Capitolo trentacinquesimo
Capitolo trentacinquesimo
Capitolo trentacinquesimo
L’immaginazione è una forza potente: può spingere l’uomo verso vette sconosciute, oltre traguardi irraggiungibili, e può altrettanto facilmente metterlo in ginocchio, ridurlo a una poltiglia tremolante, incapace delle più semplici azioni.
Giacinto aveva attraversato l’ovale nero spinto dall’immaginazione, dal desiderio di mettere finalmente in pratica quanto favoleggiato in tanti libri, film e racconti fantastici: il teletrasporto, l’ubiquità, il viaggio interdimensionale. L’ex avvocato si era aspettato un’esperienza sciamanica, extracorporea, un contatto fugace con il nucleo stesso della realtà, un lungo fluttuare tra stelle e galassie in compagnia di creature ciclopiche e senzienti. Fu quindi grande la sua delusione quando scoprì che l’unico effetto del passaggio attraverso l’ombra sospesa era un lieve prurito al naso.
“Proprio un’esperienza inimmaginabile” mormorò, mentre avanzava di qualche passo e cercava di capire dove fosse finito. Poi si girò e vide una struttura scheletrica materializzarsi sull’ovale, una specie di danza macabra in bassorilievo. Poco alla volta, lo scheletro si coprì di vene, arterie, grasso e muscoli, come se venissero spalmati a strati sul primo abbozzo di corpo, una fanghiglia rossastra, gialla e densa nelle parti grasse, tutta velata dalla materia scura che costituiva l’ombra fluttuante. Era un po’ come se il corpo che stava apparendo fosse stato assimilato e poi rigettato da un’immensa creatura. Giacinto riuscì a distogliere lo sguardo inorridito solo quando Mar-cuz, di nuovo intero, mosse un passo verso di lui. Fu allora che ebbe una crisi di nervi, si girò verso la parete rocciosa e vomitò con dignità.
Uno ad uno, i fuggiaschi riemersero dall’ovale nero. Alessio uscì per ultimo e fu felice di ritrovare tutti i suoi amici interi, anche se non capiva per quale motivo fossero tutti piegati in due a vomitare. Dopo tutto il teletrasporto non aveva alcun effetto sgradevole, tranne per un lieve pizzicorino al naso. Forse era un principio di raffreddore. Rimpianse di non avere con sé neanche un’aspirina e sperò di tornare al mondo civile prima di beccarsi qualcosa di più serio. Stava per cominciare a prendersi gioco di quelle mammolette alle prese col mal da iperspazio, quando si sentì risucchiare all’indietro e incespicò malamente. Cadde di schiena, nella posa plastica di una tartaruga rovesciata, quindi cominciò a scivolare sul pavimento, diretto verso l’ovale scuro, trasformatosi in una cuspide oltre la quale brillavano due lucine gialle, simili a occhi maligni. Alessio cacciò un urletto femmineo e svenne. Un attimo prima che l’oscurità l’inghiottisse si udì uno schiocco simile a una fucilata. Tutti i suoi amici rialzarono la testa e, con somma sorpresa, realizzarono che il portale era scomparso e che Alessio era caduto in deliquio. Rolando incaricò Mar-Cuz di risvegliarlo a ceffoni. Il gigante ubbidì con entusiasmo.
Sparita ormai l’ultima traccia di alienità, i fuggiaschi si sentirono come emersi da una specie di incubo. Il sollievo aveva rilassato gli animi. Monica sorrideva all’infante, finalmente tranquillo. Suo padre la guardava intenerito. Giacinto succhiava avidamente il mozzicone di un sigaro, miracolosamente rinvenuto tra le pieghe della tunica.
La caverna dove si trovavano era molto diversa da quelle che avevano attraversato durante la permanenza nell’Urbe: le pareti erano scabre e qui e lì radici contorte emergevano dalla pietra. C’era anche un po’ di luce naturale, che riusciva a filtrare attraverso dei fori sulla campata superiore della grotta, purtroppo ben oltre la loro portata.
