Capitolo diciassettesimo
Capitolo diciassettesimo
Capitolo diciassettesimo
Le guardie si allontanarono e i loro passi risuonarono a lungo sui marmi del pronao. L’edificio era gigantesco, almeno cinquanta metri per lato. Nella zona frontale del tempio si alzavano tre file di colonne ioniche, scolpite in una pietra nera leggermente rilucente; di fronte alle colonne si ergeva una cripta, anch’essa dello stesso marmo nero, fiancheggiata da altre sei colonne per parte.
Giacinto, Alessio e Bulgheroni, stanchi, laceri e contusi, si confrontavano con Rolando e Filippo, dietro ai quali incombeva un colosso alto più di due metri vestito come Spartacus: il gigante aveva un volto glabro, allungato e spigoloso, lunghe braccia e mani come badili. Il mostro ghignò, esponendo una dentatura lacunosa.
Dopo un lungo scambio di sguardi interdetti, Giacinto eruppe in una sonora risata “ Dr Ruggeri, I suppose ” disse, quindi abbracciò l’uomo davanti a lui e gli assestò amichevoli pacche sul ventre prominente. “Come va, vecchiaccio?”.
“Non mi lamento” rispose Rolando grattandosi la barba grigiastra, “non mi lamento”.
“Non si lamenta, lui” arrivò la voce di Alessio da tergo.
Giacinto stava per abbracciare anche Filippo il quale, vedendo che Alessio rimaneva distante a mugugnare sulle sue, lo indicò e chiese: “ma che ha?”.
“Ho che ci lamentiamo noi!” strillò Alessio per tutta risposta, scattando in avanti per la rabbia che gli covava dentro ormai da giorni. “Ho che se c’era qualche probabilità di lasciare Bove Pluvio , qui, a giocare agli antichi romani da solo, ce la siamo lasciata sfuggire; ho che per poco non ci facevamo ammazzare per venire a cercare te, ecco che c’ho!”.
“Ehi” disse Rolando, indicando Alessio con l’inseparabile scettro: “avete portato anche il minus habens ?”.
“T’AMMAZZOOO!”.
Alessio si avventò bava alla bocca sull’altro, con le braccia protese in avanti, nel chiaro intento di strangolare il Divino. A questo punto l’uomo erculeo fece un passo avanti e afferrò l’aggressore per i polsi, quindi lo tirò su di peso e lo tenne sollevato, sgambettante.
“Vi presento Mar-cuz” disse Rolando, “il mio uomo più fidato”.
“Salve Marcuz” disse Giacinto mentre Bulgheroni faceva ciao-ciao con la manina. Poi l’ex avvocato ebbe un ripensamento: “ma lo capisce, l’italiano?” chiese, rivolto a Rolando.
“Sì, qualcosa capisce” rispose l’altro, “la lingua volgare di questa tribù sotterranea ha assunto anomale cadenze d’incerta provenienza etimologica, ma questi Zii-ves hanno serbato memoria della matrice latina – ancora utilizzata in occasioni cerimoniali – e con un po’ di allenamento sono in grado di comprendere l’italiano moderno. E Mar-cuz sembra particolarmente portato per le lingue”. Poi, come per provare la veridicità di quell’affermazione: “Mar-cuz, puoi lasciarlo andare”. Il gigante annuì e accompagnò a terra il povero Alessio, liberandogli i polsi dalla morsa granitica delle sue mani.
“Tu e Bulgheroni vi conoscete?” chiese Giacinto.
“Sì, ci siamo visti a Furka” rispose Rolando mentre stringeva la mano allo svizzero. “Come va?”.
“Bene. Lieto di rivederla, Herr Ruggeri” rispose Bulgheroni.
Poi Filippo ebbe un guizzo e protese il collo con il suo modo di fare da vulture, e guardando oltre le spalle degli amici chiese: “E Georg che fine ha fatto?”.
“Chiedilo a lui , che fine ha fatto” rispose Alessio alludendo a Rolando, mentre era ancora intento a strofinarsi i polsi violentati dalla stretta di Mar-cuz.
“In che senso?”.
“Nel senso che i suoi bravi soldatini l’hanno ammazzato come un animale! Eccolo, il senso”.
“Cosa?” Filippo si guardò attorno, e non trovò tracce di ironia. Vide che anche Rolando annuiva con fare addolorato, segno che la cosa gli era già stata riferita. “Com’è successo?” chiese infine.
“Niente, una storia come tante altre” rispose Giacinto. “Lui perde il figlio piccolo, passano gli anni ma non perde mai la speranza di ritrovarlo; poi, quando alla fine lo ritrova, il figlio non lo riconosce e lo ammazza”.
“Ma è terribile”.
“È la vita che è terribile, stellina” rincarò Giacinto con amarezza. “I vincoli di sangue non esistono, la parentela è una stortura, la società un contratto di comodo”.
“Probabilmente hai ragione” gli rispose Rolando, le braccia allargate, il viso rivolto verso la città che si stendeva sotto la scalinata del tempio, illuminata dalla luce crepuscolare di quel mondo sotterraneo. “Eppure oggi vi dico, amici, non indugiamo nella valle della disperazione; anche di fronte alle difficoltà, ho ancora un sogno. Ho un sogno, che un giorno questa umanità si sollevi e viva pienamente il vero significato di questa tragedia, che tutti gli uomini sono stati creati per un trastullo del caos”.
