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Capitolo ventisettesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo ventisettesimo

Capitolo ventisettesimo

Per tutto l’interminabile periodo in cui durarono i disordini, Alessio rimase accucciato dietro uno dei colossali piedritti su cui poggiava l’arco trionfale.

Quando aveva passato gli involti di stoffa al tribuno in gabbia, aveva colto un lampo di follia tale nei suoi occhi che se l’era data a gambe prima che l’altro avesse il tempo di estrarne il contenuto. A dire il vero gli era sembrato che dentro quei fagotti ci fossero dei semplici bastoni e a tale proposito s’era domandato come poteva sperare il buon Cloo-diuz di uscire di gabbia con degli avanzi di ramazza. S’era anche chiesto se non fosse stata tutta un’enorme presa in giro, un gioco stupido o la lucida fantasia di un folle. Poi, quando aveva visto quella specie di scarica elettrica scaturire da uno dei bastoni e ridurre in briciole il chiavistello, s’era dovuto ricredere, tanto che s’era spaventato e s’era rintanato ancor più dietro al suo nascondiglio.

Non aveva nulla da temere, ne era certo. Aveva insistito molto sul fatto che lui voleva solo andarsene coi suoi amici, compreso Rolando, anche se gli stava un po’ sui coglioni, e fra uomini d’onore c’era una parola sola. E quel Cloo-diuz uomo d’onore lo era, avrebbe potuto giurarlo, un uomo legato a principi e tradizioni. Erano innumerevoli le volte che, in passato, nel corso della sua attività di commerciante, aveva stretto impegni formali sulla fiducia, così tante che ormai aveva imparato a riconoscere gli sguardi melliflui e le strette di mano false. No, lui un uomo d’onore avrebbe potuto distinguerlo fra mille.

Questo non significava che si potesse fare a meno della prudenza. Chi poteva garantire, infatti, che nella foga della liberazione non partisse un colpetto accidentale che facesse tabula rasa di tutte le parole dette, che fossero d’onore o no? Questo era anche il motivo per cui Alessio aveva preteso dei testimoni scelti fra gli altri Zee-nturi in gabbia, perché se a Cloo-diuz fosse capitato qualcosa di increscioso ci fosse qualcun altro a tener fede alla parola data.

E se invece, morto Cloo-diuz, gli altri avessero voluto fare i furbi ? E se avessero ucciso i suoi amici nel corso della rivolta, giurando poi che non avevano potuto evitarlo? Insomma, da bravo commerciante aveva mercanteggiato al meglio, ed era rimasto fiducioso fintanto che la trattativa non s’era conclusa. Solo ora, che la merce era in mano alla controparte mentre nelle sue non restava nulla, gli venivano mille dubbi.

Quando poi tutt’intorno avevano cominciato a guizzare i lampi e le grida strazianti avevano preso a levarsi dalla città, i dubbi erano aumentati. Che aveva fatto? Come aveva potuto permettere una strage come quella? Ogni volta che faceva capolino da dietro il pilastro gli capitava di assistere a qualche scena spiacevole. Una volta aveva visto uno dei prigionieri ancora nudo che, invece di indossare l’armatura, aveva preferito tirare fuori di casa una donna per violentarla in strada, poco lontano dall’arco; un’altra volta aveva visto un uomo, forse un civile, che appiccava il fuoco a una bottega e piantava un piccone nel petto del vecchio che fuggiva da quel rogo; un’altra volta ancora non aveva visto niente, ma in compenso un raggio aveva colpito la roccia sopra di lui, e un ghiacciolo gli era caduto dentro la tunica, giù lungo la schiena.

Vendette sommarie, regolamenti di conti, lo sfogo degli istinti più bassi: tutti gli orrori della guerra civile erano passati lì per le strade, in meno di un’ora da che la miccia s’era accesa, e Alessio avrebbe potuto farne la conoscenza, se solo avesse avuto il coraggio di sporgersi ancora e guardarli. Sarebbe stata la più atroce lezione sulla natura umana. Ma lui non lo fece, non volle addentare la mela proibita: rimase per tutto il tempo raggomitolato, e i suoi occhi rimasero quelli di sempre, quelli di un uomo che si ritiene innocente.

Era già un’ora che non si udivano rumori né grida. Qualunque cosa fosse successa doveva essere finita. Alessio si alzò, scricchiolando come i rami secchi di un ulivo secolare. Faceva un freddo cane e l’aria sotterranea sembrava più rarefatta del solito. Dopo qualche occhiata guardinga uscì allo scoperto, passò sotto l’arco e si ritrovò tra le insulae devastate, da alcune delle quali uscivano ancora lingue di fiamme che per un puro caso non si erano estese a tutta la città.

