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Prefazione

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Prefazione

Prefazione

A vederlo, Paolo Agaraff, non gli dareste due soldi di fiducia.

Sarà colpa di quei tratti sfuggenti, à la mode , cautamente picassiani, tanto da farlo sembrare ogni volta una persona diversa. O magari l’altezza e la prestanza fisica, che variano a seconda delle condizioni di luce, proprio come la barba, che certe volte assomiglia di più a un pizzo, altre a sparuti ciuffi radioattivi, oppure a una spennellata dura e incolta perché, dice lui, fa molto Christopher Lambert. Sta di fatto che qualcuno giura (e spergiura più che altro) che sia uno e trino, ma senza particolari inconvenienti di culto.

A me è apparso una sera in cui l’acqua cadeva a secchiate, davanti al cancello di casa, una busta con un romanzo sotto l’impermeabile e gli occhiali (che certe volte usa e altre no) ridotti a due rigagnoli senza pace. Mi ha lanciato la busta cianciando un “ prefazione ”, e poi niente, come un fantasma nella bruma: uno sbuffo e via.

È stata la prima vola che l’ho visto, più o meno. La seconda poche settimane fa invece, al Salone del libro di Torino. In un padiglione isolato, lontano da occhi indiscreti, stava catechizzando in berbero Umberto Eco e in anconetano Tahar Ben Jelloun. Per fortuna riuscii a svignarmela: ancora dovevo scrivere la sua prefazione e preferii non rischiare.

Comunque, questo è il meno. Il problema vero, quello che non mi fa dormire la notte, è che i suoi romanzi sono come lui. Sfuggono, tracimano in continuazione, sono eruditamente camaleontici e con un ritmo tutto loro: accelerano, rallentano, ti rilassi e arriva il colpo; quando pensi di averli inquadrati ti fregano la pagina dopo; quando sei sicuro di tenere in pugno la storia invece è lei che tiene in pugno te. E lo serra quel pugno, potete scommetterci. Come ho avuto modo di osservare a mie spese, “Il quinto cilindro” non fa eccezione. Agaraff, maledetto lui, ha il gusto istintivo della narrazione, e a portarvi in Sardegna come nel golfo del Siam ci mette un attimo, quasi in quei posti ci abbia sempre vissuto. Questa volta invece ha scelto una meta più prosaica, all’apparenza innocua, quel tanto che basta per recapitare a destinazione i soliti, irriducibili tre vecchi in pensione: Alessio, Filippo e Giacinto. Maledetti pure loro.

Provate a rilassarvi assaggiando questo cocktail naturalistico a base di passeggiate montane, bevute salutari, raccolta funghi e donne intriganti. Non resterete delusi, soprattutto quando scoprirete che da quelle parti al massimo Heidi ha i pedipalpi e le caprette col cavolo che fanno ciao. E, se non basta, potete anche buttare i libri di storia perché un pezzo, seppur piccolo, Agaraff l’ha riscritto.

Di mio non posso aggiungere altro. Ho terminato la prefazione e con essa anche la bottiglia di grappa. Penso che non andrò a dormire: gli incubi fanno male e poi domani avevo in programma una gita in montagna. Anche quello di piacere mi ha tolto, demonio mascherato da scrittore.

Ma voi una possibilità l’avete ancora, datemi retta.

Alberto Cola