Capitolo decimo
Capitolo decimo
Capitolo decimo
L’alba è un momento di transizione che consente di suddividere l’umanità in due categorie nettamente distinte tra loro. Ci sono individui che sembrano nati per balzare in piedi con il primo raggio di luce, esseri solari, pieni di energia, incapaci di poltrire a letto, trascinati dalla necessità di agire. Altri, invece, vuoi che abbiano trascorso una nottata di bagordi, vuoi che si siano coricati all’imbrunire, preferiscono restare a crogiolarsi tra le coperte fino a tardi, godendo del piacere di lasciar vagare la mente nei territori inesplorati del grande nulla.
La comitiva che riposava nella baita era costituita dai genotipi più diversi, e i membri del gruppo appartenevano a variegate sfumature di gufi e allodole; tuttavia, né i tre vecchi italiani, né i due svizzeri riuscirono a vedere il sorgere dell’alba e il test del risveglio mattutino non ottenne alcun risultato di interesse statistico. Infatti, quando Giacinto – il più avvezzo a riprendersi dagli stravizi notturni – si alzò dal sacco a pelo, il sole di mezzogiorno prorompeva dalle finestre e attorno a lui era tutto un ronfare. L’anziano avvocato si chiese che ora fosse, alzò il braccio sinistro, guardò l’orologio e vide solo una rada peluria biondastra. Il vecchio compagno di tante avventure, il Casio acquistato quando ancora il conio era in lire e un quotidiano ne costava cento, era misteriosamente scomparso. Il tuonante bestemmione che seguì la triste scoperta ridestò tutta la comitiva.
“Quel pezzodimmerda! Anche il portafoglio mi ha fottuto!” aggiunse Giacinto dopo aver controllato le tasche e verificato l’assenza del simpatico Mario.
“Uh?” rispose Alessio, mentre cercava di mettere a fuoco la baita con gli occhi venati di rosso, chiaro sintomo degli innumerevoli giri di grappa della sera precedente. Lui, le canne, non le fumava… “quella merda io non la butto giù” aveva ripetuto a ogni bicchiere di superalcolico, finché non aveva vomitato ed era caduto in coma etilico.
Filippo rantolò qualcosa massaggiandosi il collo.
Georg uscì a precipizio dalla baita.
“ Scheise! ” tuonò Bulgheroni, affacciato alla finestra. “È scomparso il pick-up !”.
I cinque compagni di viaggio si precipitarono all’aperto. Un osservatore celeste e distaccato che avesse assistito dall’alto alla scena, non avrebbe potuto ignorare il contrasto tra il movimento erratico dei cinque uomini, bruscamente risvegliati dall’iniezione di adrenalina, e la circostante quiete della montagna, animata solo dal vento tra i pochi alberi e dal lontano cinguettio degli uccelli.
Alessio sventolava disperato l’unico cellulare miracolosamente sopravvissuto alla rapina, cercando qualche tacca di speranza. “Cazzo! Il cellulare non prende!”.
“È normale” disse Bulgheroni, poi soggiunse: “nessuno ci può aiutare, qui. Dobbiamo arrangiarci”.
“’Fanculo a Rolando!” grugnì Alessio. “Me la ricompra lui la macchina fotografica!”.
“Anche il lettore MP3 è scomparso” si lamentò Filippo: le mani appoggiate sui fianchi, i gomiti protesi all’esterno e gli occhi un po’ spioventi sul naso aquilino, contribuivano a dare l’impressione di un grosso avvoltoio triste intento a zampettare su un terreno povero di carogne fresche. Come spesso gli avveniva nei momenti di afflizione, Filippo cominciò a borbottare parole incomprensibili, probabilmente anche a se stesso.
“Torniamocene a casa” disse Alessio con cipiglio da condottiero ferito, “subito!”.
“Meglio non andare verso Furka” rispose Bulgheroni. “È pericoloso: se il ladro ci sta aspettando – magari con i suoi amici – può pensare che è meglio che nessuno di noi torni in paese… già altre persone sono scomparse qui… drammi della montagna”.
Giacinto scosse il capo: “Se lo lasci dire da uno che conosce la gente, anche quel tipo di gente: uno come Mario non è capace di ammazzare nessuno a sangue freddo. Rubarci gli orologi e la macchina sì, ma ammazzarci…”.
“Forse non è stato Mario. Forse lui è andato via con le mucche e qualcun altro ci ha derubato… O forse è stato proprio lui: il terreno di un cuore umano è roccioso come queste montagne”.
“Questa l’ho già sentita da qualche altra parte”.
“Sentite” proseguì Bulgheroni, “forse è meglio cercare il vostro Rolando: le case più vicine sono a venti chilometri, mentre la piana degli scavi è solo a due o tre chilometri”.
“Solo?” sussurrò Alessio, sbiancando.
“Meglio andare dal vostro amico, meglio essere tre persone in più… poi forse loro hanno una radio. Potremmo chiedere aiuto”.
“Ma chi ci dice che Rolando sia veramente lì? Mario potrebbe avercelo detto per farci perdere tra i monti”.
