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Capitolo trentasettesimo

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Capitolo trentasettesimo

Capitolo trentasettesimo

Alessio aprì gli occhi ed ebbe l’impressione che fossero passati anni da quando li aveva chiusi. Gli ci volle un po’ per capire che si trovava sul sedile posteriore di un’auto. A poco a poco riaffiorarono immagini della Duna azzurra su cui era salito, della partenza da Furka e del successivo pernottamento a Trezzano sul Naviglio.

Cos’era stato sogno e cosa realtà? Si toccò la mano sinistra e riconobbe un vuoto ormai familiare: no, quello era davvero successo. Con la testa appoggiata all’altro finestrino, Rolando dormiva russicchiando beatamente. Bove Pluvio. Lui era reale, quindi dovevano esserlo anche gli eventi delle ultime settimane… forse.

Il guidatore dovette accorgersi del movimento allo specchietto, la testa di Alessio che guardava qua e là, perché motteggiò immediatamente. “Com’è il sonno della vera carogna?”.

“’Fanculo” rispose Alessio.

“Voglio dire” insistette Giacinto, “porta sani incubi forgiati dal rimorso o sogni con nuvolette rosa pastello su cui saltellano animaletti di peluche ?”.

“Telefona a uno dei tuoi clienti terroristi e chiediglielo”.

“Sentilo, che linguaccia, il Giuda Iscariota” sghignazzò il guidatore.

Filippo alla sua destra sorrise, rivolto al finestrino. Sperava proprio che tutto tornasse come prima: nei lunghi anni della vecchiaia il numero di amici che restano sono ciò che più assomiglia al bilancio di una vita. La consapevolezza di quel pensiero gli inumidì gli occhi.

“Linguaccia un paio di palle” arrivò da tergo. “Siamo usciti da quel buco, siamo vivi”.

“Sì, vallo a dire ai Bulgheroni”.

“Insomma, ce ne torniamo a casa sani e salvi. Che cazzo vuoi di più? Volevi continuare a fare saune e massaggi per il resto della vita?”.

Giacinto mormorò qualcosa con tono sognante. Probabilmente chiuse anche gli occhi per alcuni secondi, per meglio rievocare sensazioni perdute, mettendo così a repentaglio la vita di tutti. “Vedi come sei distorto?” disse, infine. “Lo dici come se fosse una depravazione”.

“E no! E no! Quando voglio dei massaggi vado in un centro benessere e pago, e sono libero di andare e venire quando voglio”.

Un mugolio infastidito provenne da dov’era seduto Rolando: “Che c’è? Siamo arrivati?”.

“No, siamo all’altezza di Parma”.

“Ah, che meravigliosa città, Parma: il battistero, il Langhirano, la Resistenza partigiana, Toscanini…”. Non importava cos’era o cosa non era stato: quando gli prendevano gli attacchi di onniscienza, Rolando sprizzava divinità da tutti i pori. Poi, senz’altra ragione che non fosse la scia dell’entusiasmo: “Be’, cos’è questo mortorio?” chiese, e senza attendere una risposta prese ad intonare: “ Bella figlia dell’amoo-oo-re… ”.

Gli altri lo seguirono all’unisono: “ Plun, plun, plun… ”.

“ Schiavo son dei vezzi tuoo-oo-i… ”.

“ Plun, plun, plun… ”.

Insomma, come per magia non fu più un’auto quella che sfrecciava sull’A1 in direzione Bologna, ma una confezione azzurra di madrigalisti in scatola.

Quando l’afflato canoro cessò avevano già passato l’uscita di Reggio Emilia.

Al primo autogrill si fermarono, a beneficio delle vetuste vesciche. Durante il giro di beveraggi prima di riprendere il viaggio, Giacinto tracannò due grappe e un nocino, allietando gli avventori con briose acclamazioni al “ Frühschoppen ”, incurante del suo ruolo di guidatore. Poi, quando anche la sete della Duna fu placata, i quattro si rimisero in moto.

Gli svizzeri, e tutti i nordici in generale, hanno davvero ragione in almeno un punto: un brindisi a metà mattinata, a stomaco vuoto, chiarisce le idee, scioglie la lingua e sblocca le reticenze; contribuisce a diradare quella nebbia di malizia, matrice comune di pudore e sotterfugio, quella bruma mentale da cui prendono forma tanto il motto scherzoso quanto la maldicenza.

Rolando, che aveva bevuto almeno quanto Giacinto, fu il primo a sentire l’esigenza di aprire il cuore agli altri. “Devo farvi una rivelazione” disse, incerto.

“Sei incinta?” chiese Giacinto.

