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Capitolo trentaduesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo trentaduesimo

Capitolo trentaduesimo

Giunti di fronte alla porta di pietra del tabernacolo, i fuggiaschi si scrutarono l’un l’altro in attesa di qualcosa.

“Ehm… Chi ha la chiave?” chiese Filippo, alzando timidamente un dito.

“Cazzo la chiave cazzo!” disse Giacinto.

“Ecco, siamo morti!” rantolò Alessio. “Meglio così”.

“Cos’è il genio?” intervenne Rolando. “È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione”.

“E questo che c’entra?” chiese Bulgheroni.

Intanto Rolando si era accosciato e aveva calato i mutandoni. La mano frugava sotto la tunica, il volto concentrato in uno sforzo inumano. Alla fine il Divino esalò un sospiro di sollievo e mostrò la chiave agli altri, con un’espressione di trionfo negli occhi.

Giacinto lo guardò inorridito.

“Dove l’avevi messa?” chiese Filippo.

“Non chiedermelo. È un posto brutto” disse Rolando, tirando su i mutandoni. Poi pulì alla meno peggio la chiave sul bordo della tunica e la infilò nella toppa.

Quando furono tutti dentro, Rolando passò la torcia a Bulgheroni che era entrato per ultimo, quindi richiuse lo stretto passaggio: spinse il blocco di marmo che girava su cardini invisibili per farlo aderire alla pietra circostante, finché fu sicuro che il meccanismo di chiusura fosse scattato.

“Ora da questo lato non ci sono altre vie d’accesso” disse Rolando. “Almeno non c’è pericolo che altri ci seguano, eccetto Mar-cuz… e Cloo-diuz”.

“Quel verme!” commentò Alessio.

“Taci, lombrico!” gli intimò Giacinto.

“Aiutatemi a spostare questo affare” disse quindi Rolando, e con l’intervento di Giacinto e Filippo scostò la rastrelliera dal muro. Quando il cristallo dello scettro scintillò alla luce della torcia, gli occhi di Rolando sembrarono scintillare a loro volta.

“Il mio scettro” disse Rolando, stringendo nuovamente il misterioso manufatto.

“Che ci fai con quel coso, adesso?” protestò Alessio. L’anziano commerciante in pensione sembrava aver quasi superato il momento di crisi e di sconforto, almeno a giudicare dalla petulanza con cui formulava le sue osservazioni. Per tutta risposta Giacinto gli assestò una pedata sul sedere.

“E basta coi calci!”.

“Ne arriveranno altri. E poi altri ancora” disse l’anziano ex avvocato. “Ormai hai rinunciato al tuo diritto a parlare in nostra presenza”.

“Eeeh, quante storie” disse Alessio, sentendosi nuovamente umiliato. “Uno potrà anche fare qualche errorino in vita sua, o no?”.

“Se vogliamo uscire fuori di qui dobbiamo muoverci” intervenne Rolando, e indicò la scaletta che scendeva in un pozzo di tenebre.

“Ehi, un attimo, non era nee-faz questa galleria?” chiese Alessio. Giacinto lo folgorò con lo sguardo, ma non disse niente, perché anche lui s’era posto lo stesso interrogativo.

“Sì lo era” rispose Rolando, “ma in questo momento mi sembra molto meno nee-faz di qualsiasi altra cosa. E d’altronde lo stesso Mar-cuz mi ha suggerito questa via di fuga. Ho il sospetto che qui non ci siano radiazioni pericolose come in altre zone: qui l’accesso era consentito a una o due persone al massimo e penso che fosse un privilegio di carattere religioso”.

“Mi hai convinto” disse Giacinto. “Andiamo”.

La scala che conduceva giù era una normalissima scala a pioli metallica, così normale che nessuno si sarebbe stupito di sbucare nella rete fognaria di San Francisco. Scendeva per una ventina di metri nel buio, lungo un budello roccioso. Si convenne che il primo a scendere fosse anche quello che doveva portare l’unica torcia, perché non si sapeva cosa avrebbero trovato di sotto.

