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Capitolo ventiduesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo ventiduesimo

Capitolo ventiduesimo

“Che fine avevi fatto?” sbuffò Giacinto, che attendeva Alessio assieme al resto del gruppo oltre il titanico arco di trionfo.

“S’è rotto un calzare” rispose Alessio.

“Pensavo fossi rimasto a consolare la giovane svizzera”.

“Sai bene che è rimasta col padre… e poi non sono un vecchio porco come te”.

“Non siamo diversi, io e te: tu sei solo più ipocrita”.

“Sì, continua così! Da cinquant’anni sempre la stessa battutina del cazzo!”.

L’ennesimo siparietto tra Giacinto e Alessio si andò spegnendo davanti allo spettacolo del lunghissimo tunnel nuovamente illuminato dalla luminescenza verdognola che si perdeva in lontananza.

Rolando intercettò i loro sguardi e li interpretò: “Sì, lì c’è l’uscita, ma non è lì che stiamo andando”.

“E perché no?” chiese Filippo.

“Me l’hanno fatto capire molto chiaramente: non è ammissibile che un membro della colonia esca, se non per partecipare a una cerimonia… e di ricongiungersi al mondo esterno proprio non se ne parla”.

“Ma noi non siamo membri della colonia” protestò Alessio.

“Tutti quelli che vengono a conoscenza della colonia ne divengono membri” sussurrò Rolando, “volenti o nolenti… in un modo o nell’altro”.

“E se noi uscissimo e basta?” chiese Giacinto.

“Trovereste Dii-puz e gli altri guardiani a farvi la pelle. E tornereste a far parte della colonia come Georg. Ora Dii-puz e i suoi uomini non sono più a servizio dello Zee-sahr; sono Guardiani del Popolo, ma le regole stabilite da oltre due millenni non si possono cambiare… o almeno io non sono riuscito a far superare loro alcuni tabù. Cercate di uscire e finirete in bocca al Favoo-niuz… o peggio”.

“Ma come può essere nata questa follia…”.

“Seguitemi” si limitò a rispondere Rolando e svoltò in una galleria scoscesa e di dimensioni ridotte che si addentrava nelle viscere del monte. Il gruppetto obbedì in silenzio. In fondo, aveva parlato il Divino.

Il budello era tetro e umido, una delle cavità più oscure che il gruppo avesse attraversato. Stranamente, non ci furono le prevedibili esternazioni claustrofobiche di Alessio; forse il posto non era abbastanza chic .

A un certo punto tutti dovettero abbassare la testa per passare; Giacinto ebbe l’impressione che Mar-cuz avrebbe finito per incastonarsi nelle pareti del cunicolo. Il vecchio avvocato era combattuto da sentimenti contrastanti: da un lato non smetteva di pensare a come fuggire da quella pericolosa situazione, dall’altro era affascinato da quel mondo assurdo che lo richiamava alle sue letture infantili, a Giulio Verne e al suo viaggio al centro della Terra. E poi lo affascinava la rivoluzione sociale che Rolando era riuscito a indurre nella società pseudo-latina cristallizzata da due millenni. Da quando era entrato là dentro, continuava a girargli in mente una frase di Orwell: “Ogni rivoluzione è un fallimento, ma non tutti i fallimenti sono uguali”. Chissà se anche quella rivoluzione era votata al fallimento… forse no, diceva il suo lato ottimista, ormai sopito da molti decenni.

D’un tratto la consueta luminosità verdastra cominciò ad aprirsi un varco tra le tenebre e annunciò l’arrivo in un ambiente più ampio.

“La caverna dei funghi!” esclamò Alessio. “Siamo tornati al punto di partenza”.

“Sì” rispose Rolando, “il punto di partenza… anche per la colonia”. Il vecchio professore barbuto e togato indicò le aperture che si aprivano sul lato opposto a quello da cui erano arrivati. “Lì. Solo lì e sulla colonna trionfale si trovano le risposte al mistero di questo luogo. I due tasselli…”.

Proprio in quel momento, da una delle cavità provenne un clangore metallico e un carrello emerse dal buio. Due uomini estrassero dal carrello delle pietre, le caricarono su dei grossi cesti e cominciarono a trasportarli verso l’arco che conduceva alla città.

“Minerale” disse Rolando. “Metallo, quello che utilizzano per le armature e le armi. Queste sono le miniere in cui li hanno costretti a lavorare gli Dèi del Nord … qualunque cosa fossero… finché gli Dèi non se ne sono andati, lasciandoli a vedersela con i vecchi carcerieri. Elvezi… o forse Alemanni, Burgundi… chi può dirlo”.

Alessio, Giacinto e Filippo seguivano Rolando in mezzo ai grossi funghi come un gruppo di turisti intenti ad ascoltare la guida.

“La chiave di tutto è in quei papiri che ho comprato a Portici”.

