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Capitolo ventinovesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo ventinovesimo

Capitolo ventinovesimo

Quando Alessio era stato scaraventato all’interno della gabbia, i prigionieri l’avevano evitato con ripugnanza, tanto che era caduto a terra per effetto del vuoto creatosi. Ora se ne stava mogio mogio, con la testa contro le sbarre, e se si fosse presentata la signora Marcella, la buonanima di sua madre, se ne sarebbe andato a piangerle con la testa nel grembo, come quand’era piccolo. Non vedeva niente, non sentiva niente, isolato in una bolla di vergogna.

“Che è successo di là?” chiese Filippo, tanto per rompere il ghiaccio. Arrivavano delle grida, dall’altra gabbia di prigionieri.

“Bastardi fascisti” ringhiò Rolando in risposta. “Stanno torturando Dii-puz. Gli hanno strappato gli occhi! Siamo finiti nella versione imperiale di Villa Triste. Tutta colpa di questo verme” concluse, indicando Alessio.

Filippo agiva da moderatore, come suo solito. Per lui non c’erano situazioni assolute e il buddhepicurismo che governava la sua esistenza gli suggeriva l’equidistanza, sempre. Rolando invece guardava il traditore come se avesse diffidato di lui fin dalla prima volta che l’aveva visto, ma l’atteggiamento più preoccupante era quello di Giacinto, il quale gettava di tanto in tanto occhiate feroci all’ex amico senza stemperarle con le sue solite battutine caustiche.

Forse l’unica autentica benevolenza verso Alessio veniva da Monica. In quell’empia civiltà sotterranea, la ragazza era vissuta come un animale troppo a lungo per non volerla vedere distrutta, a ogni costo: se quei mostri si ammazzavano tra loro… be’, tanto meglio. Bulgheroni padre era invece ben lontano dall’avere lo stato d’animo per formulare giudizi: l’unica cosa che gli stava a cuore era la vita della figlia e probabilmente anche lui avrebbe tradito, giurato il falso o accoltellato alla schiena pur di garantirle la salvezza.

Alessio sentiva su di sé tutto il peso di quella trama di umori; l’indistinto disprezzo della folla dei prigionieri era come fango in cui gli pareva di affondare sempre di più. Le risa crudeli e gli scherni urlati a Dii-puz si fecero strada nel suo isolamento e Alessio le sentì dirette a se stesso. Avrebbe voluto girarsi verso i suoi amici, scusarsi, o quanto meno dire qualcosa per giustificarsi, ma tutto quello che un tempo era chiaro nella sua mente ora non lo era più, e ciò che aveva avuto una logica ora gli sembrava follia.

“Insomma, vediamola così” disse Filippo avvertendo l’afflizione dell’amico, “volevi andartene da questo posto e ora forse ti reincarnerai da qualche parte in superficie”.

“Gli piacerebbe ” disse Giacinto, dando la stura al suo livore barricato. “Se avrà la sfortuna di reincarnarsi, vivrà settantasette volte sette come topo di fogna, e vivrà in fetidi cunicoli fuggendo dalla gente che vorrà spiaccicarlo sotto gli stivali”.

In un certo senso, quelle parole rappresentavano per Alessio un sollievo, ma era tragicamente consapevole che ci sarebbe voluto molto tempo prima di riottenere l’affetto dei suoi amici, probabilmente più di quanto ne restasse da vivere.

Poi un nuovo orrore balenò nella sua mente: chissà come avrebbero reagito i soci del Rotary, quando avessero saputo tutto? Era un’ipotesi piuttosto inverosimile, ma gli bastò pensare alla terribile vergogna che Alessio si sentì scuotere da un tremito convulso e formulò il desiderio che la montagna crollasse sulle loro teste, seppellendolo per sempre assieme ai testimoni di quell’infamia. Lo desiderò così intensamente che, quando le luci si fecero fioche e le sue orecchie colsero un lieve scricchiolio della volta, pensò che forse aveva combinato un altro guaio.

