Terzo Cilindro
Terzo Cilindro
Terzo Cilindro
Quante volte accade di pentirsi d’aver affrontato un’impresa oltre le proprie possibilità? Gli stessi Dèi a cui rivolgiamo le nostre preghiere sono pronti ad annientare ogni fatua speranza umana, a distruggere case e città a loro capriccio; cosa possiamo dunque aspettarci da queste immonde divinità nordiche?
Dubbi infiniti mi tormentavano, mentre bramavo l’azione e stringevo in mano il pugnale ancora fumante del sangue di una delle nostre donne, uccisa per sua stessa mano dopo che il figlio e il marito erano periti per mano dei nostri aguzzini.
Rimiravo quel corpo steso a terra e udivo lontane le risa sguaiate dei carcerieri. Quel corpo era come il mio popolo, prostrato e senza speranza, se io non l’avessi riportato in vita con un intervento divino.
Dovevo perseverare: Favonius aveva avuto i nostri figli e il nostro sangue, e ora ci sarebbe stato propizio. Gli Dèi volanti mancavano ormai da lungo tempo: difficile dire quanto, in questo eterno crepuscolo, ma abbastanza. Abbastanza da rendere molli i loro servi. I barbari continuavano a tormentarci, ci portavano ancora a scavare nelle gallerie di questa prigione di roccia, ma oramai quasi non si curavano più del minerale che accumulavamo, sempre meno, di giorno in giorno. Si erano quasi esaurite le vene di quella strana sostanza granulosa, pesante, dura e fragile, spesso nera come pece, talvolta gialla o arancione. Quando ancora il minerale abbondava, più lavoravamo in miniera, più cadevano i capelli, la pelle si copriva di croste e ustioni, le forze scemavano. Ora che i grani neri si erano fatti rari, le stesse pietre sembravano pesare meno e quelli tra noi che non erano allo stremo sentivano rifiorire le forze.
Ora eravamo pronti, e mai più lo saremmo stati altrettanto.
Guardai ancora una volta la donna a terra e il suo sangue denso che si stava seccando sulla roccia, poi chiamai a raccolta gli altri uomini: due Elvezi, un Iberico e un Latino come me. Ognuno di noi si era procurato un’arma: fosse una lama o un pezzo di un piccone. Sino ad ora i nostri carcerieri non si erano preoccupati di lasciare quest’infima ferraglia alla nostra portata: c’erano i loro Dèi a difenderli. Ma adesso, avrebbero visto di cos’era capace la Legione.
Uscire dal recinto fu facile: molti di noi, servi dei servi, si aggiravano per le grotte in catene. D’altronde era impossibile superare le guardie all’ingresso dei sotterraei. Ma noi non volevamo dirigerci lì. Il nostro obiettivo era il cunicolo nefasto, il luogo in cui nessuno dei barbari del Nord osava avventurarsi.
Fuori dal recinto, l’enorme ambiente era illuminato da mille pallide copie del volto di Selene. Ma noi correvamo di roccia in roccia, lontani dagli attendamenti e dalle poche case in pietra costruite dagli Dèi per i nostri carcerieri. Mai avrebbero immaginato che ci dirigessimo proprio lì, in alto, in piena vista. Giurai a Favonius che lì avrei edificato il suo tempio, se ci fosse stato propizio in quella notte di sangue.
Arrivammo al luogo nefasto senza che le nostre lame si fossero bagnate nel sangue nemico, e ciò era bene: la sorpresa li avrebbe colti ancor più impreparati. Ogni momento trascorso ora senza uccidere era garanzia di una futura mattanza.
E proprio dove Quinto Rufo mi aveva detto di averlo visto celare, incassato in una fessura, trovai lo scettro di cristallo. Rufo era stato trasportato in quel luogo per svolgere un lavoro: chiudere una specie di botola nel cuore maligno della montagna. Con lui erano scesi altri cinque. Solo Rufo riemerse, e dopo meno di dieci ore morì vomitando sangue. Forse anche noi saremmo durati poche ore, ma ci sarebbero bastate per la missione che dovevamo compiere. Anche Rufo allora fece il suo dovere: riuscì a spiegarci come aprire la porta, Porta Bucina. E grazie al suo sacrificio, noi l’aprimmo e fummo dentro.
In quell’antro vedemmo la porta dell’Averno, i segni dell’antico potere e i cadaveri dei nostri compagni che accompagnarono Rufo nella sua missione: gonfi, distorti, rattrappiti, putrefatti. Infine, in una teca, trovammo le radici del potere, il segreto del ghiaccio. Ne impugnai una, come avevo visto fare agli Dèi: la superficie dell’oggetto era scabra e nonostante il gelido potere che incarnava sembrava trasmettere una leggera vibrazione ammantata di calore.
Anche i miei compagni ne presero una. Raccolsi in un involto le altre radici, da recare ai legionari che ci attendevano nel recinto. Ora eravamo pronti: avremmo liberato il nostro popolo, avremmo atterrito i nostri nemici. Noi che eravamo stati schiavi avremmo reso loro peggio che schiavi. Noi che eravamo stati sfruttati e affamati ci saremmo saziati. E Roma sarebbe rinata, in quel nuovo mondo donatoci dal Favonius.
Questo giuravo io, primo Cesare di Nova Roma.
“E questi cosa sono?”, borbottò tra sé l’uomo con la barba grigiastra, seduto su di una piattaforma appesa a un argano a oltre venti metri dal suolo. “Ideogrammi? Ma che c’entrano? Mai vista roba così. Accostò la mano come a voler sfiorare la superficie di pietra, affascinato. Poi delle voci dal basso richiamarono la sua attenzione.
“Ah, è vero… la cerimonia” bofonchiò, poi gridò a gran voce: “ Demitte me !” L’argano cominciò a farlo scendere a tutta velocità. “ Lenta manu , cazzo! Lenta manu !” urlò l’uomo, reggendosi a malapena alla corda che lo sosteneva.