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Capitolo ventunesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo ventunesimo

Capitolo ventunesimo

Quando Dii-puz tornò al posto di guardia la sua mente non era serena. Non capiva quello che aveva visto. Quella che solo pochi minuti prima era una Scortu-edul , una semplice femmina da cibo, era stata rimessa in libertà con tutti gli onori destinati alle Maa-tronae di un certo rango. Quell’uomo dell’Extramundo l’aveva poi abbracciata, ed entrambi avevano pianto. Lui sapeva cosa voleva dire abbracciare una femmina, ma quella era stata una cosa diversa: l’uomo era il padre della ragazza, gli avevano detto.

Dii-puz aveva ucciso un uomo poco dopo il sorgere dell’Occhio Ardente, e ora gli stavano dicendo che il morto era il suo, di padre. Possibile? E se fosse anche stato vero, che senso avrebbe avuto incontrare l’uomo che l’aveva generato? Erano le piante forse avide del contatto con il rude colono che aveva piantato il seme? Non gli risultava.

Ora capiva che suo padre aveva voluto abbracciarlo, quando si era gettato contro la lancia. Si era trattato solo di uno stupido incidente. Non aveva nulla contro quell’individuo, e comunque che egli fosse suo padre o no non faceva alcuna differenza, perché gli uomini uccidono altri uomini o da essi vengono uccisi, e questo è tutto. Perché avrebbe dovuto corrergli incontro? E piangere, poi? Piangere non era da uomini e faceva fare strani versi, come di animali o di femmine.

Alla luce di quei pensieri gli tornarono alla mente ricordi di un’infanzia lontana, di una vita che non era più la sua, di un uomo che lo sollevava e lo abbracciava. Erano fantasie, false immagini, cose che un adulto sano non dovrebbe avere dentro la mente, né tantomeno una Guardia del Popolo.

Insomma, cos’era quel giorno a farlo sentire così infelice?

Era stata una giornata molto intensa, pensò Alessio: pipistrelli alieni forieri delle peggiori malattie, guardie antropofaghe, l’omicidio di Georg (pace all’anima sua) perpetrato dal figlio ritrovato. Poi avevano incontrato Filippo e soprattutto Rolando; al vecchio professore era saltato il boccino e ora viveva in uno stato di delirio di onnipotenza. Poi c’era quello che pisciava nelle gabbie, pendagli da forca alti più di due metri, la figlia di Bulgheroni (gran manza) che usciva dal cilindro. Insomma, tutti questi avvenimenti messi in fila facevano pensare a una fiction pomeridiana, ma neanche il più sprovveduto degli sceneggiatori avrebbe lasciato che tanti colpi di scena si concentrassero nell’arco di una sola giornata. Erano solo le cinque del pomeriggio: che altro sarebbe successo?

Il vecchio ex commerciante indugiò un po’ ai piedi della scalinata trionfale: Rolando e gli altri erano passati sotto l’arco e sicuramente quel saccentone stava ora discettando di fregi e bassorilievi. Bulgheroni e la figlia, buon per loro, erano stati dispensati da quel noiosissimo tour , perché dopo la scenetta strappalacrime erano stati condotti agli Appartamenti Reali, affinché la povera Monica (gran bella manza!) potesse togliersi un po’ di lordura di dosso.

Sospirando per quel flusso molesto di pensieri e per l’emicrania che prima o poi ne sarebbe scaturita, Alessio si sedette sugli scalini e si chinò con fatica in avanti per controllare il calzare destro: c’era qualcosa che faceva flap-flap quando camminava e che gli dava noia; notò infatti che una scriscia di cuoio s’era scucita. Roba da quattro soldi, disse fra sé. Intanto uno dei soliti insettoni sbucò dal terreno e gli si parò davanti, neanche fosse un giapponese con la macchina fotografica. Alessio lo scacciò istericamente con un movimento del piede.

“Già, dimenticavo” mormorò, “ci sono anche queste bestie ”. Quindi prese a rovistare nel sacchetto di tela dove aveva raccolto i suoi medicinali quando s’era cambiato d’abito, ed estrasse un blister. Era l’ansiolitico delle cinque. “Oggi doppia dose” pensò.

“Zaa-lute a te, paa-trizio ”.

