Capitolo diciannovesimo
Capitolo diciannovesimo
Capitolo diciannovesimo
Quanto tempo era trascorso in quell’inferno? Un anno? Due? Oppure si trattava di mesi? In quel tenue chiarore che non assomigliava né alla notte né al giorno, la ragazza non avrebbe potuto dirlo con precisione. Sapeva solo che quando lei era stata portata lì, la donna che piangeva sempre, Faccialunga, non aveva ancora il pancione. Pochi giorni prima avevano portato via il bambino appena nato, che aveva la faccia lunga come la madre. Quindi erano passati almeno cinque mesi.
Per due o tre mesi la ragazza aveva tenuto il conto del tempo grazie al suo flusso mensile, poi esso era cessato, lo sapeva Dio se per causa delle misere condizioni di vita cui era sottoposta o per via di un concepimento al cui solo pensiero era assalita dall’angoscia.
Da quando si trovava in quel posto, in quel sudicio campo recintato da qualche parte nella cavità della montagna, la ragazza era sopravvissuta mangiando quello che riusciva a raccogliere da terra quando i carcerieri buttavano il pastone. Aveva dovuto vincere la disperazione di chi è costretto a vivere a contatto con i propri escrementi e con quelli altrui, con il solo conforto di una polla d’acqua sporca per lavarsi e abbeverarsi. Fin dal primo giorno s’era dovuta abituare a vedere le compagne di prigionia stuprate da uomini possenti come statue greche, che andavano e venivano indisturbati. La stessa sorte era toccata a lei prima che potesse rendersi conto che non c’era alcuna ragione di aspettarsi un trattamento di favore. Fortunatamente aveva con sé una scorta di pillole anticoncezionali che i carcerieri non avevano degnato di interesse, anche se quella scorta era esaurita ormai da tempo. Non aveva mai voluto un figlio, tanto meno da bruti violentatori come quelli.
Si era chiesta innumerevoli volte quanto la morte fosse preferibile a quella forma di esistenza, ancora più bassa di quella dei porci d’allevamento, perché essi almeno non venivano presi con la violenza dal fattore. Magari in certi casi sì, ma raramente! E ogni volta che si poneva quel quesito, rimpiangeva il giorno che era uscita di casa, diretta alle alte vette per trascorrere qualche giorno di pace e solitudine. E rimpiangeva di non aver dato retta a quel fumato di Mario; perché lo aveva detto, lui, che certi posti era meglio evitarli. Sorrise al pensiero delle blande insidie alla sua virtù, la notte che aveva passato in baita col ragazzo romano. Alla faccia della pace e della solitudine. Se solo avesse immaginato il trattamento che la sorte aveva in serbo per lei, avrebbe anche potuto dargliela vinta, a quel disperato.
Era stata catturata qualche giorno dopo, poco prima del tramonto, vicino all’imboccatura di una grotta naturale. Ce n’erano parecchie, lì nella zona, alcune anche minacciose e profonde, ma lei non aveva nessuna intenzione di avventurarsi: aveva visto uno stormo di pipistrelli levarsi in volo, strani pipistrelli dalle abitudini diurne, e s’era avvicinata spinta dalla semplice curiosità. Nulla aveva potuto fare per opporsi agli uomini sbucati chissà dove dalla roccia, armati come soldati dell’antica Roma, che l’avevano catturata e condotta dentro.
Seduta sul terreno limaccioso, la ragazza s’era quasi addormentata, stordita dalla ossessiva ripetitività di questi pensieri, quando un paio di uomini armati si avvicinarono alla cancellata del recinto. Non accadeva spesso di ricevere una visita delle guardie, pur giudicando con riferimenti di tempo inconsistenti, ma quando ciò accadeva, il carceriere indicava una delle donne che sguazzavano lì nel fango. La prescelta veniva subito portata via e lì dentro non la si vedeva più. Ogni tanto arrivavano facce nuove, ma quelle che erano uscite non tornavano mai. Forse ora era giunto il suo momento. Questa volta però il carceriere parve sorpreso, come se non si aspettasse nessuna consegna per quel giorno, e alla ragazza sembrò di scorgere un piccolo pezzo di carta che le guardie stavano mostrando. Poi vide indicare nella propria direzione e quando le guardie le vennero incontro pensò che quella, in un modo o nell’altro, era la fine dei suoi tormenti. Quando notò la voglia sulla guancia di una delle guardie le venne in mente una storia con la parola Walderbeere, ma non si ricordò da chi l’avesse udita. In fondo non aveva molta importanza: era finita.
