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Capitolo undicesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo undicesimo

Capitolo undicesimo

Come avevano fatto a tornare in quelle fetide grotte, Giacinto non lo sapeva, eppure lui e Alessio erano di nuovo lì, in un cunicolo buio e gocciolante, un umido budello nelle viscere di Ko Tao. Non potevano tornare indietro: la sola idea di andare avanti era insopportabilmente penosa, ma dovevano farlo se volevano ritrovare Filippo. Chissà perché in quel momento se lo immaginava ancora diciottenne, come ai tempi del liceo, mentre Alessio era vecchio già allora. Boh, inghippi del tempo.

Procedevano lentamente, con un crescente senso di oppressione, mentre il tunnel curvava di qua o di là proiettando inquietanti zone d’ombra, macchie nere nel buio. Benché l’oscurità fosse quasi assoluta, Giacinto per qualche motivo vedeva come se avesse un intensificatore d’immagini sugli occhi: l’ambiente gli appariva grigio e spento, privo di vita. A dire il vero c’era una fioca, impercettibile luce a guidarlo, a fornire quella luminosità di fondo che aveva permesso ai suoi occhi di adattarsi, una luce che sembrava venire da più avanti; era come se il tunnel uscisse all’aperto, ma in questo caso il percorso avrebbe dovuto essere in salita mentre non faceva che scendere, e la luce veniva da giù.

A un certo punto il cunicolo si immergeva in un’oscurità impenetrabile, un’ansa dove nessuna luce sarebbe stata mai ammessa. Poco più avanti il tunnel tornava a rischiararsi e, nell’istante stesso in cui capì che laggiù c’era la salvezza, Giacinto realizzò che la minaccia incombente era lì, acquattata, in quel segmento di buio. “Io lì non ci entro” disse Alessio e quando Giacinto si girò lo vide indietreggiare, lentamente, quasi levitando, fino a sfumare nell’oscurità.

Ora Giacinto era solo. Mosse un timido passo: il terreno era limaccioso ma solido, e non sembrava affatto diverso dal resto del tunnel. Ancora due, tre passi, lenti, e fu nel buio più totale. Ancora un passo. Poco avanti c’era la luce. Ancora uno. C’era quasi. Un altro ancora. La salvezza. Poi sentì un rumore lieve, dietro di lui. Non si girò, per l’improvviso terrore. Qualcosa strisciava, alle sue spalle. Forse se rimaneva lì fermo, senza muoversi né respirare, la cosa non l’avrebbe sentito e sarebbe rientrata nel suo melmoso anfratto. Udì ancora qualcosa, per qualche secondo, quindi più nulla. Pensò che poteva procedere ma i muscoli tesi allo spasimo gli facevano male. Non doveva avere paura. La paura ottenebra la mente. Fece un passo. Due. Poi una cosa viscida gli sfiorò la spalla.

“Via da me, essere immondo!” ululò Giacinto divincolandosi dal contatto.

“ Herr Giacinto, sono io” disse il povero Bulgheroni, ritraendo con timore la mano. “Dobbiamo riprendere il cammino”.

“Ehm… già”. L’uomo che gli stava davanti era indubbiamente una faccia familiare, ma queste bestie ne sanno una più del diavolo, pensò. Possono cambiare forma, possono. Si guardò intorno e vide Alessio che si stiracchiava e Georg che, seduto contro il tronco d’un abete, lavorava un pezzetto di legno con il coltellino. Guardò di nuovo Bulgheroni e nel frattempo cercò di mettere a fuoco qualcosa che non gli tornava.

“Filippo!” esclamò Giacinto all’improvviso. “Dov’è Filippo?”. Il tono che gli uscì non esprimeva tanto una domanda, quanto il timore di una risposta.

“Quel coglione è andato in cerca di marmotte” disse Alessio.

“Marmotte? Che significa?”.

“Il suo amico è andato avanti” precisò Bulgheroni, “ha detto che dava un’occhiata al posto e cercava di raggiungere Herr Professor …”.

“Rolando”.

“Rolando, ja ”.

“Mmmh”. L’anziano avvocato si rilassò. Si alzò e si massaggiò un po’ la parte posteriore del collo. “Quanto tempo ho dormito?”.

“Trenta, quaranta minuti al massimo. Ha fatto un sonno agitato”.

“Dice?”.

“Ja. Quando l’ho svegliata mugugnava e faceva no con la testa. Un sogno spiacevole?”.

“No, no, niente… Niente, in confronto alla realtà”.

Dopo un’oretta da che si erano rimessi in marcia, Alessio e Giacinto camminavano ormai come automi, con le gambe rigide per la fatica. Certo, in previsione di una vacanza in montagna, s’erano sottoposti prima della partenza a quelli che, a loro modo di vedere, erano duri allenamenti, ma la blanda passeggiatina lungo “il Viale” con tanto di sosta brioche e cappuccino a metà strada non era proprio l’equivalente di una camminata lungo un sentiero montano.

“Oddio come soffro” disse Alessio. In realtà aveva brontolato per quasi tutto il cammino, ma quella frase aveva un tono più lamentoso delle precedenti.

“Sarebbe ora che soffrissi in silenzio, come faccio io” disse Giacinto.

“Ma non ce la faccio più” disse Alessio.

“Coraggio” disse Bulgheroni, “manca poco”. Georg confermò con energiche oscillazioni del capo e indicò un punto imprecisato più avanti.

“Non so cosa darei per una brioche con cappuccino” replicò Alessio, nient’affatto rincuorato da quelle indicazioni così generiche.

“Taci, sconsiderato” disse Giacinto, “che dieci minuti fa m’è parso di vedere fra le frasche il caro vecchio bar di Piazza Diaz”.

