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Capitolo ventiseiesimo

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Capitolo ventiseiesimo

Capitolo ventiseiesimo

“ Zurge! Statim! ”.

Dii-puz si riscosse lentamente dal sonno in cui era sprofondato. L’uomo che lo scuoteva era Ruu-fuz, il compagno Zii-ves con cui aveva condiviso i primi giorni dell’insurrezione al seguito del Divino.

“ Quid accidit? ” chiese Dii-puz con la voce arrochita dal sonno.

“ Arma deorum in manibus Cloo-dii sunt! ”.

“Impossibile!” pensò Dii-puz. Le armi degli Dèi erano custodite nel tabernacolo del tempio e nessuno, salvo il Divino, vi aveva accesso. Poi Dii-puz notò il braccio destro di Ruu-fuz: le punte delle dita erano nerastre e l’arto pendeva inerte. I fulmini di ghiaccio degli Dèi del Nord… solo quelli potevano avere un simile effetto. Ruu-fuz notò lo sguardo del commilitone e assentì, scrollando le spalle: “ Omnez morituri sumuz ” disse. Quindi scosse il pilum con la mano sana e concluse: “ Sed contra paa-trizioz pugnandum! ”.

Sì! Ruu-fuz aveva ragione. Forse gli Dèi del Nord erano tornati a vendicare i carcerieri barbari uccisi dal primo Zee-sahr e avevano scelto il tribuno Cloo-diuz come loro strumento, oppure alcuni reazionari si erano impadroniti delle armi divine e adesso volevano restaurare l’antico regime. Ma in ogni caso la Guardia del Popolo avrebbe combattuto per la propria libertà, per la propria Urbz e per il Divino!

“Roo-land-uz!” gridò Dii-puz balzando in piedi con la lancia in mano.

“Roo-land-uz!” gridarono altre cento voci in risposta.

I soldati si lanciarono per le strade, tra le luci crepitanti della città.

“È assurdo” continuava a biascicare Rolando, col fiatone, “semplicemente assurdo…”.

“Sta’ zitto! Pensa a correre!” rantolò Giacinto, maledicendo i troppi sigari, la poca attività fisica, l’alcol e tutto il resto.

Filippo taceva e arrancava. Nonostante fosse quello più in forma del gruppo grazie alle ultime settimane di trekking sotterraneo, la corsa lo aveva sfiancato.

Gli unici due che non avevano un’aria affaticata erano Bulgheroni e sua figlia. Monica, anzi, aveva un’espressione battagliera e stringeva tra le mani un gladio strappato al cadavere di una Guardia del Popolo.

La città era alle loro spalle, illuminata a giorno dal fuoco degli incendi. Ogni tanto, raggi azzurrini balenavano tra le strade. Urla e gemiti si levavano dalle case. Folle di uomini correvano tra i vicoli, urlando, spintonandosi, colpendosi a morte con ogni possibile oggetto contundente. I più assatanati brandivano lunghi rasoi.

Arrivato alla base della scalinata, attorniato da una dozzina di Guardie del Popolo ferite e stracciate, Rolando si fermò a osservare la mattanza. Anche gli altri si girarono a rimirare il terribile spettacolo.

“Chissà che fine avrà fatto Alessio” gemette Filippo con gli occhi lacrimosi.

“Quel coglione” soggiunse Giacinto con voce catarrosa, “l’ho cercato dappertutto”.

“È incredibile” borbottò Rolando, che intanto aveva recuperato un po’ di fiato, “quanta assurda stupidità”.

“C’è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire, quando tocchi interessi particolari” rispose Giacinto. “A quanto pare hai fatto incazzare anche i barbieri con la tua nuova moda della barba lunga. Dicono che hai tolto lavoro ai tonsori ”.

“E i commercianti” soggiunse Filippo, “sembra che non abbiano gradito l’editto sulle strade libere dalla merce in esposizione. Sostengono che così li facevi fallire”.

“Per non parlare di quelle cazzate razziste circa i Doni del Vento, la razza latina superiore, gli esseri inferiori di capigliatura bionda” disse Giacinto. Poi si grattò la pelata e aggiunse: “Almeno io non corro più pericoli”.

“Mi è mancato il tempo!” gemette Rolando. “Bastava diffondere un po’ di cultura sociale, far capire i vantaggi per tutti, bastava così poco. Non mi ero proprio reso conto che ci fosse tutto questo odio a covare sotto le ceneri”.

