Capitolo ventitreesimo
Capitolo ventitreesimo
Capitolo ventitreesimo
“Che diavolo ti prende, stolto d’un uomo” diceva tra sé la Guardia del Popolo Dii-puz. Che sta succedendo ai tuoi occhi, che vedono cose che non dovrebbero vedere? Sei forse diventato come un Elec-tuz , un Toccato dagli Dèi, al quale la mente non appartiene più per intero e che le divinità maligne hanno scelto per rivelare agli umani ciò che non possono vedere?
Dii-puz era stato convocato dal Divino Roo-lan-duz quella sera, dopo l’ora consueta del pasto, e Lui gli aveva fatto l’onore di chiedergli di vegliare sui suoi amici, i venuti dall’Extramundo, gli amici dell’uomo che aveva ucciso.
I suoi occhi erano gli occhi del Divino: così aveva risposto Dii-puz, perché era giusto che la sua dedizione fosse totale. Ma non aveva per caso commesso un sacrilegio, mettendo al Sacro Servizio del Favoo-niuz occhi che si ostinavano a vedere una realtà fasulla? Cosa sarebbe successo se quegli occhi l’avessero tradito? Sarebbe certo stato come tradire il Divino e la rivoluzione, e questo avrebbe significato disonore e morte.
Gli amici del Divino erano anch’essi Sacri, ed era suo preciso dovere sorvegliarli affinché non facessero cose che fossero Nee-Faaz . Erano Esterni, ancora non avezzi agli usi del suo popolo, e sarebbe servita un’attenzione costante nella loro sorveglianza. Ma in quel giorno di oscuri presagi, appena la sua mente cedeva alla minima distrazione, non era più l’interno delle grotte che i suoi occhi vedevano, ma uomini e cose dell’Extramundo, ed era come se lui fosse parte di loro. E tra tutte queste visioni ce n’era una che ricorreva più di altre, ed era il volto dell’uomo che lui aveva ucciso, quello che tutti chiamavano suo padre.
Quando Dii-puz fu al suo posto, all’ingresso degli appartamenti degli amici del Divino, e sentì la mano di Mor-fee-uz calargli sul capo, sperò che tutte le visioni illusorie si concentrassero nel sogno e svanissero al mattino come rugiada, perché si conveniva che una Guardia del Popolo vedesse solo le cose della veglia, e non una realtà che non era la sua.
Chiuse quegli occhi che fino ad allora non l’avevano mai ingannato e si addormentò, lasciando che si perdessero chissà dove.
Giacinto era sul punto di sdraiarsi sul giaciglio quando udì bussare. Si avvicinò alla porta, ben chiusa. Rolando s’era raccomandato di chiudere il chiavistello: in tempo di rivoluzione non si poteva mai sapere.
“Chi è?” chiese, per prudenza.
“Sono io” rispose la voce di Alessio, dall’altra parte.
Con un piccolo movimento la leva scattò e dallo spiraglio comparve la naturale appendice della voce udita prima, e cioè il faccione di Alessio.
“Entra. Se sei diventato omosessuale, ricorda che dietro ci sto io”.
“La solita mente bacata” disse l’altro, entrando. “Volevo sapere se a te hanno dato le lenzuola”.
“No. Ho solo questa specie di trapunta color muschio”.
“Ma come facciamo a dormire senza lenzuola?”.
“Io dormo benissimo”.
“E io no”.
“Arrangiati. Non pretenderai mica che te le rimedi io e che dopo te le rimbocchi anche. Vero?”.
“Molto spiritoso. E come se non bastasse, ho una specie di assurdo materasso rigido”.
“Guarda sotto e vedi se ci trovi un pisello. Magari è quello che ti tiene sveglio”.
“Si può?” s’udì la voce di Filippo, accompagnata da un sommesso bussare.
“Entra, entra pure. Tanto in quattro metri quadrati lo spazio basta e avanza”.
“Che state facendo?” chiese il nuovo arrivato.
“C’è Alessio che fa le veci del nano sabbiolino”.
“Carino. Ce lo vedo. Ma voi ci avete fatto caso, al tipo, là fuori?”.
“Chi è? Che tipo?” chiesero a raffica Alessio e Giacinto.
“Non so chi sia. Vedo solo un’ombra seduta… A me sembra una guardia”.
“Bene” commentò Alessio, illividito in volto. “Siamo anche prigionieri, adesso”.
“Bah. Semmai sarà qui perché non ci succeda niente di male”.
“Rolando vuol tenerci prigionieri in questo posto, ve lo dico io” disse Alessio. “Che cazzata è che uscire da qui è proibito? È lui che manda avanti la baracca, sì o no?”.
“Conosco Rolando e non è il tipo da dire cazzate” disse Giacinto, sdraiandosi sul suo letto. “Se ha detto così vuol dire che è così… Ma quanto cazzo è duro ‘sto letto”.
“Vedi? Che ti dicevo?” lo rimbeccò Alessio, petulante, quindi proseguì: “E se fosse impazzito? Il potere potrebbe avergli dato alla testa”.
“In effetti… qualche stranezza ce l’ha” intervenne Filippo.
“Ci ha fatto mangiare carne umana ” disse Alessio, rabbrividendo, “e lui la manda giù come se fosse lo spezzatino della nonna”.
“Detto così sembra che si sia mangiato anche la nonna” disse Filippo con un sorriso sghembo.
“Ripeto che non è normale” proseguì Alessio, ignorando la freddura, “uno che fa sacrifici umani e mangia saltimbocca di cristiani d’allevamento non può essere normale ”.
“Bah. L’essere umano si abitua a qualsiasi cosa e questa è la sua migliore definizione. Vorrei vedere te, al posto suo”.
“Al posto suo, io non sarei certo andato a frugare in culo alla montagna”.
“Lo spirito del lord non si smentisce mai. Però ti farei notare che se ora siamo qui e se il povero Georg ci ha rimesso la pelle, la colpa è tua , che hai fatto scaricare il cellulare”.
“Oh be’, questo è il colmo” disse Alessio allargando le braccia.
“E quando è successo?” chiese Filippo incuriosito.
“Un giorno con calma ti racconteremo. Non è ora di andare tutti a nanna, ora?”.
“Insomma, mi state dicendo che a voi sta bene passare qui il resto dei vostri giorni?”.
“Bah. Sei il solito esagerato… Ora siamo nel pieno della transizione rivoluzionaria, ma vedrai che le cose cambieranno, un po’ alla volta. Fate finta di essere alle terme, in un centro benessere, e godetevi la vacanza. E ora buonanotte… E accostate la porta quando ve ne andate”.
“Che fai, non ti chiudi dentro?” chiese Filippo mentre Alessio schizzava fuori, esasperato.
“No, ormai ho trovato la posizione” rispose Giacinto con uno sbadiglio e aggiunse, alludendo all’altro ch’era appena uscito: “Se domani mi troverete morto vorrà dire che aveva ragione lui ”.
Quando Filippo ebbe richiuso la porta dietro di sé, spense il lume. Passò qualche minuto, da solo, al buio. E sospirò: “Oppure vorrà dire che è stato lui ”.