Georg indicò un punto lontano, in mezzo alle montagne, e accostò una mano all’orecchio destro, fingendo di parlare.
“ Ja, ja ” disse Bulgheroni con vistosi cenni del capo “Laggiù, vicino alla piana, c’è un’antenna della rete cellulare. Forse lì i telefoni funzionano”.
Georg battè le mani per attirare nuovamente l’attenzione del gruppo, poi con indice e medio della mano destra imitò un omino che cammina.
“Georg ha ragione” tradusse Bulgheroni: “Se vogliamo arrivare alla piana prima dell’imbrunire dobbiamo metterci subito in marcia”.
“Di bagaglio ne è rimasto poco” disse Giacinto. “Tutta fatica risparmiata”.
Lo sguardo di Alessio esprimeva furore puro, quello di Filippo solo rassegnata afflizione.
Come preventivato da Giacinto, ci volle poco a preparare gli zaini, dopodiché il gruppo si mise in movimento diretto verso le cime aspre del Muttenhörner, versanti così cupi e ripidi da ispirare timore.
“Ma siamo proprio sicuri di non voler tornare indietro?” chiese Filippo in un sussulto di buonsenso.
“È meno brutto di quello che sembra” lo rassicurò Bulgheroni. “La piana è una grossa pietraia, ma è piena di vita: ci sono tante simpatiche marmotte fischiettanti”.
Questo bastò a consolare Filippo, se non a rincuorarlo, ma strappò il primo sbuffo di insofferenza ad Alessio. Il primo di molti.
Dopo una camminata di un paio d’ore, il gruppetto giunse a una piccola radura. Fatta eccezione per Filippo, attivo escursionista, e per Georg, abituato a percorrere chilometri con i tronchi sulle spalle, gli altri erano palesemente in ambasce. Bulgheroni, pur ansimando come una risacca, non aveva addosso una sola goccia di sudore: probabilmente, da bravo svizzero, s’era semplicemente imposto di non sudare. Giacinto sudava, invece, eccome: la sua pelata lucida era un continuo riverbero e se fosse passato un elicottero il pilota avrebbe rischiato di schiantarsi contro le rocce. Alessio, infine, si sarebbe detto una statua del museo delle cere che si stava sciogliendo.
“Altro che tre chilometri” disse quest’ultimo, lappando il sudore che gli colava sulle labbra. “Saremo arrivati nei pressi dell’equatore”.
“Tre chilometri come questi valgono per dodici” disse Bulgheroni, mentre al suo fianco Filippo annuiva come si fa per una cosa universalmente nota. “È l’effetto del terreno accidentato”.
“Be’, con tutti gli accidenti che ho seminato ora lo sarà ancor di più”.
“È questa la zona indicata dalla mappa?” chiese Giacinto con uno dei suoi ultimi fiati.
“ Ja, è questa”.
“Ma qui non c’è nessuno!”.
Effettivamente quell’area che tutti si erano immaginati come centro di un’attività febbrile era completamente deserta. Gli unici indizi che la qualificavano come zona d’interesse archeologico erano qualche timido cartello messo lì dall’Ente Turismo Svizzero, riportante foto di utensili dell’età neolitica con qualche riga di commento circa il loro ritrovamento, e una piccola zona recintata, non più ampia di una camera d’albergo, all’interno della quale non si intravedevano che ordinarie pietre smosse.
“Se il vostro amico è appassionato di antichi romani, avrà proseguito per il sito successivo” disse Bulgheroni.
“E quanto dista?”.
“Un’altra ora”.
“Bene. Io ora dormo” disse Giacinto, dopo di che si sedette faticosamente a terra e, sdraiatosi supino con le braccia dietro alla testa, piombò direttamente nella fase REM . Georg sghignazzò. Alessio brontolò qualcosa che aveva a che fare con l’economia del sonno e le fasi circadiane, ma era palese che aveva una gran voglia di imitare l’amico.
“Giusto. Anch’io riposo un po’” disse Bulgheroni. “Non molto o si fa troppo scuro”. Georg grugnì con un tono che aveva tutta l’aria dell’assenso.
“Io faccio un giretto qui intorno” disse invece Filippo.
“Sei impazzito?” obiettò Alessio, usando violenza al suo sembiante cereo. “Vuoi finire in qualche crepaccio?”.
“Eh, il solito catastrofista”.
“Vuoi essere sbranato dai lupi?” proseguì l’altro. “Vuoi farti venire le vesciche?”.
“Ecco, questa sì che sarebbe una tragedia”.
“Non si preoccupi, Herr Alessio” disse Bulgheroni. “Il terreno qui intorno non è peggio di quello già attraversato e i lupi in Svizzera si sono estinti un secolo fa”.
“Sì, vallo a dire a Ciàrls Bronson ”.
“Vuoi forse dire Jack London?” chiese Filippo dopo un attimo di perplessità.
“Ma che palle! Sempre a cercare il pelo nell’uovo!”.