Gli occhi di tutti i presenti erano fissi sul volto dell’oratore che irradiava una luce purissima. Persino Alessio lo guardava con una certa ammirazione.
“Ho un sogno” proseguì Rolando, “che un giorno, sulle rosse colline della Val d’Esino e nel profondo della roccia delle montagne, i figli di ex padroni e i figli di ex proletari riusciranno a sedersi insieme al tavolo della mensa aziendale. Ho un sogno che un giorno ogni bicchiere sia colmato, e ogni monte e colle siano messi a vigneti, i luoghi tortuosi vengano chiusi al traffico e i luoghi curvi pure. Allora l’euforia dell’ebbrezza sarà rivelata e ogni bocca arida avrà da bere”.
Per un attimo tutti ebbero l’impressione che avesse veramente parlato il portatore del Verbo, che un estremo sogno potesse essere sognato. Poi l’istante svanì. Alessio sbadigliò e Filippo si grattò sotto un’ascella.
“A proposito, avete per caso mangiato qualche fungo dalle grotte?” chiese il Divino.
“No” dissero gli altri, scambiandosi occhiate.
“Va bene” concluse Rolando. “Andiamo, è quasi ora di pranzo”.
Mentre si inoltravano nell’urbe, Rolando non smetteva di indicare in giro con lo scettro e di parlare: “Guardate, guardate: è come aver viaggiato nel tempo. Ecco le tradizionali insulae romane, cataste pericolanti di piani affastellati uno sull’altro”.
Gli odori erano unici: muffa e spezie sconosciute, fumo e carne andata a male. Da alcune locande proveniva l’odore nauseabondo di funghi bolliti e un qualche distillato fatto in casa. L’aria risuonava di voci: imprecazioni, grida, richiami. Decine di persone in toga e in armatura tiravano e spingevano.
“Le insulae più antiche” proseguiva intanto Rolando, “sembrano scolpite nella pietra e hanno persino i servizi ai piani superiori, ma le più recenti sono un delirio, come nella Roma imperiale… Attenti!”.
Rolando non fece in tempo a scostare Alessio che questi ricevette in pieno una secchiata di deiezioni proveniente da un balconcino pencolante. La sostanza semiliquida, dopo aver innaffiato il vecchio, colò in un canaletto al lato della stretta via che stavano percorrendo. Il Divino fissò costernato il visitatore: “Mi spiace, caro, sono gli inconvenienti del mondo classico”.
Alessio non proferì verbo: rimase per un po’ con gli occhi fissi davanti a sé, distillando odio, quindi prese a valutare lo scempio degli abiti ormai sozzi e stracciati, chiedendosi quali terribili malattie stessero facendosi strada nel suo corpo.
“Abbi pazienza” soggiunse Rolando, “quei vestiti non ti servono più: siamo arrivati alle terme”.
Il gruppetto era infatti giunto innanzi a un portico che separava una struttura in pietra dal dedalo di viuzze; superarono il portico, attraversarono una porta e si ritrovarono in uno stanzone rettangolare.
“Lasciate i vostri abiti” disse il Divino, “ve ne farò trovare altri più consoni”; quindi si spogliò della toga e si assicurò lo scettro al polso con una fascetta di cuoio.
“Ma dobbiamo toglierci proprio tutto?” gemette Alessio.
“Non preoccuparti” ghignò Giacinto, “non te lo guarda nessuno, il vermicello rugoso tra le gambe”.
Alessio non protestò; Filippo e Giacinto si fissarono preoccupati: un silenzio prolungato di Alessio, soprattutto in quelle circostanze, era sintomo di grave malessere psicofisico. Con gran sollievo degli astanti il silenzio fini: “Che schifo!” strillò Alessio quando una delle solite blatte ipertrofiche gli corse in mezzo alle gambe. Cercò subito di schiacciarla col tallone, ma Mar-cuz lo inchiodò al muro.
“Sacrum est!” ringhiò il gigante.
“’Sti cazzi!” rispose Alessio.
“Sono animali sacri, lasciateli perdere” rispose Rolando. “Li troverete dappertutto ma sono bestie pulite: non portano malattie, né rubano il cibo delle case. Sono quasi animali domestici, come i gatti degli egiziani”.
“Che cazzo di posto” grugnì Alessio mentre Mar-cuz lo depositava su una panca, neanche fosse una bambola di pezza.
“Seguitemi” disse quindi imperioso Rolando, guidando le sue ampie trippe attraverso un arco dietro al quale si apriva una grande sala circolare. Il centro della sala era occupato interamente da una vasca piena di acqua fumante.
“E da qui ci facciamo tutto il percorso” proseguì Rolando, indicando le tappe con lo scettro di cristallo: “calidarium, tepidarium, frigidarium e natatio!”.
Quindi allargò le braccia e all’urlo di “Caracalla mi fa una sega!” si tuffò a bomba in piscina.