“Sì, e ogni mattina partorisco un gemello tuo” rispose l’altro, anche in virtù dall’alcol ingurgitato. “Non so bene come iniziare questo discorso” proseguì poi. “Ripensavo a tutta la storia della colonia. Ecco… lo ammetto, è stato il mio banco di prova: era una vita che volevo l’occasione per mettere in pratica certe idee m’erano sempre frullate per il capo”.

“Fare il re?” scappò detto a Filippo.

“No. È proprio questo il punto. Io volevo davvero operare un cambiamento, scatenare una rivoluzione tramite una presa di coscienza popolare. Solo che tutto è filato liscio fino al momento di decidere come proseguire”.

“E poi?”.

“E poi è successo quello che avete visto anche voi”.

“Te l’ho già detto” obiettò Giacinto: “Mi sembra comodo… molto comodo, il discorso del rivoluzionario che prende sulle sue spalle le sorti del popolo dichiarandosi suo tiranno”.

“Non è così, te lo giuro. Cazzo, Giacinto, ormai mi conosci. Cioè… quanto è accaduto dopo non è dipeso da me. Quella gente me l’ha imposto. Lo esigevano: avevano bisogno che io fossi il loro dio”. In quel momento Giacinto bestemmiò, quindi si accanì sul clacson a causa di un enorme TIR che gli aveva tagliato la strada.

“Allora, fatemi capire” intervenne Alessio, “sapete che la politica per me è tutta una gran sega mentale. Cioè tu ti saresti… povero cocco… sacrificato?”.

“Ecco” disse Rolando piccato, “come sempre con la tua spocchia piccolo borghese hai un modo pretestuoso di porre i fatti. Ci sono altre cose oltre agli interessi. Ci sono i principi, gli ideali…”.

“Sì, tutte seghe mentali”.

Filippo ridacchiò in modo perfettamente udibile. Non prendeva mai parte a questo tipo di discussioni ma se la godeva sempre un mondo.

“Insomma, checché ne pensi il pescivendolo rifatto qui presente” proseguì Rolando, “ho riflettuto parecchio su questo paradosso. Ho pensato che le grandi idee, i principi e gli ideali sono sempre e comunque materia di pochi. Le cose che la gente normale vuole sono solo due: il feticcio e la pagnotta”.

“Pensiero interessante” ironizzò Giacinto. “Fa molto Proudhon”.

“Lo so. Ammetto che va un po’ rielaborato. In realtà, il concetto è che la gente ha bisogno di nutrimento, che sia destinato al corpo o a quell’entità indefinibile che chiamiamo anima. La soddisfazione del primo, la ottieni con l’equità sociale, la quale come ben sapete è garanzia per la pagnotta ; per soddisfare l’altro serve un simulacro a cui prestare devozione, ovvero il feticcio ”.

“Stai dicendo che senti il bisogno di nutrimento spirituale?”.

“Io?” rispose il divino, trasecolando. “Ma che hai capito! Che c’entro io?!” Dopo una pausa che faceva intuire un’attenta scelta delle parole da usare, continuò. “Io il nutrimento voglio darlo agli altri. Voglio fondare una religione, diventare gran sacerdote e dare alla gente un feticcio a cui genuflettersi”.

“Gran sacerdote, eh?” interferì Alessio col cipiglio dei padri pellegrini.

“È ovvio che avrei bisogno di gran sacerdoti miei pari, gente fidata che diffonda il verbo”.

L’odore che si sprigionò dal sottinteso era quello dolciastro e insinuante del business . Bastò a zittire Alessio, ma non Giacinto: “E come la mettiamo con il discorso dell’oppio dei popoli?”.

Rolando alzò le spalle. “L’uomo moderno non è maturo per il materialismo. Tanto vale proporre una religione meno peggio delle altre”.

“E tu a che genere di feticcio avresti pensato?” chiese Giacinto. Avrebbe voluto aggiungere “un bel piede di donna?” ma si trattenne.

“All’inizio il cervello mi girava a vuoto sulle solite cose” disse l’altro, “il sole, la luna, un vitello d’oro, ma era tutta roba trita e ritrita. Poi ho pensato che in questo preciso frangente storico serva qualcosa di più terra-terra”.

“Vale a dire?”.

“Un fungo”.

“Un fungo?” fecero polifonicamente eco gli altri.

“Il fungo è nobile” disse Rolando senza scomporsi, “ed è umile. Trae nutrimento dal sottosuolo e dagli escrementi, cresce e si sviluppa nel giro di qualche ora, quindi s’innalza fiero col suo copricapo comico, plebeo e al contempo marziale. Il fungo è l’emblema stesso della terra e degli esseri che ci vivono”.

“Oh, Madonna!” disse Alessio, spalmandosi una mano in faccia. “I funghi nel cervello, gli sono cresciuti”.

