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Capitolo trentunesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo trentunesimo

Capitolo trentunesimo

La strada che portava al tempio, coperta di polvere, cadaveri e detriti, non poteva neanche più definirsi tale. Una fitta oscurità incombeva alle spalle del gruppetto che avanzava tra le insulae , e via via che le fiamme di alcuni incendi andavano estinguendosi, le tenebre dilagavano per le stradine come i rivoli di un torrente. Un po’ alla volta si faceva notte, non però come quando c’è la luna e il cielo è velato dalle nubi, ma come in una stanza chiusa a luce spenta. Come unico conforto c’era la torcia stretta in mano a Mar-Cuz.

Dalle macerie delle case provenivano i cupi pianti delle donne, le invocazioni dei bambini, le urla degli uomini. Alcuni erano talmente terrorizzati che si auguravano ormai solo una morte rapida; altri innalzavano le mani agli Dèi, e pregavano disperati. Quasi tutti gli Zii-ves, però, erano convinti che gli Dèi li avessero abbandonati, o addirittura non esistessero più, e che quella notte sarebbe stata eterna, l’ultima del mondo.

Ogni tanto, un masso o un’enorme stalattite precipitava dalla volta della caverna e seminava distruzione, tumulando i corpi sotto gli stessi mattoni che fino a poco tempo prima erano serviti da riparo. Le nubi di polvere spegnevano gradualmente gli incendi, di cui rimanevano solo tenui barlumi, tizzoni persi nel buio.

Mar-cuz incedeva sicuro in mezzo al caos, reggendo Rolando per le spalle. Il vecchio professore traballava sulle gambe, calpestando calcinacci e corpi mutilati, il viso coperto da uno strato uniforme di polvere grigia, solcata da due grossi lacrimoni.

“Forza! Muovete il culo! Cazzo!” Non avendo la stazza fisica di Mar-cuz, Giacinto cercava di pungolare Alessio e Filippo con l’energia del turpiloquio. Continuò a blaterare finché la bocca non gli si riempì di polvere e la lingua si fece di stoppa. Allora le sue parole furono sostituite da un mugugno incomprensibile, ma i suoi due amici non lo stavano proprio ascoltando: correvano senza pensare, le orecchie piene dei sibili delle pietre in caduta, a stento coscienti che la prossima poteva essere destinata a loro.

Un proiettile cadde sul tetto delle terme, a pochi passi dal gruppo di fuggitivi. Le tegole si schiantarono sparando schegge in tutte le direzioni. Una donna correva con un neonato in braccio, quando un frammento di pietra la colpì in pieno capo e lei cadde a terra, morta. Avendo assistito alla scena, Monica esitò: qualcosa di insospettato in lei, forse risvegliato dagli ultimi accadimenti, dalla corsa per la vita, la spingeva verso la donna morta e il suo fagottino che reclamava una vita intera. La ragazza si sciolse dall’abbraccio del padre e si precipitò a raccogliere l’involto urlante ch’era rotolato poco lontano dalle braccia della madre. Monica strinse la creatura tra le braccia, sorrise al padre per tranquillizzarlo e riprese la corsa al suo fianco.

Fra crolli di edifici e pietre in caduta libera, la fuga sembrò infinita, quando in realtà durò appena una decina di minuti. Rolando e Mar-cuz furono i primi ad arrivare in vista del tempio e lì si fermarono, a un centinaio di passi alla scalinata. Il tempio era illuminato dalle fiamme che qualcuno aveva acceso nei bracieri. La costruzione era indenne, come se le divinità l’avessero protetta dalle pietre deviandole con possenti mani invisibili.

Rolando si guardò alle spalle: ai confini dell’Urbe c’erano solo polvere e fumo. Dedicò qualche secondo alla preghiera che i suoi amici fossero tutti illesi. Potrebbe sembrare astruso usare il termine preghiera per un ateo come Rolando, ma probabilmente non esiste essere umano che non si sia mai lasciato sfuggire nei momenti di maggior disperazione un’invocazione rivolta a qualche entità soprannaturale, seppure in forma di bestemmia.

In qualche modo le sue preghiere furono ascoltate, perché nel cerchio di luce che si estendeva sul pavimentum stradale semidistrutto, comparvero infine i fantasmi sfibrati dei suoi amici.

Tutti tossivano nell’aria densa di fumo, coperti da capo a piedi da uno strato di cenere e polvere. Quando la tosse si estinse, i sopravvissuti si fissarono l’un l’altro con lo stesso stupore dei fanti della Grande Guerra rimasti illesi dopo un attacco suicida alle trincee nemiche. Il silenzio irreale che li avvolgeva alimentava quella strana sensazione; la pioggia di pietra sembrava essersi arrestata, e con essa anche le urla e gli strepiti. Restavano solo i rantoli dei feriti e il crepitare delle fiamme.