“Ah be’!” sbuffò Alessio, “Fonti affidabili”.

“Sono veri! La prova ce l’hai davanti agli occhi” ringhiò Rolando, “erano i brani perduti del De Bello Gallico , come avevo sempre sostenuto. La storia dei coloni mandati a fondare una nuova colonia e scomparsi nel nulla. La storia narrata dall’unico superstite, ucciso dallo stesso Cesare per nascondere ogni traccia di una sconfitta che avrebbe coinvolto gli stessi Dèi”.

“E dàgli! Ma non eri agnostico e tendenzialmente ateo, tu?”.

“Cesare aveva intuito che gli Dèi erano in realtà ben altro, anche se non sapeva dar nome a questa cosa aliena ; ma pensa all’effetto che avrebbe avuto sulle truppe pensare di aver contro addirittura gli Dèi. E d’altronde chi, se non un dio – magari lo stesso Vulcano – avrebbe potuto creare un posto come questo?” concluse Rolando, indicando con gesto circolare la caverna che avevano intorno.

“No!” urlò in quel preciso momento Mar-cuz, abbrancando Filippo che si stava dirigendo verso una delle aperture che costellavano la parete di fronte alla quale si erano fermati. Stretto tra le braccia del gigante come un bambolotto in balìa d’un bambino pronto a disarticolarlo, Filippo rivolse uno sguardo supplice a Rolando.

“Mettilo giù! Depone! Statim! ”.

Mar-cuz lasciò cadere Filippo a terra, poi rivolse un indice simile al ramo di un albero verso la grotta in cui il vecchio stava per avventurarsi: “ Nee-faz est! Cave! ”.

Rolando assentì e si rivolse ai suoi compagni: “Secondo questa gente ci sono posti dove è meglio non andare, delle zone tabù, come il cunicolo che si apre nel tabernacolo del tempio in cui vi ho accolto”.

“Selvaggi” sbuffò Alessio.

“Meno di quello che credi” rispose Rolando. “Ho visto uomini scendere in zone tabù e uscirne ridotti come larve, i capelli che cadevano a ciocche, vomitando sangue. È il destino a cui vengono condannati gli autori di crimini efferati”.

“Capelli che cadono… vomito” borbottò Filippo, mentre tamburellava nervosamente le punte delle dita, “sembrano i sintomi di un avvelenamento da radiazioni”.

“Non si può escludere” rispose Rolando, “chissà quale materiale veniva ricavato in queste vecchie miniere”.

“Signori” li interruppe Giacinto, “capisco il vostro interesse storico e geologico, ma qui c’è una domanda che è rimasta senza risposta e che in questo momento mi sembra che la esiga, una risposta”.

Tutti lo guardarono interrogativamente.

“Non sentite niente?”.

Solo in quel momento Alessio e Filippo presero coscienza della colonna sonora che aveva accompagnato tutto il tour nell’area dei funghi giganti: gli stessi gemiti che li avevano accolti all’ingresso nel mondo sotterraneo.

“Cos’è questa roba?” chiese Giacinto, fissando gli occhi in quelli di Rolando.

Il vecchio professore abbassò lo sguardo, poi raccolse da terra un piccolo fungo marroncino e prese a sgranocchiarlo. Con gli occhi fissi oltre l’arco in pietra, verso la fonte dell’orribile suono, prese a dire con voce profonda: “Ci sono aspetti che non sono ancora riuscito a cambiare, qui dentro… da lì arriva il latte fermentato che avete bevuto a pranzo… da lì arrivano le proteine della colonia… e la figlia di Bulgheroni”.

Quella sera la cena si svolse in un clima di freddezza. A parte Rolando, tutti evitarono accuratamente di toccare le pietanze a base di carne, e i formaggi non ebbero miglior successo.

Alessio, inorridito, si limitava a rigirare col coltello tutto ciò che veniva portato dai servitori, e per lo più non mangiò niente; Filippo fece una scorpacciata di funghi, che tanto quelli si capiva cos’erano, mentre Giacinto andò avanti a latte fermentato, soddisfacendo antiche fantasie; ogni tanto aveva un rigurgito del pranzo al retrogusto di Georg.

Anche Bulgheroni e la figlia non toccarono niente. Entrambi erano stati aggiornati sulle abitudini alimentari della colonia e non era certo una di quelle notizie che risvegliano l’appetito. Monica era letteralmente rifiorita dopo qualche ora di terme e di massaggi, e ora vestiva un abito lungo da cortigiana e portava un trucco sobrio ma ben visibile. La ragazza aveva rifiutato il trucco pesante che le avevano proposto le cosmetae delle terme; quel trucco che sfoggiavano alcune matrone in giro per l’urbe, con il volto coperto di cerone, le sopracciglia marcate dal nerofumo, le palpebre colorate di verde e i ricci posticci. Monica aveva ancora il volto scavato, ma ora aveva assunto un aspetto da ragazzina acqua e sapone e i tre vecchi se la mangiavano letteralmente con gli occhi. Alessio, in particolare, non sembrava affatto preoccupato di farsene accorgere dal padre, tanto più che gioiva apertamente dei segni d’insofferenza che la ragazza mostrava verso Rolando.