Giacinto e Filippo invece prendevano il discorso molto più seriamente. In fondo un certo scrittore di fantascienza a loro ben noto aveva fatto la sua fortuna con un giochetto simile, dimostrando che la realtà può spingersi ben oltre le fantasticherie della letteratura di genere.

“E come avresti intenzione di chiamarla, questa religione?”.

“All’inizio pensavo a qualche nome per il feticcio, tipo il Grande Boleto, ma non mi convinceva molto. Sapete, bisogna anche prevenire il sarcasmo dei detrattori”.

“E quindi?”.

“Quindi ho pensato di chiamarla Mycology. Fa chic e non impegna. Rimanda a fantasie cosmiche e siderali, ma contiene quel certo etimo che conferisce una solida radice scientifica”.

Invece del boato di scherno che era lecito aspettarsi ci fu silenzio.

Tutto considerato, Mycology non suonava affatto male.

Poco dopo, com’era ovvio che succedesse, nel tratto di autostrada che lambisce Bologna l’andatura rallentò a passo d’uomo. Questo consentì ai passeggeri di deviare le loro menti verso altri luoghi, regioni intermedie tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. Il che significa che per lo più sonnecchiarono. Anche Giacinto poté rilassarsi, cosa che nel suo caso voleva dire imprecare e bestemmiare all’indirizzo degli altri autisti e delle infrastrutture tutte.

All’una e trenta, per sfogare la frustrazione, uscirono alla diramazione per Padova: grazie alle sue peregrinazioni di lavoro, Alessio conosceva un ristorante a ogni casello. In quella zona, vicino alla tangenziale, la base dati segnalava l’Antica Trattoria della Gigina. Specialità: tortellini, lingua, testina, manzo e cotechino.

“Solo uno spuntino, eh?” disse Filippo.

“Contaci” rispose Rolando, con uno strano ghigno.

Quando rientrarono in autostrada, alle quattro di pomeriggio, un silenzio sonnacchioso prese forma nell’abitacolo della macchina. Filippo, che aveva sostituito Giacinto alla guida, combatteva stoicamente per non cedere alla tentazione di addormentarsi, morire in uno scontro fantasmagorico con un TIR e creare un ingorgo con cui vendicare le tante volte in cui era rimasto bloccato per ore in interminabili file. Se li immaginava, gli altri automobilisti, inchiodati tra altri automezzi, intenti a chiedersi cosa fosse successo.

Intanto il Sangiovese e il grappino (offre la casa!) agivano inesorabilmente sulle sue sinapsi, mentre il ronfare sommesso di Alessio e Giacinto nonché i barriti di Rolando creavano un accompagnamento ipnotico al panorama monotono dell’autostrada. A un certo punto, la lotta disperata con i muscoli facciali per controllare le palpebre divenne insostenibile; Filippo racimolò le ultime energie, trangugiò un pocket-coffee, infilò nell’autoradio una compilation dei Beatles e la accese a tutto volume. Gli adorati ragazzi di Liverpool rivitalizzarono i suoi sensi sopiti, ma richiamarono in vita anche i compagni di viaggio, che si risvegliarono grugnendo infastiditi sulle note di “ Please don't wake me, no don't shake me… ”.

Rolando si stirò rumorosamente, soffocò un rutto, guardò pensoso il guardrail che correva fuori dal finestrino e prese a massaggiarsi l’ampio ventre. “Sapeste che crampo mi prende allo stomaco quando ripenso alla colonia” disse.

“Non sarà l’abbinamento tortellini-cotechino-zuccotto di torroncino e crema balsamica?” chiese Alessio, acido quanto i suoi succhi gastrici.

Rolando lo ignorò, fece un lungo sospiro e proseguì: “I miei sudditi. Tutti morti… che orrore”.

“E il povero Georg?” disse Filippo con trasporto. “E quei poveracci dei Bulgheroni e la creaturina che aveva raccolto Monica?”.

“Povera Monica” disse Alessio commosso, “gran manza, era”.

“Eh già” concordarono più o meno tutti.

“Certo che è assurdo” riprese Filippo, “erano lì con noi… a due passi dall’uscita, e…”.

“La vita è così, figliuolo” disse Giacinto, che tutti credevano dormisse ancora, visto che non aveva nemmeno aperto gli occhi. “Il caso è sempre lì che incombe”.

“Sì, ma erano sopravvissuti, se l’erano cavata fino a un passo dalla salvezza” replicò Filippo.

“Embè?”.

“Potevano essere uccisi dalle guardie, o dal crollo di macerie”.

“Evidentemente non è successo”.

“Sì, ma perché il masso?”.

“E perché no?”.