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Capitolo diciottesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo diciottesimo

Capitolo diciottesimo

Dopo il ciclo completo di bagni, il gruppetto raggiunse un locale dove vari massaggiatori e massaggiatrici si presero cura di loro. Rolando venne attorniato da quattro fanciulle, piccole ma formose, abbigliate con una specie di tonaca lunga fino al ginocchio, sotto al quale partiva un calzare simile ai tradizionali calcei ma con un elaborato gioco di cinghie che arrivava a metà polpaccio e un accenno di tacco. Mentre si sottoponeva al massaggio a otto mani, il Divino commentò: “Visto? Il progresso passa anche per un po’ di sano feticismo: ho introdotto la nuova moda dei Calcei Ruggeri, che esaltano la femminilità del piede e la forma del polpaccio. Che ne pensate?”.

“Geniale” sussurrò Giacinto, sottoposto all’abile manipolazione di una fanciulla dai lineamenti nordici.

“Sììì” mugolò Filippo che subiva lo stesso trattamento da parte di una fanciulla latina.

“Umpf” ringhiò Alessio, mentre la versione obesa di Mar-cuz gli stirava un braccio, cercando probabilmente di disarticolarlo.

Dopo una lunga sessione di massaggio e rilassamento, ai tre vecchi e a Bulgheroni furono dati i vestiti nuovi. Tutti indossarono le toghe e trascorsero alcuni minuti a rimirarsi l’uno con l’altro.

“Ma ti sei visto?” disse Alessio a Giacinto, “sembri uno di quelli che fanno le foto fuori dal Colosseo”.

“Senti chi parla” ribadì l’avvocato, “sembri uscito pari pari dal Caligola di Tinto Brass”.

“Forza!” li interruppe Rolando, “che il pranzo si fredda!”.

Senza uscire dalle terme, il gruppetto raggiunse un locale in cui si stendeva una tavola imbandita. Rolando si sdraiò sul triclinio centrale e cominciò subito a giocherellare con lo scettro di cristallo, denotando una certa impazienza. Mar-cuz si mise in piedi dietro di lui mentre alla parte opposta della stanza, sempre in piedi, c’era un pubblico di servitori, tutti con capelli biondi e occhi chiari.

“Venite, venite” disse il Divino rivolto agli amici, “sedetevi ai miei lati”.

Mentre i quattro prendevano posto, i loro sguardi corsero su piatti, coltelli e cucchiai e notarono che erano di ottima fattura. Con due battiti di mani, Rolando fece venire cinque servitori, i quali, con movimenti rapidi e sincronizzati, si posizionarono dietro ciascuno dei commensali e, sfilati degli ampi bavagli che tenevano ripiegati sugli avambracci, li applicarono loro sul davanti per poi annodarli scrupolosamente dietro le nuche.

A un secondo segnale, un servitore portò un enorme vassoio sovrastato dalla cloche , e posatolo sul tavolo lo scoperchiò declamando: “ fricassée de chauve-souris aux onions et garum ”. Quindi s’inchinò al Divino e arretrò senza girarsi verso la direzione da cui era venuto. Gli altri servitori accorsero subito per sezionare la portata e metterla nei piatti che offrirono agli ospiti distesi sui triclini. Intanto un servitore riempiva i bicchieri con una sostanza torbida dall’odore pungente.

“Che puzza!” sbottò Alessio

“Esagerato!” rispose Rolando, “il liquore è solo latte fermentato, un po’ come il kefir. Se invece ti riferisci al garum, si tratta di una tradizionale salsa salata. Qui la distilliamo dalle budella dei pesci ciechi delle vecchie miniere”.

Alessio lasciò cadere il cucchiaio e fissò orripilato Filippo che consumava avidamente la pietanza. Giacinto sbuffò.

“Il resto delle portate ve le spiego dopo” disse Rolando, mentre tracannava il liquore e distribuiva la salsa puteolente sulla sua abbondante porzione. “Ora mangia. Mangiate tutti. È buono”.