“Qui sono abituati alle dittature” rispose Monica con voce secca. “Di queste cose si parla solo quando si tira il collo al tiranno”.

Il pomo d’Adamo di Rolando fece su e giù.

“E poi adesso a guidarli ci sono i vecchi Zee-nturii dello Zee-sahr” soggiunse Filippo, indicando gli uomini che correvano per le strade, armati dei letali ramoscelli ricurvi che lanciavano fulmini di ghiaccio. “Dopo tutto quel tempo in gabbia sembrano proprio nervosetti”.

“Vorrei sapere chi è quel pezzo di merda che li ha liberati” disse Rolando, stringendo i pugni e digrignando i denti. “Anzi, vorrei avere tra le mani il pazzo che ha fatto una simile sciocchezza”.

“ Divinuz! ” intervenne Mar-cuz che capitanava lo sparuto gruppetto di legionari, “ Manipuluz armatorum supercurrit! ”.

“Sì, stanno arrivando. Non c’è tempo da perdere” rispose Rolando. “Voi due, venite con me” disse ai suoi amici e si affrettò lungo la scalinata. “Se adesso scopriamo che le armi in loro possesso sono quelle che dovrebbero essere custodite nella cripta, il nostro tempo è proprio finito”.

Il gruppetto attraversò rapidamente il colonnato. Alcuni Doni del Vento, soprattutto anziani, donne e bambini, si erano raccolti nel tempio sperando di sfuggire alla pulizia etnica. Vestiti con toghe succinte, tenevano in mano un libello e intonavano una specie di nenia, accompagnandola con il battere ritmico dei piedi: “ Noz Lasez iuvate… Noz Faa-voniuz iuvat… ”.

“Che fanno?” sussurrò Filippo.

“Pregano i Lari e il Faa-voniuz” rispose Rolando, accostandosi a una cripta di pietra nera, “per quel che può servire”. Il Divino premette in successione alcuni punti del bassorilievo e una sezione si spostò lateralmente.

“E questa dove l’hai imparata?” chiese Giacinto. “Dal manuale di Indiana Jones?”.

“Molto più prosaico” rispose Rolando, mentre inseriva la chiave che portava appesa al collo nell’apertura apparsa nella struttura di pietra. “Mar-cuz era un gladiatore schiavo del vecchio Zee-sahr… faceva parte del gruppetto che trasportava sulle spalle la sua portantina. Una volta ha assistito all’apertura della cripta. Ha una vista da aquila: è riuscito a osservare la sequenza e l’ha memorizzata. È grazie a lui che la rivolta ha avuto successo e adesso possiamo scamparla”.

Giacinto si voltò verso l’ingresso del colonnato: il gigantesco ex-schiavo era rimasto di guardia assieme a Monica, a Bulgheroni e ai Guardiani del Popolo, che contavano fra gli altri molti ex gladiatori. La torma inferocita dei rivoltosi si stava avvicinando al tempio e alcuni degli attaccanti facevano balenare i letali raggi azzurrini.

“Chissà se potremo raccontarla, questa storia” disse Filippo.

“Forse tutti questi ricordi andranno perduti, come lacrime nella pioggia” soggiunse Giacinto, sempre in vena di citazioni improbabili.

La chiave girò più volte nella toppa, poi l’intera parete della cripta scivolò verso il basso e rivelò un ambiente angusto coperto di rastrelliere, con una scaletta che scendeva ripida verso l’oscurità.

“E lì che c’è?” chiese Filippo.

“ Nee-faz ” rispose Rolando, “lì non si può andare. Mar-cuz me l’ha sempre impedito. Non so cosa ci sia, ma probabilmente è molto pericoloso”, poi il faccione di Rolando si aprì in un sorriso soddisfatto: “Le armi sono ancora qui! Non so dove abbiano preso i bastoni criogenici che stanno utilizzando, ma queste non le hanno toccate! Venite, prendetele tutte”.

“Ma come si usano?” chiesero Giacinto e Filippo cercando il grilletto.

“Fermi, incoscienti! Alla vostra età è meglio non prendere freddo. Portatele su da Mar-cuz, che penserà a distribuirle agli uomini”. Quando gli altri furono saliti, il Divino estrasse da sotto la tunica il suo scettro di cristallo e con una smorfia di sofferenza lo infilò dietro a una rastrelliera che si discostava un po’ più delle altre dalle pareti irregolari della grotta. Rolando si girò per andarsene ma qualcosa lo trattenne. Tornò a fissare la luminescenza dello scettro; allungò una mano e accarezzò il manufatto, poi si riscosse dalla trance. “Tu aspettami qui per un po’” disse, mentre un’ondata d’infelicità lo assaliva.

