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Capitolo sedicesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo sedicesimo

Capitolo sedicesimo

Enorme, almeno tre metri d’altezza per sei di larghezza. Il cunicolo era un semicilindro enorme e stranamente regolare, al contrario della galleria da cui erano usciti. Anche qui le pareti emettevano una luminosità verdognola, ma molto più intensa, tanto che si riusciva a vedere nitidamente.

“Ti ricorda qualcosa?” sussurrò Giacinto mentre lo pungolavano alle spalle con una lancia.

“La galleria del Gran Sasso?” borbottò Alessio, che nei suoi giri di lavoro aveva percorso le strade d’Italia in lungo e in largo.

“E già… è artificiale… del tutto artificiale”.

“Occazzo… ora che mi ci fai pensare” aggiunse Alessio, tremando come una foglia.

“E adesso che ti prende?”.

“Sento che sta per venirmi un attacco”. La claustrofobia era una delle fobie preferite di Alessio, quelle che per qualche motivo secondo lui facevano chic , a giudicare dal modo con cui le ostentava. Le altre erano la scotomafobia, la coulrofobia e la pendofobia, anche se a queste non era mai riuscito a dare un nome.

“Ci mancava solo questa” disse Giacinto, mentre Alessio boccheggiava e la guardia lo incalzava con la punta dell’arma, per nulla impressionata. “Concentrati” disse poi l’ex avvocato: “è tutto dentro il tuo cervello”.

“È tutto dentro il mio cervello…” ripeté Alessio meccanicamente.

La marcia del gruppetto proseguì al suono sussurato e salmodiante del training autogeno.

A pochi metri dall’imboccatura, la galleria faceva un’ansa e un arco dava l’accesso a un ambiente ampio, simile alla grotta dei funghi. Tre quarti della struttura erano racchiusi da un muro di mattoni alto un paio di metri, coperto di spunzoni metallici e chiuso da una cancellata davanti alla quale vigilavano due legionari. Da oltre il muro giungeva nitido il lamento che pervadeva il sotterraneo; ora che erano più vicini sembrava un miscuglio tra il pianto dei bambini e il gemito di donne disperate. Un rumore da far rabbrividire. E infatti Alessio rabbrividì.

“ Was ist das ?” chiese Bulgheroni ai guardiani, ottenendo in risposta solo un colpo d’asta di una lancia che lo fece cadere in ginocchio.

Giacinto lo aiutò a rialzarsi: “Meglio star zitti, per ora. Meglio star zitti”.

“ Ja ” tossì. “Sì…”.

I tre proseguirono, scortati dal gruppo di legionari. A ogni passo la temperatura dell’ambiente aumentava e il calore sembrava irradiarsi direttamente dalle pareti; a un tratto la galleria cominciò ad allargarsi, e la pietra su cui i prigionieri incedevano divenne una strada circondata da un terreno scuro, ferroso, coperto da una vegetazione verde-grigiastra, simile a un intreccio di licheni. In mezzo ai licheni si innalzavano dei bassi alberi dalle foglie di un verde smorto; dai rami pendevano una gran quantità di pomi giallastri.

“Mai vista roba così” balbettò Alessio.

“Perché non esiste roba così” rispose Bulgheroni. “Non può esistere”.

“Una volta escluso l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità” borbottò Giacinto, in vena di citazioni.

“Bella questa!” si complimentò Alessio.

“Sì” rispose Giacinto, “originale, soprattutto”.

“Guardate lì” si intromise Bulgheroni indicando qualcosa tra la vegetazione. In mezzo agli alberi spuntavano alcuni bulbi rossastri e attorno a ciascuno di essi si stendeva un tappeto di piccole ossa, parzialmente ricoperte dai licheni. “Lucertole… o roditori, a giudicare dalle dimensioni” soggiunse il veterinario.

“Meglio rimanere sulla strada, eh?” disse Alessio.

“A quanto pare” disse Giacinto, “a quelli le piante non fanno niente”.

In mezzo agli alberi, infatti, brulicavano vari insetti chitinosi, simili a quello che aveva accolto Alessio poco prima.

“Bleah! Che schifo. Che roba è?”, chiese Alessio.

“Non conosco questa specie” disse Bulgheroni. “Sembra un incrocio tra un lethocerus, la pulce gigante d’acqua, e una blatta molto grossa”.

Uno degli insetti uscì dal bosco sotterraneo zigzagando tra bulbi e alberi e corse in mezzo alle gambe dei guardiani, che si limitarono a ignorarlo. La blatta gigante si fermò un istante davanti ai tre prigionieri: parve osservarli, agitò le antennine come per dire “ciao” e poi corse via, diretta chissà dove.