”Che è ‘sta pagliacciata?”, sbottò Giacinto, “I servitori, il francese... E quella cerimonia raccapricciante a cui abbiamo assistito là fuori”.

“Ah, quella … Be’, per quanto riguarda i miei pasti ho sempre sognato un allestimento in stile Roi Soleil ” spiegò il Divino, mentre Mar-cuz assaggiava il cibo dal suo piatto. “Sapete, l’atmosfera è fondamentale per la buona riuscita di una cerimonia… alimentare, nella fattispecie. E quello che avete udito non è francese. O meglio…”. Qui Rolando s’interruppe per un cenno del capo di Mar-cuz, quindi prese del cibo, lo ingerì, e proseguì masticando. “Dicevo… sono frasi che ho insegnato io… sempre per il discorso dell’atmosfera… ma che loro ripetono a pappagallo…”.

“Lascia perdere i dettagli” lo incalzò Giacinto; a quanto pareva s’era fatto carico di portare avanti l’interrogatorio mentre tutti gli altri si servivano allegramente dal vassoio. “Cos’è tutta questa… farsa ?”.

“Non è una farsa” precisò Rolando, mentre faceva la scarpetta sul piatto con una specie di focaccia. “Questa civiltà sotterranea è la prova della mia teoria sull’effetto che ha l’isolamento sulla stabilità sociale. Secoli trascorsi in un ambiente totalmente avulso dal resto del mondo hanno letteralmente congelato un sistema sociale a metà tra la Roma di Cesare e la Repubblica Centro Africana di Bokassa. Luigi XIV mi fa una sega!”.

“Sì, però tutto mi sarei aspettato meno che trovare te a fare il re Sole” ribadì aspro Giacinto.

“Ma infatti non sono un re, sono un Prii-muz inter Paa-rez!”.

“E questi schiavi ?”.

“Non sono schiavi, perdiana! L’ho abolita la schiavitù! Sono ministratores , servono senza esser servi! Ho anche istituito una scuola che potremmo definire… alberghiera… e seguo personalmente i corsi di cucina. Certo, questi ragazzi ora sono Zii-ves e lavoratori, ma vengono dalle vecchie classi di servi, schiavi e oppressi, i Doni del Vento, gli uomini strappati in tenera età alle comunità montane…”.

“Mia figlia!” disse con un rantolo Bulgheroni, estraendo una vecchia foto dalle pieghe della toga: “avete visto mia figlia?”.

Rolando prese la foto e la rimirò per alcuni istanti; rimase un po’ in silenzio, poi rispose: “No, non ricordo di averla vista… ma le donne catturate svolgono altri compiti”. Poi si voltò verso Mar-cuz: “ Scortillum istud ad me defer! Illico! ”.

Il gigante prese la foto, la consegnò a una guardia, diede alcune istruzioni nella solita lingua abbaiante imparentata col latino, poi tornò vicino a Rolando.

“Non si preoccupi” disse Rolando a Bulgheroni, “se è qui la troveremo sicuramente. Se non oggi nei prossimi giorni”.

“Come, giorni?” sbraitò Alessio. “Io domani – anzi no, stasera stessa – io prendo e me ne vado e chi s’è visto s’è visto”.

“Già… peccato che non si possa andar via di qua”.

“Cosa?” esclamarono tutti all’unisono.

Tra chiacchiere varie, domande, cose non dette, rivelazioni e tentativi di aggressione prontamente sedati da Mar-cuz, il pranzo proseguì con ritmo regolare per una durata a misura di Rolando, vale a dire un paio d’ore circa. Le portate si susseguirono con lo stesso bizzarro cerimoniale e, nonostante l’aspetto un po’ pallido dei tuberi e l’indefinibilità di alcune pietanze, la qualità dei cibi si rivelò tutt’altro che scarsa.