Rolando s’era offerto volontario. Da quando aveva rimesso le mani sullo scettro dello Zee-sahr aveva ritrovato gran parte dell’autorevolezza e del sangue freddo che si convenivano a un rappresentante degli Dèi in terra. Quando ebbe tolto i piedi dall’ultimo gradino per incontrare di nuovo il suolo, alzò la torcia e si guardò intorno.

Erano giunti nel cuore della colonia, una lunga galleria a volta rettangolare che procedeva dritta nel buio. Era alta quasi tre metri e ben più larga; la pietra alle pareti era nera e lucida, coperta di iscrizioni d’ogni tipo: da simboli geometrici a strani glifi simili a serpenti alati. Rolando fissò affascinato quelle testimonianze di una sapienza antica, forse aliena, e notò che il suo scettro emanava un bagliore più forte, come se riconoscesse un’affinità parentale nell’aria.

Un po’ per volta iniziarono a comparire gli altri.

“Uuuh” esclamò meravigliato Filippo. “Sembra d’essere all’interno della piramide di Chichén Itzá”. In effetti, di tutte le civiltà note all’uomo, i segni alle pareti sembravano richiamare proprio i glifi Maya, di cui Filippo aveva appreso tutto nel corso dei suoi viaggi virtuali tra le pagine del National Geographic .

“Non so perché” soggiunse Giacinto, “ma tutto questo mi ricorda le illustrazioni fotografiche di un vecchio libro di Kolosimo”.

Filippo assentì con aria pensosa.

Il gruppo procedette compatto per alcuni minuti fino a raggiungere un grande portale di pietra nera, con iscrizioni meno ideografiche e molto più organizzate. Dalla complessità e dalla varietà dei simboli, decisamente astratti, poteva essere un linguaggio di qualche tipo. Rolando si mise la mano nei capelli. Altro che cilindri: avendo tempo e risorse, decifrare quella scrittura poteva portare a scoperte di capitale importanza. Forse ci sarebbe stato di che riscrivere la storia del pianeta.

Il neonato in braccio a Monica scelse quel momento per svegliarsi. Emise una rivoltante scarica di diarrea e iniziò a frignare.

“E quello cos’è?” farfugliò Alessio.

“Un bambino” rispose Monica. Poi, vedendo che l’altro allungava le mani si allontanò con uno scatto. “Non toccarlo, traditore! Non avvicinarti neanche”.

Alessio si azzittì e rimase immobile dov’era, con un’espressione ferita sul volto, mentre gli altri facevano finta di niente. Monica e il padre si misero a ripulire il neonato con alcuni abiti cerimoniali di un tessuto simile al lino, poggiati su un’ansa di pietra. Poco alla volta, il bimbo si calmò e la pace scese nuovamente nell’ambiente.

All’improvviso un orrendo boato risuonò nelle cavità della montagna. Iniziò come un lontano rullare di tamburi e terminò con uno schianto, seguito da brontolii e scosse d’assestamento. Un pezzo di galleria dietro di loro subì un cedimento parziale. Sopra doveva essere successo qualcosa di molto grosso e molto brutto.

“Addio, mio fedele Mar-cuz” disse Rolando, con sincera commozione. Tutti abbassarono il capo in memoria del gigante buono che s’era sacrificato per consentire loro la fuga.

“Presto” disse infine Giacinto, “apri questa porta e filiamocela”.

“Lo farei volentieri” rispose Rolando, “ma c’è un dettaglio”.

“E cioè?” chiesero tutti gli altri all’unisono.

“Non ho la minima idea di come si apra”.

L’imprevisto fece piombare tutti nella disperazione. A nulla valse spingere, tastare o cercare di sollevare la porta, la pietra rimase indifferente a tutti i loro sforzi. A quel punto le alternative erano tornare indietro, sperando che il crollo avesse riaperto la via a senso unico nel tabernacolo del tempio, o aspettare che si esaurisse l’ossigeno, dal momento che il miracoloso sistema di aerazione della colonia doveva ormai essere fuori uso. E anche se l’ossigeno fosse bastato per anni, non sarebbe stato un problema trovare qualcos’altro di cui morire.