Il brusco calo dell’adrenalina li aveva lasciati stremati e quando Filippo aveva manifestato il desiderio di esplorare l’ambiente lo avevano lasciato libero di andare: statisticamente, era improbabile che facesse atri danni. Quando ritornò, dopo una mezz’ora, era così eccitato che quasi non riusciva a parlare.
“Siamo liberi!” balbettò. La parola libertà riuscì dove altri stimolanti avrebbero miseramente fallito. Il gruppo si riscosse dal torpore e tutti seguirono Filippo verso la sospirata salvezza.
Un lato della grotta era parzialmente franato: un’enorme stalattite, cadendo, si era portata dietro una cospicua sezione di parete rocciosa e, come una specie di ponte naturale, conduceva verso l’alto, dove si apriva una fenditura larga meno di un metro da cui pioveva la luce del sole. Il gruppetto si avventurò sulla stalattite in fila indiana. Guidati da Rolando e Mar-Cuz, attraversarono la fenditura e si trovarono in un altro ambiente, una specie di bolla d’aria compressa tra la volta della grotta e la superficie. Alcuni grossi massi, incastrati tra le radici di un albero, impedivano il passaggio, come enormi sbarre di una prigione. Al di là delle sbarre si stendeva un pacifico paesaggio montano.
Mar-Cuz cadde in ginocchio: “Extramundus…”.
“Visto?” disse Filippo, “Siamo liberi!”.
“Liberi un cazzo!” disse Giacinto. “E questi bruscolini come li togliamo?”.
“Torniamo indietro. Cerchiamo un’altra strada” propose Alessio.
“Disfattista” disse Rolando con tono sprezzante, “Ci pensa Mar-Cuz!”. Quindi si accostò al gigante e gli indicò i macigni che sbarravano il passaggio. Mar-cuz gonfiò il torace nudo, abbracciò un masso grande quasi quanto lui e caricò i possenti muscoli. Nello sforzo gli si lacerò la tunica sotto il cavallo e un imbarazzato silenzio si diffuse nella grotta.
“Proviamo a fare leva con qualcosa” azzardò Filippo, “magari così riusciamo a rompere le radici, poi i massi vengono via”.
“Sì, come no” disse Giacinto, “e dove la troviamo ora una…”.
La frase morì lì e tutti si girarono lentamente verso Rolando. Quando lui vide gli sguardi puntati verso di lui, sorrise; poi capì.
“Noooo” urlò mentre gli altri gli si avventavano addosso, “lo scettro dello Zee-sahr NOOO!”.
“Dopo te lo ridiamo”.
“No, che me lo rompete!”. Circondò il suo tesoro come meglio poteva, mentre gli altri lo strattonavano ebbri di speranza.
“Da’ qua” disse infine Alessio, assestandogli un colpo con cattiveria e strappandogli lo scettro con decisione. Rolando cadde a terra, piagnucolando, e Alessio si ritrovò il sacro oggetto fra le mani.
“Bene, portalo qua” disse Giacinto.
“Uh…” rispose Alessio. “È un peccato… è così bello…”. Ora che lo stringeva fra le mani, la salvezza non sembrava più così importante.
“Dammelo”.
“No. L’ho preso io. Ora è MIO”.
In un clima di déjà-vu si avventarono tutti su Alessio per sottrargli quell’asta luccicante di cristallo alieno che cadde rotolando a terra. Infine, fu Monica a impadronirsene. La donna fissò uno sguardo di deprecazione sul resto della truppa e affidò lo scettro a Mar-Cuz. Il gladiatore si volse verso Rolando, in cerca di approvazione. Con visibile sofferenza, il Divino fece cenno di procedere.
“Chi cavalca così veloce nella notte e nel vento?” sussurrava tra sé Bulgheroni, la coscienza aperta a ricordi lontani, “È la madre con suo figlio; tiene il ragazzino nelle braccia, lo tiene stretto, lo riscalda…”.
