Capitolo ventesimo
Capitolo ventesimo
Capitolo ventesimo
Quando Rolando e il suo seguito furono a metà salita, già il maestoso fornice dominava la prospettiva: sull’enorme arco incassato nella roccia gravava una statua di metallo, forse bronzo, che rappresentava un uomo abbigliato con le tipiche vesti dell'ufficiale romano e che impugnava nella mano destra un cilindro simile a quello di Rolando e nella sinistra una specie di radice ritorta. L’uomo cavalcava una bestia zannuta e pelosa a sei zampe.
“La lobby dei petrolieri! Anche qui!” ironizzò Giacinto.
“Sai che ci avevo pensato anch’io per un momento al cane petroliere?” rispose Rolando. “In realtà è un simbolo piuttosto ricorrente: anche nella mitologia africana alcuni animali, come leoni e leopardi, vengono raffigurati con sei zampe, per rafforzare il concetto di potenza”.
“Sarà… ma pare vera, quella bestia” gemette Filippo, suscitando uno sbuffo disgustato di Alessio.
Via via che il gruppetto si avvicinava all’arco, andava crescendo un vociare sguaiato, proveniente da un cospicuo assembramento di gente, proprio ai piedi del monumento. Rolando sogghignò, e così fece Mar-cuz perché così si conveniva, cioè che quello che facesse il Divino lui lo ripetesse. Gli altri quattro, vale a dire i tre vecchi e Bulgheroni, protesero il collo cercando di cogliere le ragioni di quella baraonda.
“Oddio, che è?” chiese Alessio, “una rissa?”.
“No, meglio” rispose Rolando. “Vedrete, vedrete…”.
La scena che aveva luogo proprio alla base del monumento poteva ricordare la ressa di bambini – o di adulti mal cresciuti – che si forma presso le gabbie di un giardino zoologico dove vivono rinchiusi esemplari d’altri mondi. Due grandi gabbie, appunto, erano state allestite di fianco alla scalinata che dava accesso all’arco, e dentro di esse erano ammassati degli uomini completamente nudi, alcuni dei quali si coprivano con pudore mentre altri si curavano della loro nudità come del minore dei mali. Il fatto che fossero ai piedi dell’edificio trionfale sembrava racchiudere un significato emblematico, feroce nella sua ironia, e cioè che il trionfo di alcuni rappresenta necessariamente la disfatta di altri.
Nella gente che chiassava tutt’intorno alle gabbie c’era una nutrita varietà di atteggiamenti: c’era chi urlava con ampi gesti della mano, nel solito idioma incomprensibile, con tono che ricordava l’espressione “li mortacci tua”, segno che l’impronta di Roma non si fermava agli stilemi architettonici; c’era invece chi tirava funghi e indescrivibile marciume, dei cui residui le sbarre erano ormai incrostate; c’era chi stava lì a guardare e basta, con evidente godimento. A un certo momento un uomo estrasse da sotto la toga un membro tutt’altro che trascurabile e prese a irrorare i prigionieri con un’abbondante pioggia dorata. Qualcuno rise istericamente e qualcun altro si accanì con nuove grida che avevano tutta l’aria di sconcezze.
Quando il gruppo guidato dal Divino fu in prossimità delle gabbie, la folla iniziò a disperdersi con saluti e inchini, lasciando libera la miseranda visuale degli uomini in gabbia.
“ Mein Gott !” disse Bulgheroni, facendosi il segno della croce.
“Cristo!” gli fece eco Giacinto, che pure era abituato a vedere i peggiori criminali in cattività.
Nelle gabbie erano racchiusi in totale una cinquantina di uomini di tutte le età. Alcuni erano a terra, in mezzo agli escrementi, fiaccati nel corpo e nello spirito, altri tenevano le mani strette sulle sbarre e lanciavano all’esterno sguardi carichi d’odio. Altri sembravano invece esser lì dentro per loro scelta e si guardavano intorno con aria distratta, meditabondi. I più vivaci erano anche quelli che avevano il corpo coperto di cicatrici, il che li contraddistingueva come soldati, o gladiatori.
