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Primo cilindro

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Primo cilindro

Primo cilindro

Il nostro peggior nemico è il timore che incute l’ignoto.

Questo era solito ripetere Cesare mentre le sue legioni attraversavano il passo di Matrona Mons. A quei tempi ero un semplice centurione ai comandi di Lucio Voreno e marciavo tra i suoi uomini alla conquista della Gallia, violando la quiete delle antiche foreste di querce, robinie e castagni. Le fronde degli alberi ci impedivano la vista, ma i rumori degli animali e il cinguettare degli uccelli ci erano di conforto, e ancor più ci confortava la consapevolezza di essere parte di un esercito forte, addestrato, pronto a tutto. Ci sentivamo giusti e invincibili; nessun pericolo, visibile o invisibile, poteva veramente impensierirci.

In seguito, durante la campagna gallica, era avvenuto che quella sensazione di onnipotenza si attenuasse quando avanzavamo con i calcei immersi nel sangue di compagni e nemici, ma non era mai scomparsa del tutto.

Questa volta, invece, la situazione era diversa.

Ero alla guida di una carovana di uomini, donne e bambini in mezzo ai boschi profumati di resina a nord del Ticino, tra le valli circondate da montagne. Tutto taceva: gli unici segni di vita erano il cigolio delle ruote dei carri e lo sbattere tra loro delle masserizie.

Era primavera. I raggi del sole attraversavano a stento la vegetazione e solo il sibilo del vento, stranamente freddo per la stagione, ci accompagnava nel nostro cammino. Le donne e i fanciulli rimanevano in silenzio; nel loro sguardo si leggeva il timore, anche se le terre a sud delle Alpi erano pacificate da anni. Eppure quella sensazione non era solo il panico tipico delle femmine, e non poteva nemmeno essere il naturale timore che incutono le selve, con la minaccia di lupi e briganti annidati tra gli alberi. Era un’inquietudine che si respirava nell’aria stessa. Anche i vecchi soldati, veterani delle battaglie galliche, avvertivano l’approssimarsi di un pericolo.

Eravamo giunti a meno di mille passi dal campo quando vedemmo la colonna di fumo. Non era il normale fumo di un accampamento o di un piccolo borgo in attesa dei colonizzatori: era, piuttosto, il segno di un grande incendio in corso. Quando fermammo i carri, Gaio Titurio e Quinto Rufo corsero al mio fianco. Gaio e Quinto erano miei vecchi commilitoni e anche loro, come me, indossavano l’elmo e la cotta di maglia. Se non fosse stato per la barba bianca, avrebbero potuto scambiarci per tre legionari in servizio attivo. In fondo, avevamo vissuto venticinque anni servendo Roma.

Gaio si offrì di andare in avanscoperta, mentre il respiro del suo cavallo diveniva visibile nell’aria gelida. In quella stagione era lecito aspettarsi un clima mite, anche in quella regione a nord del Ticino, tuttavia quella mattina il freddo ghiacciava le ossa. C’era qualcosa di strano nell’aria, così mandai Quinto con lui.

Mentre i miei commilitoni si inoltravano nel bosco, osservai il luogo in cui ci eravamo fermati. La strada, in quel punto, non consentiva alcuna difesa. Avrei dovuto recedere di almeno tre o quattromila passi per trovare uno spazio in cui attestare i carri. Non avevo ancora deciso come organizzare lo spostamento, quando una pioggia di frecce cadde su di noi.

Levammo subito gli scudi per proteggere, più che noi stessi, le donne e i fanciulli nei carri. Questo, infatti, è ciò cui ogni uomo più tiene: combattere non per se stesso, per la vita, per la paga o per Roma, ma per la vita dei propri cari.

Io ero solo. Altri non avevano la mia fortuna: veterani induriti dal sangue di molte battaglie caddero a terra come trafitti, quando videro il proprio figlio spirare, colpito da una saetta. Galoppai avanti e indietro, ignorando il pericolo e i sibili letali, spingendo gli indifesi tra le ruote, chiamando a raccolta gli altri. Formammo un quadrato attorno ai carri centrali e ci preparammo alla difesa. Prese a cadere una pioggia leggera, mista a nevischio. Una benedizione degli Dèi, pensai: avrebbe bagnato i carri, ci avrebbe protetto da attacchi incendiari e avrebbe rallentato l’avanzata dei barbari.

All’improvviso le frecce smisero di sibilare. I nostri aggressori si fecero avanti ma non lanciarono le usuali grida di battaglia. Eppure erano sempre loro, alti di statura, con una muscolatura possente sotto la pelle chiara. Biondi di capelli, sia per natura sia per i lavaggi con acqua e gesso. Taluni avevano la barba rasata, altri ostentavano sulle guance dei grandi baffi unti, ancora sporchi del cibo dell’ultimo pasto consumato. Barbari, pensai, genti che rifiutano la civiltà e che non temono la morte.

Passato il momento di sbandamento, dopo aver messo al sicuro donne e bambini, fu facile spezzare l’assalto disordinato che si infrangeva sui nostri scudi allineati e sui nostri gladi. I pochi sagittari che avevamo attestato sui carri creavano il vuoto tra le loro seconde linee. Per un attimo pensai che potessimo farcela: i corpi dei nemici cominciavano ad accatastarsi attorno ai nostri carri. Poi la situazione si capovolse.

