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Capitolo dodicesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo dodicesimo

Capitolo dodicesimo

Superato il largo pianoro degli scavi archeologici, il terreno presentava un brusco dislivello e si trasformava in un ampio terrazzamento naturale. Una specie di sentiero scendeva a ridosso della rupe che delimitava l’accampamento da quel lato.

Il sole era ormai scomparso da tempo dietro i monti ma, alzando lo sguardo al di sopra della linea d’ombra, si vedevano le cime ancora indorate: una o due ore di luce al massimo. In quel momento, tuttavia, il problema principale per Alessio e Giacinto non era tanto dove mettere i piedi, quanto riuscire a muoverli. Dopo un pomeriggio passato a camminare era palese che non ne potevano più. Mentre in Giacinto la stanchezza prendeva la forma di ascetismo e introversione, che lo portavano a stringere i denti e sopportare, in Alessio essa si traduceva in una miriade di esclamazioni e tic verbali; andava dal semplice grugnito alla recriminazione più articolata, come se ogni sillaba avesse il potere di portar via con sé tutti i mali: una specie di esorcismo.

A mano a mano che il gruppetto procedeva, seguendo quella strana musica, l’oscurità aumentava, Giacinto imprecava in silenzio e Alessio salmodiava come un penitente. Georg si muoveva agile e silenzioso davanti agli altri e Bulgheroni lo seguiva con un’espressione speranzosa.

Il veterinario non aveva mai smesso di sperare: tante volte Monica, sua figlia, gli aveva parlato del suo desiderio di fuggire, tanto che quando era scomparsa nel nulla, la cosa era parsa quasi normale, naturale. Gli sembrava impossibile che Monica fosse morta; tutto in lui urlava che la figlia era ancora viva, magari accolta in una comunità di alternativi organizzata lì in mezzo ai monti, in completo isolamento dalla civiltà. Poteva sembrare impossibile che questa gente fosse sfuggita alle indagini delle guardie forestali, alle numerose perlustrazioni in elicottero cui anch’egli aveva partecipato. Ma tutto ciò che stava avvenendo sembrava avvalorare le vecchie leggende sulla comunità che viveva nel cuore della montagna, la storia che animava da secoli i racconti dei nonni di Furka e che veniva citata ogni volta che il Muttenhörner inghiottiva qualcuno.

A detta di Pfister, c’erano stati strani avvistamenti, di recente, tra quei monti. C’era addirittura chi sosteneva di aver visto una ragazza bionda, simile alla sua adorata Monica, e assieme a lei forse c’era anche il figlio di Georg, il bambino scomparso in tenera età. Bulgheroni guardò il volto concentrato di Georg e vide balenare nei suoi occhi i medesimi sentimenti: una miscela letale di speranza e timore. “I sogni sono come i palloncini” pensò Bulgheroni, “volano qui in alto tra le montagne, finché non scoppiano”.

Georg si arrestò all’improvviso e intimò l’alt, quindi fece segno di fare silenzio. Gli altri si fermarono e lo videro saltellare verso un cespuglio il cui contorno si stagliava contro il cielo rischiarato da un bagliore innaturale. Lo videro sporgersi un po’, cercare un varco fra il fogliame, poi lo raggiunsero quando fece un cenno con la mano.

Lo spettacolo che si offrì ai quattro li colmò di meraviglia. Più in basso, tra gli alberi radi, era in corso una specie di processione, una lunga teoria di luci baluginanti, uomini e ombre allungate dal sole in discesa tra i picchi. Gli uomini indossavano semplici tuniche e avevano il viso dipinto con strane figure geometriche. Alcuni tenevano in mano una fiaccola, altri percuotevano strumenti di metallo simili a padelle, dando vita ai suoni che avevano condotto i nostri fin lì.

“Avete visto? Lo dicevo che erano pentole” disse Alessio trionfante.

“Sssh! E sta’ zitto, un attimo” sibilò Giacinto. “Chi credete che siano?” chiese quindi a Bulgheroni.

