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Capitolo trentaquattresimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo trentaquattresimo

Capitolo trentaquattresimo

Nella nuova sala lo scenario cambiò ancora. Per quanto ridotta, la visibilità era assicurata da una luce di fondo, fioca ma abbastanza uniforme, di incerta origine: aveva la parvenza di una luce artificiale, il suo colore giallognolo ricordava addirittura quello d’una banalissima lampadina al tungsteno.

La sala era a pianta rettangolare, scavata nella roccia. La parete più lontana era solo nuda pietra, ma in un angolo si poteva scorgere una rientranza. Una ripugnante scultura verticale dominava invece tutta la parete di destra. Era fatta del solito materiale nero, irregolare e sporgente come una struttura ossea, tanto orribile a vedersi quanto lo scheletro di un animale spolpato da esseri voraci. Per quanto la forma generale fosse disgustosa e incomprensibile, l’oscena scultura ricordava assurdamente una consolle di comando, forse per via d’un basso ripiano su cui risaltavano simboli indecifrabili in rilievo. Un ampio telaio a celle esagonali la sormontava, e dentro ognuna di queste celle galleggiava sopita una bruma lattiginosa.

Alla parete di sinistra era appoggiato una specie di scaffale, i cui ripiani erano piegati sotto il peso di cilindri metallici, simili ai contenitori di caffè macinato, ma un po’ più grossi. Su ogni cilindro c’era un’iscrizione diversa, forse una descrizione puntuale del contenuto. Tutto sommato i cilindri avevano un’aspetto abbastanza ordinario e innocuo, eppure c’era qualcosa di abnorme in essi, tanto che ogni ipotesi circa il loro contenuto bastava a mettere i brividi.

Mentre gli altri indugiavano nella sala, cercando di abituare gli occhi a quella nuova luce, Rolando e Giacinto si mossero verso la rientranza per un’ispezione, e Mar-cuz andò con loro. Qui scoprirono un comodo corridoio di roccia, debolmente illuminato e lungo una ventina di passi, e per un attimo pensarono di aver trovato la tanto agognata uscita. Le loro speranze furono però deluse quando si accorsero che il budello terminava in una cripta, totalmente spoglia tranne che per una specie di grossa macchia nera sul fondo. Incuriositi, i tre si avvicinarono e, per quanto l’oscurità lo permetteva, poterono vedere che non era una macchia, ma un’ombra ovale alta quanto un uomo. Come ombra era strana, dal momento che non c’era niente che la proiettava. Ma la cosa veramente inquietante era che non aderiva alla parete, ma se ne discostava di un palmo abbondante, come se qualcuno l’avesse staccata e appesa per farla asciugare. Inoltre sembrava quasi vibrare… pulsare .

Rolando era visibilmente eccitato. Protendeva le mani, come per toccare l’ombra, ma poi le ritirava timoroso: “Sì… sì” disse infine, “è lui !”.

“Lui chi?” chiese Giacinto, sorpreso.

“L’ovale nero di cui si parlava nel primo cilindro” spiegò il professore in pensione. “Uno dei brani più misteriosi che mi sia mai capitato di decifrare. Ero sicuro che si trattasse di una metafora, e invece eccolo qui”.

“E che sarebbe?” chiese l’altro.

“Non lo so. Forse una specie di passaggio. Forse”.

“Un passaggio , hai detto?”.

Quel breve scambio di battute, che prometteva uno sviluppo così interessante, fu interrotto dalla voce allarmata di Alessio, che chiamava dal tunnel: “Presto, venite qui!”.

“Che succede?” urlò Giacinto di rimando.

“Filippo ha fatto un altro danno” giunse la risposta.

Reprimendo più d’una bestemmia, mentre altre seguivano tranquillamente il loro corso, Giacinto rientrò nella sala seguito da Rolando e dal fedele Mar-cuz. Tutto il gruppo si ricompattò al centro della stanza, proprio davanti alla parete con la scultura aliena, laddove Filippo, in piedi, guardava affascinato quel che vi stava accadendo.

“Che hai fatto, disgraziato?” chiese Giacinto.

“Niente” rispose l’amico. “Ehm… ho solo toccato un pulsante” aggiunse, indicando un simbolo che ora emanava una luce ardesia. “Questo”.

