Capitolo ventottesimo
Capitolo ventottesimo
Capitolo ventottesimo
“Dunque era così che stavano le cose” pensò Dii-puz. Tutti avevano avuto un ruolo ben preciso, in quella storia, e ora che tutto era andato storto neanche il Divino, né gli Dèi del Pantheon, potevano correggere le mutate sorti. E se qualcosa era andato male, la colpa era soltanto sua.
Il disegno era finalmente chiaro nella sua mente: il Divino aveva previsto gli eventi con largo anticipo ma non potendo agire direttamente contro la Fortuna, contro il cui volere gli stessi Dèi sono impotenti, aveva predisposto le cose per cercare di opporsi alla catastrofe.
E nel momento in cui lui doveva essere più attento, quando aveva la possibilità di sventare la minaccia del ritorno dei nemici del Popolo, le visioni l’avevano di nuovo ricondotto verso l’oblio; quelle mendaci visioni di un se stesso infante, forse evocate dalla stessa Fortuna, o piuttosto inflitte dalla terrificante Tee-zii-fonez, come castigo per il suo orrendo delitto.
Quando Dii-puz udì le parole del nemico del Popolo ed ebbe il tempo di ragionare sul proprio ruolo nella disfatta, su come aveva tradito la fiducia del Divino, con urla terribili prese a maledire se stesso, la sua sorte e i propri occhi, che non avevano vigilato sull’infido verme dell’Extramundo. Il traditore era sotto la sua custodia e lui lo aveva lasciato fare, indisturbato: aveva permesso che complottasse ai danni del Popolo. Dii-puz cadde in ginocchio all’interno della gabbia, strinse i pugni contro le orbite e levò alti singhiozzi nella volta dell’Urbz, chiedendo perdono al Divino e al Popolo per il suo tragico sbaglio.
Le guardie avevano afferrato Alessio e lo stavano portando in gabbia di peso, poiché sembrava che le gambe non lo reggessero più, quando un urlo spaventoso si alzò dalla gabbia accanto. Al suo interno, la folla dei prigionieri in tumulto rivelò che doveva essere successo qualcosa.
Su ordine di Cloo-diuz, che ancora indugiava sotto l’arco per non concludere troppo presto la celebrazione del proprio trionfo, un paio di soldati si diressero verso l’origine del grido disumano. Videro un uomo in ginocchio, che singhiozzava senza ritegno al centro di uno slargo creato dagli altri prigionieri. In circostanze normali l’avrebbero ignorato, ma quella scenata ora disturbava il trionfo del Trii-puniuz, così gli urlarono contro per imporgli il silenzio.
Dal momento che il prigioniero non accennava a smettere, i due entrarono nella gabbia e lo trascinarono fuori. Quando lo strattonarono per tirarlo in piedi, si stupirono di non riuscire a staccargli i pugni chiusi dalla faccia. Poi l’uomo smise di singhiozzare, e quelli che gli stavano vicino videro con sbigottimento che del sangue gli colava fra le dita. Le guardie lo lasciarono andare, colte da un’istintiva repulsione, al che l’uomo si alzò con le proprie forze e lentamente scostò le mani dal volto, aprendo i pugni.
Un fremito di orrore scosse tutti coloro che lo attorniavano, guardie e prigionieri. Tranne che per quella voglia rossa sulla guancia, il volto dell’uomo era irriconoscibile: aveva due orbite sanguinanti al posto degli occhi, e ciò che le sue mani porgevano erano la poltiglia rossastra di ciò che restava di essi.
Sotto lo sguardo esterrefatto degli astanti, il povero cieco prese a brancolare. Dalle orbite giungeva un dolore bruciante, insopportabile, ma era niente in confronto al male che Dii-puz provava al cospetto del nulla, dell’assoluta mancanza di luce: questo era un dolore che non aveva luogo né confini, come se provenisse da una parte del corpo lontana da lui, e lui poteva solo camminare, andare avanti, cercare di avvicinarsi a quel luogo che non c’era. Procedeva con gesti goffi delle mani, afferrando l’aria. Un calzare gli si impuntò su un’irregolarità del terreno e per poco non cadde.
“ Quid accidit, milez gloriosuz? In caecum furorem vertiz? ” disse una guardia, scatenando una risata liberatoria a cui seguì un coro di frasi derisorie, la scorciatoia delle menti semplici per vincere l’orrore istintivo di quell’automutilazione.
Dii-puz si girò prima di qua, poi di là. I suoni gli arrivavano in modo confuso e gli sembrò di essere tornato fanciullo, quando per gioco gli mettevano un fazzoletto davanti agli occhi e lui così doveva catturare gli altri, ma ebbe presto l’angosciante certezza che quello non era un gioco, e non poteva più sollevare un lembo di stoffa per accertare la provenienza dei suoni. I suoi occhi lo avevano tradito e ora che li aveva estirpati, la sua mente poteva avvalersi della sola vista della memoria: le visioni mendaci scorrevano più liberamente, segno evidente che erano vive dentro di lui.
Capì molte cose, allora.
Capì che c’era davvero stata una realtà diversa dalla presente, e che lui aveva avuto un padre e una madre. Il padre non aveva la barba così lunga, e la domenica lui e la mamma indossavano gli abiti migliori e lo portavano a spasso tenendolo per mano. La mamma era morta, se lo ricordava bene ora, quell’improvviso senso di vuoto, e gli sembrava addirittura di rivedere la sua faccia.
Capì anche che tutta la sua vita era stata un equivoco, un lento processo di rimozione di una realtà per trapiantarne un’altra. E che gli restava alla fine? Disprezzo e risa. Sentì la voce stentorea di Cloo-diuz, lo sentì richiamare le guardie all’ordine. Ora avrebbe proferito l’invocazione agli Dèi e pronunciato la formula cerimoniale; sarebbe poi sfilato sotto l’arco e le truppe vittoriose l’avrebbero seguito, e infine avrebbe pronunciato la condanna per il Divino e tutti i traditori, vale a dire che sarebbero stati sacrificati al Faa-voniuz, e tutto sarebbe tornato com’era sempre stato.
A quel punto fu chiaro a Dii-puz ciò che doveva fare.
Pregò gli Dèi di dargli la forza, pregò che le guardie lo lasciassero andare e che non lo uccidessero, non subito almeno. S’incamminò come un automa, cercando di dosare ogni passo nella tenebra.