“Non ne ho idea” rispose il veterinario. “Non sono ospiti del Mesmer: li conosco tutti, quelli… e questi non li ho mai visti”.

“Cos’è, una via crucis?” azzardò Alessio. Giacinto non lo contraddisse, stavolta, perché tra tutte le cose che gli potevano venire in mente, l’unica sensata era di assistere a una sorta di rituale: le padelle, la processione… mancava solo il simulacro di qualche santo e sarebbero potuti benissimo essere in qualche luogo dell’Aspromonte o dell’Appennino lucano, dove la contaminazione fra cristianesimo e le forze elementari della natura è ancora forte.

“Dobbiamo scoprire dove vanno” disse Bulgheroni, con una nuova forza d’animo. Georg fece un cenno col capo e proseguì costeggiando la macchia di vegetazione, seguito dagli altri in fila indiana. Il crepuscolo non era più un problema, dato che le torce diffondevano in cielo una tenue luminescenza. Se qualcuno incespicava o calpestava un ramo secco, il rumore spariva nel baccano che facevano i questuanti. L’unico vero pericolo erano le gambe frolle di Alessio e di Giacinto, che potevano cedere di schianto, da un momento all’altro, e trascinare giù il proprietario. Sarebbe stato davvero spiacevole se uno di loro fosse rotolato oltre il riparo offerto dai cespugli, senza contare che l’età delle capriole era ormai passata da un pezzo.

Continuarono a costeggiare il bagliore per una decina di minuti, con quella musica che martellava il cervello. Quando si affacciarono videro che poco lontano, a qualche decina di metri sotto di loro, si apriva un ampio spiazzo fra gli alberi. Al centro sorgeva un altissimo tronco, ormai spoglio, festonato con stracci variopinti. Il tronco era traforato per tutta la sua altezza e culminava con una rudimentale decorazione intagliata: una testa zannuta, dal cranio oblungo e appuntito, la cui sola vista risvegliava dimenticati timori ancestrali. Una scala di corda e alcune funi, attaccate a una carrucola, pendevano dalla rozza scultura lignea e non facevano presagire niente di buono. Degli uomini in tunica sedevano già intorno al rozzo totem e a essi si aggregavano quelli giunti in processione. Intanto, dalla parte opposta era stato eretto un baldacchino con un trono in legno, ai lati del quale stavano schierati altri uomini che indossavano corpetti di cuoio e tenevano una lancia stretta in pugno. Il tramonto arrossava la scena e la rendeva ancor più surreale.

“Aah, ho capito” disse Alessio. “Stanno girando un film”.

“Sssh! Vediamo che succede” lo zittì Giacinto. “C’è qualcosa che non mi convince”. L’anziano avvocato scartò un po’ di lato e si avvicinò a Bulgheroni. “Lei che ne pensa?”.

“Strano, molto strano” disse costui. “Forse il suo amico ha ragione: potrebbe essere un film, o una festa in costume, o una… come dite voi… rievocazione”.

“Vede qualcuno che conosce?”.

“Non è gente di Furka, se è questo che vuole sapere”.

“Provi a guardare meglio”.

“Non… non mi sembra” disse Bulgheroni sporgendosi oltre la spalla di Georg, che guardava la scena affascinato. “ Scheise! Guardi là”.

“Là dove?”.

“Quell’uomo seduto a terra, con le braccia dietro la schiena”.

“Non capisco dove” disse Giacinto, quindi si rassegnò a inforcare gli odiati occhiali.

“Vicino a quei due con le armature, e a quell’altro seduto, lì vicino agli alberi”.

“Sì … ecco, ora vedo anche i due uomini seduti… oh, Cristo!”.

“Che hai visto?” chiese Alessio.

“Filippo!”.

“Beato te che ci vedi ancora così bene”.

“Ho riconosciuto la giacca a vento coi catarifrangenti”.

“Allora vuol dire che sono amici! Andiamo a chiedere un piatto di salsicce”.

“Salsicce un cazzo! Filippo è legato!”.

“Magari è un giochino strano… dei comunisti non ti puoi mai fidare, ne inventano sempre una nuova, per stupire e fare dietrologia…”.