“Vi consiglio questo” disse appunto Rolando, “è ottimo”.

“La tua ospitalità è assai gradita” disse Giacinto, scimmiottando le maniere di corte, “ma credo di parlare a nome di tutti quando dico che non siamo ancora maturi per cibarci della carne di primati”.

“Vi capisco” rispose Rolando con la bocca piena. “Anch’io ho faticato ad adattarmi alle consuetudini, all’inizio”. Quindi prese dal un piatto un bocconcino che poteva benissimo provenire dal polpaccio di un bimbo.

Monica roteava gli occhi per l’insofferenza. Sapeva di dovere la vita al Divino , ma il tono con cui egli parlava di questi argomenti le faceva l’effetto di qualcuno che le rimestasse con dita sudicie in una ferita ancora aperta e slabbrata. Inoltre la naturalezza con cui quell’uomo si pasceva della progenie delle sue compagne di prigionia le dava il voltastomaco.

“La nutrizione è il vero punto critico della colonia” proseguiva intanto Rolando. “Qui non ci sono malattie se non quelle dovute alla carenza di alimenti primari”.

“In che senso?” chiese Bulgheroni, stimolato dalla curiosità professionale. “E le malattie infettive?”.

“Pare che qui ne siano immuni” rispose il divino. “È un mistero ma è così. Credo che la spiegazione sia nella natura aliena di questo posto”.

“Alludi ancora al Favoo-niuz?” chiese sarcastico Giacinto.

“Ho detto aliena , non divina” lo corresse l’altro ma poi gli sfuggì un sorriso. “Bah, hai ragione. Probabilmente intendo la stessa cosa. Comunque, quando parlo di natura aliena alludo a gingilli come questo , per esempio” ed esibì il suo scettro di cristallo che, chiamato in causa, sfavillò come se fosse dotato di coscienza. “Vedeste poi la sala delle armi” proseguì quindi, “roba degna di Star Trek … no, anzi, di Men in black : avete presente la scena del venditore di armi?”.

Filippo e Giacinto annuirono con vigore. Tipi come loro in quella roba ci sguazzavano come una mosca nel letame, secondo un pensiero non detto di Alessio.

“Per tornare alle malattie infettive” proseguì Rolando, “avrete certamente notato i cristalli che costellano tutta la volta della grotta e che forniscono l’illuminazione. Ebbene, vi paiono forse naturali? Sembrano messi lì come tante lampadine. Non escludo che siano le loro radiazioni a produrre qualche effetto benefico sul sistema immunitario degli abitanti. Oppure è l’effetto combinato dei cristalli e del latte fermentato”.

“Di che latte si tratta?” chiese Bulgheroni, sempre più curioso. Per una diplomatica dimenticanza, Rolando e gli altri avevano evitato di informare i due Bulgheroni sulla fonte della bevanda alcolica.

Rolando divenne titubante, prima di articolare una risposta: “È un po’ come se questi coloni non interrompessero mai l’allattamento materno… Ecco, quel latte proviene… dal recinto… dalla mungitura delle… sì, ecco… insomma…”.

Monica sgranò gli occhi, poggiò la sua coppa sul tavolo e si esibì in un mezzo rigurgito.

“Forse saranno immuni alle malattie” infierì Alessio, con malignità, “ma questa radiazione gli ha di certo cotto il cervello. Per arrivare a mungere le donne e mangiare i cristiani ce ne vuole, eh!”.

“Cristiani… che termine inopportuno …”.

“Cristiani, calvinisti o musulmani, sempre gente è, quella che si mangiano” continuò Alessio, che poi si rivolse verso Monica, pregustando la sua reazione.

“A noi che abbiamo il supermercato sotto casa” disse Rolando, “certe pratiche possono sembrare da pazzi. Certo, farebbe un certo effetto mangiare un amico, o un conoscente, ma i capi selezionati per il recinto da cibo passano lì la loro intera esistenza. La loro appartenenza al genere umano è accidentale. Non fanno che gemere e piangere, ma se lo fanno è perché non conoscono l’uso del linguaggio e sono i soli versi che riescono a emettere. Sono bestie a tutti gli effetti”.

“Bestie, eh?”. Monica si alzò con uno scatto, sbatté il suo tovagliolo sul desco e se ne andò. Con un cenno del capo, che poteva essere di scusa o di qualsiasi altra cosa, il padre si alzò e la seguì.