“E ora che si fa?” chiese Giacinto.

“Tra l’altro la torcia è agli sgoccioli” disse Rolando, notando che la fiamma s’era fatta più incerta.

“Ma che schifo di torcia è, scusa?”.

“E che ne so? Avranno usato una resina ottenuta dai funghi, qualcosa a combustione precaria”.

“ Scheise! ” disse Monica. Qualcuno iniziò a sospettare che la ragazza attingesse a un vocabolario piuttosto limitato.

“Troviamo un modo di aprire la porta” propose Filippo.

“Ma siamo sicuri che sia una porta?” disse Bulgheroni. “A me sembra soltanto una parete di pietra”.

“Ma è diversa dalle altre pareti”.

“Forse è diversa perché è il fondo del cul-de-sac ” disse Giacinto, “e forse tutte queste scritte, sempre che scritte siano, dicono semplicemente qualcosa del tipo eccoti qui giunto, o viandante, dopo un lungo cammino, eccetera eccetera, e ora te la prendi in culo . Fine del messaggio”.

“ Deve essere una porta” disse Rolando. “Il bastone luccica quando lo avvicino, segno che dall’altra parte c’è qualcosa”.

“Forse sulla porta c’è scritto di ficcartelo in culo, il bastone”.

“Ragazzi, non litighiamo” disse Filippo, amareggiato. “È già un miracolo che siamo vivi. Che pretendevate, di aprire una porta e di ritrovarvi nel salotto di casa vostra, come in un episodio di Ai confini della realtà ?”.

Una gragnuola di insulti arrivò in rapida successione. Caro vecchio Filippo, meno male lui. Come avrebbe fatto Giacinto a sfogarsi ora che Alessio era ridotto al silenzio o quasi ?

Poi accadde dell’altro. Era proprio la giornata degli eventi inaspettati.

Si udì un rumore provenire dall’altro capo del tunnel: era un fruscio, qualcosa che strisciava. I sei fuggiaschi si strinsero l’uno con l’altro. Già si figuravano la comparsa di Cloo-diuz e dei suoi soldati, e via via che il rumore si avvicinava, pensieri meno razionali balenarono nelle loro menti, pensieri che avevano per protagoniste creature mitologiche come il minotauro o il serpente alato, oppure inimmaginabili esseri alieni. Magari era una disgustosa massa gelatinosa che li aveva fiutati e ora li raggiungeva per avvolgerli e digerirli. Era questa la triste fine che li aspettava? Digeriti dal parto della fantasia di qualche autore di science fiction ? Di loro non sarebbe rimasto che l’eco di qualche rutto in seno alla montagna.

Quando dal buio emerse una figura sanguinante e contusa, il terrore si dileguò: era Mar-cuz. Doveva avere avuto la meglio dell’avversario ed essersi portato in salvo poco prima del crollo della caverna, o qualunque altra cosa fosse accaduta lassù. Il fedele braccio destro del Divino reagì al fuoco di fila di domande con alcuni grugniti: non sembrava avere troppo voglia di parlare e gli altri non insistettero.

In effetti l’ex gladiatore era piuttosto malconcio. Aveva un labbro gonfio, una tumida ecchimosi sul lato sinistro del collo, profonde escoriazioni su tutto un braccio, sulla spalla e su parte della schiena, e sembrava inoltre far fatica a poggiare il peso su una delle due gambe. Era penoso vederlo in quello stato, ma almeno era vivo e comunque, anche così, era sempre più forte degli altri sei messi insieme.

Chiese di avere dell’acqua ma quando Rolando disse che non ce n’era si guardò intorno come se si rendesse conto solo allora del luogo in cui si trovava. Vide la Pietra del Santuario, e la riconobbe nonostante ne avesse solo sentito parlare nelle leggende.

“ Porta Bucina, ianua celata Extramundi ” sussurrò il colosso con deferenza.

“Cazzo dice?” replicò Giacinto, il cui latino, nonostante la vacanza nel mondo sotterraneo, era più arrugginito delle sue giunture.

