Capitolo quinto
Capitolo quinto
Capitolo quinto
“Quello Schwaar non mi convince neanche un po’” disse Filippo.
“Già, neanche a me” rispose Giacinto. “Gira a sinistra”.
La Duna azzurra fiancheggiò un prato circondato da un basso recinto. Nonostante il sole non fosse ancora tramontato, l’illuminazione serale era già in funzione. Giacinto fece “alt” con la mano quando l’auto passò sotto l’insegna di Der Stiefel , l’osteria di proprietà di quel simpaticone di Schwaar, poi guardò con bramosia l’immagine del boccale di birra a forma di stivale rappresentata sull’insegna. “Che dite, facciamo una sosta qui?”.
“Sosta?” rispose Alessio. “Ma se siamo arrivati!” Infatti, dopo neanche cento metri si intravedeva il cartello “Zimmer/Rooms” di casa Bulgheroni.
“Io mi fermo” insistette Giacinto, e approfittando dell’indugio di Filippo tirò il freno a mano. Il motore reagì con un rumore che sembrava un colpetto di tosse, poi morì. Giacinto prese il suo zaino a tracolla e scese.
“È impazzito” esclamò Alessio dal sedile posteriore, con gli occhi fuori dalle orbite.
“Dunque, ricapitoliamo” disse Giacinto ricomparendo al finestrino del guidatore. “Voi andate a sondare il terreno dal crucco, io nel frattempo sondo le modalità di fermentazione del malto da queste parti”.
“E dopo?”.
“Dopo” rispose Giacinto, con un sorriso enigmatico, “o io raggiungo voi o voi raggiungete me”. Poi tirò fuori dal giaccone il libro preso in prestito da Herr Schwaar. “Questo tenetelo voi” disse, “e se non mi vedete più vuol dire che sto sondando la facilità di costumi di qualche bella valligiana”. Quindi voltò le spalle ai due amici esterrefatti, tirò il pesante battente dell’uscio e col passo aggraziato di un vecchio fauno scomparve all’interno del locale.
“Non lo raggiungo neanche per il riconoscimento del suo cadavere!” inveì Alessio, rosso in volto.
“E basta!” lo ammonì Filippo rimettendo in moto, “Giacinto sa quello che fa… il più delle volte”.
Se Giacinto avesse sperato di trovarsi attorniato da dolci valchirie dai riccioli d’oro, avrebbe subito una cocente delusione: fatta eccezione per la cameriera, nella birreria non c’era traccia di sesso femminile.
L’interno del locale, uno stanzone rivestito in legno, era attraversato da un capo all’altro da due lunghi tavoli con panche. I clienti erano pressappoco una dozzina, due o tre in piedi al bancone, gli altri seduti a gruppetti sulle panche. Qualcuno alzò il boccale di birra biascicando qualcosa in segno di saluto, cui il vecchio avvocato rispose prontamente con un cenno.
Tra quelli seduti ai tavoli, Giacinto vide un individuo alto e robusto che lavorava un pezzetto di legno con un coltellino; di tanto in tanto alzava gli occhi per fissare il suo boccale semivuoto con aria instupidita. Lo riconobbe subito come l’uomo del pick-up arancione, quello che li aveva aiutati con la mucca sulla stradina per Furka. Decise di rompere il ghiaccio fraternizzando con quel tipo dall’aria rude ma bonaria.
“Salve” disse Giacinto infilando prima una gamba poi l’altra sotto il tavolo, “si ricorda di me? Ci siamo conosciuti prima con la mucca”. L’altro non rispose, ma quando Giacinto fu seduto sollevò lentamente lo sguardo verso di lui e lo scrutò senza esprimere il minimo segno di averlo riconosciuto.
“Mucca… muuu , ricordare?” insistette Giacinto. Alzò gli indici delle due mani e li portò ai lati della testa: “ muuu ”, ripeté, “macchina ferma”, quindi afferrò un volante immaginario e lo girò a sinistra e a destra: “ bruuum ”.
“Lui non parla”.
“Come dice, scusi?”.
