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Capitolo trentatreesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo trentatreesimo

Capitolo trentatreesimo

Se la galleria istoriata aveva evocato orrori primevi e figure mitologiche nelle menti dei fuggiaschi, ciò che videro ora calò tutti in un terrore ancestrale, lo stesso che spinse l’uomo preistorico a prostrarsi dinanzi al primo sciamano in grado di evocare il miracolo del fuoco. Non fu infatti una visione d’orrore ad atterrirli, ma la coscienza di quanto fosse inadeguato l’intelletto umano, di quanto fosse illusoria la prospettiva del progresso tecnologico e delle conoscenze scientifiche di fronte alla realtà di ciò che esisteva oltre la soglia della Porta Bucina.

Filippo fu il primo a rompere il silenzio e nelle sue parole c’era lo stupore di duemila anni di storia umana: “Oddioddioddio”.

“Roba da cagarsi nelle mutande” fece eco Alessio, che non voleva essere da meno.

Si trovavano all’ingresso di un’ampia caverna artificiale, rivestita di pietra nera e pannelli d’un metallo dalla lucentezza innaturale, in una semioscurità chiazzata di bande luminose verdastre come quelle di un’aurora boreale. Più avanti, poco oltre il centro della grotta, sorgeva un mucchio di quelli che sembravano macchinari abbandonati, ordigni dalla foggia impossibile, attorno ai quali serpeggiavano ciuffi simili a licheni. In ordine sparso, invece, s’intravedevano ossa e teschi umani, segno che molti anni erano trascorsi dall’ultima visita in quei locali. In quell’occasione, evidentemente, qualcuno aveva osato troppo e aveva spinto la propria curiosità oltre il lecito.

Più che la visione di quei miseri resti, ciò che turbò l’immaginazione dei fuggiaschi furono proprio quei marchingegni. Non erano così alieni da apparire astratti, tutt’altro: suggerivano invece oscene parentele con il genere umano, tanto da essere di per se stessi indizio di deformità, come se fossero studiati e progettati per creature dalle proporzioni ripugnanti.

E se invece fosse stato l’uomo, la vera deformità? Se in realtà l’abominio fosse il genere umano, replica di una specie più antica, superiore per civiltà e intelletto?

“ Aedez priztinorum deorum ” mormorò Mar-cuz, con evidente soggezione.

“Siamo nelle dimore degli Dèi più antichi” ripeté Rolando mentre stringeva febbrilmente lo scettro fra le mani. “Gli Dèi volanti delle iscrizioni”.

“Di’ piuttosto dei primi colonizzatori di questa zona” disse Giacinto, riscuotendosi dai brividi che quel posto incuteva.

Hans Bulgheroni e la figlia si guardavano intorno inebetiti, e quest’ultima accentuava l’impressione cantilenando qualcosa a labbra semichiuse, probabilmente un wiegenlied per tenere buono il pupo e forse per rincuorare se stessa.

Filippo s’era messo a curiosare e Alessio lo tallonava, timoroso di allontanarsi troppo dall’unico amico rimastogli. Avvicinatosi alla parete, il primo dei due aveva preso a esaminare le piante che si arrampicavano su di essa: avevano l’aspetto di licheni ma producevano bulbi simili a funghi, i quali irradiavano la luminescenza che dava quella luce spettrale all’ambiente.

“Questi funghi sono diversi da quelli della grotta con le coltivazioni!” disse Filippo, felice come un bimbo.

“Bah” rispose Giacinto. “Cerchiamo piuttosto una via d’uscita”.

La sala in cui si trovavano era a pianta circolare, di una trentina di passi di diametro, e la volta a cupola aveva il suo apice a dieci metri o più sopra le loro teste. Molti angoli erano invasi dalle tenebre, a causa dell’illuminazione precaria e dei manufatti alieni ammucchiati senza alcun senso apparente. Dietro ad alcuni di essi si scorgeva un chiarore quasi fastidioso. Era solo necessario scrollarsi di dosso l’inerzia e andare a vedere, ma è risaputo quanto sia difficile muovere anche un solo passo, in certi incubi.

“Vai avanti tu” disse Rolando.

“No, prima tu” rispose Giacinto.

“ Mar-cuz, non è che andresti a vedere che c’è là dietro? ” disse allora Rolando con voce flautata. Lo disse in latino, ovviamente, ma non si può mica diventare scemi per dare il contentino ai filologi.

Mar-cuz si mosse di controvoglia, mormorando fra sé una sequela di nee-faz . Lo videro camminare con circospezione verso la catasta di alienità, girare attorno a essa e scomparire; dopo qualche secondo il suo volto riapparve e Mar-cuz chiamò tutti a raccolta con un eloquente movimento del braccio alzato.