Alessio si voltò ma non vide nessuno. Poi guardò verso la gabbia più vicina e capì che a chiamarlo era stato uno dei prigionieri. Il suo primo impulso fu di ignorare il saluto, poi però prevalse la curiosità e, puntellandosi sul ginocchio, si alzò con uno scricchiolio generale. Troppe ossa, pensò.

Alessio si avvicinò all’uomo che lo aveva interpellato, facendo un giro largo per evitare la gabbia in cui ringhiava l’enorme energumeno che si era confrontato con Mar-cuz durante la visita precedente. “Parli la mia lingua?” chiese, quando arrivò a un paio di metri dalle sbarre.

“Un poco io paa-rlo. Io zempre parlo con Doni di Vento… voi di Extramundo”. L’uomo in gabbia era di mezza età, con i capelli brizzolati e una barba scura che, nonostante tutto, aveva conservato un aspetto ordinato. Indossava la propria nudità come se si trattasse di un vestito qualunque. Nel complesso sembrava uno dei pochi lì dentro che fossero riusciti a mantenere un senso di dignità. “Mio nome Cloo-diuz. Io Trii-punio di urbz”.

“Urbz?”.

L’uomo in gabbia fece un gesto circolare con un dito, come a indicare che tutto dentro l’immensa grotta era urbz .

“Ah, già, urbz ” rispose l’ex commerciante. “Alessio Principi, piacere”.

“Te amico di faa-lzo divuz Roo-land-uz?”.

“Non è mio amico” precisò Alessio.

“Voztro amico paa-zzo. Lui crede se stesso divuz, lui fatto uc-cideere molta mia gente. Noi bizogno aiuto”.

“Io non… io non posso farci niente” disse Alessio. “Non so niente delle vostre beghe ”.

“Voztro amico pee-ricozo” insistette il recluso, “lui uc-cide altri, lui deeve fee-rmato. Lui diztrugge ordine naturale, unico vero ordine: esseri zuperiori comanda, esseri inferiori ubbidisce. Noi ricoompen-zaare te. Tu essere di classe zuperiore, io vede te”.

“Io non so…” balbettò Alessio, allarmato. “Io devo andare”. Detto questo abbozzò un saluto in direzione della gabbia e si allontanò incespicando. “Addio paa-triziuz” fece ancora in tempo a udire, “ricorda: lui pee-ricozo”.

Il vecchio ex commerciante salì ansando le scale che conducevano all’arco e si ricongiunse agli altri che sostavano poco oltre, su un largo terrazzo naturale che dominava la città sotterranea.

“Oh, eccoti qua” disse Filippo. “Dov’eri finito? Stavo per venire a cercarti”.

“Bah! Ho un calzare rotto”.

“Dove?”.

“Sotto. Fa flap-flap quando cammino”.

“Saranno fatti di pelle di pipistrello” disse Filippo dopo un’occhiata svogliata alle calzature dell’amico. “Andiamo. Rolando ha detto che dobbiamo ancora finire il giro”.

“Cheppalle… Rolando qui, Rolando lì… arrivo”.

Il Divino, che chiacchierava con Giacinto poco lontano, fece un gesto d’impazienza quando si accorse che Alessio li aveva raggiunti. “A quanto pare ci siamo tutti” disse, e con un ampio movimento del braccio che reggeva lo scettro, indicò che la loro passeggiata proseguiva. Quindi s’incamminò, con Mar-cuz appostato alle sue spalle come un’esperta guardia del corpo e i tre vecchi a pochi passi.

“ Paa-triziuz ” continuava a ripetersi Alessio. Non suonava niente male.

AC – 000-001-704

C’è del fermento sull’asteroide denominato Kyokkjit , là dove prima regnavano incontrastate noia e solitudine. Una situazione che in alcuni settori del multiverso si riassume con l’ossimoro “si stava meglio quando si stava peggio”. Il presidio è ormai nelle chele dell’esponente di casta superiore, il Supervisore Laterale Assoluto 1-pervincaceo-7, sebbene il Cromoeducatore Lineare 4-amarantolo-6 gli contenda i privilegi di consonanza con l’Alveare.

Nel silenzio che ora regna per le cavità dell’asteroide, in ottemperanza alle Rinnovate Procedure in altolingua, una sola szollerzzaarn si leva con il suo ronzio carico di rimpianto e sofferenza.