“Il concetto è che ora io sono la guida di questa gente” spiegava Rolando agli altri. “Certo, io mi ritengo un tribuno della plebe ma, dato che non si può sradicare una tradizione millenaria in un giorno, io sono per loro una specie di… ehm… divinità”. Si interruppe un attimo. “Va bene, ammetto di aver calcato un po’ la mano sulla faccenda del Messia… Ma capite bene che se mostrassi di volermene andare sarebbe come sconfessare la mia natura divina, tanto più che uscire dalla colonia senza il consenso del Favoo-niuz è tabù”.

“Favoo-niuz?” chiese Giacinto.

“Sì, una… presenza… che Filippo ha avuto modo di vedere quando è stato catturato. Un essere fatto di nuvole e artigli… Sapete, è difficile combattere delle superstizioni tanto concrete … una religione immanente… che, guarda caso, è il nume tutelare di questa gente”.

“Quella cosa a cui hai offerto la testa della vittima sacrificale” disse Giacinto.

“Favoo-niuz… Zefiro” disse Rolando come parlando tra sé, “che amara ironia in quel nome che evoca la primavera”.

“Ti abbiamo visto anche noi, sai?” lo interruppe malevolo Alessio. “E sembravi proprio calato nella parte”.

“Ah”. Rolando deglutì e rimase per un lungo istante in silenzio. “Ma quello era il vecchio Zee-sahr, in fondo si è trattato di un atto di giustizia sociale, come la decapitazione di Luigi XVI… e poi…”.

“Ma quella roba la porti sempre con te?” lo interruppe Filippo, fuori tema come sempre, indicando lo scettro di cristallo che Rolando accarezzava nervosamente fra le mani.

“Sempre” rispose l’altro con uno scatto, stringendo l’artefatto a sé, come se la domanda dell’amico celasse il secondo fine di sottrarglielo. “Perché me lo chiedi?”.

“Curiosità. È che sembra proprio la tua coperta di Linus”. Le domande di Filippo erano sempre schiette e dirette, quindi dover rispondere a domande sulle domande era per lui una cosa penosa. “E come si accende?”.

“In che senso?”.

“Durante la cerimonia del sacrificio” continuò Filippo, suo malgrado, “m’è sembrato che quel cristallo sprigionasse una specie di luce… un’energia…”.

Rolando si guardò intorno con circospezione e si accorse della curiosità degli altri: “Dato che mi avete parlato del sacrificio…” e fece una lunga pausa, durante la quale i suoi interlocutori si chinarono sul tavolo verso di lui, come per essere messi a parte di qualche segreto carbonaro: “Ebbene, è come se questo scettro fosse un tramite per l’invocazione di quella… cosa… Insomma, quando il Favoo-niuz manifesta la sua presenza, è come se per me iniziasse una sorta di trance ”.

“Comodo” disse Alessio. “Ora darai la colpa al tuo subconscio ”.

Rolando lo guardò sorpreso, udendolo parlare di cose che non sembravano appartenere alla sua sfera conoscitiva. “Non è proprio una trance in senso comune” spiegò, “perché io sono cosciente per tutto il tempo delle mie azioni. È piuttosto come se venissi sopraffatto da un’altra volontà, da un potere formidabile, qualcosa che mi dice esattamente cosa devo dire e come devo comportarmi”.

Poi si alzò, con fare stanco, e l’erculeo Mar-cuz si spostò in modo da assecondare i suoi movimenti. “Di tutte le cose su cui posso delucidarvi” aggiunse il Divino, “questa è l’unica che va al di là della mia comprensione. Chi mi conosce sa quanto io sia scettico a manifestazioni di carattere soprannaturale , eppure qui c’è qualcosa che sento di non poter capire… forse è solo una tecnologia talmente avanzata da apparire magica ai nostri occhi primitivi. Però…” quindi si alzò da tavola e il suo tono si fece brusco. “Basta. Non parliamone più. Ora seguitemi”.

“Un’ultima cosa Herr Ruggeri” disse Bulgheroni. A parte la supplica per la figlia scomparsa, aveva parlato pochissimo per tutto il pranzo.