“Dice che si chiama Porta Bucina, e che è la via segreta per l’esterno” tradusse Filippo, che aveva approfittato del periodo per raggiungere un livello di cultura latina da studente del primo anno di ginnasio.

“La bucina era il corno da guerra” disse Rolando. “Forse il nome è legato al meccanismo d’apertura: guardate gli ideogrammi, cercate qualcosa che richiami un corno o una guerra”.

Alla luce tremolante della torcia, tutto il gruppetto si mise a tastare e scrutare le pareti. Aiutò anche Monica che ora portava il bimbo appeso al petto, dopo aver arrangiato una specie di marsupio con i tessuti di lino sopravvissuti all’ordalia della toeletta al neonato.

Alessio fu il primo a lagnarsi: “Ma qui non c’è niente. Solo simboli strani, bestie con tanti tentacoli, mostri con il testone e l’aria viscida”.

“Tuoi antenati, probabilmente” replicò Giacinto, prima di essere colto da un attacco di tosse ragliante che lo costrinse a sedersi a terra. Bulgheroni e Filippo gli si avvicinarono premurosi, e il vecchio non ebbe nemmeno la forza di allontanarli. Brutto segno, pensò Rolando.

“ Hier! ” esclamò Monica proprio in quel momento. “ Komm , guardate qui”.

La ragazza stava percorrendo con le dita la superficie dell’ipotetica porta.

“C’è qualche cosa in rilievo…”.

Rolando si affrettò a raggiungerla.

“Hai ragione, sì: figure in rilievo, ma non riesco a capire cosa rappresentano”.

“Prova ad avvicinare lo scettro” suggerì Filippo, “magari è una specie di chiave magnetica”.

“Ggghhhh” assentì Giacinto, alle prese con l’attacco d’asma.

Rolando avvicinò il cilindro alla parete di pietra. Appena lo accostava a uno degli ideogrammi in rilievo, questo brillava di una tenue luminescenza e dallo scettro proveniva un lieve ronzio. Le figure erano complessi intrecci di linee e punti, strani ideogrammi non riconducibili ad alcuna lingua umana.

“Questa roba l’ho già vista” borbottò Rolando. “Sulla colonna, proprio in cima… quando stavo trascrivendo la storia della colonia”.

“I vantaggi di essere un lettore onnivoro” rantolò Giacinto, che stava brillantemente superando la crisi respiratoria. I suoi incredibili recuperi avevano stupito molti medici e ora, alla lunga lista si aggiungeva anche un veterinario di montagna.

“Ti ricordi quali erano, e se comparivano in una certa sequenza?” chiese Filippo.

“Mi pare di ricordare che fossero cinque… forse… ma non sono sicuro” il vecchio professore spostava il cilindro da un punto all’altro della porta, e intanto si tormentava la barba, poi soggiunse: “adesso provo”.

Rolando si scostò dalla parete di pietra, poi avvicinò lo scettro in sequenza a quattro simboli che si illuminarono fiocamente, facendo fremere il cilindro. Infine si immobilizzò nell’attesa. Il cunicolo piombò in un silenzio gravido di speranze. Passarono alcuni secondi. Poi un minuto.

“Eccheccazzo!” sbottò Alessio, “ma sei certo che fossero quei cinque?”.

“Quasi” rispose Rolando. “Adesso riprovo”.

Trascorse quasi un’ora di infruttuosi tentativi. La torcia era ormai a terra, spenta, e l’unica luce era quella irradiata dallo scettro di cristallo dello Zee-sahr. Rolando ancora agitava l’artefatto con un’esaltazione selvaggia: sembrava Mosè in procinto di aprire le acque del Mar Rosso, o piuttosto uno sciamano pazzo che si aggiri gesticolando per i monti della Buriazia.

“E se cercassimo di tenere il conto delle sequenze?” propose timidamente Filippo. “Giusto per evitare di rifare sempre le stesse”.

“Mi ricordo benissimo quelle che ho già fatto; io non ho l’Alzheimer come altri vecchi rincoglioniti di mia conoscienza” replicò Rolando, prossimo a una crisi isterica.