“… Sfrsss -sospeso dalle mansioni…”.

“…Onta, disonore e pro- ooo -gnatismo sulla mia casta…”.

Che cosa c’è di peggio di un affssdewr che è stato giudicato non più idoneo alla supervisione dei Sensori Avanzamento Produzione (SAP)? Nulla. Neanche il Trattamento Urticante nel plasma stellare. Forse solo l’esclusione dall’Alveare potrebbe essere paragonabile a questa disgrazia, e comunque da quella sanzione all’esilio il passo è fin troppo breve.

6-grigiottero-0 è ormai il vuoto involucro di una mansione. Si aggira per i corridoi senza scopo; è a tutti gli effetti un recluso. Certo, gli resta un grobveeegg di Eternati da lucidare, il contentino che non si nega neanche al più negativo dei sub-operai.

Per fortuna 6-grigiottero-0 può ancora osservare quel che succede sui visori relativi ai Recettori Organici Elementari (ROE); i suoi ormoni ricreativi possono ingannare la disperazione ma la chimica non può aiutare in eterno. Potrebbe parlare con Heeva; lui forse può aiutare a capire, a interpretare… ma il Supervisore Laterale Assoluto ha già collegato un altro Eternato, e la scelta di un kwasskallak non si discute.

Tra un segmento di disperazione e l’altro, 6-grigiottero-0 si avvicina alla schiera di 8×8×8 visori, per godere di qualche scorcio d’inconsapevole vita primitiva. I suoi percettori visivi si focalizzano meccanicamente sulle vicende di Fkylljek -3, il pianeta cui più si è affezionato.

Cosa strana, tra le tante immagini che riportano il consueto andi e poi rivieni ce n’è anche una di autentica disperazione, segno che anche i drollervvvarm possono soffrire. Trattasi di un indigeno. Il suo involucro non è del tutto nuovo a 6-grigiottero-0, ma chi potrebbe dirlo con certezza, dato che si assomigliano tutte come gocce di idrossido liquido, queste sub-creature. Il drollervvvarm è ora appoggiato all’urotergo dorsale, segno che forse la sofferenza è in relazione al suo bisogno di riposare. Poi alza la sua estremità inferiore e ne osserva il rivestimento in fibra animale. Che sotto di esso ci sia nascosta una trasmittente o una sonda sgwaardarm ? L’estremità torna a terra e l’indigeno scuote il capo. Qualcosa sembra tormentarlo. No, non è felice.

6-grigiottero-0 prova una strana affinità con quella creatura. Forse anche lui è schiacciato sotto il peso di una situazione troppo grande.

Poi il drollervvvarm alza lo sguardo.

6-grigiottero-0 guarda nei suoi occhi, e per un solo, diafano, ispirato cronotone, giunge a pensare che dietro di essi ci sia un barlume d’intelligenza. “Piccola larva di un altro pianeta” gli dice, pur sapendo che l’altro non può sentirlo, “anche tu sei schiavo degli eventi come me?”.

L’altro invece reagisce come se avesse sentito, il che non è possibile per l’Unidirezionalità Comprovata del canale, eppure 6-grigiottero-0 lo vede cambiare espressione e minacciare il ROE con una delle sue estremità. L’immagine si fa confusa. È la Procedura Standard Incolumità (PSI): interruzione delle comunicazioni.

Gli altri visori ora mostrano solo scene di ordinarie attività, così che 6-grigiottero-0 si sente più solo e disperato di prima. Solo questo può spiegare il suo gesto scriteriato, quello di collegare Heeva. Ma prima deve sbarazzarsi del cilindro di VIS-SLE che sta ronzando ininterrottamente qualcosa che risuona pressapoco così:

Feconda me in modo molle,

feconda me con disaccaride,

non lasciare andare via me dall’Alveare.

Tu hai terminato la mia biosintesi

e io ti fecondo tanto.

In questo momento il Supervisore Laterale Assoluto 1-pervincaceo-7 è altrove, e tutto sommato non c’è niente di male nel sostituire per un po’ la vibrafonia. Questo pensa 6-grigiottero-0, e questa follia si traduce inspiegabilmente in azione: con un movimento agile e un po’ furtivo l’ affssdewr sostituisce i due cilindri e cambia destinazione ai connettori.

