadi del Mesolitico: schegge di selce, frammenti di strumenti e cristalli di quarzo. Ne ha parlato anche il Tiefenbach Zeitung . Poco lontano ci sono resti più recenti, forse un campo romano”.
Georg annuì, si accostò al muro, finse di disegnarci sopra, poi fece le corna con la mano destra.
“ Ja ” proseguì Bulgheroni, “hanno trovato anche una pittura rupestre che mostra un cervo. Mia figlia andava spesso a vederla”.
“E già” intervenne Mario, “a Monica je piacevano, ‘ste robbe”.
“Ehi, ma Georg non era sordo?” intervenne Filippo, stupito dall’improvvisa attività del montanaro.
“No” rispose Bulgheroni, mentre Georg scuoteva la testa in segno di diniego. “È solo muto. Da tanti anni”.
“Io je l’avevo detto ar Bos”, intervenne Mario.
“Cosa?”.
“Che quer posto era un postaccio”.
“Quale posto?”.
“Quello dei mortacci antichi: noi nun ce annamo più a pascola’ le mucche… quanno er vento fischia… quarcheduno der Mesmer… be’, ha visto cose strane”. Poi lanciò un lungo sguardo a Bulgheroni e aggiunse: “E quarcheduno non s’è proprio più visto”.
“Chissà che s’era fumato… quel quarcheduno ” sussurrò Alessio nell’orecchio di Filippo.
“Guarda che t’ho sentito” grugnì Mario.
“No… ma… io…”.
“Vabbe’, vabbe’, lassamo pèrde’… pace e bene” dichiarò Mario, dispensando benedizioni con mossa papale, poi soggiunse: “Appropo’, che dite, se famo tutti ‘na bella canna prima de corcasse?”.
“Perché no?” rispose Giacinto estraendo il fido Zippo.