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Capitolo ventiquattresimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo ventiquattresimo

Capitolo ventiquattresimo

Passò un giorno, due; passò una settimana.

La vita nella colonia proseguiva nello stile proposto da Giacinto, vale a dire come una peculiare vacanza in un centro termale.

La sveglia era comminata all’ora dei pigri dal bussare discreto delle ancelle alle porte dei cubicoli; dopo aver indossato una tunica fresca di bucato, i tre si ricongiungevano ai Bulgheroni nell’atrio delle terme; di qui venivano condotti al loro primo appuntamento con la sauna e i massaggi; a seguire la colazione, a base di latte fermentato, cereali e marmellate indefinibili; erano quindi liberi fino all’ora del pranzo, quando venivano accolti da Rolando che aveva passato la mattinata a discutere di burocrazia con i suoi consiglieri. Il pomeriggio era denso di attività particolarmente oziose da cui, chi voleva, poteva poi affrancarsi con una sortita al gymnasium, prima della sessione serale di bagni. Dopo la cena, si chiudeva in bellezza con uno spettacolo serale: per lo più acrobati e giocolieri, oppure attori che si cimentavano in una versione del Miles Gloriosus di Paluto che Rolando aveva riscritto a memoria nei tempi morti tra i suoi impegni di statista e messo divino. I villeggianti, poi, avevano cercato di occupare i tempi morti ognuno a modo suo, secondo le proprie inclinazioni.

Giacinto inaugurava la giornata cercando di afferrare un lembo della tunica delle ancelle, che si ritraevano e fuggivano ridendo con pudicizia. Durante le sessioni di massaggio si fumava un mezzo sigaro e, a seconda dell’umore e della vigoria del momento, decideva se esigere o no una prestazione di carattere più intimo dalla ragazza che lo aveva in cura. Certo, i sigari prodotti nel sotterraneo con alcuni funghi secchi mischiati a erbe irriconoscibili non avevano lo stesso sapore dei cubani, ma producevano un effetto secondario tutt’altro che disprezzabile: gli sembrava di tornare ragazzino, alle prese con le prime canne. “È proprio vero”, era solito ripetere tra sé Giacinto, mentre si lasciava cullare dal massaggio quotidiano tra i fumi del sigaro: “la vita inizia a settant’anni”.

Filippo girava molto e catalogava rocce, minerali e ogni forma di vegetazione spontanea. Quel mondo alieno e suggestivo lo affascinava sotto molteplici profili: flora e fauna differivano da tutto quello che aveva visto in decenni di abbonamento al National Geographic. Gli angoli più reconditi sembravano custodire oscuri segreti, misteriosamente radicati nel tempo e nello spazio; e tutto questo era lì, a portata di mano, da scoprire con la guida di Rolando, o durante lunghe e affascinanti passeggiate solitarie. Come se tutto questo non bastasse, le sedute di terme e fanghi avevano avuto un notevole giovamento su sciatica, lombo-sciatalgia, cervicale e dolori ossei in generale. Tanto che anche l’ultima scorta del fido balsamo di tigre era finita chissà dove, senza alcun rimpianto.

L’unico che stentava a vedere i lati positivi della situazione era Alessio. Anche lui non aveva disdegnato, all’inizio, un fugace incontro con una giovane ballerina, una moretta che gli ricordava amori perduti in terre esotiche e gli faceva prudere il moncherino del dito. Tuttavia, quando aveva scoperto che gli unici profilattici disponibili erano costituiti dalla vescica di qualche bestiaccia cieca, bavosa e puzzolente, il timore di contrarre morbi devastanti gli era costato un’indimenticabile figuraccia. Certo, Rolando continuava a sostenere che i coloni erano immuni dalle comuni malattie infettive, ma vagli a credere, a quello lì…

Insomma, Alessio non riusciva a rilassarsi. Anche nel corso degli spettacoli serali di danza dava sempre la sensazione di tastare intorno a sé all’infruttuosa ricerca del suo telecomando. Aveva provato a seguire Filippo in giro per le grotte, ma non sapeva se lo avesse vinto prima la noia o la stanchezza. Aveva addirittura tentato di fumare i sigari di Giacinto, rischiando la morte per soffocamento. Alla fine si era rassegnato ad aggirarsi per la città, dove aveva imparato qualche parola di simil-latino e dove acquistava oggetti d’artigianato che lo rattristavano ulteriormente: non avrebbe mai potuto esporre quei souvenir su una mensola del suo amato appartamento, lindo e ordinato come la sua cara, vecchia vita.