Rolando scambiò un cenno d’assenso con Giacinto, il quale, con un cauto pssst , richiamò Filippo e Alessio. Quando il gruppo fu ben compatto si mossero tutti insieme. L’ancestrale istinto del branco.

Lo scalpiccìo dei sei intrusi riecheggiava amplificato per l’ampia volta a cupola, come nella navata centrale di una cattedrale. Nessun altro rumore, eccetto un ronzio remoto che non proveniva da nessuna parte. Sentirono tutti uno strano odore, una specie di muffa esotica, che si accentuava mentre si avvicinavano alla zona luminosa.

L’ammasso di macchinari protrudeva dal solido pavimento come una concrezione dipinta da Max Ernst. Si trattava di una vera e propria struttura, una specie di alveare alto quasi tre metri e fatto di un materiale nero, dall’aspetto chitinoso, cosparso qua e là di una sgradevole sostanza simile al muco. Dentro le celle che si aprivano nell’alveare, e ammassati o appesi tutt’intorno, c’erano oggetti di uso inconcepibile. Alcuni potevano avere la funzione di grucce, dal momento che da essi pendevano armature, forse esoscheletri. In tutti quegli oggetti cerniere, leve o ingranaggi erano assenti e al loro posto v’erano solo intrecci di tendini, guaine, mucose e snodi avvinti in strane cartilagini. Più che utensili sembravano parti di un organismo vivente.

“Qui è successo qualcosa di poco simpatico” commentò Rolando. “Guardate il pavimento”.

“ Ja . È nero” disse Bulgheroni. “Sembra che ci sia stata un’esplosione”.

Oltre ad alcuni scheletri umani non troppo integri, c’erano degli oggetti alieni a terra, tra cui un bastone criogenico parzialmente aperto in due e un ordigno simile a un trilobite bruciato.

“Forse hanno provato a usare questi gadget senza leggere il manuale d’istruzioni” disse Giacinto, alludendo alle ossa umane per terra. “Non facciamo lo stesso errore e proseguiamo”.

Trovarono Mar-cuz che li attendeva dietro la struttura aliena in un bagno di luce verde, ieratico e scultoreo, come un atleta del futuro durante una sessione di cromoterapia. Qui c’era una fitta crescita di vegetazione sulle pareti e il bagliore che da essa emanava era così diffuso, ancorché tenue, da sembrare quello di un’insegna al neon.

Poco oltre si apriva una piccola anticamera. Un po’ per volta tutti vi entrarono, seppur con poca convinzione. Si trovarono a metà fra due alti portali contrapposti: su quello di sinistra il muschio che un tempo v’era cresciuto era ormai rinsecchito; alcuni simboli torreggiavano sopra di esso e al centro c’era un largo foro triangolare. Il portale di destra, invece, era chiuso.

“Che facciamo?” chiese Rolando.

“Proviamo con la porta” disse Giacinto; mentre lo diceva provò a spingerla ma essa non si aprì. “Niente da fare”.

Su un pannello a lato c’erano strani simboli in rilievo che avevano tutta l’aria di pulsanti. Giacinto provò a premerne alcuni, poi tutti, prima in ordine e poi in sequenze casuali, ma non successe niente.

“Lo scettro! Lo scettro!” disse Filippo.

Rolando probabilmente aveva pensato alla stessa cosa e, piazzatosi di fronte al portale, stava già agitando l’artefatto di cristallo. Dal momento che non accadeva nulla, provò a menare dei colpi sullo stipite e sui simboli di pietra nella speranza di cavarne suoni. Martellò a casaccio per un bel po’, con una frenesia da xilofonista pazzo, ma stavolta il tintinnio ebbe soltanto l’effetto di fare vibrare i denti negli alvei gengivali di tutti.

“Dietro questo triangolo si vede dall’altra parte” disse Bulgheroni, suggerendo implicitamente di deviare l’attenzione sull’altra porta. “Vedo delle macchine. Non mi sembra ci siano pericoli”.

“Va bene, mi ha convinto” rispose Rolando, tutto sudato. “Prego, vada avanti lei”.

Il veterinario fu preso in contropiede. “Devo?” azzardò con inquietudine. Tutti gli altri annuirono. Bulgheroni capì che in quel genere di compagnia ogni dichiarazione temeraria andava scontata con prove di coraggio come quella. La prossima volta se ne sarebbe restato zitto o forse gli sarebbe toccato di mangiare una rana viva. Dopo aver scambiato un cenno di assenso con la figlia, scavalcò tremante il bordo dell’apertura e fu di là. “Venite pure” giunse la sua voce dopo qualche secondo, con un tono sensibilmente sollevato.