Poi il terreno cominciò a tremare, e nuovi macigni caddero dalla volta. Il terrapieno di roccia che conduceva alla galleria d’uscita, già parzialmente intaccato, franò definitivamente.

“Oh porca paletta” disse Rolando. Fu costretto a dirlo in italiano, non trovando là per là l’espressione latina equivalente. “ Et nunc? ”.

“ Eamuz !” tuonò Mar-cuz, e corse verso la scalinata d’ingresso al tempio.

“Ma eamuz dove?” gemette Filippo, indicando il terrapieno distrutto dalla frana: “il passaggio è franato, dobbiamo tornare indietro”. Quando si girò verso la città, ridotta a un’unica nube di polvere e fumo, non poté trattenere un gemito di disperazione.

“Siamo spacciati” rantolò Alessio.

“Non è detto, forse una strada c’è” disse Rolando e caracollò dietro Mar-Cuz. “Seguitemi!”.

Gli altri ciondolarono sulla sua scia come un drappello di morti viventi.

“ Restate! ” disse improvvisamente il gigante.

“ Eamuz, restate, eccheccazzo” sbottò Giacinto. “Decidiamoci!”. Poi alzò gli occhi e vide un colosso umano in piedi in cima alla scalinata, che attendeva coi pugni sui fianchi.

Anche gli altri si arrestarono e lo videro. Era Bruu-tuz, il guerriero che avevano visto per la prima volta nella gabbia con i Zee-nturii, l’unico in tutta la colonia che poteva competere per altezza e corporatura con Mar-cuz. Era completamente nudo, fatta eccezione per un succinto perizoma. La luce dei bracieri che ardevano alle sue spalle ritagliava nell’ombra la sua figura erculea, circonfusa d’un alone dorato degno d’un antico dio.

“Bruu-tuz” ringhiò Mar-cuz mentre, sulla sua fronte, alle gocce di sudore per la corsa se ne aggiungevano di nuove, d’altra natura.

“Uh…” mormorò Filippo. “Sembra quello che stava sulle vecchie cinquanta lire”.

“Uccidilo, Mar-cuz” disse Rolando, facendo segno di usare il bastone. “Se ci fermiamo qui siamo tutti perduti”. Quasi a dar forza alle parole del Divino, una grossa pietra cadde a pochi passi da loro, e qualcosa di più consistente franò nel buio, poco oltre.

“ Minime, Divinuz ” rispose l’ex gladiatore. “ Arma deorum non licent. Tempuz nunc pugnae inter hominez ”.

Detto questo, passò la torcia a Rolando, quindi scagliò lontano il gladio fra le macerie e spezzò in due il bastone criogenico. Una leggera scarica crepitò sui due moncherini della frattura e poi si dissolse.

“Bravo fesso” disse Alessio fra sé, “così ora siamo disarmati e ci può far fuori come gli pare”.

E invece Mar-cuz dimostrò di avere più discernimento di lui in materia di codice d’onore. Nessuno sbucò da dietro le colonne per far loro la pelle e non comparvero armi tenute nascoste fino a quel momento: l’antagonista rimase ad attenderli così com’era, pronto per uno scontro a mani nude.

“ Pergite ad tabernaculum! ” gridò Mar-cuz. “ Fugite! Fugite! ”. Si tolse quindi toga e calzari, e rimase anche lui in tenuta da lotta libera come il suo avversario. Salì con passo solenne su per la scalinata, una montagna di muscoli che profanava il marmo, e Bruu-tuz arretrò con pari solennità, guadagnando lentamente lo spazio in cui i due avrebbero combattuto. Gli altri salirono anch’essi per le scale, affascinati, catturati dal rituale, nonostante il mondo precipitasse attorno a loro; presto si ritrovarono tutti nel pronao a osservare i due che si fronteggiavano nel mezzo del colonnato, vestiti del solo perizoma. D’un tratto, stringendosi a vicenda, i lottatori s’afferrarono colle mani forti, le braccia come travi congegnate insieme da un architetto, per sostenere la sommità d’un grandioso edificio. Allo stirare dei polsi intrecciati si sentivano scricchiolare le spalle, il sudore grondava, e lividi rosseggianti di sangue apparivano tra le reni e le costole. Entrambi agognavano la conquista della vittoria, ma nessuno dei due riusciva a smuovere e atterrare l’altro, perché la gran forza del rivale glielo impediva.

“Al tabernacolo!” urlò Rolando, riscuotendosi dallo spettacolo di quei due corpi imponenti così strettamente avvinti.

Ancora ipnotizzati dalla scena, gli altri stentarono a carpire il senso di quelle parole. Poi, uno a uno, distolsero lo sguardo e girando attorno a quella lizza fatta di colonne seguirono Rolando verso l’ultima via di fuga.