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Capitolo primo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo primo

Capitolo primo

“Tra un po’ vomito sul sedile”.

Le prime tracce di questa efficace metafora risalgono ad Annibale che, rivolgendosi al fedele Magone, voleva così esprimere il disagio di dover attraversare i crinali alpini sul dorso di un elefante dall’andatura ondivaga.

In tempi più recenti, riformulata con inconfondibile accento svedese, questa frase fu pronunciata da Björn Waldegård all’indirizzo di Sandro Munari, che al volante della sua Lancia Stratos affrontava una serie di tornanti pistando come un dannato.

Beurk.

“Che cazzo era?”.

“Eh, l’ha fatto”.

Erano circa le nove della mattina quando Alessio Principi rigettò la sua colazione sul sedile posteriore di una Duna azzurra immatricolata nel luglio dell’86. Per la prima volta nella storia quella ch’era sempre stata una vuota minaccia aveva trovato piena realizzazione. C’erano tutti i presupposti per la leggenda.

L’avvocato Giacinto Panetta frenò di colpo e iniziò a inanellare bestemmie, conscio del fatto che a quell’altitudine sarebbero arrivate prima.

Alto, chiaro di carnagione, con gli occhi azzurri, la barba bianca e i pochi capelli superstiti biondicci, Giacinto sarebbe potuto passare per una vedetta austroungarica che, a corto di munizioni, cercava di incenerire un fante italiano con lo sguardo.

“Adesso cali giù e te la fai a piedi!” disse con livore al passeggero dietro di lui, ancora ricurvo sul frutto del suo malessere.

“E dai, che sta male” replicò Filippo Vespasiani. La frase uscì senza troppa convinzione, forse per effetto della sua tipica vocina querula, con un vago accenno di erre moscia: una parlata buffa, se confrontata con il suo corpaccione alto, grigio e peloso.

“Mi ha rotto i coglioni!” rincarò Giacinto, senza la solita ironia. Anche lui aveva un po’ la erre moscia, ma solo quella. “Prima vuol fare colazione in albergo perché in autogrill ci vanno i barboni , dopo sbraita che non vuol fare il traforo perché ha la claustrofobia , poi si lamenta che tu vai troppo piano. Adesso basta. Fuori! A piedi!”.

“Certo che quando ti ci metti sei proprio stronzo” ribatté Alessio, pulendosi la bocca con un fazzoletto dalle iniziali ricamate. “Te l’ho detto un milione di volte che mi fa male la macchina”.

“Scendi, o ti faccio uscire a calci in culo”. Giacinto Panetta non era nuovo a sfuriate del genere e quando la controparte era Alessio ci metteva sempre un certo entusiasmo. Alessio era il tipo che faceva andare in bestia la gente; probabilmente era l’unica persona al mondo che avesse questo potere anche su Filippo Vespasiani, il serafico padrone della macchina, spodestato dal sedile di guida da Giacinto quando erano stati sorpassati da un ciclista.

“Dai, ora basta” disse Filippo, “non è successo niente”. Si sbagliava. Ignorava che poco lontano, nelle cascate di Reichenbach, il più celebre investigatore della letteratura aveva rischiato di concludere la propria carriera: forse c’era qualcosa nell’aria che rendeva propizio il regolamento di conti. In effetti, Giacinto stava scendendo dalla macchina e tutto faceva pensare che avrebbe tirato Alessio fuori di peso, e che l’avrebbe poi scaraventato giù nel baratro su cui si affaccia il passo del San Gottardo. Invece si allontanò, trovò riparo dietro una siepe e il suono della lampo dei pantaloni fece finalmente luce sulle sue vere intenzioni. A giudicare dal vapore che si levava nell’aria frizzantina, i suoi bollori stavano defluendo per vie secondarie.

Quando Giacinto tornò, sembrava effettivamente più calmo. “Ora ripartiamo” disse con tono pacato, “ma prima pulisci quello schifo, che in macchina con la puzza non ci risalgo!”.

Venti minuti dopo, la Duna azzurra dell’86 superò il punto più alto del passo. Al volante sedeva di nuovo Filippo, con la sua guida a passo d’uomo. “Certo che se devi tenere quest’andatura tanto vale che metti le quattro frecce” diceva Alessio, tra molte altre amenità del genere. Motteggiava a intervalli regolari, una specie di metronomo della molestia. Come per un misterioso fenomeno di sincronismo, a ogni battuta di spirito si tormentava nervosamente la nocca vuota della mano sinistra, tic ormai consolidato da quando, l’anno prima, aveva perso un dito nel corso di una drammatica vacanza tailandese. Dal momento che questa menomazione gli aveva procurato un breve periodo di notorietà, tanto da valergli l’ammissione al Rotary che sempre gli era stata negata, essa era ormai la sua ferita di guerra, il pretesto per tirar fuori una storia che narrava di gesta eroiche e di un perduto amore, il tutto deformato dalla lente di un ego tutt’altro che modesto.