“Vado io” disse Giacinto e, alzata una gamba con alcuni scricchiolii sinistri, la infilò nell’apertura e fu dall’altra parte anche lui. Seguì Filippo, che in quell’occasione dimostrò di saper usare gli arti senza far distinzione fra braccia e gambe; quindi Alessio, che prima volle ficcare dentro la testa per vedere, e in quel momento, con un parrucchino bianco ricciuto stile fine Settecento, sarebbe stato perfetto nell’ultimo ruolo di Luigi XVI. Poi arrivarono Rolando, Mar-cuz e infine Monica, che nel passare ignorò le braccia che si protendevano per sorreggere il neonato e scavalcò tenendoselo stretto al petto.

All’interno della stanza c’erano effettivamente dei macchinari ma sembravano spenti, in disuso da anni, forse da secoli. Non si capiva bene a cosa dovessero servire e la presenza di un guscio a forma di chiocciola sul soffitto non aiutava certo a far luce sul mistero. Nel punto più lontano della stanza c’era invece un pozzo circolare di un paio di metri di diametro e dal bordo sdrucciolevole: a prima vista era sembrato una via d’uscita, mentre invece s’era rivelato pieno di un liquido denso, i cui vapori acidi salivano verso un collettore connesso alla chiocciola da un lungo tubo gorgogliante, simile a un esofago.

Mentre erano tutti lì, interdetti, s’udì un sonoro “ pluc ” giungere dall’interno del pozzo. Si voltarono tutti a fissare Filippo, che sorrideva con aria innocente, con le mani dietro alla schiena.

“Che hai fatto?” ringhiò Giacinto.

“Niente… un sassolino” stava dicendo l’altro, quando le sue giustificazioni furono interrotte da un crescente ribollire: dal pozzo si levarono inquietanti lingue di liquido e una fitta nube di vapore dall’odore penetrante iniziò a diffondersi nell’aria.

“Oddioddioddio” rantolò Filippo, mentre gli occhi cominciavano a bruciargli e a lacrimare.

“Ueeeeee!” concordò l’infante.

Tutti presero a tossire. Giacinto dovette appoggiarsi a una parete, squassato dai conati.

“Via di qui, presto!” urlò Rolando, mentre una spessa lastra trasparente scendeva a sigillare l’apertura triangolare. Monica riuscì a sgattaiolare col suo fagottino squillante, seguita da Alessio e Bulgheroni che si gettarono a capofitto dietro di lei. Alle loro spalle Mar-cuz si piazzò sotto il lastrone e lo sostenne con evidente sforzo, puntellandosi con una gamba sotto e una spalla sopra. All’interno della grande chiocciola s’udì un rumore di turbìne affaticate. Due luci di un violetto accecante presero a lampeggiare e da qualche parte riecheggiò una specie di messaggio ronzante dal tono freddo e innaturale. Il pianto del neonato divenne inarrestabile.

Rolando riuscì a passare nonostante la sua mole e l’ostruzione non trascurabile rappresentata dal suo gladiatore, mentre per Giacinto, sostenuto da Filippo, fu appena più facile. Dopo di loro, ormai stremato, Mar-cuz si divincolò dalla tremenda pressione e la lastra scese come una mannaia a pochi centimetri dal suo braccio sinistro. All’interno i vapori stavano ormai saturando l’ambiente.

“Idiota d’un goffo” ruggì Rolando, “questa non è una passeggiata degli scout. La prossima volta buttati tu, dentro, così non sarai più una seccatura!”

“Uh” rispose Filippo, per quanto mortificato, “si sono accese le lucine sulla porta”. Forse voleva essere un infantile diversivo ma effettivamente, sul pannello laterale della porta chiusa, i simboli in rilievo s’erano fatti luminescenti.

“Proviamo adesso” disse Rolando, dimenticando il momento di collera. Giacinto lo precedette e, dopo tre pulsanti schiacciati a caso, la porta si aprì.

“Tutti dentro, presto, che magari si richiude!”.

Alessio sbuffò. Ma valeva la pena di sbattersi così? Era per portare in salvo la pelle, certo, ma non sarebbero arrivati a quel punto se non fossero voluti andare a tutti i costi in vacanza. Insomma, il concetto era chiaro: la gente deve starsene a casa. Se ne deve stare buona e calma. Invecchiare su una poltrona. Poi ripensò alla sua chaise longue davanti al TV, al tepore dell’ambiente domestico con il riscaldamento al massimo, al contatto amichevole e rassicurante del telecomando, e fu assalito da un moto di nostalgia mista a rimpianto, con venature da paradiso perduto.

“Muoviti, inutile verme” arrivò in quel momento la voce roca di Giacinto.

Proprio così. La gente deve starsene a casa.