“Mannaggia a te! Guarda che hai fatto!”.

Era infatti accaduto che, nelle celle esagonali sovrastanti quella specie di consolle, lo strano vapore prendesse a vorticare fra lampi di luce cangiante, e che fra i sibili del suo rimescolarsi iniziassero a formarsi suoni articolati: prima un parlottare sussurrato, poi inconcepibili sillabe ronzanti. Le bocche dei presenti si aprirono per lo stupore e le mandibole rimasero pendule quando le macchie di luce che coloravano quel magma gassoso si misero a guizzare come impazzite, per poi organizzarsi a formare un’immagine, sempre più nitida.

“Ma che diamine…”.

“Cos’è, un film?”.

“Sono… vivi . Si muovono…”.

Mar-cuz s’inginocchiò e volse prudentemente lo sguardo al suolo. Aveva riconosciuto in quelle visioni i protagonisti dei terrificanti racconti degli anziani. Era al cospetto di creature evocate dalle perdute nebbie del passato, quando la vita era dura e la morte era invocata ad ogni doloroso respiro. Gli antichi Dèi erano tornati per punire gli schiavi ribelli. Non c’era più speranza, ormai.

“È un documentario sui gamberetti!” esclamò Filippo.

“Ma che dici? Sono… grossi!”.

“Allora è un documentario sui gamberetti giganti”.

Cercando a tutti i costi una somiglianza, quelle figure si sarebbero dette crostacei, o insetti di qualche specie. Una delle tre, quella di proporzioni più ridotte, poteva effettivamente ricordare un gamberetto, o una mazzancolla: aveva il corpo ricoperto da una corazza di un colore indefinito, tra il grigio e il rosa, con zampe o chele dello stesso colore; la testa però non era quella di un gamberetto: era composta di cerchi di materia vischiosa, muniti di corti tentacoli e sovrapposti in modo da formare una specie di cono, e terminava con due lunghe antenne. Le altre due mantenevano le stesse caratteristiche generali, ma una era più grande, imponente, simile a un’aragosta, armata di due chele robuste e irta di protuberanze scagliose, con un colore che andava sul bruno; l’altra invece assomigliava alla prima, un po’ più alta, forse, ma ne differiva per la quantità di tentacoli che dipartivano dal corpo e terminavano con un luccichio iridescente, tale da rendere vano ogni paragone con le specie note.

I suoni emessi dallo schermo di nebbia si armonizzavano così bene con le immagini che sembrava di assistere alla scena attraverso una comune finestra. Ronzii e ticchettii accompagnavano ogni movimento di quegli esseri, segno che essi stavano comunicando tra di loro. Spesso sulle loro teste guizzavano sequenze colorate, come avviene a seppie e cefalopodi; quando uno degli esseri produceva una combinazione cromatica un altro rispondeva in modo analogo, tanto da poter supporre che si scambiassero messaggi anche in questa forma.

Uno di loro, il gamberetto più piccolo, non sembrava prendere parte attiva alla questione e aspettava di fronte agli altri due. All’improvviso vi fu un attimo di silenzio e l’aragostona si avvicinò al gamberetto, dominandolo con la sua mole. Quindi, con gesto calibrato e solenne, alzò una delle sue poderose chele e recise di colpo le antenne della creatura.

Si levò un gemito terrificante, prolungato, simile a un fischio. Un brivido passò per la schiena di tutti. Quindi il gamberetto s’afflosciò in avanti sotto lo sguardo severo degli altri due crostacei e il suo corpo fu percorso da brevi scariche di luce iridescente, poi più nulla.

La scena aveva il sapore d’un dramma di proporzioni cosmiche ed evocava un tale orrore che un grido d’angoscia sfuggì a qualcuno degli spettatori. Fu allora che accadde l’inaspettato, perché l’aragostona s’irrigidì e si guardò attorno, come se avesse udito. La creatura guardò oltre lo schermo e si avvicinò fino riempire tutta la superficie dell’immagine con la propria testa. I suoi occhi erano due globi alieni, grondanti odio assoluto, capace di annichilire e di perseguitare oltre la morte. Era l’odio antico e feroce di un dio.

Tutti arretrarono di un passo. Alessio ebbe un conato di vomito. Giacinto bestemmiò, per buona misura.