Dal pronao del tempio si vedevano sciami di raggi azzurrini saettare nell’immensità della grotta. La città sottostante era illuminata da piccole esplosioni di luce fredda. Qualcuno doveva anche aver appiccato del fuoco, a giudicare dai bagliori rossastri che illuminavano alcuni edifici. Gli occhi di Monica brillavano di una gioia selvaggia, e se il padre non l’avesse tenuta stretta a sé, si sarebbe messa a danzare in mezzo a quella coreografia di luci.

La temperatura dell’ambiente stava sensibilmente calando, forse per l’abuso delle armi criogeniche. Filippo rabbrividiva sotto la leggera veste e anche Giacinto, notoriamente caloroso, si soffiava sulle mani per riscaldarle. Dal manipolo di Doni del Vento, tremanti e salmodianti, le preghiere salivano come tante nuvolette.

Quando i vecchi emersero dal deposito segreto con il primo carico di armi, Mar-cuz li raggiunse e ne prelevò a mazzi con le sue mani a badile. I Guardiani del Popolo erano già impegnati nel tenere a bada i rivoltosi, ma le armi convenzionali in loro possesso, vale a dire frecce e lance, erano pressoché inutili contro i raggi criogenici dei nemici che risalivano le anguste vie della città. I corpi anneriti dal gelo e gli arti congelati iniziavano a stratificarsi sulla scalinata in un macabro tappeto, quando Mar-cuz chiamò gli uomini a raccolta e cominciò a distribuire i bastoni presi dalla cripta. Intanto Rolando e i suoi amici tornavano a prenderne altri.

Dagli uomini arroccati sul tempio partirono finalmente i raggi mortali. L’onda degli attaccanti si arrestò, interdetta, e gli uomini si dispersero dietro le case, in cerca di riparo. Poi una delle armi dei difensori emise un crepitio sinistro; il braccio che reggeva l’arma si coprì di una brina gelata che rapidamente si estese a tutto il corpo. Il difensore fu percorso da un lungo brivido, quindi emise un gemito latrante, s’irrigidì e cadde a terra surgelato. Un altro fece la stessa fine di lì a poco.

Vedendo la sorte che era toccata ai compagni, una guardia corse a fare rapporto. Era Dii-puz che, dopo aver organizzato un primo fronte d’opposizione per le vie cittadine, aveva condotto un drappello di uomini giusto in tempo per attestarsi in difesa dell’altura dove sorgeva il tempio. Il giovane si piazzò sull’attenti davanti a Rolando, con un pugno premuto sul petto. “ Divinuz Roo-land-uz, arma mala agunt ” riferì.

“ Malum! Maledizione” rispose Rolando autotraducendosi in simultanea. In quel momento non aveva più l’aspetto del Divino: aveva l’aria spaventata e sembrava solo un vecchio professore in pensione che giocava agli antichi romani.

“Che succede?” chiese Giacinto dietro di lui.

“Le armi non funzionano. Probabilmente erano difettose, messe lì per le esercitazioni o per le parate”.

“ Quid faciamus, Divinuz? ” chiese Dii-puz.

“ Nescio ” rispose Rolando, scuotendo il capo. “ In manibuz Fortunae sumuz . Solo un colpo di culo ci può salvare”.

Dii-puz lo fissò, esterrefatto. Stava assistendo alla caduta degli Dèi… Alcune vecchie leggende barbare ne parlavano: il compiersi del loro destino, “quando armi, scudi e speranze andranno in pezzi, quando il figlio non avrà misericordia del padre”. Un tempo pensava che fosse solo una leggenda; ora stava diventando realtà e forse il suo abominevole crimine aveva contribuito ad accelerarlo.

In quel momento un raggio mortale colpì una guardia che teneva la posizione a pochi passi di distanza.

“ Arma depone! Statim! ” s’udì giungere una voce alle loro spalle.

Chi si girò verso l’origine dell’imperiosa intimazione poté vedere l’ex tribuno Cloo-diuz e venti armi spianate giunte dal camminamento che portava al tempio. Avevano fatto il giro delle gallerie e li avevano sorpresi alle spalle. Rolando si maledisse per non averci pensato, ma se anche l’avesse fatto quale difesa avrebbero potuto opporre i suoi uomini con i bastoni criogenici difettosi?

