Capitolo quarto
Capitolo quarto
Capitolo quarto
Tutto faceva sperare che la mucca si stesse concedendo un momento di riposo e che presto se ne sarebbe andata, poi passarono i minuti, e fu chiaro che essa non aveva la minima intenzione di scomodarsi. I tre vecchi scesero dall’auto e iniziarono a sbracciare, a fare versi all’indirizzo della bestia: “sciò”, “pussa via”, invano. Filippo arrivò a ipotizzare che fosse una sorta di feticcio vudù per inibire il passaggio ai turisti indegni di visitare il borgo montano.
Mentre i tre facevano la conta per chi dovesse provare a spingere o tirare la mucca, si udì il suono di un clacson e dalla caligine spuntò il pick-up arancione che avevano visto a Tiefenbach, quello con l’uomo barbuto e il sanbernardo. Giacinto alzò una mano, un misto tra un saluto e una richiesta di aiuto, ma l’uomo non ricambiò né sembrò accorgersene. Si limitò a scendere dal veicolo e, staccato un ramoscello flessibile da una pianta, lo calò sui quarti dell’animale. Come per un segnale prestabilito, la mucca si fece da parte. L’uomo barbuto risalì sul suo mezzo e, dopo aver sorpassato la Duna ferma, sparì su per lo stradello.
“Presto, prima che la mucca torni al suo posto!”. I tre risalirono in macchina con uno scatto che parecchi trentenni avrebbero invidiato; in meno di un minuto avevano ripreso la via per Furka.
Dopo l’ennesima tortuosità della strada, la Duna si affacciò su una minuscola vallata schiacciata tra i monti; ai margini della valle spuntavano alcune case. Sembrava una versione in miniatura della già minuscola Tiefenbach, con la chiesetta in legno e il palazzo del municipio che s’intravedevano nella foschia, tra le rade casette dei valligiani. Il paese sorgeva vicino all’ultimo pezzo di bosco in grado di resistere al freddo dell’inverno.
“Oooh… Il paese di Babbo Natale” commentò Filippo con voce sognante.
“Dove cazzo ci ha trascinato quel coglione di Rolando?” esclamò più prosaicamente Alessio.
“Noto che anche lei ha fatto gli studi classici a Oxford, sir ” ringhiò Giacinto, reso astioso dal fatto che cominciava a pensarla come Alessio, anche se non lo avrebbe mai ammesso. “Siamo tutti stanchi” disse poi, ansimando a causa dell’aria sottile e dei polmoni incatramati, “vediamo di trovare questo Schwaar e domani penseremo a cosa si può fare in questo posto in culo al mondo… a parte il Frühschoppen ”.
“Guarda” disse Filippo, “ecco la casa cornuta”.
In fondo al breve rettilineo che percorrevano era spuntata una casetta gialla col tetto spiovente, sulla cui porta d’ingresso risaltava un bel paio di corna bovine.
“Il signore ha problemi di coppia” commentò Alessio, con voce acida.
“Non sembra che la cosa lo turbi” soggiunse Giacinto, “anzi: le ostenta, le corna. Si direbbe un uomo di mondo”.
La macchina si arrestò davanti alla porta della baita. A pochi passi era parcheggiata una Passat nera.
“La porta della baita è aperta” disse Alessio. “E quella macchina, di sicuro, non è di Rolando”.
“Che spirito di osservazione!” rispose subito Giacinto.
“E basta, ragazzi ” si lamentò Filippo, “per un po’ siete anche divertenti, ma poi sembra di stare in mezzo all’ennesimo remake di La strana coppia ”, quindi scese dalla macchina, tirando ampi respiri. Gli altri rimasero lì a guardarsi, forse per capire chi dei due fosse Jack Lemmon e chi Walter Matthau, poi, sbuffando, scesero anche loro. Dando per scontato che avrebbero dormito là, i tre presero zaini e valigie dal portabagagli, quindi puntarono verso la casa e passarono sotto le forche taurine.
“Rolandoooo”.
“Siamo arrivati!”.
