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Capitolo secondo

Il Quinto Cilindro — liberliber.it · All chapters

Capitolo secondo

Capitolo secondo

Dopo una trentina di chilometri, i passeggeri della Duna azzura videro avvicinarsi l’insegna con la scritta “Willkommen – Welcome – Benvenuti a Tiefenbach”: si muoveva verso di loro con lentezza estenuante, e a Giacinto vennero in mente i tempi infiniti dei paradossi di Zenone. Da lì in poi la strada serpeggiava tra le case, costruite in rigoroso stile montanaro: tetti spioventi, finiture in legno a vista, grondaie in rame lucidato e balconcini straripanti di fiori coloratissimi.

Con le impercettibili contrazioni tipiche del movimento della lumaca, l’auto scivolava tra edifici che sfoggiavano con orgoglio grosse scritte in caratteri gotici. I tre vecchi, assorti com’erano nel tentare di decifrarle, trasalirono per lo strombazzare convulso di un vecchio pickup arancione coperto di ruggine che, dopo essere sbucato da una stradina laterale, li aveva dribblati come se fossero stati una colonnina spartitraffico. Filippo mormorò qualcosa che poteva anche essere un pacato insulto. Accucciato accanto al guidatore, un enorme sanbernardo li guardò in cagnesco dal finestrino, ma come fargliene una colpa?

Il pickup inchiodò poco più avanti di fronte a una casetta e il guidatore, un uomo alto e robusto con la barba cespugliosa e due folti baffi grigi, si mise a scaricare legna dal mezzo e ad accatastarla con estrema disinvoltura, mentre l’enorme cane rimaneva a bordo. Il sanbernardo emise un lungo ringhio modulato quando dalla casa uscì una donnina anziana che porse dei soldi al proprietario del pickup .

“Guarda com’è conciato, quello!” Alessio indicò con aria canzonatoria il montanaro barbuto, abbigliato con calzoncini corti e grembiulino blu assai ristretto.

“Oh. Sembra finto” disse Filippo.

“Ecco la locanda” esclamò all’improvviso Giacinto, indicando un punto sulla destra.

“Dove?”.

“Ah, no. M’era sembrato”.

Filippo protese il collo sopra il volante, cercando di guadagnare un po’ di visuale, e dimostrò una flessibilità che un uomo vicino alla settantina non dovrebbe avere. Barnum ne avrebbe fatto un contorsionista coi fiocchi.

“Ma lo sapete o no dov’è ‘sta locanda?” chiese Alessio e, stimolato dal silenzio degli altri, continuò a concionare: “E ti pareva? Ma non ve lo potevate far spiegare meglio da quel Rolando, che mi sta pure un po’ sui coglioni? Uno si fa un monte di strada per andare a trovare un fesso che gioca a fare Indiana Jones e…”.

“NO! Non di qua” si lamentò Giacinto. Filippo aveva diligentemente messo la freccia e girato in una stradina.

“Mi state ascoltando o no?”.

“No, ma tu prova a formulare qualche epitaffio” disse Giacinto esasperato, girandosi verso di lui con sguardo omicida.

Alessio tornò a fissare il panorama fuori dal finestrino. “Ma cos’è, il paese degli gnomi?” disse, senza cogliere la velata minaccia che lo avrebbe dovuto indurre al silenzio.

Gli abitanti di Tiefenbach osservavano con interesse quella Duna azzurra dell’86 che si aggirava lentamente tra le case. Aveva già percorso tutte le vie del paese, più volte, anche in retromarcia. Lo spettacolo migliore era la faccia dei passeggeri, in particolare il vecchio che berciava sul sedile posteriore. Qualcuno sperò che continuassero anche la sera, quando c’era più tempo per gustare la scenetta. Purtroppo per la platea, l’automobile si fermò bruscamente di fronte alla pensione di Frau Gewürtz. Tutte le auto dei forestieri si fermavano lì.

“Finalmente ci siamo!” disse Alessio, che sgranchì gli arti; poi guardò l’orologio e premette un pulsantino, come se fermasse un cronometro. “Sono le undici e trentatré minuti: Como–Tiefenbach in tre ore e mezzo. È una specie di record”.

“Stai un po’ zitto e riempiti i polmoni d’aria buona” disse Filippo inspirando avidamente, quindi aprì le braccia con movimenti mal sincronizzati. Poi vide che Giacinto si accendeva un sigaro ed ebbe un moto di sconforto. “Non si fuma, in montagna…”.

“E piantala, anche tu!” rispose Giacinto, che più che fumare il sigaro lo stava succhiando, come un poppante in cerca di conforto al seno materno. “Pensiamo piuttosto a trovare Rolando”.

Rolando Ruggeri era un amico di vecchia data di Giacinto e Filippo. Al termine di una vita da insegnante di scuola superiore, aveva finalmente conseguito l’agognata pensione, poi aveva cominciato a girare l’Italia per seguire il filo di una fantomatica ricerca che, a suo dire, avrebbe rivoluzionato le teorie storiche sull’epoca di Cesare.