“Dove? Torno subito indietro!”.

“Deficiente, era un miraggio. Il miraggio di una battuta”.

“Un miraggio?” chiese Alessio con voce piagnucolosa. “Ma come può essere?”.

“E chi lo sa?” rispose Giacinto. “Potenza del condizionamento”.

“E pensare che non ho neanche portato gli integratori ai sali di potassio contro i crampi” riprese l’altro, inaugurando un nuovo giro di pianti greci. “Oddio come sono infelice”.

I quattro trovarono l’accampamento alle sei del pomeriggio. Dopo un tratto piuttosto ripido il sentiero sfociava a estuario in un’ampia radura disseminata di alcune rovine costituite da pietre dal taglio regolare, ancorché smussate dal logorio del tempo. Erano per lo più coperte dalla vegetazione e al centro della radura si apriva un vasto cratere dove gli scavi erano ancora in corso d’opera. Accanto alla zona degli scavi si intravedevano due tende e i resti di un bivacco, dove qualcuno aveva cotto della carne allo spiedo. L’immancabile cartello dell’ente turismo svizzero mostrava la pianta quadrata di quello che probabilmente era stato un hibernum , ovvero un accampamento invernale, in cui solide costruzioni in muratura prendevano il posto delle tende, poco adatte alla stagione fredda.

Antiche rovine nel cuore delle Alpi, nel bel mezzo del nulla: cosa aveva spinto quegli uomini lassù? Erano forse legionari, diretti a nuove frontiere di conquista, o erano forse coloni, ex soldati, disertori? Sul luogo aleggiava questo misterioso interrogativo, a cui secoli di storia non avevano dato risposta: forse era questo l’obiettivo delle ricerche di Rolando. Chiunque avrebbe trovato in quei resti uno spettacolo affascinante e suggestivo, tranne quattro uomini distrutti dalla fatica, desiderosi solo di cibo e riposo. Fu per questo che i quattro pellegrini puntarono subito alle tende, per poi fare la scoperta più intrigante della giornata: là non c’era anima viva.

Anche se il sole era già sceso sotto uno dei picchi più alti, c’era abbastanza luce per dare un’occhiata in giro. I quattro vagarono nei dintorni e lanciarono qualche speranzoso richiamo, a cui anche l’eco alpina rimase indifferente.

“Niente da fare” disse infine Bulgheroni. “Il vostro amico qui non c’è”.

“In realtà questo accampamento sembra abbandonato” aggiunse Giacinto, “e anche da diversi giorni”.

“Ma allora… e Filippo?” domandò Alessio perplesso.

Anche Giacinto sembrava interdetto: “Se qui non c’è nessuno, lui dov’è?”.

“Forse è tornato indietro e non l’abbiamo incrociato” azzardò Alessio.

“Difficile. Molto difficile” obiettò Bulgheroni. “Più probabile che si è allontanato dal sentiero. Forse si è perso”.

“Filiiippooo” riprese a chiamare Alessio. “Gliel’avevo detto, io! Quando ricompare gli faccio un urlo che lo pettino”.

“Massì, lo conosci” cercò di tranquillizzarlo Giacinto. “Goffo è goffo, d’accordo, ma qui è nel suo elemento. È una vita che fa escursioni”.

“Giuro che quando mi torna a portata di… ma cos’è questo rumore?”.

“Cosa?”.

“Non sentite anche voi? Corni da caccia”.

“ Ja… Ja!” intervenne Bulgheroni . “Più che un corno sembra grosso flauto”.

“È vero, sembra qualcuno che soffia nelle mani a coppa”.

“Per me assomiglia più a un ululato” disse Giacinto, reprimendo un brivido. Poi notò che Bulgheroni aveva assunto un’aria stravolta e che Georg, di solito molto avaro di espressioni, stava strabuzzando gli occhi in modo molto eloquente. “E adesso che vi prende?” chiese, incuriosito da quelle reazioni.

“ Föhnteufel ” disse Bulgheroni con voce rotta. “Non fateci caso. Una leggenda di queste montagne”.

“Adesso sembra un clangore di pentolame” intervenne Alessio.

“È la fame che ti gioca brutti scherzi”.

“ Nein. Suo amico ha ragione: sembra il suono di strumenti di latta… come in una processione religiosa”.

“Saranno i campanacci delle mucche”.

“Allora andiamo a vedere chi è” disse Giacinto.

“Sì, così ci prendiamo un pallettone nella schiena”. Alessio aveva il dono di vedere sempre il lato peggiore delle cose. Non che fosse necessariamente un difetto: Troia sarebbe ancora in piedi se si fosse dato ascolto alla gente come lui.

“Io sono d’accordo con Herr Giacinto” disse Bulgheroni. “Non corriamo alcun pericolo se andiamo a vedere. In questa stagione la caccia non è permessa”.

“Ma non potrebbe essere qualcuno che se ne sbatte dei divieti?” chiese Alessio.

“ Nein !” rispose Bulgheroni. “Qui in Svizzera no!”.

I quattro decisero che finché c’era un po’ di luce avrebbero dato un’occhiata ai dintorni e poi sarebbero tornati alle tende per passarvi la notte.

“Strano” disse Giacinto, giocando con la zip di una delle tende, “in genere queste si chiudono quando ci si allontana”.

“Allora vostri amici sono vicini. Komm . Andiamo”.

“Allora andiamo” acconsentì Giacinto, “ma in questa storia c’è qualcosa che non mi piace”.

“Comunque io l’avevo detto che mi puzzava” disse Alessio e, ingollato a secco l’ansiolitico serale, s’incamminò in coda agli altri.