“Erano mostri, vi dico, altro che scherzi” amava raccontare nelle occasioni mondane, “donne-pesce, creature cannibali. Una cosa è certa” proseguiva poi, al minimo incoraggiamento, “senza il mio sangue freddo non ce la saremmo cavata”, e così via, a ruota libera.

Giacinto e Filippo, al contrario, non amavano rievocare quegli eventi, che anche loro avevano vissuto in prima persona. C’era stato del trambusto, al loro ritorno: domande, curiosi, una specie di inchiesta dell’Ente Turismo, subito insabbiata, e perfino un articolo sul corriere locale. Filippo, per indole, non amava stare al centro dell’attenzione, e rispondeva con semplici alzate di spalle a chi gli faceva domande, come a dire che “i giornali esagerano tutto”. A Giacinto, invece, tutto quel clamore era presto venuto a noia, e si divertiva a raccontare ogni volta una storiella diversa. Così venivano fuori favole di pirati, donne fatali e mostri marini, vere e proprie invenzioni in stile salgariano, che i più ingenui tramandavano ad altri più ingenui di loro, con il conforto della formula “a me, me l’ha detto l’Avvocato”.

La vita da pensionati era quello che era, per cui, nonostante il “mai più” dell’anno prima, i tre avevano deciso di concedersi un’altra vacanza. Giacinto aveva aderito con entusiasmo all’invito del suo amico Rolando per un soggiorno sulle Alpi svizzere, fra le baite legnose e i sovrumani silenzi delle montagne, e lo aveva proposto anche a Filippo e ad Alessio. Ora, al termine dell’odissea automobilistica, Giacinto cominciava a rimpiangere di non essere partito da solo.

“Insomma, ma quando si arriva?” giunse con tono petulante la voce di Alessio, dal sedile posteriore. L’avvocato in pensione si girò: quel ridicolo e altezzoso ex commerciante, con tutte le sue manie e l’intolleranza per quelle altrui, quel giorno gli riusciva particolarmente odioso, per non parlare dell’odore nauseabondo dei vestiti schizzati di vomito. Giacinto si affacciò al finestrino, inalò un profondo respiro di aria fresca d’alta quota e lo restituì all’ambiente con gli spasmi di una tosse catarrosa.

“Be’, non si usa più rispondere?”.

Giacinto non lo ascoltò, si stava frugando in tasca. “Ecco” disse, e inforcò un paio di occhiali, quindi si sporse dal finestrino per vedere meglio i cartelli. “Fottuti crucchi e la loro mania per il gotico”.

“Credo che la direzione sia giusta” disse Filippo, e soggiunse a bassa voce: “non mi pare che sia scritto in gotico”.

“Da qualche parte arriveremo” rispose Giacinto, ignorando il commento.

“Scusa, Nuvolari, quanto manca?”.

“Poco” rispose Filippo attraverso lo specchietto, vagamente spazientito.

“Be’ ma che palle! Sembra d’essere nella zucca di Biancaneve tirata dai topolini. E poi quando siamo lì che si fa?”.

“ Glücklich Aufenthalt ” sentenziò Giacinto.

“A te e assòreta” rispose Alessio.

Lo sguardo di Giacinto si velò d’insofferenza. Guardò fuori dal finestrino, lontano, cercando di trarre nuova forza rimirando l’infinito. “È il nome della pensione dove ci aspetta Rolando. Idiota”.

“E che ne so io? È colpa del tuo schifoso tedesco”.

“Il mio schifoso tedesco è l’unico che abbiamo” disse Giacinto, voltandosi verso l’interlocutore. “Quindi sarà meglio che ce lo facciamo bastare. Gut? ”.

AC – 000-002-133

Zzhhfsss klikkkssss ffsss.

Dryyykklkllllii kderlikli.

Tlok.

Non troppo lontano, sull’asteroide denominato Kyokkjit , fioccano una serie di improperi che il TIM (Traduttore Istantaneo Multiversale) tradurrebbe pressapoco così.

“Evi di sacrifici – gzzzeee – e di notti passate sui… ffsss … libri”.

“E ora eccomi desti- klkliii -natami una vile mansione da sub-operaio”.

“Vita escrementale”.

Nell’immensa sala ricavata nella dura roccia che forma il nucleo freddo dell’asteroide, 8×8×8 schiere di visori a microcelle proiettano vaste porzioni dello spettro elettromagnetico sulle stalagmiti ferrose. Da tempo incalcolabile un’unica ombra scivola nel silenzio intervallato da sporadici rumori ( tlok ), e interrompe il gioco delle luci facendo avanti e indietro, mentre i suoi percettori visivi si focalizzano qua e là.