Il più imponente di questi, un energumeno alto quasi due metri, pelato e interamente coperto da una folta peluria grigia, se ne stava con la faccia contro le sbarre, ringhiando, incurante dei vari liquami che gli colavano lungo il corpo, e quando vide Mar-cuz sorrise e gli sibilò contro una frase incomprensibile. Il colosso si separò da Rolando e andò a pararsi di fronte al prigioniero afferrando le sbarre poco sopra le sue mani, in segno di sfida. Sulla scena calò il silenzio più assoluto, tanto che pareva di udire lo stridore dei tendini nelle loro guaine. Ora che erano vicini, i due uomini apparivano più o meno della stessa taglia: forse Mar-cuz era più alto di qualche centimetro ma l’altro, se possibile, era più massiccio; visti così, uno di fronte all’altro, erano uno spettacolo impressionante. Filippo pensò che ne sarebbe uscito un tale incontro di wrestling da passare alla storia.
“ Recede, Mar-cuz ” non tardò a dire Rolando, “ adversuz similiter provocantem ad certamen arma noli capere! ”.
L’erculeo gladiatore lasciò a malincuore le sbarre, senza tuttavia abbassare gli occhi, fissi in quelli dell’altro. Il guerriero in gabbia gli rivolse un altro sorriso sardonico. Digrignando i denti in un gesto di muta rabbia, Mar-cuz tornò a fianco del Divino.
“Questi sono i nemici del popolo” disse Rolando con intonazione solenne, “e scontano qui, nella umiliazione del dileggio generale, gli ultimi giorni prima di essere sacrificati al Favoo-niuz”.
“È una barbarie” disse Giacinto fra i denti, “come puoi farti artefice di questa infamia?”.
“È una barbarie, certo che lo è” disse Rolando con foga, piccato dalle parole dell’amico. “Ma le belle cose scritte nei libri sono una cosa e la realtà è un’altra, e io ho avuto un tempo maledettamente breve per rendermene conto. Qui il tempo è fermo a duemila anni fa, e il sentimento etico come lo conosciamo è profondamente diverso da quello di questa gente”.
“Spiegami una cosa, allora” disse l’ex avvocato, passandosi una mano sulla pelata. “Che fine hanno fatto tutti i tuoi bei discorsi sulla civiltà, sulla giustizia e sul ruolo che la cultura può avere contro ogni forma di barbarie?” Alessio era gongolante: non gli pareva vero che Giacinto desse contro a un compagno .
“La civiltà… parli bene, tu”. Il tono di Rolando si fece amaro. “Molti degli agnellini dietro quelle sbarre non ci penserebbero un attimo ad aprirti in due, in barba alla tua civiltà”. Fece un profondo respiro, poi continuò: “Sono criminali, assassini, torturatori. Bruu-tuz, quel mostro che ringhiava contro Mar-cuz è uno dei peggiori”.
Il gigante in gabbia, sentito il proprio nome, si poggiò alle sbarre e sputò a terra. Mar-cuz fece il gesto di lanciarsi nuovamente verso il suo avversario, ma Rolando lo trattenne con un gesto, quindi si voltò verso i suoi amici e disse: “Pinochet era un principiante rispetto ai vecchi oligarchi di questa colonia. Il loro posto è lì dentro. Il Favoo-niuz esige il loro sacrificio e al popolo sta benissimo che sia così. L’indulgenza verrebbe fraintesa con qualcos’altro. Questa è la transizione rivoluzionaria. La vera civiltà verrà dopo ”.
In quel momento si udirono dei passi riecheggiare dal basso. Tutti si girarono e il volto di Bulgheroni si fece di un pallore mortale: due guardie e una ragazza stavano risalendo lentamente la strada che proveniva dal foro. La ragazza sembrava allo stremo delle forze e vestiva abiti ridotti a brandelli. Nonostante questo, brillava di una bellezza nervosa: era alta, con gli occhi grigi e i capelli arruffati di un biondo castano. Il volto scavato era atteggiato a un’espressione decisa, quasi rabbiosa. Una guardia la sosteneva con un braccio attorno alla vita mentre l’altra camminava un paio di metri più avanti. Quest’ultima era la guardia del popolo Dii-puz.
Quando i tre furono abbastanza vicini da fugare ogni dubbio, Bulgheroni non riuscì più a trattenersi e prese a smaniare come un pazzo. “Monica!” urlò due o tre volte, e si mise a correre verso i nuovi venuti.
“ Vater ?” disse la ragazza, alzando gli occhi sull’uomo che le correva incontro. “ Vater !” urlò, si divincolò dalla guardia e corse incontro al padre. I due si abbracciarono e rimasero stretti così, piangendo. Anche Filippo si lasciò scappare qualche lacrima.
“Cazzo” commentò Giacinto per nascondere la commozione, “saranno pure svizzeri, ma quando perdono il controllo sono peggio dei film di Mario Merola”.