L’uomo col piccone piantato nel petto giaceva morto lì per strada. Un cadavere carbonizzato, irriconoscibile, stava a pochi passi dall’altro. A una finestra, apparve il volto di una donna, ma quando si accorse di essere osservata si tirò indietro. Alessio vagò lungo la via principale, arrivò alla piazza del foro e si diresse verso l’ insula dove sicuramente avrebbe trovato Giacinto e Filippo. Ogni dieci passi doveva scansare un nuovo cadavere, ora bruciato, ora congelato, ora annegato nel sangue.

Alessio si immobilizzò: davanti a lui, una cornice di grida festose precedeva il fragore di una folla in marcia. Ragionò un po’ sul da farsi e concluse che nascondersi, in questi casi, non è sicuramente un eccesso di prudenza. Rimase in attesa dietro un basso muretto. Un gioviale ticchettio segnalò la presenza di una delle inguardabili blatte alle sue spalle, ma in quel momento aveva altro a cui pensare. Dopo qualche minuto, da dietro l’edificio che nascondeva la strada sbucò un drappello di soldati armati che cantavano un inno; a seguire una schiera di uomini malconci, tenuti sotto mira da due file laterali di guardie dotate dei ben noti bastoni. In fondo, un manipolo armato pungolava i ritardatari con malcelata ferocia.

A mano a mano che la colonna passava attraverso le case, alcune finestre si aprivano e si affacciavano volti incuriositi seppure ancora velati dalla paura. Quando la processione sfilò davanti al nascondiglio di Alessio, questi riconobbe con gioia tutti i suoi amici, compresi Bulgheroni e la figlia, benché incolonnati con i prigionieri. Non vedeva, però, quell’energumeno di Mar-cuz, e si stupì di desiderare che non gli fosse successo niente. Decise di seguire il corteo a distanza di sicurezza, guardandosi continuamente alle spalle.

“Giurerei di aver visto il faccione di Alessio” disse Filippo.

Giacinto, che era un passo davanti l’amico, si arrestò, sorpreso. “Ah sì? E dove?”.

“ Ite! ” giunse una voce aspra dal fianco della colonna.

“Non ti fermare. Dietro un muretto là a destra” spiegò Filippo.

Rolando camminava affranto poco lontano: era il solo tenuto in catene mentre gli altri avevano caviglie e polsi assicurati con legacci di fortuna. “Speriamo che riesca a fuggire” disse, avendo udito le parole di Filippo. Evidentemente parlava senza ragionare: dalla colonia non si poteva scappare, l’aveva sempre detto lui stesso.

“Che ci faranno?” chiese Bulgheroni.

“Per voi c’è qualche remota speranza che siate fatti schiavi” disse Rolando. “Sua figlia sarà quasi sicuramente adocchiata da qualche ricco gaudente che vorrà farne il suo trastullo, e farà bene ad accettare la sua sorte se non vorrà tornare nel recinto. Quanto a me” concluse con una risata ebete, “farò la fine del Re Mendicante: ironia delle ironie, un ateo crocefisso come il dio dei cattolici”.

“ Silete! ” intimò una voce. Una guardia entrò nella mischia dei prigionieri e assestò a Rolando un ceffone che lo fece traballare, quindi lo condusse più avanti strattonandolo per le catene, lontano dai suoi amici. Dii-puz e altri lì nei pressi, quando videro la scena accennarono una reazione rabbiosa, ma nessuno fu così pazzo da tentare seriamente un colpo di mano.

Dopo qualche minuto la colonna giunse ai piedi dell’arco. Uno degli uomini armati nella prima fila ruppe la formazione e andò ad applicare un paio di nuovi lucchetti alle gabbie, quindi i prigionieri furono sospinti lì dentro.

“Ecco invertiti i ruoli” disse Giacinto quando fu dentro, stringendo le sbarre con entrambe le mani.

“Per fortuna che almeno noi abbiamo ancora i vestiti” commentò Filippo.

“Ah, ce li toglieranno, non vi preoccupate” disse Rolando, liberato dalle catene prima di essere gettato in gabbia. “Aspettate solo che…”.

“Che cosa dovremmo aspettarci?”.

“Guardate là”.

Nel punto indicato da Rolando, dall’apertura della galleria oltre l’arco trionfale sbucò un uomo in un’armatura dorata, un lungo mantello color porpora e un ramoscello attorno il capo. Era Cloo-diuz, che si muoveva nelle gallerie come un topo nel gruviera. Aveva fatto in tempo a rifare tutto il giro e perfino a cambiarsi d’uniforme. O forse erano due fratelli gemelli.