Nel frattempo le guardie avevano intimato l’alt e una di esse era scomparsa attraverso l’imboccatura di una stretta galleria che finiva nel buio. Mezz’ora dopo, dalla galleria arrivò un nuovo drappello di uomini armati; uno di loro e Dii-puz si salutarono battendo il pugno destro sul petto poi, senza inutile spreco di parole, il nuovo gruppo prese in consegna i prigionieri e li pungolò a proseguire nel tunnel misterioso.

Era uno stretto budello artificiale di un metro e mezzo di diametro che saliva con una pendenza quasi costante. Invece della solita luminosità verde, qui regnava un bagliore lattiginoso, simile a quello di una notte di luna piena, generato da strani cristalli tagliati a cubo. Alessio cominciò a mostrare nuovi segni d’inquietudine; uno psicologo amico di famiglia, un tempo gli aveva diagnosticato una vaga forma di selenofobia. In questo caso bastò un’occhiataccia di Giacinto per farlo reagire, ed egli riprese la sua litania per esorcizzare quella realtà molesta fatta di lune tascabili, luoghi chiusi, insetti e pipistrelli. Per non parlare poi della crisi d’astinenza da telecomando, che produceva sintomi nevrotici d’intensità crescente.

Non passarono più di quindici minuti che il tunnel terminò e i tre si ritrovarono di fronte a uno spettacolo stupefacente: si trovavano su un ampio terrazzo di pietra che dava su un’immensa grotta semisferica. L’umidità dell’aria sfumava i contorni delle pareti rocciose come se la grotta fosse larga chilometri. La cavità era sorretta da enormi pilastri di pietra dal diametro di oltre tre metri; le colonne e le pareti della grotta apparivano regolari e levigate, tutt’altro che naturali, e in mezzo alle colonne, sotto l’enorme volta ricoperta di cristalli lattiginosi sorgeva né più né meno che una città . Un dedalo di casupole – anche di due o tre piani – in parte scavate nelle pareti, in parte erette con legno e pietra.

L’intero ambiente era illuminato dai cristalli come se fosse stato pieno giorno ma con cielo coperto da grigie nubi temporalesche.

“Il Muttenhörner… completamente cavo… wunderbar !” disse Bulgheroni, fissando estasiato lo spettacolo. Anche Giacinto e Alessio si congelarono a guardare a bocca aperta quell’incredibile formicaio.

Le guardie che sopraggiungevano da dietro fecero cenni di procedere, e i tre avanzarono su un ampio camminamento ricavato nella parete di roccia: il terrazzo era infatti collegato con una piccola altura, su cui si ergeva un tempio che, a parte il marmo nero, era di chiara ispirazione classica; da lì una maestosa scalinata portava giù verso l’intrico di case. Al centro della città era ben visibile il vuoto lasciato da una larga piazza circolare e, dalla parte opposta della grotta, s’intravedeva in lontananza una maestosa costruzione che sembrava proprio un arco trionfale.

Avvicinatisi al tempio, i tre prigionieri poterono notare gli splendidi bassorilievi che ne ornavano il timpano: le scene rappresentate ricordavano temi della mitologia classica, ma stranamente distorta.

“Quell’Eolo lì mi sembra familiare” disse Giacinto, indicando un dio del vento, le gote gonfie, intento a squarciare il corpo di un uomo impalato.

“La barba di Giove sembra fatta di tentacoli” borbottò Alessio.

“Anche se sta sul trono, più che Giove pare Nettuno: guarda quelle strane bestie che lo circondano. Sembrano pesci antropomorfi… e mi ricordano qualcosa”.

Al comando secco di una delle guardie, tutte le altre si divisero e si schierarono ai due lati dei prigionieri, mentre quella che aveva dato l’ordine si dirigeva in testa al plotone. Costeggiando il tempio, il gruppo si arrestò ai piedi della gradinata di accesso, in cima alla quale s’indovinava un qualche movimento di persone. Il comandante ringhiò qualcosa e le guardie si posero tutte sugli attenti, piantando le lance a terra e fissando un punto all’infinito.

“ Ave Prii-muz inter Paa-rez ” proseguì il comandante, con voce impostata, “ Regnare nolo, liber ut non sim mihi ”.

“ Neque volumuz ” rispose una voce dall’alto, “ sed nolere liberi non sumuz ”.

Nel viluppo di una sgargiante veste purpurea, un uomo barbuto e corpulento si affacciò dal gradino supremo reggendo alto un meraviglioso scettro di cristallo. Dietro di lui fece capolino un faccione incorniciato da una grigia peluria disordinata: sorrideva sornione nella sua giacca con catarifrangenti indossata sopra una toga.