“Guardalo, cretino! Guarda!”.

“Cosa vuoi che veda?! Ormai il sole è tramontato e ci sono già le stelle…”.

“Stelle?” chiese Bulgheroni con voce tremante.

Là dove prima splendevano gli ultimi bagliori del giorno, il cielo era invaso da una coltre densa, cotonosa, dai contorni stranamente antropomorfi. Nel punto in cui avrebbe dovuto trovarsi la testa, brillavano due astri sfavillanti.

“Oh cazzo” biascicò Alessio, “la nuvola sta guardando da questa parte”.

“No!” rispose Giacinto. “E no, cazzo! Le nuvole non possono guardare. Le nuvole non…”.

Fu quello il momento in cui nella testa della cosa antropomorfa si aprì una cavità oscura da cui uscì un lungo, mostruoso ululato, accompagnato da un soffio ghiacciato che attraversava giacche e vestiti come fossero carta velina. Mentre la nube acquistava consistenza, un vento innaturale fece fremere i pochi alberi della zona, che si incurvarono come per inchinarsi al nuovo venuto.

Dalla radura si levò in risposta un fischio modulato, accompagnato da uno strillo acuto e continuo. I quattro uomini si girarono contemporaneamente verso la fonte del rumore.

L’uomo che sedeva vicino a Filippo, un tipo alto e magro, dai lunghi capelli neri, era stato trascinato dai valligiani in armatura di cuoio fino alle contorte radici del totem. Sotto gli occhi esterrefatti dei quattro spettatori, la tunica che indossava gli venne strappata di dosso e l’uomo rimase nudo, esposto allo sferzante vento gelido. Due individui lo tennero fermo, mentre gli altri fissavano la corda che gli stringeva i polsi dietro la schiena alle funi che pendevano dal tronco. Con uno strappo deciso e brutale, cominciarono quindi a sollevarlo. Le braccia del disgraziato assunsero una posizione innaturale, ripiegate all’indietro, sino a lussare le ossa delle spalle, ma lui non emise un gemito, anche se il corpo sussultava in uno spasmo irrefrenabile. Un tratto di corda alla volta, l’uomo fu sollevato fino alla cima dell’albero e qui altri due aguzzini, dopo essersi issati sulle scale di corda, lo costrinsero a sedersi a gambe larghe sulla testa appuntita del totem. La vittima finalmente gridò. I versi che emetteva, sempre più acuti e disperati, andavano a tono dell’osceno fischio che proveniva dalle incisioni del totem, da cui entrava e usciva il vento gelido che stava sferzando la radura. Il sangue del disgraziato cominciò a defluire in piccoli rigagnoli dalle aperture più alte dell’albero morto. Dalla bocca, ridotta a un ovale spalancato, guizzava la lingua rossa, lunghissima.

Tutto intorno, i valligiani danzavano come forsennati, scuotendo pentole e lance. Il vento, sempre più forte, faceva mulinare foglie, rametti, polvere e un sottile nevischio, fuori stagione.

“Altro che film!” esclamò Alessio. “Questi girano uno snuff !”.

“Elmo!” disse Bulgheroni con voce strozzata.

“Non vedo elmi. Solo armature e lance” rispose Giacinto.

“ Nein !” insistette l’altro. “Parlo della leggenda di Elmo trasformato nel vento Favonio, che diventa Maestrale quando porta gli intrusi tra i ghiacci”. Quindi Bulgheroni continuò in maniera trasognata e le sue parole suonarono come surreali didascalie della scena che si svolgeva davanti ai loro occhi: “Quando Favonio diventa Maestrale la morte aspetta tra i crepacci. La morte per gli uomini delle pianure che hanno rapito la sua dolce Iken”.

“Oddìo. Ommadònna” gemette Alessio. “Siamo in mezzo agli aborigeni e ai loro demoni maligni. Io vado via. Torno a casa mia, al vicino che fa casino e al cane del piano di sotto che abbaia, fra la gente normale”.