La donna si strinse il bimbo al petto. “Lo porteremo fuori di qui e lo cresceremo”, disse la ragazza. “Si chiamerà Schicksal , perché non dobbiamo mai darci per vinti; perché questa avventura mi ha insegnato che siamo noi i soli artefici del nostro destino”.
Il vecchio veterinario abbracciò figlia e nipote adottivo. “Siamo finalmente sfuggiti al re degli Elfi, figlia mia”. Una lacrimuccia scivolò sul lato dell’occhio, cesellando un quadretto degno della migliore telenovela d’oltralpe.
Intanto Mar-cuz, Giacinto e Filippo iniziavano a spingere contro la sbarra, cercando di far leva col peso dei loro corpi per svellere una radice enorme. Alessio mugugnava risentito e Rolando osservava a bocca spalancata.
“Ecco… continuate così… Ecco che… cede!”.
Con un possente scricchiolio la radice iniziò a deformarsi e una grossa pietra vacillò. Proprio in quel momento l’asta si schiantò con un suono mai udito da orecchie umane, cui fece eco l'urlo d'angoscia di Rolando, e i tre furono spinti contro la parete per il contraccolpo. La roccia parve riassestarsi, si mosse, poi l’intero soffitto della grotta prese a franare.
“Liberi!” urlò Filippo.
Il gruppetto si precipitò fuori dall’apertura creatasi tra le radici degli alberi, mentre grossi frammenti di terra e roccia precipitavano tutto attorno. Stupefatti, si ritrovarono a guardare il cielo arrossato dall’alba. Mar-cuz, in particolare, ammirava l’intensificarsi di quella luce brillante a bocca aperta. Per un lungo istante il silenzio fu totale.
“Ehm… ma non avete sentito anche voi quel suono?” chiese Filippo, spezzando l’incantesimo. “Era come lo splat dei fumetti”.
“Che vuoi dire con splat ?”.
“Niente. Era un suono così: splat!”.
Un po' incuriositi da quella strana osservazione indugiarono, guardandosi alle spalle, dove una specie di collinetta costellata da conifere era letteralmente implosa su se stessa.
“Guardate là” disse Alessio.
Di fronte al varco per cui erano transitati si era schiantato il pietrone che faceva da volta a quella struttura naturale; da lì sotto si vedeva sbucare una manina bianca aperta e rigida. Si guardarono l’un l’altro, facendo un rapido appello, e finirono per rendersi conto che, a quanto pareva, la fuga dei Bulgheroni era finita lì.
“Aho! Chi non more se rivede!”.
La frase giunse in un momento di generalizzato scoramento. Il gruppetto stava scavando da quasi mezz’ora, ma i corpi dei Bulgheroni e dell’infante erano divenuti tutt’uno con terra e roccia, impossibile estrarli senza l’aiuto di una scavatrice. Il richiamo, seguito da un rumore di campanacci, aveva quindi distratto i sopravvissuti da infauste considerazioni sulla vita, l’universo e tutto quanto.
“Salve a tutti, belli e brutti!” disse ancora il nuovo arrivato, “Ma come ve siete messi? Andate al ballo in maschera!”.
“Mario!” disse Rolando.
“Bastardo!” ringhiò Alessio.
“Ladro di merda!” urlò Giacinto, poi iniziò a andargli incontro con fare bellicoso.
“Bboni! State bboni!”.
La voce di Mario si faceva sempre più acuta mentre Alessio e Giacinto lo agguantavano, lo strattonavano, e lo sputazzavano. Per alcuni istanti Filippo, Rolando e Mar-cuz rimasero ad assistere allo spettacolo dei due vecchi togati che aggredivano il ragazzo, riempiendolo di calci, sputi e improperi, poi Rolando si decise a intervenire: “Mar-cuz” disse, e il gigante si diresse verso i contendenti.
Senza grosse difficoltà, il gladiatore divise Alessio e Giacinto da Mario, che lo guardò con riconoscenza.
“Aho! Che volete da me? Chevv’ho fatto io?”.