“Heeva”.

Silenzio.

“Heeva, mi s- sssz -enti?”.

“Perduri lo stravolgimento!”.

“ Ssshhhkr … Bene”. Il ronzio di 6-grigiottero-0 è decisamente sollevato.

“C’è tanto infinito, dall’altra parte, piccolo” dice l’Eternato, emergendo da un flusso di coscienza. “C’è tanto nulla di là che sembra di stare in un posto enormemente cosmico o uno molto molto cellulare. Ci sono delle volte che quasi non mi sembra di essere io. Non so se mi sono espresso con bastante chiarezza”.

“In questo momento neanche io mi sembra di essere io. Sono stato de- eeeekhhjr -stituito dall’incarico. Subirò un processo formale”.

“E questo è male?”.

“Verrò assegnato a mansioni ancora più ghhhkrr… umili. Forse verrò estromesso dall’Alveare”.

“Continuo a non vedere il lato tragico della cosa”.

“Tu non puoi khhhgrrr -renderti conto. Non sei mai stato parte di un A- aaakhhr -lveare. Una volta esclusi non si è più affssdewr , non si è più individui, non si è più nulla”.

“Non preoccuparti di non essere idoneo per i loro schemi, piccolo. Non è una nostra malvibrazione, non è orgoglio infondato, né sono false pretese di un piccolo alveare: è analisi obiettiva dei fatti. Se i colonizzatori ci temono e ci odiano, questo è per noi motivo d'orgoglio!”.

“Le funzioni psichiche non soprav- vvvsks -vivono fuori dall’Alveare”.

“Sciocchezze”.

“Ma come è pos-s ssz -sibile trattenere una funzione psichica se l’attività cerebrale è di- iiiikhjr -sgiunta dall’Alveare?”.

“Non è vera energia se non si sviluppa dalla nostra anomalia cerebrale, piccolo. Quando una colonia comprende la propria energia, allora sì che la sua decisione di lotta, la decisione di continuare a zampettare, è forte, allora può affrontare e cefalopportare qualsiasi nemico”.

“Consenso. Inizio a capire. Vuoi dire che è tutta una invenzione di comodo: le kkkhhr … anomalie cerebrali… le caste”.

“Deve essere un motivo d'orgoglio per noi che l’Alveare senta questo stravolgimento come una terribile tumefazione che paralizza il sistema neurovegetativo; o che tutti gli…”.

Una chela stacca rabbiosamente il connettore e la voce del cilindro si spegne lentamente.

“Ribellione e disfunzione!” La vibrafonia di 1-pervincaceo-7 risuona come scariche elettrostatiche, mentre i suoi colori si fanno di un bruno minaccioso. 4-amarantolo-6 lo segue da vicino e annuisce.

“Chi ha s -sssz- ostituito indebitamente l’Eternato che io avevo collegato?” incalza il primo, puntandogli addosso le antenne con fare minaccioso. Intanto prende nota della sospetta ribellione del fuco e ne raccomanda il ricondizionamento coatto.

“S -sssz- ono stato io”.

Il Protettore aggiunge una richiesta di procedura abbreviata e alza il tono della vibrazione: “Perché hai collegato quest’altro Eternato, la cui denominazione sembra peraltro il sospiro lamentoso di un simbionte da fanteria pesante? Osi tu forse contrastare il desiderio di un kwasskallak ?”.

“Giammai, Supervisore, ma dal khhhr … momento che tu eri in altro loco…”.

“Silenzio! Forse che il de- eee -siderio cessa di essere tale, quando chi lo esprime si sposta?”.

“No S- ssssz -upervisore, ma…”.

“Silenzio, ho detto. Questa è grave mancanza di disciplina, e una grave lesione alle necessità dell’Alveare. Rimetti i cilindri come stavano, se non vuoi che giustizia si compia con brutale anticipo. Vale a dire, ora”. Le sue chele che scattano sono un gesto fin troppo eloquente.

Col capo chino 6-grigiottero-0 scambia i cilindri e li ricollega secondo i desideri del Supervisore. Le vibrafonie modulate di VIS-SLE riprendono a vagare per la sala:

Feconda me in modo molle,

feconda me con disaccaride,

non lasciare andare via me dall’Alveare…