“Che donna” sussurrò Alessio a fior di labbra. Filippo, accanto a lui, annuì.

“Non ti sembra di aver esagerato?” disse Giacinto.

“Bah!” rispose Rolando. “Si abituerà anche lei”.

“Cazzo, ma non è questo il punto!” esclamò con trasporto l’anziano ex avvocato, tanto che Mar-cuz, dietro il Divino, s’irrigidì. “Fino a oggi pomeriggio era lei , la bestia. Lo sa il tuo Favoo-niuz che cosa ha passato lì dentro… Sì, lo so, Nee-faz ” aggiunse poi, alla vista del gladiatore che s’agitava per il tono usato.

“Io non ne ho colpa” disse Rolando. “Era lì da prima che arrivassi io. E ora invece di ringraziarmi mi sbatte il tovagliolo in faccia e mi reca offesa davanti ai miei devoti”.

“Ma… Cristo! Eri proprio tu che dicevi che in ogni uomo c’è una scintilla divina”.

“Varamente lo diceva Meister Eckart ottocento anni fa” si schermì Rolando, “ma io l’ho sempre detto in senso ateo”. Guardò la ciotola da cui stava mangiando, come se cercasse di ricordare qualcosa. Agli altri sembrò che stesse per assalirlo un tardivo orrore, invece catturò un pezzetto di carne con la punta del coltello e se lo mise in bocca.

“Sapete, mi addolora il vostro biasimo, e mi ferisce soprattutto il tuo, caro il mio Giacinto” proseguì il Divino masticando. “Dovresti conoscermi: ho fatto il possibile per cambiare le cose da quando ho avuto il potere di farlo, ma non c’è stato verso. Il ratiocinator del vecchio Ze-sahr mi ha mostrato, dati alla mano, lo stato dei fabbisogni alimentari della colonia, e io ho dovuto dargli ragione: i funghi sono tanti e spontanei, ma non costituiscono un reale nutrimento. Ci sono delle specie di colture idroponiche – non le avete viste, si trovano vicino ai recinti – ma non sono altro che poche serre miracolose dove vengono coltivati strani tuberi, granaglie e delle piante bianche a foglia larga… Roba mai vista prima. Ci sarebbe quasi di che sfamare la popolazione, ma le proteine sono un’altra cosa: senza di quelle sarebbero tutti larve instupidite. Larve ben pasciute, ma larve. Cazzo, ma non le sapete ‘ste cose? Tu, Giacinto, non l’hai studiata medicina legale? E te, Filippo, che ti leggi tutte quelle cose di FAO e WWF?”.

“FAO è una cosa e WWF è un’altra” disse Filippo, pacato.

“Guarda che sono stato Scout anch’io” ribatté Rolando.

“Anch’io” disse Alessio. Tutti si girarono a guardarlo, perfino Mar-cuz, come se per un attimo gli credessero veramente. “E va bene” confessò l’altro, “non è vero. Però volevo farlo e mio padre non ha mai voluto”.

“Ma le proteine le trovi anche nei legumi!” disse Giacinto. “E non venirmi a dire che qui non si possono allevare animali che non siano esseri umani!”.

“Stai facendo i miei stessi ragionamenti di qualche tempo fa. Per cominciare, i legumi non attecchiscono. Forse non c’è abbastanza acqua, forse non si prestano bene al metodo di coltura, oppure non si adattano alla radiazione che consente la fotosintesi al resto della vegetazione sotterranea… Vallo a sapere… In quanto agli animali, credi che non ci abbiano mai provato, in passato? Qualche rara volta vengono catturate delle mucche, ma solo per mangiarle. Una volta qui, non durano. Deperiscono. Diventano sterili. In compenso le grotte pullulano di vermi e lombrichi, ma quelli servono per integrare la dieta delle scortu-edul , le femmine da cibo. In definitiva, a parte i pipistrelli, l’essere umano è l’unico mammifero in grado di sopravvivere qui dentro, e forse proprio perché è l’unico in grado di nutrirsi dei resti dei suoi simili. È una legge che si è consolidata in duemila anni ed è l’espressione di un equilibrio perfetto”.

“E i maiali? Anche i maiali mangiano di tutto” insistette Giacinto, “oppure, che so, cani... gatti..”

“Vero. Purtroppo cani e gatti, per qualche strano motivo, impazziscono dopo pochi giorni che vivono qui sotto” rispose Rolando. “E di porci nei dintorni non ce ne sono nel raggio di chilometri: quando ho parlato di maiali, sono caduti tutti dalle nuvole. Non ne hanno mai visto uno”.

“Finché non sei arrivato te” bofonchiò Alessio, ma lo disse con un filo di voce, in modo che solo Filippo potesse udire. La prudenza non è mai troppa: non si sa mai come può reagire un dio quando gli si dà del porco.