“ Föhnteufel ” mormorò Bulgheroni stralunato. “Era tutto vero…”.

Georg si massaggiava le palpebre vigorosamente, come se volesse scacciare ciò che si era impresso sulla retina.

“È roba da farsela addosso” disse Giacinto, ancora in trance.

“Ehm… io…” Alessio alzò un ditino, dalla mano ancora sana.

“Tu cosa?” chiese Giacinto, poi quando l’odore gli arrivò alle narici capì. “Te la sei fatta addosso veramente ?”.

“L’hai detto pure tu!”.

“Sali in macchina e vomiti, fai due passi e piangi per la stanchezza, adesso ti caghi addosso. Sei proprio un vecchiaccio di merda”. Giacinto era fatto così, doveva sfogarsi subito con qualcuno. Forse era per questo che si accompagnava così spesso con Alessio: senza di lui, probabilmente, avrebbe già covato un tumore.

“Eh, bravo… grazie, eh?” rispose Alessio mortificato. “Non mi bastava l’imbarazzo”.

“Sì, imbarazzo… a te… ma fammi il piacere! Ce l’hai un fazzoletto?”.

“Certo. A che ti serve?”.

“Non serve a me” ringhiò Giacinto, “serve a te. Va’ dietro a un cespuglio e pulisciti”. Bulgheroni e Georg seguirono Alessio con sguardo pietoso mentre si ritirava fra le frasche. In quel momento sembrava molto più vecchio della sua reale età.

Il vento stava ululando con maggior vigore e la grottesca figura umanoide fatta di nuvole temporalesche si deformò, allungandosi verso la radura. Un vortice immenso apparve e mulinò intorno al tronco: le urla della vittima, il fischio dell’enorme flauto e l’ululato del vento divennero tutt’uno finché il corpo del malcapitato si staccò dalla testa del totem con un orribile suono risucchiante. Per un momento, il poveretto rimase sospeso nel vuoto, poi le sue carni furono lacerate, come trafitte da immensi artigli o squartate da cavalli da tiro. D’un tratto il vento si placò e gli arti martoriati della vittima caddero a terra; il sangue ruscellava ancora dai fori dell’immenso flauto di legno.

Un canto ritmato si levò dalla radura: “ Zi-bu Déi! Zi-bu Déi! ”. Gli officianti s’erano alzati in piedi e avevano ripreso a percuotere il loro pentolame. Uno di loro, barbuto e particolarmente corpulento, aveva raccolto da terra la testa della vittima e la esponeva come un trofeo. L’uomo era intabarrato in una lunga toga purpurea e con la destra reggeva uno scettro di cristallo che emanava strani riflessi.

“L’avete visto anche voi, vero?” chiese Giacinto, imbambolato.

Georg fissava la scena a bocca aperta, scuotendo la testa in senso di diniego.

“ Föhnteufel ” ripeté Bulgheroni.

“Ennò, cazzo!” sbottò Giacinto. “Anche i fottuti demoni, adesso! Nel ventunesimo secolo queste cose non possono accadere!”.

“Che è successo? Che è successo?” domandò Alessio, rientrando di corsa con le brache mezze scese.

“ Föhnteufel ” borbottò Bulgheroni. Giacinto, ancora incredulo, cercò di raccontargli quel che aveva visto.

“E ti pareva” si lamentò Alessio. “Uno non fa in tempo ad allontanarsi un attimo…”.

“A volte ho una strana impressione” disse Giacinto tra sé e sé, “è come se un malvagio demiurgo ci volesse sempre infilare in situazioni pazzesche, neanche fossimo le comparse di una storia di Dylan Dog ”.

“Leggi troppa robaccia, tu! Senti che ti dice lo zio: quello che non capisci, ignoralo!”.

“Ma fammi il piacere, cacasotto!”.

“Dobbiamo andarcene da qui” Bulgheroni, impietrito, interruppe lo sfogo di Giacinto.

“Non se ne parla” si oppose l’ex avvocato. “Bisogna liberare Filippo”.