“Non più fiaschi appesi ai pilastri, le gargotte annerite stravaccate sul cammino. Barbiere, bettoliere, friggitore, norcino. Nel proprio guscio se ne sta ciascuno, ora c’è Roma, prima era un casino!”. Questo declamava compiaciuto Rolando addentrandosi nelle animate viuzze che conducevano al foro. “Qui Domiziano non c’è stato, ci ho pensato io a far sgombrare le strade. Erano un pericolo per tutti: ogni incendio falcidiava la popolazione, priva di vie di fuga. Per fortuna che si riproducono come conigli”.
Mentre il gruppetto avanzava, la gente a lato si prostrava, suscitando la pronta reazione di Rolando: “ Zurgite! Prii-muz inter Paa-rez sum! In piedi!”.
E così, tra un inchino, un zurgete e una citazione di Marziale, il gruppo giunse a un ampio spiazzo attorno al quale girava un lungo porticato che copriva una teoria di statue. Nella pietra erano scolpite le effigi di uomini vestiti da militi romani, tutti sistematicamente decapitati. A un lato della piazza, due uomini discutevano animatamente in un latino simile a quello classico, arbitrati da un individuo più anziano, sotto lo sguardo di alcuni astanti. Sul lato opposto, un mercatino era circondato da matrone e ragazzini. In mezzo alla piazza si ergeva una colonna alta almeno trenta metri, posata su un basamento cubico di quasi cinque metri per lato.
Giacinto indicò le statue: “E quelle?”.
“Non sono riuscito a preservare l’arte dalla furia del popolo” rispose Rolando. “Hanno interpretato in maniera letterale le mie indicazioni sulla fine che dovevano fare le teste degli Zee-sahr”. Scrollò le spalle. “Per fortuna si è salvata la colonna: è il documento storico più completo che si possa trovare”.
Il gruppetto si avvicinò alla struttura; sulla sua superficie si susseguivano scene di guerre, battaglie e opere civili, raffigurate come fossero le illustrazioni sulle spirali di un gigantesco rotolo di papiro avvolto intorno all’asse della colonna. Tutte le scene erano ambientate con realismo tra rocce, alberi e costruzioni, e sembravano riferirsi a episodi specifici piuttosto che a generiche rappresentazioni idealizzate. Sul basamento erano incastonate alcune lame e cimieri, oltre a vari oggetti difficilmente riconoscibili, e sopra a tutto troneggiava l’iscrizione E manubiis .
“Bottino di guerra” tradusse Rolando per i suoi ospiti, indicando la scritta. “Sto traducendo il freddo marmo in carta e verbo” proseguì, passando una mano sul marmo nero della colonna, “per ricostruire gli annali di questo popolo perduto e porre le basi per la loro storia futura che verrà narrata sul papiro anziché sul marmo; cilindri di carta, non di pietra: una storia senza aristocrazia, schiavitù né sfruttamento; una nuova urbe in cui tutti saranno in grado di leggere, di sviluppare le proprie potenzialità… mai più Zee-nturii e Zee-sahr… solo Zii-ves…”.
“Sì, vabbe’” lo interruppe Alessio, “e con un mostro nebuloso che si ciuccia le teste come fossero caramelle mou”.
“Particolari… dettagli… transizione rivoluzionaria” borbottò Rolando, poi si schiarì la voce, declamò uno stentoreo “Seguitemi!” e si incamminò verso la strada che si inerpicava dal foro verso l’arco di trionfo.