La struttura dell’abitazione era simile a quella dell’albergo di Tiefenbach, ma le suppellettili e il mobilio erano più essenziali. Il monolocale ricavato nella vecchia baita poteva ospitare fino a quattro persone. Letti, armadio, tavolo e sedie sembravano residuati bellici rimasti lì dai tempi della Grande Guerra. La cucina a gas, un tempo laccata di bianco, aveva assunto uno sgradevole colore giallo-pus. Sulla mensola sopra il camino era disposta una fila di libri che avevano l’aria di essere stati manipolati da intere generazioni di montanari. Filippo si diresse subito verso la libreria in miniatura.
“Garda qui! Frank Herbert: Der Wüstenplanet . Buffo, no? E questo con la copertina color vene varicose cos’è?”.
Un rumore di sciacquone interruppe l’ispezione di Filippo e anticipò la comparsa di un uomo che uscì da una porticina all’angolo dell’appartamento; era ben oltre la soglia dell’obesità, aveva due grossi occhi grigi e un accenno di barba rossiccia, indossava una camicia a quadri, jeans scoloriti e due stivali coperti di fango o merda secca. L’uomo fissò i nuovi arrivati con un certo stupore: “ Ja? Was wollen sie? ”.
“ Guten Morgen! ” esclamò gioviale Giacinto mentre si toglieva il sigaro dalla bocca, memore delle ultime vicissitudini a Tiefenbach. “ Herr Schwaar ? ” chiese, porgendo la mano. L’uomo la accolse in una presa umida e molliccia e rispose con marcato accento tedesco.
“ Ja . Wilhelm Schwaar. Cercate stanza?”.
“No. Cioè sì. Dopo, magari. Prima però cerchiamo un amico. Ruggeri. Rolando Ruggeri. Ci ha lasciato detto che alloggiava da lei”.
“Ruggeri?” rispose Schwaar arrotando le erre. “Ah, ja , Ruggeri: lui andato. Eine lange Zeit verging ”.
“Ma cos’è, una caccia al tesoro?” disse Alessio, lasciando cadere le braccia.
“Andato dove?” chiese Giacinto. “Ha lasciato detto qualcosa?”.
“No. Niente. Lui pagato e andato”.
“Ma… Cristo!”. Alessio stava assumendo un caratteristico color aragosta, tipico dei suoi attacchi di nervi, a cui seguivano la gastrite, il maalox e la cardioaspirina, non necessariamente in questo ordine.
Giacinto si accarezzò la pelata, poi prese la situazione in mano: “Senta, siamo stanchi. Possiamo fermarci qui per la notte? A Rolando penseremo domani”.
Il ciccione scosse la testa: “ Nein. Es tut mir leid. Mi spiace. Deve arrivare altri turisti, qui”.
“Ma allora… cazzo!” sbottò Alessio.
“C’è un albergo, un posto qualunque dove dormire in paese?”.
Il ciccione scosse ancora la testa. Poi, però, vedendo la valigia di Alessio, la sua espressione ebbe un mutamento. “ Pella faligia !” esclamò.
“Certo che è bella” disse Alessio con orgoglio, “è costata fior di soldoni. È una Roncato ”.
Improvvisamente Schwaar sembrò ricordarsi qualcosa: “Bulgheroni. Vicino municipio. Affitta stanza, se proprio volete”.
“Proprio vogliamo, grazie. Potrebbe spiegarci come ci si arriva?”.
“ Ja. Io spiego. Molto facile. Ora io do biglietto di mia osteria, Bulgheroni lì vicino”. Schwaar si frugò le tasche, poi aggiunse: “Un attimo, vado prendere in macchina”.
Alessio tallonò l’oste; Giacinto lo stava seguendo da presso, quando Filippo gli arpionò un braccio e sussurrò: “Guarda un po’ qui”.
Il libro che Filippo gli stava porgendo differiva non poco dai classici tascabili da Bed & Breakfast . Sembrava, piuttosto, un volume di antiquariato, con tanto di copertina cartonata e rossastra.
“ Historiarum Helvetiarum Libri . E allora?”.
“Strano, no? Sembra il tipo di roba che si porta dietro Rolando”.
“Già. Strano che Rolando sia partito senza lasciare un messaggio e strano che abbia lasciato il libro qui”.
“Che facciamo?”.
Giacinto non rispose, si limitò ad agguantare il tomo e infilarselo sotto la giacca a vento.