Per un solo secondo, divenuto un momento interminabile, ogni uomo, donna, fanciullo, vecchio, soldato o prigioniero che fosse, rimase in silenzio a fissare con terrore le pareti dell’immensa grotta che per secoli era stata il loro mondo. Intorno a loro, i curiosi insettoni ticchettanti si afflosciarono a terra immobili, come morti. Il tremito che aveva scosso la pietra si arrestò.

Fu allora che il Trii-puniuz sollevò le braccia e cominciò a recitare: “ Faa-voniuz Pater, tuam imploro clementiam! Avertatur ira tua a nobiz. Pueri, hominez, mulierez urbiz zibum tuum zunt! ”.

Le parole di Cloo-diuz giunsero alle orecchie di Dii-puz proprio mentre le sue mani giungevano a toccare una parete: era quindi arrivato alle prime case. Era evidente che nessuno si curava più di lui. Dopo una rapida stima della sua posizione, valutò lo spazio che lo separava dal grande pilastro che reggeva la volta, appena pochi passi costeggiando i muri delle case. Non ascoltava più quello che diceva l’infame Cloo-diuz: qualunque cosa fosse, il Faa-voniuz non lo ascoltava, ne era certo. Il Faa-voniuz in quel momento era con lui, Dii-puz, la Guardia del Popolo: era il Sacro Padre degli Dèi che gli aveva suggerito la via di fuga dalla gabbia, Lui che aveva reso le guardie più inclini allo scherno che alla violenza nei suoi confronti. Sarebbe stato Lui a guidare il suo passo e la sua mano, e per ultimo gli avrebbe dato la forza.

La sua mano toccò la superficie fredda di uno degli enormi pilastri che si innalzavano sino alla volta. La pietra sembrava vibrare. Dii-puz puntò i piedi, arcuò il suo giovane corpo per avere la massima spinta possibile e appoggiò la spalla destra all’enorme colonna. Concentrò tutto il suo essere su quello sforzo. Sentiva le orecchie fischiargli, il dolore alle orbite farsi più acuto, il sangue pulsare nelle vene del collo. La forza, Sacro Faa-voniuz! La forza!

Poi qualcosa accadde. Un silenzio innaturale fu seguito appresso da un “oooh” generale di meraviglia o di sconcerto. Dii-puz udì la volta scricchiolare, e sentì che il pilastro si muoveva, ne era certo. Stava cedendo! Continuò a spingere, e a spingere, finché non sentì un’improvvisa assenza di peso e il freddo marmo che si allontanava. Quindi ci fu uno schianto, proprio sopra di lui, e piovvero macerie, e lui alzò le braccia al cielo, ebbro di gioia. Niente più trionfo, niente più tiranno, la rivoluzione era salva. Il Divino sarebbe tornato nel vento, con suo Padre, e forse avrebbe speso una parola buona per lui, che aveva liberato il Popolo per sempre.

E prima che un enorme pezzo di roccia lo schiacciasse, udì una voce che lo chiamava: “ Komm… komm ”. Era un richiamo familiare, un richiamo che avrebbe udito per l’eternità: “ Komm, meine kleine Waldebeere ”.

AC – 000-000-003

Gsszeeee-k.

Gzeeee-eeeek.

Minimo trascurabile diversivo alla noia, seguire le casualità di Fkylljek -3, il piccolo insulso pianeta dove gli abitanti dedicano il ciclo vitale a scaramucce. La ricezione automatica dei segnali spia viene filtrata-riiiiii-girata come un calzino, facilefacilefacile tenere d’occhio le correlazioni più notadegne.

Gszeeee-ek.

Gzheeee-eeeeeee-eeekrl… Kroszk!

Eppure tutti i sistemi di sicurezza su Kyokkjit sono ora in allerta. Il dispositivo micotico d’allarme fischia, ulula, impazza, finché in un parossismo di vibrafonia si strozza, deperisce e muore.

Un avvenimento increscioso.

Un’emergenza.

Un fatto grave.

Le sub-creature di Fkylljek -3 hanno fatto ricorso alle armi termiche.