“Via… via!” gemette Rolando, strattonando Mar-cuz.

Il gruppo si allontanò lanciando sguardi timorosi allo schermo e cercò riparo nel corridoio cieco nascosto dietro la rientranza.

“Dobbiamo fuggire” disse Monica, e strinse a sé il calore rassicurante del bambino. Era un’esortazione inutile e disperata. Bastava alzare gli occhi sulla pietra che li racchiudeva per accorgersene.

“Non c’è modo” mormorò Bulgheroni padre, scuotendo il capo. “Qui termina la nostra strada, qui finiscono le nostre speranze”.

“Non è detto” disse Giacinto. “C’è ancora una cosa che dovete vedere”. Fece qualche passo verso l’estremità del corridoio facendo cenno agli altri di seguirlo.

“Cosa… cos’è?” chiese Bulgheroni rabbrividendo quando vide l’ombra nera che galleggiava a mezz’aria.

“Ci ponevamo la stessa domanda prima che qualcuno giocasse con i pulsanti” disse Giacinto. “Secondo Rolando potrebbe essere una via d’uscita”.

“Ehi, piano con gli entusiasmi” s’intromise il professore, “ho solo detto che se ne parlava nelle iscrizioni sulle colonne”.

“Sì, ma… cos’è?”.

“Facciamo una prova” disse Filippo, e con una mano protesa si avvicinò a quell’entità maligna fatta di oscurità.

“Fermo! Pazzo!” intervenne Giacinto, gettandosi su di lui per bloccarlo. “Ma che accidenti hai al posto del cervello?”.

“È come i bambini” disse Alessio, aspro, “se non tocca tutto non è contento”.

“Non ho ben chiaro cosa sia” rispose Rolando alla domanda rimasta in sospeso, come se nulla fosse successo. “ Ater ovalis, folium papyri velut subtilis . Questo diceva la scritta, l’unica scolpita sulla pietra, e per di più in un latino classico, anche abbastanza corretto, salvo un paio di errori ortografici che testimoniano…”.

“ Okay prof , un nero ovale, e questo l’avevamo capito” tagliò corto Giacinto. “Che altro?” .

“ Atra vulva malignae matris, ianua expansa in Averni hiatis ”.

“E poi?”.

“Non ricordo”.

“Male” disse Giacinto. “Quando si parla di vulva bisogna sempre fare mente locale”.

“Era un passaggio di qualche tipo, di questo sono certo” concluse Rolando.

“Potrebbe essere un portale dimensionale” intervenne Giacinto. “Passami il termine, per uno che è cresciuto a pane e fantascienza”.

“E che sarebbe?” obiettò Alessio. “Uno di quei cosi che ti fanno a pezzetti e ti ricompongono dall’altra parte? Io non c’entro manco morto”.

“ Eresia ” scattò Filippo, con un fervore che non gli era abituale. “Quello che dici tu è il teletrasporto ”.

“Ben detto, Scotty” disse Giacinto, “dammi il cinque!”.

Scambiatosi il gesto palmo contro palmo, i due vecchi recitarono all’unisono una formula Klingon e si esibirono in una breve pantomima. Era il saluto rituale in voga nelle convention di Star Trek. I Bulgheroni rimasero a guardare allibiti. Mar-cuz pensò che gli Dèi e i loro parenti erano gente strana.

“Quello che è, è” disse Alessio con impazienza dopo che il siparietto fu terminato, “ma io non voglio ritrovarmi con un pezzo di qua e un altro di là”. Con una mano si tastò nervosamente la nocca vuota della sinistra.

“Allora facciamo che tu resti qua tutto intero” lo aggredì Giacinto. “E stai pur certo che di te non ce ne fregherà più un cazzo di niente!”.

“Qualche perplessità ce l’ho anch’io” disse Rolando. “Non sappiamo dove porta questo… buco ”.

“E che sarà mai?” rispose l’anziano ex avvocato, avvicinandosi con noncuranza all’ovale. “Alla peggio potremmo ritrovarci a milioni di chilometri da qui, attorniati da gamberetti giganti pronti a degustarci con la maionese. Che meravigliosa sorte. Che ironia”.

Detto questo, si buttò.