Al mio fianco stava Quinto Marcello, un gigante scuro dal ghigno perenne, che mi superava in altezza di una testa intera. Quinto aveva lasciato un occhio in Britannia, ma il suo braccio non aveva perso vigore, e stava mulinando il gladio con perizia. Quando venne illuminato da un raggio di luce celeste, il veterano rimase immobile. Era paralizzato, come se avesse posato lo sguardo sull’orrida Gorgone. Lo toccai: era gelido. Gli battei una mano sulla spalla e il suo corpo si sbriciolò: i pezzi di carne del tronco caddero a terra e presero a sanguinare, leggermente, senza vigore, come se la vita avesse abbandonato quel corpo da tempo.

Altri lampi dal cielo colpirono i miei compagni d’arme. Alzai gli occhi e vidi un mulinare d’ali, uno stormo di grandi, stranissimi… uccelli? Arpie?

Dèi.

Erano Dèi nordici che vendicavano gli orrori perpetrati dall’esercito di Cesare, i massacri e le violenze. Era il redde rationem per la sete di conquista del popolo romano.

Mentre assistevamo inebetiti allo spettacolo, i barbari avevano ripreso vigore. Ci strapparono le spade, ci gettarono a terra, ci imprigionarono senza che fossimo in grado di opporre resistenza. Eravamo soldati, ma divenimmo buoi inermi nelle loro mani. Perché era questo che avevano decretato gli Dèi.

E come buoi ci aggiogarono. Tutti: uomini, donne, bambini. Non vi furono violenze inutili: i feriti, i nostri e i loro, vennero rapidamente passati per le armi. Stessa sorte subirono i più anziani della carovana. I nostri aggressori furono rapidi ed efficienti. Se durante il combattimento avevano mostrato la solita mancanza di disciplina, ora invece agivano di concerto, come se fossero controllati da un’unica volontà, forse quella degli Dèi. I barbari servivano quelle arpie, o un’altra divinità dei boschi, o quella il cui gelido respiro ci accompagnava in questo luttuoso giorno di primavera. Avrebbe dovuto essere la stagione del Favonius , il vento d’occidente propizio ai viaggi, quell’alito caldo che porta liti, suicidi e follia. Invece, le folate che venivano da ovest a scuotere le fronde erano gelide, maligne: soffiavano dalla direzione del Favonio ma con l’alito freddo del Maestrale, e sferzavano tutti noi, prigionieri e carcerieri.

Fummo condotti in catene per un lungo percorso pianeggiante che costeggiava i boschi, poi il terreno iniziò a salire e ci addentrammo tra gli alberi, sempre più radi. Salivamo ancora, e ancora, e non riuscivamo a capire dove fossimo diretti. I barbari grugnivano un dialetto incomprensibile, diverso da quello che avevamo udito parlare dagli abitanti di quelle terre. Evidentemente giungevano da lontano, da oltre le Alpi, ma come le avessero superate andava oltre la mia comprensione.

Passammo, infine, dalla foresta alla desolazione dei monti più impervi. L’aria si faceva difficile da respirare. I bambini più piccoli e le donne che sorreggevano gli infanti ansimavano. Qualcuno cadeva a terra. I carcerieri spingevano in piedi i prigionieri intontiti dall’aria rarefatta; i nordici agivano rudemente, ma senza inutili crudeltà.

Dopo sei ore di cammino giungemmo al limite di un crinale. Aspre cime frastagliate ci si paravano davanti, separate da noi da un immane strapiombo. Pensai che fosse la fine, che avessero deciso di sacrificarci alle loro divinità, precipitandoci nell’orrido, in mezzo a rocce selvagge e brulle. Ma questo sarebbe stato nulla, di fronte a ciò che ci attendeva.

Avanti a noi, l’aria parve lacerarsi. Un ovale oscuro, sottile come un foglio di papiro, si aprì a un cubitus dal suolo. Noi tutti ammutolimmo, stupiti. I barbari sogghignarono dinanzi alle nostre espressioni di terrore e cominciarono a spingerci verso quell’oscurità pulsante, quella vulva oscura di una madre maligna, quella porta spalancata sulle profondità dell’Averno. I primi prigionieri della fila avevano fino a quel momento subìto passivamente la loro sorte, ma dinnanzi a quel mistero puntarono i piedi e opposero resistenza.

Uno dei barbari, un gigante seminudo dai capelli rossi, prese un mio commilitone per la collottola e, ridendo, lo trascinò con sé dentro il buio. Scomparvero nel nulla. Altri due barbari, ghignando, ci fecero segno di seguirli e scomparirono in quell’oscurità vorace.

Il primo romano della fila continuò a rifiutarsi di avanzare. Un carceriere lo trapassò con la spada. Il sangue sgorgò dalla ferita e il prigioniero cadde a terra. Il secondo della fila guardò la lunga lama insanguinata brandita dal barbaro, poi trasse il suo dado e avanzò verso il nulla.

Noi tutti lo seguimmo.