“Sii placido, Nobile Protettore. È da sempre che i nativi delle colonie hanno in dotazione i Raggi d’Inibizione Termica. Non è il caso di farne un dramma”. Sono queste le tenui luminiscenze in altolingua con cui il Cromoeducatore Lineare 4-amarantolo-6 cerca di far regredire lo stato di ebollizione del Supervisore Laterale Assoluto 1-pervincaceo-7, ma un’inquieta sfumatura malva indica che neanche lui è del tutto tranquillo. Il Cultore delle Scienze prova una sgradevole sensazione di restrizione alle antenne, come se gli fossero state recise dall’interlocutore in un impeto di furia incontrollata. È risaputo che la chimica dei kwasskallak non è così precisa come quella dei flaadaass.

“Sai bene che quelle armi sono normalmente affidate ai custodi” prosegue lo scienziato, “e che hanno principalmente lo scopo di fortificare l’aura soprannaturale del condizionamento. Il fatto che un gran numero di esse siano difettose e che le poche altre siano caricate a bassa potenza le rende una minaccia del tutto inconsistente”.

“Ora affievolisciti, Dotto Cultore delle Scienze” ribadisce l’altro. “I fatti dimostrano che avevo ragione quando asserivo che sarebbe successo. Come tu dici, la armi termiche sono un deterrente a disposizione dei Guardiani, ma il loro condizionamento è tale che farne uso sia considerato sacrilego in massimo grado. Queste sub-creature non hanno dunque nessun senso del sacro ?”.

“Se mi permetti, Notabile Supervisore” insiste 4-amarantolo-6, “questa deriva caotica è proprio il genere di informazioni di cui possiamo servirci per aggiornare il Modello Termodinamico Unificato. Se solo potessimo…”.

“Ora basta, Insigne Compulsatore del Cosmo” lo zittisce il Protettore, incombendo minaccioso col carapace rutilante. “Non è più tempo di giuochi o simulazioni. Questa situazione si è spinta fin troppo avanti. L’Alveare va interpellato quanto prima, con la massima urgenza. E stai pur certo che stavolta impiegherò tutte le energie perché si provveda alla cancellazione della colonia. Crisi chiusa. Per maggior gloria dell’Alveare”.

Controllo… controllo… 4-amarantolo-6 cerca in tutti i modi di restare lucido. La possibilità che il Protettore sia appoggiato dall’Alveare sarebbe un disastro per la Scienza, anche se teme che il danno maggiore sia per la sua integrità professionale e personale, dato che l’Alveare e i Protettori in genere non sono mai troppo teneri con chi sbaglia. Il suo pedipalpo preferito inizia a tremare sotto l’iperstimolazione dovuta alla chimica ricreativa di cui ha perso il controllo.

L’ affssdewr ! Quel miserabile fuco potrebbe essere la soluzione al problema: il suo patologico interesse per la colonia e le sue sub-creature potrebbe essere manipolato a suo vantaggio. Se riuscisse a convincerlo a occuparsi del collegamento con l’Alveare, potrebbe interferire con il trasmettitore abbastanza da ricreare una convincente imitazione di… No. Meglio non pensare troppo a certe cose, il TIM installato su Kyokkjit dispone dell’opzione telepatica. Bisogna invece agire senza pensare e, per fortuna, la sua chimica lo favorisce in questo. Ma dove si è cacciato l’ affssdewr ?

Tre progressivi più tardi, nella simmetrica circolarità della sala dei Visori di Kyokkjit , tre figure eterogenee con adornamenti da parata si stagliano nella luce azzurrina delle microcelle. Tutto è ormai pronto per una cerimonia che ha mantenuto intatto il suo fascino fin dai tempi antichi.

L’Alveare è stato convocato in Assemblea con priorità 3, che è lo stato di urgenza più importante subito dopo l’Onda Gravitazionale Anomala e la fuga di spore dai Climatizzatori Simbiotici Artificiali (CSA). Dopo un’accorata insistenza di 1-pervincaceo-7, Responsabile Capo delle attività di supervisione, l’Alveare si è espresso in modo netto e incontrovertibile: è opportuno che la colonia seiduequattro, Fkylljek -3, settore setteunotre, sia quanto prima cancellata.