Un essere inferiore, appartenente a una delle tante specie semi-senzienti della galassia, potrebbe confondere la sagoma con quella di un flaadaass o con quella di un kwasskallak ; tuttavia, l’ombra di un flaadaass sarebbe screziata di colori iridescenti, mentre quella di un kwasskallak sarebbe alta quasi il doppio e avrebbe la tipica andatura marziale. Stupide specie inferiori. Potrebbero anche evitare di esporsi al ridicolo pronunciandosi su cose che non conoscono.

L’ombra, che qualunque senziente dovrebbe quindi riconoscere per quella di un affssdewr , si avvicina al Ganglio Centrale per effettuare il periodico comunicato con l’Alveare. Quando le antenne dell’ affssdewr si trovano alla giusta portata, una szollerzzaarn – che poi sarebbe una vibrafonia – inizia a scandire la procedura del comunicato.

“Casta” dice la vibrafonia.

“ Affssdewr ”.

“De- eeekkr -nominazione”.

“6-grigiottero-0”.

“Mansioni”.

“Co- ooo -ntrollo S- sssz -ensori Avanzamento Produzione. Manutenzion- eeekkr Eternati”.

“Rapporto”.

6-grigiottero-0 esita un attimo, poi risponde: “Nes- sssz -suna anomalia da segnalare”.

“Fine comunicazione” dice la vibrafonia, che infine si spegne.

“Già, co- ooo -municazione un paio di krrrf … follicoli” sfrigola tra sé e sé 6-grigiottero-0, “infame gro- ooo -viglio di kllkkl … tubuli”. La puntigliosa e onnisciente coscienza dell’Alveare lo ha destinato al presidio di Kyokkjit ma nei suoi corpi peduncolati non c’è soddisfazione. Il lungo addestramento tecnico a cui è stato sottoposto prima di essere inviato sull’asteroide gli sembra sprecato per le banali attività che deve svolgere. La sua genetica non può che costringerlo all’obbedienza, ma il suo istinto, per quanto addomesticato, genera talvolta barlumi di pensieri autonomi.

Finita la ronda ed espletata la formalità del rapporto, 6-grigiottero-0 passa ad accudire i lucenti involucri cilindrici in cui sono conservati gli Eternati. I suoi pedipalpi rinverditi dallo sfregamento continuo fanno scorrere un agglomerato biogenetico pulsante sulla superficie di ogni Eternato, tirata a lucido come un kvrrr-llt nucleare.

“ Kzzzrr … vile mansione…”.

Il grido di agonia dell’agglomerato biogenetico interrompe la serie di improperi che hanno accompagnato fino a quel momento l’intera operazione. I pedipalpi doloranti gettano l’agglomerato esaurito nel riciclatore, dove scompare in una vampa di plasma stellare, e lo sostituiscono con un clone replicato di fresco. Ora la lucidatura può proseguire con la consueta efficienza.

6-grigiottero-0 ha appena finito di lucidare un cilindro e, invece di dedicarsi al successivo, si attarda a contemplare l’immagine delle proprie antenne riflessa dall’involucro. Ripensa a tutti i sacrifici fatti, ai biocicli passati in bianco, quando…

Gzeeeeeeeee-krl.

Per fortuna, e per maggior gloria dell’Alveare, la pausa è segnalata con meccanica precisione dai sistemi di controllo. Al segnale, la chimica di 6-grigiottero-0 reagisce secernendo ormoni ricreativi, i quali hanno la funzione di inibire i pensieri sovversivi. È un vero peccato non disporre di un’apposita kr-tklll per la ri-produzione ri-creativa. Non resta, quindi, che collegare un Eternato e sublimare in vibrafonie il desiderio inespresso, come fanno le creature-forza-lavoro di Fkylljek -3.

Gli Eternati affascinano 6-grigiottero-0 da sempre, ma la sua particolare preferenza va a quelli di Fkylljek -3. Li conosce ormai tutti per denominazione, se può definirsi tale la sbiadita iscrizione che compare su ogni etichetta. C’è OW-ILL-OVE, che non fa che ripetere che lui aveva capito tutto; poi c’è VIS-SLE, che passa tutto il tempo a produrre suoni modulati; oppure c’è OL-HI, con le sue ingenue teorie sullo sterminio di sub-creature, che forse strapperebbero un sorriso perfino a un kwasskallak .

E poi c’è HE-EVA.

Non saprebbe dire se il motivo sia il fascino neuronale della personalità che vi è racchiusa, o se si tratti di una forma d’ipnosi indotta dalle vibrafonie emesse dall’apparecchiatura, eppure da qualche tempo è sempre questo cilindro che 6-grigiottero-0 collega. In particolare trova stimolante il modo in cui l’Eternato inizia la comunicazione, quella frase che suona come una specie di saluto, parole misteriose che il TIM non riesce a tradurre, se non in modo approssimativo: “Perduri lo stravolgimento”.