Secondo Cilindro
Secondo Cilindro
Secondo Cilindro
La vita scorreva, lenta e opaca come una goccia d’acqua lungo una stalagmite: prima di scomparire nelle tenebre, ogni goccia allunga il percorso di quelle che la seguono. Imparammo presto a prolungare le nostre miserabili vite facendo attenzione a come morivano i nostri compagni.
Quando ci separarono dalle donne e dai bambini non ci opponemmo, quelli che lo fecero furono uccisi. Quando ci spedirono a scavare nelle viscere della terra non ci opponemmo, l’unico che lo fece venne sventrato e gettato nell’abisso. Quando infine vedemmo i nostri figli scuoiati che penzolavano al soffitto come bestie macellate non ci opponemmo. Gli ultimi barlumi della nostra umanità luccicavano fievoli come una torcia in fondo a un crepaccio.
I più fortunati impazzirono appena arrivati. I nostri carcerieri consideravano i pazzi consacrati al Favonius e dispensati dalle fatiche massacranti a cui erano sottoposti tutti gli altri. I pazzi, gli electi , erano liberi di girare per le grotte finché il Favonius non li reclamava per sé, cosa che avveniva con una certa regolarità. Ogni plenilunio, i lavori di scavo venivano sospesi e i nostri carcerieri ci legavano con catene di uno strano metallo luccicante, quindi ci conducevano ai margini del bosco, dove sopravvivono solo radi alberi secolari e dove le propaggini delle nubi allungano le loro spire sul terreno umido. Lì, l’antico fusto di un larice ci accoglieva con la sua melodia di morte e tutti noi venivamo costretti ad assistere al rito. Il corpo del prescelto avrebbe danzato la musica del larice fino all’arrivo di quel vento mostruoso e irruento che squassava le valli con la potenza del caldo Favonius e il secco gelo del Magister. Magister Favonius non era un semplice vento: aveva sembianze e artigli e giungeva puntuale al termine della cerimonia per trascinare il corpo dello sventurato in un mulinello di ghiaccio e sangue. Quelli che non sopportavano la vista del Favonius divenivano i successivi candidati al sacrificio.
Di fronte agli orrori del rito, anche la sofferenza quotidiana nelle viscere della Terra assumeva una sua dignità: eravamo pur sempre Romani, popolo di costruttori. Lavorare alle gallerie dava un senso a quella notte interminabile, illuminata dall’innaturale opalescenza delle pareti scabre.
La sera, quelli che sopravvivevano alle fatiche quotidiane si raccoglievano come bestie nei recinti, a mangiare i funghi spugnosi che arrivano dalle viscere di questa montagna, sperando che giungesse il sonno o, meglio ancora, il riposo eterno.
A volte eravamo esauditi.
Talvolta, infatti, tornavano ad apparirci gli Dèi, annunciati dal suono delle locuste. Una piaga. Dove passavano loro solo dolore e terrore, e quei mostruosi lampi gelidi che avevano decimato la nostra legione. Qualche volta sceglievano uno di noi. Lo sentivamo urlare, mentre lo trascinavano via. Una volta abbiamo visto uno dei prescelti tornare a noi, volteggiando nell’aria, ma era solo la sua pelle scuoiata.
Questo, dicevano i legionari anziani, era il regno di Plutone: la morte era giunta e non ce ne eravamo accorti e i lemuri, le anime malvagie dei barbari che avevamo ucciso in battaglia, venivano a perseguitarci. Sciocchi! Se fossimo stati veramente nel regno di Plutone avremmo potuto almeno contare sull’aiuto dei nostri lari.
Con il trascorrere dei mesi, solo i più forti, per quanto fiaccati nel corpo e nella mente, erano sopravvissuti. A volte, quando gli scavi rallentavano, i carcerieri portavano qualche nuovo prigioniero, quasi sempre barbari delle colonie pacificate. Erano uomini rudi e forti, almeno quanto lo erano stati i miei legionari prima che il dolore per le sofferenze dei loro famigliari li fiaccasse. Fu con due elvezi, due giganti dalla pelle chiara e dai lunghi capelli biondi, che cominciai a pianificare il mio progetto blasfemo: meglio sfidare gli Dèi e perire combattendo che attendere imbelli la follia e la morte. I miei due compagni volevano agire subito, ma li convinsi a seguire il mio piano. A volte, gli Dèi volanti non si manifestano per interi giorni, talvolta per settimane e, negli ultimi tempi, le loro assenze si erano fatte sempre più prolungate. Inoltre, prima di lanciare i loro lampi letali, volavano sempre in una caverna il cui accesso ci era precluso, e ne uscivano impugnando strani scettri. Forse proprio in quegli scettri risiedeva il loro potere. Forse potevamo rubare loro il mistero del ghiaccio, così come Prometeo rubò a Giove quello del fuoco. Se il piano fosse riuscito e Favonius fosse stato benigno, avremmo sacrificato a lui i nostri carcerieri…
“ Et nunc? ”
Un’espressione di disagio attraversò il volto incorniciato da una folta barba grigiastra. L’uomo scrutò l’immensa colonna marmorea: in quel punto qualcosa di pesante l’aveva intaccata, rendendo incomprensibile il bassorilievo che si snodava dalla base fino alla cima, quaranta metri più in alto, dove sorgeva la statua che rappresentava a grandezza naturale un uomo togato con un bastone ricurvo stretto nel pugno. Per quanto si poteva capire, nel punto rovinato, il bassorilievo aveva rappresentato un gruppo di uomini attorno a un fuoco, nell’atto di adorare una figura che ardeva tra le fiamme.
“Vabbe’, qui improvviso” disse l’uomo barbuto con una scrollata di spalle. “Tacito mi fa una sega”. Lo stilo riprese a correre sulla pergamena.