Rolando era la dimostrazione vivente del fallimento del sistema universitario italiano: storico appassionato e gran conoscitore della Roma classica, non era mai riuscito a entrare nel mondo accademico. La colpa era della sua scarsa propensione a lasciarsi schiavizzare da vecchi, ampollosi baroni, pratica inveterata che mal si addiceva a un assiduo frequentatore di slow food e centri sociali com’era lui.

La sua era una personalità sfuggente e complessa, indefinibile, se non per accumulazione di attributi: in essa convivevano l’indole del gourmet , quella del filologo classico e dell’eterno boy scout. Appena laureato, Rolando aveva trascorso lunghi anni arrangiandosi con lavoretti da cuoco. Tra un pranzo e una cena, si presentava come freelance ai concorsi per le borse di dottorato, nei quali risultava sempre il primo tra gli esclusi. Alla fine aveva vinto un posto di ruolo nelle scuole superiori grazie a un concorso epocale a cui avevano partecipato decine di migliaia di disperati. Da un lato, il lavoro da insegnante gli garantiva un reddito minimo per soddisfare i suoi piaceri eno-gastronomici, dall’altro però toglieva tempo ed energie ai suoi interessi extralavorativi: la ricerca archeologica e le lunghe passeggiate in montagna.

I tre vecchi aprirono la porticina in legno della baita; entrando, si trovarono di fronte un terzino di mezza età vestito da domestica, dalla pelle candida e burrosa, intento a pulire e rassettare un ambiente apparentemente immacolato.

“ Guten Morgen , gnädige Frau ” biascicò Giacinto.

“ Guten Morgen ” rispose il terzino, che a una più attenta analisi si era rivelato essere una donna. Lo sguardo ostile era puntato al sigaro semispento del suo interlocutore che spargeva fiocchi di cenere sul pavimento.

“Siamo gli amici del signor Ruggeri” spiegò Giacinto. “ Herr Ruggeri” ripeté, mentre con le braccia allargate simulava una figura corpulenta.

“ Ja , Herr Ruggeri. Lui… nicht mehr hier … non essere più”.

“In che senso non essere più , scusi?” I tre vecchi si scambiarono qualche occhiata perplessa.

“Io chiama mio marito, lui dice voi” rispose l’albergatrice, quindi fece alcuni passi e urlò forte nel vano scale: “ Haaadrian ”.

Qualcuno rispose in tedesco, e la donna a sua volta urlò qualcosa d’incomprensibile. Si udirono dei passi al piano superiore e poi lungo le scale. Infine comparve un uomo che brontolava tra sé, con l’atteggiamento tipico del novanta per cento dei mariti di tutto il mondo.

Ci fu un rapido scambio di battute fra l’albergatore e la moglie, infine lui si voltò verso i tre vecchi. “Siete voi, amici di Herr Ruggeri?” chiese, in discreto italiano.

“Sì”.

“Ho messaggio per voi”.

Hadrian passò dietro il bancone che fungeva da reception e prese un biglietto da uno dei cubicoli a cui erano appese le chiavi. Se lo rigirò un po’ tra le mani mentre faceva qualche passo più in là, dove la reception diventava un bar. Infine lo depose sul ripiano del bancone e si mise a trafficare con alcuni bicchieri.

Giacinto si avventò sul messaggio: portava la data del 25 giugno. Quasi due mesi prima; appena pochi giorni dopo la telefonata con cui Rolando aveva invitato i tre anziani amici a Tiefenbach per trascorrere assieme il Ferragosto. L’ex avvocato aprì la busta e lesse ad alta voce: “Ci vediamo a Furka. Baita di Schwaar. GROSSE novità!”.

Alla parola “Furka” l’albergatore ebbe un sussulto ma non disse nulla. Passò un po’ di tempo prima che qualcuno parlasse.

“Accidenti a quel cazzone ” sbottò Alessio, “non poteva fare una telefonata per avvertirci?”

“Lo sai che non ama parlare al telefono se non è proprio necessario” rispose pacato Filippo. “Non ha nemmeno mai voluto comprare il cellulare”.

“Avrà pensato che bastava la lettera” disse in tono secco Giacinto. “Comunque è una persona affidabile: andiamo a Furka, lo troveremo lì.”

Alessio sbuffò e si rivolse all’albergatore: “Che diavolo è Furka ?”

“Sono quattro case a dieci chilometri da qui, su monti, vicino a passo” rispose Hadrian. Poi, riluttante: “io penso che meglio voi non andate”.

“E perché no?” chiese Giacinto.

“Non essere niente, lì. È brutto posto” sussurrò Hadrian, guardandosi intorno circospetto. “Porta sfortuna. Tanti turisti finiti in crepacci. Noi di qua preferiamo stare lontani Furka. Meglio Tiefenbach, molto molto meglio” concluse, aprendo le labbra sui grossi denti da roditore.

