LNCrawler

Capitolo trentaseiesimo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo trentaseiesimo

Capitolo trentaseiesimo

Solo Omero potrebbe narrare le vicissitudini che incontrarono i cinque superstiti per tornare a Furka. Le crisi di panico di Alessio durante il passaggio su un cornicione a strapiombo sul lago furono intermezzi quasi piacevoli. Quando il gruppetto arrivò in vista della stradina tra i boschi, Filippo arrancava poggiando il peso su un bastone, la schiena piegata da un colpo della strega giunto durante il recupero di Giacinto, caduto a terra privo di fiato. Giacinto, a sua volta, era trasportato come un neonato sulle spalle di Mar-cuz, che traballava reggendosi su Alessio e Rolando. Il gigante sembrava essersi adattato velocemente al nuovo ambiente, ma le ultime energie lo stavano ormai abbandonando.

Un vecchio maggiolino Volksvagen che stava sopraggiungendo lungo la strada si fermò. Una testa canuta spuntò dal finestrino e due grossi occhi cerchiati da occhiali antidiluviani fissarono esterrefatti quello spettacolo pietoso.

“Aiuto” rantolò Alessio.

“ Italianen …” rispose il conducente, scuotendo la testa. Poi lo svizzero estrasse un cellulare e chiamò il soccorso alpino.

“E allora?” disse la voce raschiante di Hanspeter Pfister, girando attorno alla “r” di allora come le eliche di un Fokker. Tutte le venuzze rosse risaltavano in rilievo sotto la pelle bianca delle guance.

“E allora pretendiamo che si faccia chiarezza!” rispose Giacinto. Dopo una settimana di degenza in un letto di un ospedale di Gutannen, accudito come un bimbo da premurose infermiere, l’anziano avvocato aveva recuperato il suo spirito guerriero. Ripuliti e rivestiti a nuovo, i quattro vecchi amici sembravano appena usciti da una beauty farm con tanto di consulente d’immagine per la terza età. Solo Rolando aveva fatto a tempo a sporcarsi il maglione nuovo con una grossa macchia di sugo proprio in mezzo alla pancia.

“Avete ricevuto la lista delle vostre cose che abbiamo trovato a casa di Bulgheroni” rispose compunto il Vicecaposezione, giocherellando con una penna, “non c’è scritto tutto quello che avete perso?”.

“Tutto tranne il mio orologio” rispose acido Giacinto.

“E… tranne Georg… tranne i Bulgheroni”, disse Filippo che aveva cambiato rotta proprio un attimo prima di citare altre perdite importanti.

“Tranne il tuo lettore MP3!” intervenne Alessio, dando voce ai pensieri non detti dell’amico.

“Tutta colpa di quei tossici del centro Mesmer” ringhiò Pfister, impuntandosi sulla “k” di kvei tossici , “Sono loro il cancro della nostra valle. Ma un giorno li incastreremo; e pagheranno per tutto”.

“Quei tossici non c’entrano niente, glielo abbiamo detto” replicò Rolando pacatamente.

“E allora chi è stato?” disse Pfister con un sorrisetto ironico, “il pifferaio magico?”. Poi si diede teatralmente una pacca sulla fronte: “Ah no. È vero, c’è una tribù di selvaggi sepolta nel Müttenhorner. Che stupido che sono”.

L’astio dei quattro vecchi si fece palpabile.

“Al Mesmer però non avete trovato niente” disse Giacinto, abituato ai duelli verbali con le forze dell’ordine, “neanche il pickup di Georg”.

“Non vuol dire niente. L’avranno già fatto a pezzi e rivenduto” poi il vicecaposezione prese fiato e parlò scandendo le parole: “Anche Bulgheroni ci ha rimesso la pelle per colpa di quella tossica sbandata della figlia”.

“Insomma, avete una risposta per tutto” sbottò Filippo.

“ Ja! Sicher! ” disse Pfister battendo il pugno sul tavolo: “Queste sono le nostre montagne! Unser Land! Lo volete capire? Noi sappiamo tutto di quello che succede nelle nostre montagne”.

“E Mar-cuz?” bofonchiò Alessio.

“Il gigante?” rispose Pfister, “Chiamatelo con suo vero nome: Mihail Zamfirescu, di Slobozia, un paesino vicino a Bucarest”.

Quattro facce rugose fissarono Pfister a bocca aperta, nell’espressione estatica di un bimbo che ammira un palloncino mentre vola in cielo.

“Faceva il muratore e il falegname” proseguì Pfister. “A quanto pare era scomparso sei anni fa, mentre lavorava al tetto di una baita vicino al Furkapass. Nessuno aveva denunciato la sua scomparsa”.

“Ma… allora” disse Filippo, “come fa a essere così sicuro che si tratti proprio di lui?”.

“Era entrato da clandestino, almeno tre volte. Avevamo le impronte e corrispondono”.

“Eh già, certo” borbottò Rolando, “un Dono del Vento”.

“Come ha fatto a rimanere vivo in montagna tutto questo tempo è un mistero” proseguì Pfister ignorandolo, “e a quanto pare la sua mente è rimasta… come dite voi… danneggiata. Comunque adesso gli abbiamo dato un lavoro e ha un permesso di soggiorno: avrà tempo per rimettersi”.