Ora le chele del Supervisore Laterale Assoluto scattano in segno di trionfo, mentre lui si avvicina al visore 713-624. Lo seguono mestamente 4-amarantolo-6 e 6-grigiottero-0: i due testimoni, così come richiesto da protocollo.

I pedipalpi del Supervisore Laterale Assoluto fanno attivare i comandi di gestione e controllo, che iniziano a lampeggiare sul pannello.

Opzioni: invia sonda / allerta quartiere / inizializza sensori / cancella colonia.

Un sibilo di soddisfazione prima di dare l’ultimo comando.

Cancella colonia: sei sicuro? sì / no.

Una lenta e perentoria pressione della chela.

SÌ.

“Nooo!” è il lieve fruscio emesso dalle specole di 4-amarantolo-6, mentre espellono azoto e altri gas inerti. Il carapace si sgonfia. I corpi segmentati si piegano. Davanti a lui il c’è solo il baratro. La fine di un sogno. Il fallimento. La fine.

Lentamente i generatori si disattivano, ma è ancora possibile vedere un’immagine sui visori grazie ai Recettori Organici Elementari (ROE). La luce dei cristalli fotorisonanti si affievolisce e si spegne. L’energia che fino a un istante prima scaturiva dalla materia stessa torna a ristagnare nelle fredde pieghe dello spazio. L’enorme volta che sostiene la colonia si trova all’improvviso senza arcate; senza il loro sostegno, il peso della montagna inizia a prevalere. Gli enormi pilastri eretti per puntellare i centri di confluenza delle nervature di energia cedono sotto il peso sbilanciato. Pezzi di concrezione rocciosa si staccano dalla volta e cadono, e nella colonia è panico e distruzione.

6-grigiottero-0 assiste sofferente a quello spettacolo. Nella volta ormai c’è il buio, ma i visori mostrano una scena che si estende ad altre lunghezza d’onda. Poco per volta s’accendono piccole fiammelle fra gli edifici, segno che i nativi stanno cercando di organizzarsi per sopravvivere. 4-amarantolo-6 registra qualche appunto sull’evento, memorizzando sul pannello cromorecettore d’ordinanza rapide sequenze dei suoi pedipalpi mesotoracici cangianti.

Basterebbe poco per invertire il processo. I traccianti di energia nella roccia non sono ancora crollati, e basterebbe riattivare i generatori perché il loro effetto ristabilizzasse la volta. La chela di 1-pervincaceo-7 poggia ancora sul pannello, e il comando lampeggia ancora.

Non è una reazione chimica quella che spinge l’eroico affssdewr a gettarsi sul pannello di controllo, ma una scelta deliberata, consapevole, maturata nel tempo trascorso a lucidare Eternati e a vibrare con Heeva. Una scelta altruistica, di libertà. Heeva sarebbe fiero di lui. Sta per intonare “Perduri lo stravolgimento!” quando lo slancio s’infrange sulla chela del Protettore, prontamente schierata a difesa del controllo.

Il cefalotorace di 6-grigiottero-0 s’incrina per l’urto, mentre un szollerzzaarn trionfale sfugge dalle specole di 1-pervincaceo-7: “Ribellione e di- iiisfr -sfunzione! Prima hai tentato di sabotare la c- ooo -omunicazione con l’Alveare, e ora osi alzare i pedipalpi su di me!”.

“Ribellione e disfunzione!” gli fa eco 4-amarantolo-6, ormai rassegnato a minimizzare i danni: forse l’Alveare si accontenterà dell’ affssdewr come larva espiatoria. “Il tra- aaa -ditore deve essere punito! Propongo la procedura d’urgenza comma treunoquattro. Per maggior gloria dell’Alveare”.

Nessuno si cura più della colonia, essa è ormai storia. Una sequenza di numeri negli archivi centrali di Yuggoth.