“Sì?”.

“Georg era mio amico” disse lo svizzero con voce grave. “Mi addolora pensare a lui abbandonato in qualche grotta, vorrei dargli degna sepoltura”.

“No, qui non si seppellisce niente” rispose Rolando, “gli adepti hanno già recuperato il suo corpo”.

“E dove lo hanno portato?”.

“Dunque… Non sarà facile farvi accettare questa cosa” disse Rolando. “Qui le risorse sono molto limitate e la colonia ha tradizioni millenarie nel modo di gestire le… insomma, quello che voglio dirvi è che in qualche modo Georg era a tavola con noi”. Si trovò a fronteggiare quattro paia di occhi dilatati per lo stupore. “Forse era la Roulade de Boeuf avec purée de champignons , ma non ne sono sicuro”. Quindi s’incamminò con il fido Mar-cuz al suo fianco, lasciando dietro di sé quattro facce stravolte per quel nuovo orrore.

AC – 000-001-708

Il TIM è un glorioso prodotto dell’avanzatissima tecnologia di Yuggoth. Utilizzato in più di 8×8×8 galassie da un numero inestimabile di senzienti e sub-creature, è un efficiente strumento per superare le barriere linguistiche e culturali inter-specie. Eppure anche queste bio-tecnologie di frontiera non sono in grado di cogliere tutte le sfumature del dialogo tra esseri viventi. In particolare sembra che la sottile differenza di lunghezza d’onda tra un lampo di saluto amichevole e un’iridescenza velata d’insulti siano oltre la sensibilità del macchinario. Molti trattati inter-specie sono frutto di un provvidenziale difetto di progettazione. Inclusa qualche guerra.

“Benvenuto” traduce il TIM il bagliore verdognolo del carapace di 4-amarantolo-6, ma non riesce a cogliere quella lieve sfumatura malva che tradisce un serpeggiante disappunto. “È un onore ricevere su Kyokkjit un nobile Protettore”.

“Onore mio” traduce il TIM il giallo-verde di 1-pervincaceo-7, ignorando i leggeri riflessi ramati di malcelato disprezzo, “anzi è un grande onore essere qui in aiuto a un dotto Cultore delle Scienze in difficoltà”.

“Difficoltà?” risponde sempre in altolingua 4-amarantolo-6. “Senza dubbio difficoltà trascurabili… Qui tutto scorre liscio come asshasssh tra le cavità dell’Alveare. Solo ordinaria amministrazione che sicuramente non richiede il prezioso tempo di un ufficiale superiore dell’ordine dei Protettori”.

“Non posso credere alle mie ommatidi. C’è forse nei tuoi colori l’intenzione di mettere in discussione il Volere dell’Alveare?” insinua 1-pervincaceo-7 ergendosi in tutta la sua altezza e allargando i pedipalpi.

“Solo un difetto rifrattivo dell’atmosfera” risponde 4-amarantolo-6 piegando le zampe e accostando il ventre al terreno, in segno di rispettosa sottomissione all’Alveare, “difetto provocato dalle sciocche azioni di un ancor più sciocco affssdewr , oltretutto responsabile dell’attuale, incresciosa situazione. Siamo qui per volontà dell’Alveare, e a sua maggior gloria, per riportare ordine ed equilibrio su questo sperduto satellite”. Il TIM omette di segnalare il lampo rossiccio che è indice di una profonda irritazione, ma questo non sfugge ai peduncoli visivi del Protettore che decide, per il momento, di ignorare l’insofferenza del Cultore della Scienza.

1-pervincaceo-7 volge le antenne verso 6-grigiottero-0 che, fino a quel momento, era rimasto in disparte, incapace di seguire la conversazione in altolingua.

“Se la Commissione dei Cultori delle Scienze non avesse insistito per occupare ruoli tecnici con semplici affsdewr , tutti questi problemi non ci sarebbero mai stati” dice il militare, che poi si rivolge in vibrolingua al fuco: “6-grigiottero-0, è questo il tuo identi- frsfff -ficativo?”.