Rolando alzò le braccia in segno di resa, mentre Dii-puz e le altre Guardie del Popolo lasciavano cadere a terra le armi. Giacinto fu lì lì per citare Cambronne, ma si morse le labbra e imitò gli altri. Il povero Ruu-fuz riuscì ad alzare il solo braccio sinistro e fu freddato senza pietà.

Vedendo il gesto di resa del Divino, Mar-cuz emise un grido primordiale, scavalcò il parapetto di marmo che gli era servito come riparo e si avventò ringhiando per le vie della città, seguito da alcuni disperati. Un fuoco incrociato di lampi congelanti riempì quel tratto di strada e due uomini caddero, mentre Mar-cuz e gli altri riuscivano a infilarsi in una stradina. Dal basso giunsero urla feroci, quindi una montagna umana uscì allo scoperto mulinando la corta spada. Una muta di individui non meno rabbiosi lo seguì a capofitto nella viuzza, al grido di “Cloo-diuz Zee-sahr!”.

Filippo deglutì quando riconobbe il colossale guerriero che aveva visto per la prima volta prigioniero all’interno delle gabbie. Era senz’altro preferibile star lì con le braccia alzate, tenuto sotto mira da armi mortali, che sapersi inseguito da uno che poteva farti letteralmente a pezzi a mani nude. Monica di punto in bianco sghignazzò, con un’espressione selvaggia sul volto: vedere quei selvaggi che si ammazzavano tra loro la mandava in visibilio. Bulgheroni padre invece scosse il capo e pianse d’impotenza: le remote possibilità di tornare alla civiltà erano evaporate.

I rivoltosi risalivano per la scalinata raccogliendo le armi gettate a terra e strappando gladi e lance ai pochi che ancora le impugnavano. Rolando, tremante e con le braccia alzate, udì il riso della ragazza e si girò a guardarla con angoscia. Sudava, nonostante la temperatura molto bassa. L’ex trii-punio Cloo-diuz gli si era avvicinato e il Divino si trovò il suo ghigno irridente a qualche centimetro dal viso. Incredibile a dirsi, quell’uomo aveva il volto rasato. Nella foga della rivolta aveva trovato il tempo per radersi! Doveva essere un maniaco della disciplina: un uomo pericoloso. Chissà perché non lo aveva voluto crocifiggere prima degli altri…

“ Captivum inspicite! Sceptrum surreptum inveniendum est! ” disse egli. Subito due guardie presero a perquisire Rolando, strattonandogli la tunica, che si strappò in più punti.

“ Sceptrum non habez, Trii-puniuz! ” rispose uno dei due uomini.

“Bene. Eccoti qua, faa-lzo Dii-vinuz, vinctuz infine, sic ut naturalez est . Sai cosa desidero io da te, vero?”.

Rolando non rispose.

“Non parli, Esterno portatore di dizordine? Curnam ti ostini a celarmi qualcosa che è mio di diritto?”.

Ancora niente.

“Risparmia mia fatica e tua zofferenza. Dimmi dov’è Sceptrum di Zee-sahr”.

Dal momento che l’altro non accennava a rispondere, Cloo-diuz lo colpì con un manrovescio. Rolando vacillò, ma tacque.

“ Militez! ” urlò, e poi ordinò: “ Insulae captivorum inspicite ”.

“Lo troveremo!” disse ancora a Rolando, poi gli afferrò il mento barbuto con pollice e indice: “E tra poco tu piangerai come un vitello. E mi dirai quello che voglio sapere. Poi continuerò a farti soffrire, per mio divertimento. Perché, come dicono i padri, prima il dovere, poi il piacere”.

Con un’ultima risata malvagia, Cloo-diuz diede una spinta secca al mento di Rolando, gli voltò le spalle in segno di disprezzo e si allontanò, diramando ordini ai soldati.

Rolando pensò che se avesse avuto con sé il suo bastone di cristallo, forse avrebbe trovato il coraggio di reagire, per morire lì con dignità. “Ho l’impressione che stavolta sia finita davvero” disse invece con un filo di voce, mentre Cloo-diuz scendeva da vincitore i gradini del tempio e le sue guardie si industriavano per legare i prigionieri.

Altro che Divino, pensò Giacinto: quella era una battuta degna di un western di infima serie. E pensare che invece lui aveva una gran voglia di menare le mani. Dovette dominarsi non poco per non urlare “chi si estrania dalla lotta” con quel che ne seguiva.

Insomma, aveva da veni’, il presidente del Borgorosso Football Club.