Capitolo trentesimo
Capitolo trentesimo
Capitolo trentesimo
“Sono io la morte, e porto corona…” canticchiava Filippo, storpiando le note del “Ballo in fa diesis minore”. Nel profondo silenzio che era seguito al crollo disastroso di alcuni degli enormi pilastri che sorreggevano la volta, il suo mormorio sembrava il mantra di un sacerdote di una qualche religione orientale. La luce lattiginosa che pervadeva il sotterraneo si era fatta talmente fioca che le figure degli Zii-ves sembravano ombre, fantasmi indistinti al limite del campo visivo di un miope senza occhiali.
“Non solo devo crepare in questo cazzo di posto” ringhiò Giacinto, “ma devo pure sorbirmi i rantoli d’un Branduardi stonato e sopportare la vista di quella specie di verme gemente” concluse poi indicando Alessio, che se ne stava appallottolato in un angolo della gabbia.
Improvvisamente, come se tutti i membri della colonia aspettassero quel segnale, il silenzio fu rotto da una titanica frattura proveniente dalla sommità della caverna, presto seguita da una cacofonia di grida. Nella luce incerta dei cristalli che si estinguevano, alcuni grossi pezzi di roccia precipitarono dalla volta invisibile e gli Zii-ves cominciarono a scappare in ogni direzione. Solo le guardie e Cloo-diuz rimasero congelate vicino all’arco di trionfo. Poi la luce svanì del tutto, fatta eccezione per qualche fiammella che proveniva dalle strade, gli ultimi fuochi degli incendi causati dal combattimento e qualche torcia accesa da Zii-ves previdenti.
“ Scheise !” sibilò Monica. “Invece di piangerci addosso cerchiamo di fuggire. Non ci guarda nessuno, adesso”.
Bulgheroni assentì e si accostò al catenaccio che chiudeva la loro prigione.
In quel momento, però, nella tenebra risuonò la voce di Cloo-diuz: “ Fiat voluntaz Faa-vonii! Sacrificium! ”. Il suo volto scarno comparve subito dopo al di là delle sbarre, nell’esiguo alone di una fiaccola. Il buio s’era fatto così denso che la luce delle fiammelle non illuminava oltre qualche decina di centimetri, sicché quel viso infuocato sembrava galleggiare nel buio come l’effigie del Satana infernale.
“Gli Dèi sono adirati” disse il Trii-punio con odio, rivolto ai prigionieri, “ma forse vostra inutile vita servirà a satisfacere loro. Anche se così non è, avrò la soddisfazione di vedere morire voi, prima di me”. Quindi si rivolse ai fedeli che ancora lo attorniavano: “ Necate captivos! ”.
“Monica” borbottò Rolando, “mi sa che porti sfiga”. Poi si morse le labbra, conscio di avere un’alta probabilità di morire lasciando come epitaffio una frase inadatta al ruolo di divino e di rivoluzionario che tanto faticosamente si era costruito. Fece spallucce: per questa vita era andata così.
Nonostante tutta la buona volontà di Cloo-diuz a far fuori i prigionieri, c’era un certo fermento attorno a lui e le guardie non sembravano così ansiose di obbedire ai suoi ordini: forse alcune di esse stavano combattendo il sospetto che Rolando fosse davvero il Divino e che, se qualcuno aveva scatenato l’ira degli Dèi, quello era proprio il loro adorato Trii-punio; o forse era la grandinata di sassi di varia grandezza che ancora pioveva dalla volta a rendere i soldati un po’ distratti. I prigionieri si stavano aggrappando a questi tenui appigli di speranza quando una luce azzurrina baluginò nel buio e dietro la figura di Cloo-diuz apparvero alcune ombre armate di bastoni. Un plotone di surgelazione in piena regola. Ora non c’era davvero più speranza.
I prigionieri s’irrigidirono, aspettandosi il raggio che li avrebbe trasformati in statue di ghiaccio. Ma non giunsero colpi in quella direzione, s’udì invece una nuova confusione di grida e urla: una scarica di lampi azzurri si scatenò dalla parte opposta, e altri lampi giunsero in risposta. Un bagliore bluastro illuminò la porzione di strada antistante le gabbie e si vide chiaramente che i soldati di Cloo-diuz erano impegnati con qualcuno nascosto fra la case in uno scontro a fuoco, anzi a ghiaccio. Nella baraonda si distingueva la voce del Trii-punio che impartiva ordini con tono concitato, poi i suoi uomini furono visti buttarsi a terra e fuggire carponi, alla ricerca di un riparo. Un enorme masso cadde da qualche parte, poco lontano, e si udirono delle urla.
“ Scheise! ” disse di nuovo Monica quando la gabbia fu scossa da un urto violento, sicuramente una grossa pietra caduta sul tetto metallico.
“Taci, Monica” disse Giacinto, memore dell’epitaffio di Rolando, “non turbare questo delicato equilibrio”.
“Ma dobbiamo fare qualcosa” insistette la ragazza, “qui crolla tutto!”.
Non si capiva più se lì intorno la sparatoria fosse cessata o si fosse spostata fra le case. La caduta di rocce e pezzi di volta si andava intensificando, come a confermare il potere malaugurale di Monica.
“Se non altro” commentò Filippo, “ora potremmo salvarci dalla crocifissione e morire più dignitosamente, sfracellati da una pietra”.