Giacinto si girò verso la voce e si trovò di fronte la cameriera. Non poteva proprio definirsi la tipica bellezza germanica: poteva avere una ventina d’anni, ma nel complesso ne dimostrava almeno dieci di più. Era magra, piuttosto bruttina, con un visetto scialbo e scavato, e dei capelli di un nero opaco. Non aveva niente nei tratti che tradisse la sua origine: infatti, mentre la bellezza spesso è rivelatrice dei luoghi, la bruttezza è internazionale.
“Lui è Georg. Lui non parla”. Indugiò un attimo, poi si diede due colpetti sulle labbra, come a voler dire “non funziona”.
“Vuoi dire muto ?”.
“ Ja ”.
“Mmmh, capisco. E tu come ti chiami, cara?” Forse rompere il ghiaccio con la cameriera sarebbe stato più facile che con quella specie di sfinge barbuta che gli sedeva di fronte.
“Mio nome è Himiheld. Imilde in taliano ”.
“Piacere, io sono Giacinto” disse l’avvocato tendendo la mano. Ventun’anni al massimo, pensò Giacinto quando strinse la mano della ragazza. Guardandola in volto gli sembrò di cogliere lo sguardo perso e il colorito slavato dell’eroinomane, che lui conosceva bene essendo stato assistente legale per alcuni centri sociali. “Dimmi Imilde, come si dice Giacinto in tedesco?”.
“Hyazinth. Bello nome”.
“Bello, eh?”.
“ Ja. San Iazinto è patrono di comunità dove lavoro. Io devota a san Iazinto”.
“Quando si dice il caso! Anch’io sono devoto a sant’Imelda”.
“Voi taliani prendete sempre per culo” replicò la ragazza con un sorriso storto. “Cosa porto?”.
“ Bier! Che altro?!” esclamò Giacinto. “Una per me e una per il mio amico qui davanti” aggiunse, dato che Georg aveva appena finito di scolare il suo boccale. Per tutta risposta Georg grugnì di soddisfazione: doveva aver capito l’antifona dalla gestualità di quel signore anziano. Evidentemente la cerimonia del bere in compagnia ha radici antiche, da prima che l’uomo inventasse il linguaggio delle parole.
“Prosit” disse Giacinto, protendendo uno dei due boccali che Imelda aveva portato a tempo di record. Georg rispose con un altro grugnito, sorrise e tracannò metà del suo in men che non si dica. “Cazzo” pensò Giacinto, “mezzo litro in due secondi netti. E chi sono io per essere da meno?”.
Dopo due giri di birra Giacinto straparlava, Georg aveva appoggiato la testa sull’incavo del gomito e ronfava come un enorme micione.
“Imilde! Qua, raga ss a mia!” disse Giacinto con voce impastata, vorticando il boccale semipieno e incensando i più prossimi a lui. “Raccontami ancora qualcosa di te”.
“ Herr Iazinto, devo servire altri clienti”.
“Andiamo, siediti un attimo vicino a me, brindiamo a qualcosa di importante”.
“Oh, insomma, ke cosa!” disse la ragazza spazientita, poi però gli si sedette vicino. “Solo un attimo, ja? ”.
“ Ja, ja. Brindo…” Giacinto alzò gli occhi cercando l’ispirazione. “Brindo al tuo… ancheggiare pallido e assorto…”.
“ Herr Iazinto, tu bevuto troppo” disse Imilde alzando l’indice con disapprovazione.
“Io? Io no”. Puntò il dito verso Georg: “Lui bevuto troppo”.
“Lui sempre fa così. Sua vita infelice”.
“Perché, che gli è successo?”.
“Sua moglie morta, poi lui perso figlio su monti. Da allora lui nicht parla”.
“Perso in che senso? È morto anche lui?”.
“ Ja, ma non sicuro. Lui chiamava suo bambino Walderbeere , fragola di boschi, perché aveva grossa macchia rossa su guancia”.
“In che senso non è sicuro?” chiese Giacinto leccandosi la schiuma dalle labbra dopo un sorso di birra “È morto o no?”.
“Su monti vive der Föhnteufel , Spirito dei Venti, lui rapito bambino, tanti bambini”.
“Spirito dei venti, hai detto?”.
Imilde non ebbe il tempo per rispondere, perché in quell’istante entrò Schwaar e lei si alzò di scatto. Schwaar le disse qualcosa con tono brusco e lei rispose a tono, mentre raccoglieva nervosamente i boccali vuoti sul tavolo.
