Quarto Cilindro
Quarto Cilindro
Quarto Cilindro
Troppo spesso i figli di una rivoluzione finiscono per sostituire il tiranno deposto, nell’insopprimibile istinto di perpetrare il proprio potere.
I primi Cesari avevano costruito Nova Roma sul modello di società che conoscevano. L’inumano asservimento dei prigionieri era nato da un’istanza di vendetta, oltre che da un’esigenza pratica; col tempo, invece, sacrifici, schiavitù e vessazioni erano divenute abitudini orribili e ingiustificabili.
Questa era l’oscura Nova Roma in cui il Fato faceva precipitare i Doni del Vento, ignare vittime colpevoli solo di transitare vicino all’accesso dell’Urbe.
Quando giunsi in catene assieme ad altri sventurati, venni gettato nell’ombra di un recinto, in mezzo alle feci e al vomito di altri diseredati, destinati nei casi più fortunati all’arena e agli umili lavori domestici. Nei casi peggiori c’erano il recinto delle femmine, l’arena dei gladiatori o il letale abbraccio del Favonius.
Per mia fortuna, pur essendo maschio, non avevo un fisico gladiatorio; inoltre riuscivo a comprendere e parlare, seppur in modo approssimativo, la lingua di quel mondo. Fu così che venni assegnato come servo a un patrizio, lo Zee-nturio Cloo-diuz.
Le percosse, il dileggio, la denutrizione erano le mie compagne quotidiane, e la notte mi trovavo assieme agli altri schiavi. Alcuni erano Doni del Vento, altri schiavi da generazioni, tutti ormai incapaci di condurre una vita diversa da quella che il Fato aveva loro riservato. Anche i più fieri, quelli che per soddisfare il loro padrone combattevano nell’arena, erano remissivi come bovini nel recinto.
Fu lì, in mezzo a quegli esseri abbrutiti, che cominciai a parlare a bassa voce, notte dopo notte, spiegando che un mondo diverso era possibile; che la loro era una condizione ingiusta; che l’ ordine naturale di cui cianciavano lo Zee-sahr e i suoi burattini era una leggenda inventata per tenerli in schiavitù; che la vera libertà esiste solo quando il popolo ha il potere di eleggere i suoi capi e vige un’assoluta uguaglianza di diritti; che non esiste libertà senza giustizia sociale, né giustizia sociale senza libertà.
C’era chi non voleva ascoltarmi, chi rideva delle mie parole. Mar-cuz, però, il gladiatore più possente, pendeva dalle mie labbra. Quando qualcuno rideva delle mie parole, lui intimava silenzio. Quando qualcuno cercava di aggredirmi, lui mi difendeva, chiamandomi pater. E come lui, anche altri cominciarono a ripetere le mie parole; poco alla volta si diffusero tra i Doni del Vento, una rete invisibile che i patrizi non riuscivano nemmeno a sospettare.
Come l’alito del Favonius soffiava tra le mura dell’Urbe portando aria fresca, così il mio messaggio correva di bocca in bocca rinnovando gli spiriti e donando agli oppressi nuove energie. E il messaggio diceva: morte al tiranno! Libertà, uguaglianza, fraternità!
Nell’arco di poche settimane, la presa di coscienza del loro miserevole stato aveva reso gli schiavi una compagine omogenea e coesa, un esercito ordinato e compatto. Il popolo lavoratore, da materiale grezzo nelle mani delle classi privilegiate, era diventato finalmente capace di plasmare la propria storia, di edificare la sua città. Fu Mar-cuz che infine mi chiese di agire, e tutti attorno a lui assentirono.
Avvenne tutto in una notte. I militi erano preparati a fronteggiare attacchi dall’esterno, ma non avevano difese contro un nemico cresciuto tra le loro file; secoli di acquiescenza li avevano resi pigri e fiduciosi. Le serve sgozzarono i padroni che abusavano dei loro corpi, gli schiavi buttarono gli sbirri del tiranno giù dai dirupi più scoscesi. La violenza serpeggiò per le strade dell’Urbe come un rettile affamato che troppo aveva atteso quel momento.
Abbattuti i cancelli, Mar-cuz ed io corremmo per le vie assieme ad alcuni gladiatori amici del mio fidato gigante; eravamo diretti al tempio, ove venivano custodite le antiche armi degli Dèi, le medesime armi che avevano consegnato il potere in mano alla genia degli Zee-sahr. Le poche guardie del tempio erano già state uccise dalle schiave delle sacerdotesse, che però nulla avrebbero potuto contro lo Zee-sahr e la sua guardia privata. Ma noi arrivammo prima di loro e sulla scalinata del tempio molti uomini, un tempo schiavi, si immolarono per un sogno di libertà: caddero felici, perché sapevano che sulle loro ossa sarebbe stata edificata la nuova Urbe.
Fu dopo un interminabile spargimento di sangue, sotto le immote colonne del tempio, che finimmo per prevalere. Lo Zee-sahr e i suoi fidati Zee-nturii furono nelle nostre mani e cominciò l’opera più ardua: far cessare la mattanza, salvare dall’odio dei Doni del Vento la plebe dell’Urbe, asserragliata nelle sue povere insulae . Proprio dall’unione della plebe e degli schiavi doveva rinascere la città. Loro, uniti in un unico popolo, sarebbero stati i nuovi indiscussi padroni, non appena le fondamenta della res publica fossero state gettate.
Certo, per far comprendere il mio vero ruolo, quello di viatico per la nascita di una compiuta res populi , occorreva tempo. Per modificare alcuni comportamenti abietti ereditati dalla malvagità dei vecchi governanti bisognava intervenire sulla cultura di un popolo. Sarebbe stato necessario un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di percolazione di idee. Sarebbe stato necessario educare uomini che per generazioni si erano posti giorno per giorno, ora per ora, solo il drammatico problema della mera sopravvivenza personale, senza legami di solidarietà con gli altri nelle stesse condizioni. Un lavoro improbo, che mi obbligò a incarnare la stessa figura di autorità che bisognerà alfine sradicare, per rendere questo popolo definitivamente libero.
Ma, sia chiaro, da questo punto in poi su queste carte non viene più narrata la storia di un dittatore, ma quella di un popolo libero, un popolo di uomini con uguali diritti, affrancati dalla schiavitù e alla ricerca della propria identità. Viva la rivoluzione!
A Favonius piacendo.