“No, no e poi no!” sbottò Alessio. “Quello stronzo lo fa apposta a ficcarsi in questi guai, e questa volta gli sta bene. Sapete…” aggiunse poi con tono mondano, “ho letto su Selezione che certa gente ha una personalità nascosta”.

“Che mi dici mai?”.

“Sissì! La chiamano subconscio ”.

“Ma va?”.

“Ti dico che è così”.

“Quindi anche tu ce l’hai?” chiese Giacinto con un sorriso malizioso.

“Io? Ma che, ho l’aria di uno di quelli?” rispose Alessio. “Filippo lo conosci” proseguì, come chi deve spiegare un concetto difficile a un soggetto un po’ duro di comprendonio, “strano com’è… irregolare … probabilmente dentro di lui c’è un subconscio che è felice solo quando prova dolore. Una visione masochistica della vita, potremmo dire”.

“Un’analisi a tutto tondo” commentò Giacinto, “non c’è di che eccepire”. Nonostante il sarcasmo, evidente a tutti meno che Alessio, una piccola parte del suo cervello si trovava stranamente in sintonia col pensiero dell’amico. Poi ribadì: “Dobbiamo liberarlo”.

“Inutile. Il goffo è spacciato”.

“Anche a Ko Samui lo davi per spacciato! Non hai imparato la lezione? Non si lascia un compagno nel fango delle trincee nemiche!”.

“E tu chi cazzo sei? Rambo? Guarda che non abbiamo nessuna possibilità”.

“Non ne sarei così sicuro” rispose Giacinto, indicando la radura: “guarda quello con la testa in mano”.

“Oddio che impressione… No, non voglio vederlo!”.

“Guardalo ti ho detto, guardalo bene!”.

“Occazzo, no!”.

“Occazzo, sì!”.

“Ma non è il vostro amico delle foto, quello?” si inserì Bulgheroni.

AC – 000-001-756

K yokkjit : sala di controllo Sensori Avanzamento Produzione (SAP).

“Negatività! Ass- sssfrs -oluta negatività!” pensa tra sé 4-amarantolo-6, “ecco che succede ad abbandonare per troppo tempo un affssdewr privo di supervisione”.

Il dettaglio delle attività del fuco scorre dinanzi alle sfaccettate protuberanze oculari dello scienziato. Le sue antenne vibrano e saltellano per la deprecazione. “Sub-creature-forza-lavoro abbandonate a loro stesse… danni potenziali alle strutture produttive in stasi… e come se non bastasse, esercizio abusivo della modalità ‘intervento divino’…”.

Nell’Alveare tutti sanno che l’esigenza di espandere i confini dello Sciame ha costretto a un utilizzo improprio dei semplici affssdewr . D’altronde questo è ciò che accade quando si travalicano i termini indicati dai flaadaass , i Cultori della Scienza. E il merito è del consiglio dei kwasskallak , inutili bozzoli decerebrati, ossessionati dal predominio territoriale, spoglia vetero-involutiva di un passato geneticamente superato.

“Qui, per esempio” pensa 4-amarantolo-6, esaminando i dati della colonia mineraria, “ci sarebbero temi di analisi etologica da riempire cento pubblicazioni… e per biechi motivi di ordine pratico si lascia che un affssdewr turbi gli equilibri delle sub-creature native più di quanto non sia strettamente necessario!”.

L’esperienza dell’Alveare nella dominazione di sub-creature quasi senzienti è antica: da eoni lo Sciame vaga per l’universo e costituisce colonie per l’estrazione di minerali utili come il hmssrix , oppure per la raccolta di materiale nutritivo. E da sempre il controllo delle sub-creature-forza-lavoro passa attraverso la leva della loro irrazionalità. Anche per questo torna utile l’antica alleanza con i Raminghi Cosmici: le sub-creature trovano sopportabili le loro meschine esistenze solo se confortate dalla grandezza di Esseri Superiori che li facciano sentire parte di un Grande Disegno. Senza il Grande Disegno le sub-creature avvizziscono, schiacciati dalla miseria della propria esistenza; cadono in uno stato di non-reattività e diventano inutili per la produzione.

