Quinto Cilindro
Quinto Cilindro
Quinto Cilindro
La città di Nova Roma nacque sulle ceneri dei barbari oppressori quando gli Dèi abbandonarono il mondo. Nova Roma fu governata per secoli e secoli dagli Zee-sahr, che tiranneggiarono il popolo diviso tra i cittadini, nobili e plebei da un lato, e dall’altro gli umili schiavi, i Doni del Vento e la loro progenie.
Poi vennero i giorni della Grande Rivoluzione, ai quali seguì l’ordalia del Grande Buio. Quella fu un’epoca breve ma portò quasi all’estinzione dell’Urbe.
Tutti allora pensavano che la fine fosse giunta: nella città si era dissolta l’autorità delle leggi, tanto di quelle divine quanto di quelle umane; ovunque regnavano miseria e dolore. Le pochissime abitazioni sopravvissute al fuoco e al rovinoso crollo di buona parte della volta, erano diventate proprietà comune e chiunque vi capitasse le usava come se fosse il padrone. Gli uomini si erano ridotti come bestie, dediti alla copula e alla violenza, ratti che rimestavano tra le macerie, negli interstizi della roccia.
Alcuni accusavano di tutte le loro disgrazie i ribelli e i Doni del Vento: dicevano che erano stati loro a causare l’avvento del Buio, perché avevano chiamato Divinuz un semplice uomo. Altri invece accusavano Cloo-diuz, l’ultimo Zee-sahr, perché aveva scacciato il Divinuz, sacro agli Dèi. Tutti, però, giacevano nella stessa disperazione, nello stessa gelida attesa della morte.
In breve, le polemiche e le lotte intestine finirono per spegnersi. Gli Dèi avevano punito tutti: Zii-ves e schiavi, uomini di Cloo-diuz e seguaci del Divinuz. Pochi superstiti si aggiravano disperati tra le frane e le oscure gallerie, illuminando la loro eterna notte con pallide torce, in attesa della fine.
Di ora in ora l’aria si faceva pestilenziale e il respiro veniva meno. Dopo alcuni giorni, o settimane, era rimasta atmosfera respirabile solo nei pochi cunicoli in cui qualche crepa faceva circolare un refolo di vento. Inutile implorare gli Dèi, inutile supplicare il Favonius.
D’improvviso le pareti tornarono a brillare, il pallido volto di Selene cominciò nuovamente a rifulgere dai pochi cristalli che avevano resistito allo scempio, e il respiro di Favonius, freddo ma benefico, prese ad alitare tra le rocce. Gli sguardi dei superstiti si volsero speranzosi verso l’alto e subito furono colti dal terrore: gli Dèi erano tornati e volteggiavano numerosi sopra di loro, in cerchi concentrici. Tutti caddero in ginocchio, in attesa dei raggi gelidi che avrebbero posto fine alle loro sofferenze. Aspettavano la liberazione.
E liberazione fu… ma non quella attesa.
Gli Dèi parlarono, e la loro voce fu quella delle locuste e due uomini tradussero il loro verbo. Due uomini che portavano nelle mani i frammenti dello scettro dei vecchi Zee-sahr.
Uno di essi, un gigante col corpo segnato dalle cicatrici di mille battaglie, parlava l’antica lingua. L’altro non apriva bocca, ma assentiva ed emetteva fumo da una brace rovente tra le labbra. Essi erano gli emissari degli Dèi: non Dèi essi stessi, ma uomini, venuti per costruire la vera Rez publica , non per dominare. Primi consoli di un regno che un giorno si estenderà oltre ogni tempo e dimensione.
E così, i padri dei padri dei nostri padri vennero rifocillati e ripresero a lavorare, non più come servi, ma come pari dei nuovi Dèi. Questo è il motivo per cui oggi noi non siamo né Dèi né uomini, né affssdewr , ma semplicemente fratelli .
Nova Roma riparte da qui, e questo nuovo capitolo della storia dell’Urbe sarà il primo di un nuovo ciclo che si ricongiunge alle Scritture, i Quattro Cilindri del Divinuz, fortunosamente scampati alla catastrofe e rinvenuti tra le rovine.
Vibrate dunque, fratelli, perché cento cicli maggiori sono trascorsi dalla liberazione ed è sempre più vicino il giorno in cui ci riprenderemo ciò che ci è dovuto: l’universo. Sia sempre lode ai primi consoli Mar-cuz e Maa-riuz e al Primuz-affssdewr-inter-parez dell’Urbe, il Senza Antenne.
Presto saremo pronti.