Per sua fortuna, nel gran caos che c’era nessuno lo sentì.
Nell’oscurità prese forma una mano con una torcia che illuminò il grosso chiavistello della gabbia, poi una voce gridò “ Vade retro! ” e un lampo accecante fece frizzare il metallo. Infine un preciso colpo di spada fratturò la serratura come se fosse stata di vetro: la porta della gabbia si spalancò e nel buio comparvero i contorni di una sagoma enorme, con torcia e bastone criogenico in una mano e gladio nell’altra: “ Veni Divinuz, venite omnez. Iter nunc liberuz ”. Era Mar-cuz.
Non ci fu tempo per dubbi o valutazioni. L’occasione per fuggire era già abbastanza precaria, con pietre grandi come macine che cadevano a caso nel buio.
Gli ultimi eventi erano accaduti in rapidissima successione: non dovevano essere passati più di cinque minuti da quando i cristalli luminosi avevano iniziato a estinguersi e i pilastri avevano ceduto. Da quel momento in poi era stato un continuo precipitare di massi, accompagnato da scricchiolii inquietanti che facevano temere il collasso dell’intera grotta.
Quando la gabbia fu aperta i prigionieri sciamarono fuori come pazzi ma Mar-cuz non se ne curò, né si preoccupò di liberare i prigionieri dell’altra, che pure imploravano salvezza: la sua vita era dedicata al Divino e il suo compito era di portare in salvo lui prima di pensare a qualsiasi altra cosa. Infatti, dopo averlo individuato, lo caricò in spalla e s’involò per la discesa, tra case crollate e alti macigni, verso la strada che conduceva al Foro.
“ Quid facis! Quo imus? ” ringhiò Rolando, “Dall’altra parte, perdìo!”.
“ Divinuz ” rispose Mar-cuz, “ militez Clo-dii nobiz vitandi zunt ”.
Giusto, pensò Rolando, la via più rapida e sicura sarebbe stata la galleria che si apriva poco oltre l’Arco di Trionfo, ma lì si erano schierate le guardie del vecchio Trii-punio, addestrate da sempre a un unico compito: impedire a chiunque, in qualunque caso, di uscire nell’Extramundo. Sotto l’arco si potevano distinguere chiaramente i bagliori delle loro torce. E poi bisognava anche recuperare lo scettro nascosto nel tabernacolo. Quindi meglio attraversare la città, raggiungere il tempio e prendere la galleria che li avrebbe condotti alle serre e poi alle spalle del nemico… anche se questo significava passare attraverso l’inferno.
“ Verum est, Mar-cuz ” ammise Rolando, “ sed… demitte me ! Mettimi giù!”.
A malincuore, il gigante si tolse dalle spalle il Divino e lo posò a terra, in mezzo al Foro, vicino ai resti della colonna trionfale che giacevano malinconicamente infranti a terra. Poggiato sulle vestigia della grandezza dell’Urbe, Rolando rimase lì ad attendere i compagni di sventura che arrancavano in lontananza, mentre Mar-cuz sbuffava e girava attorno lo sguardo.
Appena Mar-Cuz aveva aperto la gabbia, Giacinto aveva scosso a calci Alessio che si crogiolava in un piagnisteo letargico; un paio di zampate erano arrivate anche a Filippo, per sicurezza. Poi i tre si erano involati in direzione degli strepiti di Rolando, seguiti da Monica e dal vecchio Bulgheroni che cingeva la figlia con il braccio.
Filippo correva, quasi inconsapevole, seguendo sempre e comunque l’istinto del liquido: colare nelle fessure, seguire le pendenze e girare intorno agli ostacoli.
Alessio, che normalmente avrebbe reagito con panico e urla disumane, era invece impegnato ad affrontare il momentaneo tracollo del proprio ego, che dal suo punto di vista era un disastro ben peggiore di quanto gli stava accadendo attorno. Quest’insolita condizione lo spingeva ad andare avanti per inerzia, spintonato da Giacinto che gliene diceva di tutti i colori.
Tra un calcio, uno spintone e un improperio, l’ex commerciante continuava a ripetersi che in fondo non aveva niente da rimproverarsi: le sue intenzioni erano state buone, e se la gente si era dimostrata infida e cattiva non era certo colpa sua. Se ognuno avesse mantenuto la propria parola, sarebbe tutto filato liscio. E invece no. I frustrati si rivoltavano, i crudeli uccidevano e quel figlio di mignotta del Trii-punio aveva fatto il furbo. Paa-trizius ‘sto cazzo.
Quando il gruppetto raggiunse Rolando e Mar-cuz, il respiro dei tre vecchi era ridotto a un sibilo, ma l’ex Divino li incitò: “Riprendete fiato in fretta: ci resta poco tempo”.
Davanti a loro si aprivano le strade dell’Urbe, bombardata dai massi che cadevano dalla volta, illuminata dai bagliori rossastri degli incendi: la folla, infatti, impazzita dal terrore per l’oscurità incombente, stava appiccando il fuoco a tutte le strutture in grado di bruciare. Gli antichi sistemi che avevano garantito il ricambio d’ossigeno nell’ambiente erano fermi e l’aria si stava facendo irrespirabile.
Eppure, quella era l’unica via di fuga.