Dopo aver esplorato ogni angolo di quell’urbe sotterranea, gli capitava spesso di far visita alle gabbie. I ribelli superstiti erano sempre meno, ma se non altro c’era ancora il Trii-punio Cloo-diuz con cui scambiare qualche parola. In fondo, era un prigioniero proprio come lui.

Per Giacinto, Alessio e Filippo diminuivano di giorno in giorno anche le occasioni per incontrarsi e parlare, a parte i pasti e le terme, quando però teneva banco Rolando. Ognuno faceva la sua vita, come i Bulgheroni, che evitavano accuratamente anche di ritrovarsi a tavola con il Divino.

Dopo altre due settimane di routine, i tre compagni di viaggio si ritrovarono per puro caso nel bagno comune della loro insula . L’edificio in cui Rolando li aveva alloggiati era uno dei più prestigiosi dell’urbe e, in quanto tale, sfoggiava uno dei migliori bagni comuni del circondario. Dal soffitto in legno traforato proveniva un costante profumo, delicato come quello delle violette ma sufficientemente penetrante da coprire qualsiasi esalazione sgradevole. Lungo il perimetro dell’unico stanzone rettangolare, l’acqua scorreva incessantemente in un canaletto davanti al quale erano poggiati alcuni sedili in marmo. La seduta era posta a incastro tra mensole scolpite a forma di fungo ed era costituita da una pratica tavoletta forata secondo necessità. Al di sopra dei sedili, piccole nicchie racchiudevano pregevoli statuette rappresentanti gladiatori armati. Tra i sedili non vi era alcun tipo di muro o pannello.

Mentre Filippo si era adattato rapidamente alla situazione, questa originale scelta architettonica aveva causato rilevanti problemi all’annosa stitichezza di Giacinto. Forse era l’alimentazione meno ricca di proteine, o il rilassamento indotto dai sigari, ma alla fine anche lui si era abituato.

Per Alessio, invece, quella continuava a essere una vera e propria tortura. Anche quel giorno, quando entrò e vide che due sedili erano già occupati, si congelò sull’arco d’ingresso.

“Oh be’” tuonò Giacinto, con la tunica alzata e i mutandoni calati, seduto sotto la statua di un gladiatore armato di rete e tridente, “pare proprio che la nostra peristalsi sia perfettamente sincronizzata”.

Preso nella lettura di un documento scritto su un foglio rudimentale ricavato da pseudo-vegetali, Filippo bofonchiò una mezza risata, seguita da sonori segnali di sommovimenti intestinali.

“Ma lo vedete come cazzo vi siete ridotti?” tuonò Alessio rosso in volto, “delle bestie siete diventati, due bestie che pensano solo a fottere, mangiare e cagare, senza nessun rispetto per voi stessi”.

“Scusate” sussurrò Filippo, alzando lo sguardo dal foglio.

“E di cosa ti devi scusare” disse Giacinto, con la voce impostata che usava solitamente in tribunale, “se vivi tra i romani ti comporti da romano. Qui si caga in compagnia”. Quindi si rivolse ad Alessio: “Se non ti sta bene vattene in una grotta radioattiva, dove puoi fare i tuoi bisogni in solitudine e crepare rapidamente, sollevandoci dall’incomodo”.

“Bestie!” ripeté Alessio, “Ha ragione lui , ha ragione! Qui si è sovvertito l’ordine naturale! Ma le cose cambieranno! Ah, se cambieranno!”. Quindi uscì dal bagno con un’espressione rabbiosa stampata sul volto. Se ci fosse stata una porta, l’avrebbe sbattuta.

“Lui chi? Ordine che?” chiese Filippo.

“Lascia perdere” rispose Giacinto, “il coglione avrà fumato i funghi mangerecci e mangiato quelli fumerecci”.

“Sarà…” rispose Filippo.