6-grigiottero-0 assentisce con un’oscillazione laterale dell’antenna destra.

“Mostraci i sub-esseri- krkrfff -forza-lavoro. Dobbiamo valutare il problema e de- eee -cidere come eliminarlo”.

Il fuco si avvicina ai controlli: sotto l’azione dei suoi pedipalpi, la struttura si anima e i visori trasmettono scene riprese nei sotterranei della colonia dagli onnipresenti ROE.

“Visore dueunoquattro. Ingra- aaa -andire”.

Un tocco di pedipalpo e la scena appare sul visore principale: in una struttura circondata da un colonnato artificiale, due sub-creature dalla rilevante stazza fisica ne fronteggiano altre tre dall’aspetto malsano, probabilmente anziani della specie. A giudicare dalle vibrafonie, le sub-creature stanno combattendo o comunicando in qualche modo.

Altro tocco di pedipalpo e parte la traduzione in vibrolingua.

“Saluti”, vibra l’individuo corpulento più grasso con il volto coperto da peluria, “recate con voi anche colui-che-non-capisce”.

“PONGO FINE ALLA TUA ESISTENZAAA!” risponde ad alta szollerzzaarn uno dei tre individui ricoperti di bianca lanugine, avventandosi sull’interlocutore.

“È quella” dice 4-amarantolo-6 in altolingua al Protettore, “la sub-creatura più violenta. Tra qualche progressivo cercherà di distruggere un ROE ma le altre sub-creature la fermeranno”.

“Sicuramente un errore di condizionamento” risponde 1-pervincaceo-7, prendendo nota della violazione del protocollo di controllo. “Ciò è molto grave. Una sub-creatura non condizionata, libera per la colonia, è un pericolo per l’integrità alle strutture. Disporre la terminazione immediata di tutto il gruppo: il mancato condizionamento è contagioso”.

“Meglio attendere” dichiara 4-amarantolo-6. “A quanto sembra, le tre sub-creature anziane sono appena penetrate nella colonia e devono ancora essere condizionate a comportarsi da forza lavoro. Ritengo plausibile che la sub-creatura violenta sia controllabile da loro fino alla sua completa sottomissione”.

Il Protettore prende nota dell’insubordinazione di terzo grado. “La plausibilità è statisticamente inaffidabile. La terminazione è sicura, pulita e garantita”.

“Superiore” si inserisce 6-grigiottero-0 modulando con fatica il grigio del carapace, per poi tornare alla più congeniale vibrolingua, “chiedo il perme- fffsss -so di interloquire”.

1-pervincaceo-7 fissa sul fuco i suoi peduncoli.

“Superiore” riprende 6-grigiottero-0, osservando con le antenne le reazioni di 4-amarantolo-6, “ho esaminato le dinamiche krkrfrrrs -sociali delle sub-creature e le trovo di estre- eee -mo interesse scientifico”.

“Tu hai esa- aaa -minato cosa -aaa ?” replica 1-pervincaceo-7.

“Questi sfffkrkr … compiti non ti spettano!” frinisce furibondo 4-amarantolo-6, “è dovere-mansione dei flaadaass compiere analisi sfff … scientifiche. Tu puoi eseguire solo i compiti che sei in grrr -rado di svolgere!”.

“Ribellione e disfunzione!” esulta 1-pervincaceo-7, lampeggiando in altolingua. “Questo succede quando si mette un affsdewr a svolgere compiti che non gli spettano. Segnalerò immediatamente la difformità all’Alveare”.

“6-grigiottero-0” sibila 4-amarantolo-6, “sei sollevato dalle tue mansioni ai SAP”.

Il carapace del fuco diviene tanto scuro da sembrare quasi nero.

“Conformati!” rincara la dose il Protettore, “ora ti occuperai escl- krkrlll -usivamente delle pulizie”.

“In attesa delle decisioni dell’Alveare”.

“A sua maggior gloria”.