“Ha parlato il ragazzino” ringhiò Alessio, “quello che ci ha trascinato in questa merda, nel buco del culo del mondo”.

“Taci, coglione” arrivò puntuale la replica di Giacinto, “che se tu non facevi lo stronzo, ora eravamo tutti a farci il massaggio alle terme”.

“Ueeeeeee” disse l’infante, risvegliando Mar-cuz che giaceva a terra in stato semicomatoso.

“ Vater ” disse Monica rivolgendosi al vecchio Bulgheroni il quale, come ogni svizzero che si rispetti, stava mantenendo l’inamovibile calma di un uccellino di legno che vive in un orologio. Il vecchio Bulgheroni si accostò a Rolando e fece per prendere lo scettro: “Lo dia a me, provo io”.

“No!” rispose secco Rolando, “È mio! È il mio tesoro!”.

“Uno scettro per trovarli…” disse Filippo meccanicamente, senza che nessuno lo sentisse. Nel frattempo Rolando e Bulgheroni si contendevano la barra di cristallo a spinte e strattoni, finché il veterinario non fece il gesto di dare un pugno al Divino, e d’improvviso si ritrovò a volare in aria. Mar-cuz si era alzato ed era balzato addosso all’uomo che osava colpire il suo protetto.

Mentre Bulgheroni baciava la parete e Monica si avventava sul colosso per cavargli gli occhi con le unghie, l’artefatto, strappato dalle mani di Rolando, volteggiò in aria con traiettoria parabolica.

“Nooooo” urlò Rolando. Il cilindro urtò la pietra, cogliendo in pieno uno degli ideogrammi. Nel momento in cui lo scettro colpì il bassorilievo, questo si illuminò, assumendo un aspetto lattiginoso simile a quello degli enormi cristalli che costellavano il soffitto della città. Oltre alla luce, il glifo emise un suono acuto che svanì dopo qualche secondo, quando il rilievo tornò scuro. Quando lo scettro colpì il terreno, rimbalzò senza rompersi, anzi, senza nemmeno incrinarsi.

Tutti si erano immobilizzati, come statue di cera. Anche le ostilità erano state sospese, rimandate a tempi migliori.

“Era il primo ideogramma della serie” borbottò Rolando. “Allora mi ricordavo bene”.

“La Porta Bucina… il corno da guerra” disse Filippo, “una chiave sonora!”.

Rolando raccolse da terra il cilindro e si avvicinò nuovamente alla parete. Esaminò con cura gli ideogrammi, toccandoli lievemente con le dita, poi assentì tra sé e cominciò a batterli in sequenza. Cinque note si levarono nell’aria: Sol, La, Fa, Fa, Do. La porta sfavillò di una luce bianca, accecante, poi scivolò di lato e rientrò nella pietra senza alcun rumore. Dietro di essa apparve un nuovo ambiente piuttosto ampio, da cui proveniva una tenue luminescenza verdastra, simile a quella della grotta dei funghi.

“Quelle note… non vi ricordano niente?” chiese Filippo con voce flebile.

“Sì, ma voglio far finta che sia una coincidenza” rispose Giacinto.

“Oh be’… andiamo?”.

“Avanti si vada” rispose Giacinto, “come amava ripetere il conte Ricotti!”.

“Chi è il conte Ricotti?” chiese Monica.

“Era un celebre nobiluomo di Gomitona” intervenne Rolando, sempre didascalico in queste circostanze. “La leggenda narra che durante un viaggio in carrozza, il conte e un suo servo furono colti da una pioggia torrenziale. Malgrado il servo cercasse di convincerlo a cercare riparo, Ricotti ribadì il suo motto – avanti si vada! – e fu così che entrambi finirono in un’enorme pozza con tanto di carrozza e cavalli”.

“E poi?”.

“Morirono entrambi annegati. E con loro pure i cavalli”.

“Nel nostro caso non vedo alternative” chiosò Giacinto e, fermatosi un attimo sulla soglia della Porta Bucina, come per verificare se dall’altra parte stesse piovendo, la varcò senz’altro indugio.