“Voglio solo dare un’occhiata in giro” disse Filippo, deviando abilmente dal gorgo delle citazioni improprie. “All’avvicinarsi del crepuscolo gli animali escono dalle tane. Potrei trovare una marmotta, un gracchio alpino o, chissà, forse anche un gufo di Tengmalm. E poi se intanto raggiungo gli scavi magari trovo anche Rolando”.
“Sì, giusto le marmotte, te… Fa’ come ti pare, non sarò certo io a venirti a cercare nel cuore della Terra”. Decretato ciò, Alessio finalmente si decise a sedersi.
“La piana con i ritrovamenti dell’accampamento romano è in quella direzione” disse Bulgheroni, indicando col dito. “Tenga come riferimento quella montagna alta là”.
“Sì, Sud-Est: lo so già, grazie” disse Filippo. “Ho visto la mappa”. Fece un breve gesto di saluto e si allontanò. Lo videro sparire lungo il sentiero, mentre si guardava intorno come la piccola Alice quando si era ritrovata dall’altra parte della tana del Bianconiglio.
AC – 000-001-766
Sul corpo celeste denominato Kyokkjit , risuona un’arcaica filastrocca che il Traduttore Istantaneo Multiversale (TIM) tradurrebbe pressappoco così:
Collasso di masse come rabbuffo
solleva l’archetipo e lo stantuffo
digrignar di stelle ed è già spirale
curva saetta e balza l’iconale
lo spazio è crespo d’entità geoide
e gira gira gira l’asteroide.
Che altro resta da fare in questa prigione di roccia, dove i visori mostrano scene sempre uguali rilevate dai Recettori Organici Elementari (ROE)? Che altro resta da fare se non canticchiare la vecchia askdgèsgg che da tempo immobile aiuta le piccole neanidi a prender sonno?
Ne è passato di tempo, da quando la vecchia nutrice operaia lo teneva in grembo, spinsultimo nato di 8 × 8 × 8 uova, tempo impiegato in lu -uuu- nghe pratiche di studio e di cerebrosviluppo, pratiche vane a giudicare dalle presenti circostanze. Ma tanto si sa, non tutti hanno gli stessi privilegi, c’è chi nasce flaadaass , chi affssdewr e chi kwasskallak . I poveri affssdewr come lui devono comunque lottare e mazzofarsi per garantirsi un posto nella sociateca.
“Credono che sia facile la… fseee zoooklll … vita, su questa ferroconcrezione”.
“…Lo spazio è c -klllll- respo…”.
“…E il tempo qui non passa mai…”.
Da qualche parte, in prossimità delle camere di equilibrio, si accende la luce spia che segnala la fine del ciclo di decontaminazione.
“Decadrò all’exuvia di ciò che ero un tempo”.
Un’ombra incede per i corridoi inondati dagli ultravioletti di Kyokkjit , scivola sui lucidi involucri degli Eternati, scansa con ribrezzo un biocostrutto esausto abbandonato sul pavimento e punta verso il portello protetto dal codice di massima autorizzazione.
“Esistenza ste -eee- rcofora”.
Il sibilo di apertura del portello si fonde in armonia cosmica con l'eco doppler dell'ultima frase ed ecco che il Cromoeducatore Lineare 4-amarantolo-6, tipico membro della casta dei flaadaass, incede con solennità verso la postazione di controllo.
“Sembra quasi un kwasskallak ” pensa 6-grigiottero-0 del Cromoeducatore, mentre quest'ultimo scintilla di vari colori in altolingua. Dopo un attimo di perplessità ripete la presentazione in vibrolingua da atmosfera gassosa, emettendo acuti squittii e friniti.
“Per maggior gloria dell’Alveare” risponde 6-grigiottero-0, diligente, sempre in vibrolingua.
4-amarantolo-6 approva con opportuno cromatismo, quindi prosegue: “Gioisci: l’Alveare richiede l’esame dello squilibrio energetico su Fkylljek -3. Non è per mancanza di krkrfff -fiducia nelle tue capacità che assumo la supervisione delle operazioni, ma per maggior gloria dell’Alveare”.
“Per maggior gloria dell’Alveare” replica ancora 6-grigiottero-0. Il sollievo si spande nei suoi tubuli mentre pensa che ora avrà più tempo libero, lunghi, preziosi progressivi che potrà impiegare per interagire con Heeva e gli altri bislacchi Eternati. Ma si rivela solo l’illusione di un cronotone.
“Contestualmente, per krkrsss … servire meglio l’Alveare, sei promo- ooo -sso a Collaterale Parabolico Personale di me medesimo e ji-eee-klll opzionale”.
“Che proctodeo!” pensa il fuco.
“Cosa dici, operaio?” dice l’altro, gelido.
Tszzz … 6-grigiottero-0 tutto poteva immaginare meno che il TIM in dotazione montasse l'opzione telepatica. Evidentemente ci sono molte cose della realtà che gli sfuggono. “Volevo dire che è un grande ono- ooo -re” disse in vibrolingua.
Malvibrazione. L’ultima volta che aveva fatto il ji-eee-klll non gli erano ancora spuntati i pedipalpi.