Il tribuno avanzò maestosamente seguito da un corteo di soldati in uniforme, fino ad affacciarsi attraverso l’arco, porta simbolica che dava accesso alla città. Arrivato lì si arrestò e rivolse un sorriso sardonico alla plebaglia che stava ammassata in gabbia.

“ Captivos nudate! ” ordinò Cloo-diuz, dominando città e cittadini sotto la volta dell’arco.

“Ecco, che vi dicevo?” disse Rolando, “adesso ci spogliano, gli stronzi fascisti”.

“Fermi!” giunse una garrula voce da qualche parte in mezzo alle case. Gli uomini puntarono i bastoni, pronti ad affrontare quella nuova minaccia che, a giudicare dalla voce, doveva essere di ben poco conto.

Da dietro una delle enormi colonne che reggevano la volta sbucò Alessio, incerto e spaurito. Doveva aver ritrovato un po’ del sangue freddo di quando mostrava i suoi campionari agli ostili negozianti del bergamasco.

“Cloo-diuz, io ti richiamo alla tua parola” disse avanzando con ben poca sicurezza verso i bastoni puntati verso di lui. Giacinto, Filippo e Rolando lo guardarono con occhi enormi, colmi d’incredulità, come se lo sapessero morto da vent’anni o più.

“ Militez, sinite paa-trizium venire ad me! ” intimò Cloo-diuz, con accento terribile. “Vee-ni avanti, paa-tri-zius” disse poi, rivolto ad Alessio, “il popolo deve sapere qui est l’artifex della vittoria”.

Giacinto si accarezzò la pelata. “Questa poi” sussurrò.

Filippo non osò fare commenti. Rolando aveva afferrato le sbarre e attraverso di esse seguiva pensieroso la scena, con occhi sottili.

Lentamente Alessio giunse ai piedi dell’arco, dove Cloo-diuz gli fece cenno di salire i gradini che lo separavano da lui. Lì notò gli sguardi interdetti degli amici, dietro le sbarre, e fece loro un cenno come per dire “Tranquilli. È tutto sotto controllo”. Quando fu al fianco del tribuno, costui gli pose una mano sulla spalla e iniziò il suo discorso.

“ Zii-ves! Mii-lites! ”.

Seguì un coro di grida giubilanti.

“ Ecce homo quiz fecit voluntatem Faa-vonii et nos liberavit a falzo deo Roo-lan-doo! ”.

“Sta dicendo che quello stronzone li ha liberati, fottendomi” tradusse liberamente Rolando.

“Stavolta l’ammazzo davvero” ringhiò Giacinto dalla gabbia, tanto che forse anche Alessio lo udì.

“Non è possibile” ripeteva fra sé e sé Filippo. Bulgheroni stava abbracciando la figlia, che dopo l’euforia esibita sul tempio se ne stava attonita a fissare il nulla, come persa nel proprio mondo di rabbia frustrata.

“Zitti, che se poco poco conosco i miei polli forse ci aspetta una sorpresa” disse Rolando.

“ Nunc paa-triziuz quiz deferrit sodalez suos, veniam et libertatem impetrat pro se et amicis ex Extramundo. Misericordiam prosperuz Faa-voniuz semper promissam solvet, et liberabit omnez… quia mors omnia solvit! Sacrificium igitur sit!”.

“Lo sapevo” disse Rolando, ridacchiando malgrando la gravità della situazione. “L’ha fregato”.

“Perché?” chiesero Filippo e Giacinto. Anche Bulgheroni padre si protese ad ascoltare.

“È successo che quel coglione probabilmente ha patteggiato con quella serpe perché alla fine di tutto ‘sto casino ci lasciasse andar via, tutti insieme”.

“E invece?”.

“E invece ce ne andiamo tutti insieme, ma all’altro mondo. Prepariamoci ad accogliere il nostro amico , gente!”.

Sotto l’arco, Alessio sorrideva ancora, dal momento che non aveva capito una parola, e lanciava sguardi fieri verso i suoi amici in gabbia. D’un tratto Cloo-diuz lo spinse lontano da sé. Per un attimo il povero vecchio pensò che il tribuno avesse avuto un mancamento o che qualcuno l’avesse colpito in testa col lancio di un sasso, tanto che si girò verso di lui per vedere se andava tutto bene, ma quando vide solo un paio d’occhi crudeli e beffardi capì di essere stato fatto fesso. E che forse doveva correggere un po’ il tiro, in quanto a uomini d’onore.