“Ora io torno a banco” disse Imilde sottovoce. “Vuoi una altra?” chiese, alludendo al boccale ormai agli sgoccioli.
“No, non voglio una altra , voglio solo te, Fräulein ” disse Giacinto, marpione come al solito.
Imilde lo fulminò con lo sguardo.
“Ma sì” soggiunse Giacinto, quindi vuotò il boccale e lo porse alla ragazza: “Ancora Bier !”.
Qui finivano i ricordi dell’avvocato Panetta. Una torbida melassa opaca si estendeva sugli accadimenti che avevano seguito il terzo litro di birra cruda montanara. Gli appassionati della Oktober Fest affermano con un certo orgoglio nella voce che gli effetti della sbronza da birra siano ben più atroci di quelli causati da qualsiasi altro alcolico; in tal caso, infatti, i classici problemi da intossicazione etilica si accompagnano a dolori simili a quelli che dovevano provare gli eretici sottoposti alla tortura dell’acqua, costretti a bere fino a morirne. Dato il basso tasso alcolico della birra è necessario ingollarne una notevole quantità per raggiungere l’obnubilazione, soprattutto quando si è avvezzi a sostanze sensibilmente più perniciose, come dimostrava il curriculum da bevitore di Giacinto.
Fatto sta che l’avvocato Panetta non aveva la più pallida idea di cosa fosse avvenuto da un certo momento in poi, quando la mattina seguente tornò faticosamente alla coscienza. Col passare degli anni, Giacinto si era esercitato a sopportare stoicamente le dolorose pulsazioni del capo che seguivano una notte di bagordi, ma ancora non riusciva ad adattarsi alle micro-amnesie che sempre più di frequente accompagnavano quei momenti. Con gli occhi ancora chiusi, cisposi e incollati, cercò di riconoscere l’ambiente circostante con l’ausilio degli altri sensi.
Calore… fu questa la prima percezione che lo raggiunse. Un corpo caldo accanto a lui. Poi… umori… una lingua agile e maliziosa cercava di penetrare tra le sue labbra… forse Imilde… dolce Imilde con la sua lingua calda, umida, rasposa…
Rasposa?!
Giacinto sobbalzò sulle coperte, suscitando in risposta un grugnito e un guaito dai suoi compagni di letto. Alla sua destra, Georg russava e stringeva amorevolmente tra le braccia una bottiglia di Altenmunster. Alla sua sinistra, l’enorme sanbernardo stava lappando un rigurgito che era colato tra le labbra di Giacinto e si era depositato sul letto. Unico elemento di conforto: sia lui che Georg erano vestiti e il disturbo emorroidale che ormai lo accompagnava costantemente non superava il livello di guardia. Quanto meno, il montanaro non aveva sfogato con lui qualche insana passione… forse…
Con un rantolo Giacinto si sollevò dalle coltri puteolenti e si guardò attorno. Definire squallida la baracca sarebbe stato un complimento. Era un ambiente in sfacelo, dove ogni regola d’ordine e di pulizia era scomparsa da lungo tempo: vuoti di bottiglia, peli di cane e cicche di sigarette sparse ovunque; vecchi mobili alle pareti; a terra, piatti e ciotole, tirati a lucido dalla lingua del sanbernardo. Giacinto ripensò alla sua recente esperienza zoofila e sentì un bolo di acido salirgli dal profondo. Barcollò e si appoggiò alla parete, pronto a rigettare, ripiegato nella posizione ad angolo ottimale che aveva perfezionato nel corso degli anni. Poco alla volta il senso di nausea si attenuò e gli occhi smisero di lacrimare.
Fu così, piegato in due, mentre ascoltava il rumore del suo cuore, i guaiti del cane e il sordo russare del montanaro, che vide un oggetto che non avrebbe dovuto trovarsi lì, neanche dopo che uno aveva bevuto. La sorpresa gli causò un riflusso di adrenalina che lo aiutò a riprendersi. Si chinò facendo cigolare le giunture, recuperò l’indizio e corse fuori dalla baracca.
“Corse” forse è eccessivo: “caracollò” esprime meglio il movimento incerto che accompagnò la sua uscita di scena.