“Ma la città esiste” gemette Rolando, “cioè, esisteva”.

“Chi non conosce i funghi fa meglio a stare a casa sua, a mangiare pizza e – come chiamate voi – lumache di mare” disse Pfister, “invece che raccontare Dummheit a poliziotti. Qui è tutto chiaro. Tranne cosa volete voi da me”.

“Le valigie” rispose Alessio, “le mie valigie Roncato”.

“Ah già. Abbiamo qui le vostre cose” disse Pfister alzandosi dalla sedia, quindi aprì la porta di uno sgabuzzino e tirò fuori l’attrezzatura rimasta al bed & breakfast prima della partenza per l’avventura sul Müttenhorner.

“ Historiarum Helvetiarum Libri !” esclamò Rolando. “Il mio libro! Pensavo di averlo perso”.

“Allora c’è tutto?” chiese Pfister.

Alessio, Giacinto e Filippo annuirono stancamente.

Il vecchio trenino a cremagliera si avvicinò sbuffando e sferragliando alla stazione di Furka. Il capostazione, abbigliato con divisa e cappello dalla visiera rossa soffiò nel fischietto e annunciò ai turisti l’arrivo del convoglio. Quindi fece cenno al suo assistente, che corse ad aprire le porte del treno e a calare le scalette dai vagoni in stile ottocentesco. La divisa dell’assistente sembrava sul punto di scoppiare, stirata dall’ampio torace; anche maniche e calzoni erano decisamente sottodimensionati. I turisti salirono sui vagoni e il convoglio ripartì.

Mar-cuz, ex gladiatore, ex falegname, insaccato in una ridicola divisa azzurra, si girò e vide Rolando che gli veniva incontro circondato dai suoi vecchi amici. Sorrise, si sedette sul bordo della banchina, estrasse una sigaretta dalla tasca e cominciò a fumare.

“Sigarette mi mancavano” disse in un italiano incerto ma perfettamente comprensibile. “Ne vuoi una, Divinuz?” soggiunse, porgendo il pacchetto a Rolando.

“Ma perché non me lo hai mai detto?” chiese Rolando, mentre si accostava al gigante.

“Perché… perché” rispose Mar-cuz scrollando il capo, “non non so io perché. Forse perché meglio essere gladiatore Mar-cuz che Mihail di Slobozia, clandestino. Meglio agire senza pensare, che pensare senza agire”.

“Ma allora perché mi hai aiutato, perché hai messo a rischio la tua vita per salvare me?” Rolando sospirò profondamente. “E poi, in fondo, è stato tutto inutile”.

“A volte mio padre raccontava storia che diceva sempre suo padre” rispose Mar-cuz. “Diceva me: se guardi con lente per terra, dove sembra che tutto è tranquillo, vedi che invece insetto spia altro insetto, larva mangia altra larva, tutto è solo assassinio. Il mondo è cimitero di insetti. Però poi diceva anche che se ognuno lavora per mettere meglio suo pezzetto di terra, forse noi non facciamo fine di insetti”. Il gigante sospirò, tirò una boccata alla sigaretta e concluse: “Quando parlavi, a volte, tu ricordavi me un po’ mio padre”.

“Ah, questa è bella” sussurrò Alessio all’orecchio di Filippo. “Ci mancava solo la rivelazione finale del giuggiolone di turno”.

Evidentemente l’ex commerciante, abituato com’era ad usare un tono di voce da mercati generali, era ormai incapace di modulare la potenza delle sue emissioni vocali. Fatto sta che Mar-cuz si alzò, si girò verso di lui e gli poggiò sulla spalla un’enorme mano. Alessio sbiancò. Il gigante rivolse un ghigno malvagio a Rolando, ma questi scosse il capo: “Lascia perdere” disse, “non ne vale la pena”.

“Oggi tuo giorno fortunato” disse Mar-cuz con gli occhi fissi in quelli di Alessio, poi gli diede una gran pacca che lo fece traballare sulle gambe. “Vai in pace!”.

“Tu, piuttosto” chiese Rolando all’ex gladiatore, “che farai adesso?”.

Il gigante scosse le spalle: “Sono assistente di Bahnofvorsteher : riparo tetto di stazione, aiuto bambini a salire su treno. Sto bene” concluse, con un sorriso amaro: “in fondo, ho permesso di soggiorno”. Quindi tornò a sedersi sulla banchina e continuò a fumare, guardando la cima lontana del Muttenhörner.

“Peccato!” si dolse Schwaar, mentre assisteva dalla finestra dell’ufficio di Pfister alla scena dei quattro vecchi che caricavano in macchina i bagagli.

“Ti dispiace che partano?” gli chiese Pfister in tono ironico.

“Mi dispiace per le valigie. Mi ci ero affezionato”.

“Pazienza. Ne verranno altri… altre valigie”.

“Sì, ma chissà… forse la storia che ci hanno raccontato aveva un fondo di verità. Forse adesso non scomparirà più nessuno. E nessuno ci lascerà in eredità le sue cose”.

“Be’” disse Pfister, “impareremo a fare a meno di aiuti esterni”.

“Già” rispose Schwaar, “aiutati che dio ti aiuta”.

I due si guardarono e scoppiarono in una risata liberatoria.