“Ah, bene, ci fermiamo qui, allora!” esclamò Alessio, soddisfatto.

“Zitto tu” intimò Giacinto. “E dov’è la baita di Schwaar?”.

“Se proprio volete andare… La baita di Wilhelm Schwaar la trovate un chilometro prima di paese ” rispose ancora Hadrian, un po’ a disagio. “Si riconosce subito: ha grosso paio di corna di mucca appese sopra porta”.

“Dev’essere un tipo raffinato, questo Schwaar” commentò Alessio con una risata sguaiata, suscitando anche una risatina trasversale di Filippo.

“Se non trovate lui a casa, cercate a osteria, Schwaar è proprietario” precisò Hadrian che, nel frattempo, aveva deposto ordinatamente quattro bicchieri e li stava riempiendo di un liquido incolore. Riservò per sé l’ultimo a destra. Pareva sul punto di aggiungere qualcos’altro, poi invece disse solo “ Skoll ”, alzando il bicchiere all’indirizzo dei tre vecchi.

“E questo che sarebbe?” disse Giacinto.

“ Frühschoppen ” rispose l’albergatore. “Brindisi mattutino”.

“Uomo” replicò Giacinto prendendo un bicchiere, “tu mi piaci”.

Alessio e Filippo seguirono il suo esempio, perplessi. Ma mentre Giacinto e l’oste vuotarono i loro bicchieri d’un fiato, loro si limitarono a bagnare le labbra.

“Ma… è grappa!” disse Alessio.

“Già” commentò Filippo, che pure non disdegnava.

“E con che vorresti brindare” replicò Giacinto, “col brodo di pollo?”.

“Ma Cristo Santo! Sono le undici di mattina!”.

“ Frühschoppen … devo ricordarmi questa parola” disse tra sé Giacinto, mentre l’albergatore gli riempiva di nuovo il bicchiere. “Non c’è niente da fare. Sono troppo avanti questi svizzeri”.

Giacinto smise di bere quando ebbe qualche difficoltà a pronunciare “ Skoll ”. Le guance del loro anfitrione erano divenute assai rubizze, mai quanto la faccia di Frau Gewürtz che, evidentemente, non gradiva che suo marito fraternizzasse troppo con tutto quell’alcol. D’altronde, pensò Giacinto, con una moglie come quella la propensione all’alcol dell’uomo era comprensibile… Prima di provocare un incidente diplomatico, i tre vecchi decisero di salutare il loro ospite e puntare verso Furka.

“Da’ qua le chiavi, fino a Furka guido io” disse Giacinto anticipando Filippo al posto di guida.

“Ma…” Alessio non poteva credere alle proprie orecchie. “Non vorremo andare veramente in quel posto?”.

“E perché no? Rolando ci aspetta là”.

“Ma non avete sentito che ha detto il crucco?”.

“Bah. Non farei troppo affidamento su quello che dice uno che si fa i cicchetti a quest’ora”.

“Veh… senti chi parla”.

“Eh no! Eh no! Tu confondi troppo facilmente la nobile arte del bere con il deprecabile vizio dell’alcolismo, che è ben altra cosa” disse Giacinto, sornione. “Ma perché perdo tempo a spiegarti queste sottigliezze? Sali in macchina che si parte” aggiunse poi, montando alla guida e aprendo le sicure dei passeggeri.

“Non con te alla guida. Hai bevuto come una spugna!”.

“Basta! Silenzio! Sali o vieni a piedi?”.

“Vi raggiungo in taxi” disse Alessio con ostinazione. “Non voglio morire in un groviglio di lamiere”.

“Ma bene!” esclamò Giacinto, avviando il motore, “Sai che ti dico? Arrangiati!”.

“Aspetta” lo fermò Filippo. Poi, rivolto all’altro: “Dai, Alessio, cerca di ragionare. Quanti taxi hai visto da queste parti? Neanche l’ombra. E magari se ne fai chiamare uno ti arriva da Lugano”.

“Non importa, chiederò un passaggio a qualche villico”.

“Sì, senza spiccicare una sillaba di tedesco. Non fare il fesso, sali, su”.

La posizione di Alessio era indifendibile e d’altronde c’era qualcosa nei modi di Filippo che faceva sempre apparire la resa come onorevole. Ci sapeva fare, lui. Trent’anni di sportello come impiegato dell’ACI avevano il potere di instillarti il senso della mediazione. Fatto sta che, pur recalcitrante, Alessio riprese il suo posto sul sedile posteriore, mugugnando: “Sì, ma se gli fanno il palloncino la multa la paga lui”.

In paese molti si fermarono a veder ripartire la Duna azzurra dell’86. Qualcuno la indicò ai figli. Quando l’auto tornò indietro e finalmente imboccò la strada principale, Herr Gruber, il falegname, non poté trattenere un applauso.