La cosa si fa ancor più evidente durante i lunghi periodi di stasi, come quello attuale della colonia di Fkylljek -3, dove la profondità dello scavo rende l’estrazione antieconomica rispetto alle cave limitrofe, come Rylljek -12.

4-amarantolo-6 zampetta con rumore chitinoso fino alla sala di controllo. L’ affssdewr è fuori, in superficie, a svolgere il compito di ji-eee-klll e ripulire le attrezzature esterne. Durante l’atterraggio, infatti, il flaadaass ha notato che tutte le antenne e gli ohhhsshr sono incrostati di sabbia e concrezioni, quindi ha subito spedito il suo nuovo ji-eee-klll a svolgere i compiti a lui consoni. Intanto ha tutto il tempo per analizzare i danni causati alle sub-creature-forza-lavoro da quella gestione sconsiderata.

4-amarantolo-6 accosta i sottili pedipalpi al terminale e mette in moto i Recettori Organici Elementari (ROE). Regola con cura la prospettiva del visore, in modo da limitare il fastidioso effetto-rasoterra dovuto al posizionamento dei sensori ottici, quindi inizia a scrutare.

“Interessante” lampeggia in altolingua, virando al cremisi, “repentini cambiamenti in una società strutturata per mantenere l’assetto sul lungo termine…”. Un veropiede attiva la riproduzione videofonetica e le immagini raccolte dai ROE durante gli ultimi progressivi compaiono sui visori, sempre più velocemente. È con crescente attenzione che la potente mente del flaadaass esamina gli eventi. È con crescente vigore che perde il controllo di quello che gli scorre nei tubuli.

Quando tutte le registrazioni sono passate al suo vaglio, 4-amarantolo-6 si libra in volo; la sua traiettoria spiraleggiante ricorda quella di un complicato ballo molecolare. Il punto è che quei dati sono sconvolgenti: mai aveva incontrato una razza di sub-creature capace di determinare fenomeni così rapido-varianti in una colonia controllata. Una vera rarità, forse un caso unico!

Il flaadaass reagisce come se fosse sotto l’effetto di una secrezione puberale, gli arti incapaci di coordinarsi in una qualunque manipolazione utile. Controllo… controllo. 4-amarantolo-6 plana di nuovo sulla postazione di comando e studia ancora le ultime informazioni. Il rosa pallido che gli chiazza l’esoscheletro è un timido sorriso: per puro miracolo la gestione dissennata dell’ affssdewr non ha causato danni irreparabili. Con questa scoperta, potrebbe uscirne una pubblicazione degna di nota su Hlllasssiossa , la più prestigiosa rivista di etologia dedicata agli esseri carbonati base-ossigeno privi di carapace. E la sua carriera potrebbe riprendere a correre, come se tutti gli errori commessi fossero cancellati da un raggio di slokas . Non resta che una sola cosa da fare: vagliare gli Eternati per avere riscontri documentali.

Una rapida interrogazione dell’archivio centrale e la sua chimica torna a sobbollire: nella struttura di conservazione si trovano un congruo numero di sub-creature, alcune di particolare pregio. 4-amarantolo-6 si accosta ai contenitori argentati e prende a strofinarli, per leggere meglio le denominazioni.

“Questo no” lampeggia, tutto eccitato. “Questo? No. Troppi glifi. Secondo l’eminente Xrrt-klji , le sub-creature con denominazione complessa sono spesso incapaci di articolare pensieri sensati… E questo?”.

Il flaadaass rigira tra i pedipalpi un cilindro che sembra quasi nuovo, lucido come se fosse appena uscito dalla sala di ablazione. “Che strana denominazione” pensa. “Fa pensare a lievi risonanze di vento stellare”.

È in quel momento che l’ affssdewr rientra dalla missione di ripulitura. Quando vede 4-amarantolo-6 stringere tra le veremani l’Eternato Heeva, 6-grigiottero-0 viene colto da una strana sensazione, che non riesce a definire. Qualcosa che trascende le strutture mentali di un membro dell’Alveare.

Forse, gelosia.