“E ce lo chiede pure, lo stronzone” ringhiò Alessio, ancora stretto tra le braccia di Mar-cuz.
“L’orologio. Rivoglio l’orologio” sibilò Giacinto che stentava a riprendere fiato dopo lo sforzo fisico.
“E la macchina fotografica!” ribadì Alessio.
“E il lettore MP3” concluse Filippo, “per non parlare della macchina di Georg”.
“E ‘sto cazzo!” rispose l’interpellato. “Ma che c'avete dentro a la capoccia, 'a cassetta de l'elemosina?”.
“E così non ne sapresti niente, tu, della nostra roba” prese a dire Giacinto, diluendo l’astio con una spruzzata di professionalità da ex mago del foro, “gli oggetti sottratti nel sonno ormai… ormai… un mese fa” concluse, e si rese infine conto del tempo trascorso nelle viscere del Muttenhörner.
“Aho, a te è più facile buttàttela ‘n culo che ‘n testa: a’ nonno, io quel giorno me ne so’ annato che vojaltri stavate a dormi’ come pupi”.
“Con la roba nostra”.
“Sì, e se v’avevo rubato l’orologio oggi ve venivo a saluta’… sarò pure un po’ rincoglionito, ma mica so’ scemo”.
“Be’… effettivamente…” Giacinto e Alessio si fissarono, in preda ai primi germogli di dubbio.
“E poi v’ho pure visto ripassa’ col pickup” soggiunse Mario, grattandosi la testa. “Ma forse nun eravate voi”.
“Hai visto chi lo guidava?” chiese Giacinto, preso dalla foga investigativa.
“No, ma m’ha fatto strano che non ve siete fermati, che non m’avete manco strombazzato un po’”.
“E dove andava il pickup?”.
“Verso Furka”.
“Bene!” disse Giacinto, con aria decisa, “ci andiamo anche noi a Furka”.
“Sì, aspetta te. Stamo dall’altra parte del mondo”.
“Come, scusa?”.
“Sì, sull’altro lato della montagna” quindi indicò con la mano un lago in lontananza. “Lo vedete quello? È il Gelmersee. Da qui potete arrivare alle quattro case di Handegg, dove passa l’autobus. Ma se ci andate così v’arrestano”.
I quattro pensionati si osservarono con occhio critico: erano sporchi di terra dalla testa ai piedi e indossavano tuniche stracciate e mutandoni lerci. Mar-cuz non aveva nemmeno i mutandoni, ma solo un perizoma che avrebbe fatto invidia a una pornostar brasiliana.
“Pijate questi, va’, che sennò ve raffreddate” concluse Mario, estraendo dallo zaino un paio di calzoni, un maglione e due camicie di ricambio.
Alessio e Rolando indossarono le camicie, Filippo e Giacinto i calzoni, Mar-cuz il maglione, l’unico indumento abbastanza largo e sformato da adattarsi alla sua taglia e capace di coprire in parte anche le pudenda. Fu così una specie di armata brancaleone quella che si allontanò lungo un sentiero montano, guidata da Rolando: il vecchio professore, da bravo scout, aveva controllato le mappe di Mario e aveva tracciato la rotta.
Il ragazzo rimase per un po’ a guardarli, finché non scomparvero dietro un boschetto, poi si sedette su una pietra in mezzo alle mucche e si accese uno spinello. Rimase a fissare la canna per un po’, indeciso sul da farsi. Era successo veramente? Li aveva incontrati sul serio, quei tipi strani… il gigante con la toga… Poi si girò verso i resti della collinetta franata e gli sembrò di vedere una mano che emergeva dalla roccia. Distolse subito la vista e prese a grattarsi nervosamente una mano. Forse sarebbe andato a dare un’occhiata, dopo .
Era ancora indeciso se buttare o no la canna quando vide il gruppetto riemergere da dietro gli alberi, diretto verso il lago. Tirò un sospiro di sollievo, fece scattare lo Zippo e cominciò a fumare.