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II. I PROGRESSI DELL'AMORE UMANO

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II. I PROGRESSI DELL'AMORE UMANO

II.

I PROGRESSI DELL'AMORE UMANO

Nei limiti della specie umana noi ritroviamo quella evoluzione delle relazioni sessuali verso l'amore che abbiamo visto disegnarsi attraverso la serie intera degli esseri viventi.

Noi siamo in grado di delineare se non di provare, la lenta genesi nella specie umana di questo sentimento che nelle specie animali, presso le quali s'incontra, appare a noi, oggidì necessariamente, quale un carattere più o meno accentuato, ma fisso.

L'amore umano attuale si rivela un'acquisizione dei secoli, acquisizione limitata ancora a un certo numero d'individui ma non pertanto definitiva.

Questo risulta chiaramente dai dati che possediamo sui nostri antenati come dalle osservazioni fatte sulle cosidette razze inferiori attuali, considerate secondo il metodo antropologico «come dei tipi preistorici che hanno persistito a traverso le età e che si sono arrestati a qualcuno dei varii gradini della scala del progresso.»

La superiorità dell'uomo non brilla qui d'un tratto, certo. Talune specie animali, in fatti, conoscono l'amore, e l'amore di essi è molto elevato, mentre l'uomo primitivo non lo conosce ancora.

Non è necessario di studiare gli animali per sorprendere le relazioni sessuali abbandonate all'azzardo, allo stato di semplice congiunzione, relazioni non precedute da scelta reciproca, e non accompagnate da alcuna emozione d'ordine superiore.

Gli antropologi sono generalmente d'accordo nel riconoscere che lo stesso fu per i primi uomini. Alcuni credono di poter anche affermare che l'umanità intera passò per uno stadio di promiscuità, tutte le donne appartenendo a tutti gli uomini della tribù, del clan, dell'orda, ciò che escluderebbe dalle unioni sessuali primitive la scelta e la durata, i due caratteri principali dell'amore.

Tale opinione riposa su fatti e testimonianze troppo azzardate perchè sia possibile vedervi qualche cosa di più che un'ipotesi. Ma se la comunione delle donne non rappresenta uno stadio necessario delle relazioni sessuali, i costumi selvaggi e anche barbari – è impossibile il dubitarne – erano pressochè incompatibili con ciò che noi oggi chiamiamo l'amore.

E poichè quei costumi rendevano necessarie la tolleranza reciproca tra maschi e femmine e l'assenza di gelosia, la sola conclusione che ci è permessa è che l'unione sessuale d'allora non era che fisica e momentanea.

Imposta dalla povertà che spingeva le ragazze all'infanticidio e parecchi uomini ad associarsi per acquistare e mantenere una moglie a spese comuni, la poliandria regnò in numerosi paesi ove la lotta per vivere era dura. Essa fu in vigore presso gli antichi Bretoni, gli Arabi primitivi, nella nuova Irlanda e nelle isole Marchesi, in America, in Asia, nell'India, a Ceylan, nel Tibet. In questi due ultimi paesi, essa esiste ancora.

Questo modo di relazioni sessuali ha, come ben si comprende, due forme: talora la moglie del più anziano dei fratelli diventava la moglie di tutti gli altri, forma fraterna di poliandria; tal'altra il sindacato, diremo così, dei mariti, era costituito da stranieri.

La poliandria dei Naïr di Malabar rasentava la promiscuità. Si debuttava con un'unione effimera e provvisoria. A capo di quattro o cinque giorni il marito iniziatore lasciava per sempre la casa della moglie. Dal canto suo la giovane Naïr poteva prendere per sposo chi più le piaceva eccetto il marito provvisorio. Il numero dei suoi mariti variava da quattro a dodici. Ogni sposo compartecipante era marito titolare durante alcuni giorni e restava dal canto suo libero di partecipare a diverse società coniugali poliandriche.

Lo stesso avviene su per giù presso i Toda, ove tutti i fratelli di una famiglia coabitano promiscuamente con una o più donne. «Se vi sono quattro o cinque fratelli, dice Shortt, e che uno di essi sia abbastanza adulto per maritarsi, la moglie di questo considera come mariti gli altri fratelli e si unisce ad essi a misura che essi raggiungono la virilità, ovvero, se la donna ha una o più sorelle più giovani, queste, a loro volta, divenendo nubili sono le spose del marito o dei mariti delle loro sorelle.»

Se della poliandria noi troviamo solo alcune traccie, è certo, invece, che tutti i primitivi hanno praticato e praticano più o meno la poligamia. Testimonianze indiscutibili ce la mostrano in onore presso la maggior parte dei grandi popoli dei quali ci sono stati tramandati i costumi. E oggidì la ritroviamo presso il maggior numero delle tribù selvaggie. Per poligamia bisogna intendere, non fa mestieri di dirlo, la coabitazione d'un uomo con più donne tanto se la truppa di femmine è composta di spose, di concubine, o delle une e delle altre.

Certi popoli pervenuti a un punto già avanzato di civiltà, quali i Chinesi e i seguaci del Corano non si sono ancora spogliati di questi primitivi costumi sessuali.

Ai matrimoni d'un uomo con più donne, di più uomini con una donna, e di più uomini con più donne, aggiungete dei costumi come l'eterismo più o meno obbligatorio delle fanciulle, il diritto della prima notte, (spettante ai parenti e agli amici, al prete o al signore), la deflorazione religiosa, il prestito, il cambio e la locazione delle donne per mezzo del loro marito, i matrimoni temporanei d'una durata fissata in anticipazione , i matrimoni parziali che non legavano gli sposi che per alcuni giorni della settimana – costumi di cui alcuni furono o sono quasi generali fra i popoli più o meno selvaggi – e voi vi convincerete allora che l'uomo all'inizio delle società non s'elevò gran fatto al disopra d'un stato di quasi promiscuità o tutt'al più d'incuria e di disordine sessuale, incompatibile con un sentimento la cui caratteristica è di creare tra due individui determinati delle preferenze esclusive.

Bisogna notare ancora che la rozzezza di questi costumi sessuali pare non abbia mai ferito, in coloro che li praticavano, un ideale più elevato di relazioni coniugali nudrito dall'individuo, come accade oggi ad esempio, che pur tuttavia siamo ancor lungi d'esserci sbarazzati completamente dalla promiscuità sessuale.

Nelle curiose famiglie dei Naïr tutti i mariti associati vivevano in buonissimo accordo e non sembra che la poliandria sia stata fomite di discordia tra gli uomini.

Fra i Melanesiani delle isole Fidji ove i capi avevano sino tre o quattrocento mogli o concubine, tali donne non solo si rassegnavano alla poligamia ma eziandio allevavano pel loro marito una concubina di scelta.

Presso li Zulù la prima moglie conquistata lavora con ardore nella speranza di fornire a suo marito i mezzi di acquistare una seconda moglie. Presso altri popoli l'uomo non prende una seconda moglie se non con il consenso della prima. Sovente anche l'iniziativa viene da quest'ultima.

Nel suo studio su l' Origine del matrimonio nella specie umana , Westermarck – evidentemente condotto dall'ipotesi che l'unione monogamica fosse in ogni tempo la regola – raccoglie diligentemente a favore della donna e dell'uomo primitivi certi fatti di gelosia, querele tra donne d'un poligamo, violenze contro l'adultera, ecc.... d'onde si potrebbe inferire, a prima giunta, che un attaccamento sessuale profondo avesse una certa parte anche presso i primitivi. Nulla di questo, invece.

Nel seno delle famiglie poligamiche le querele avevano per scopo di conservare o di conquistare la posizione materialmente vantaggiosa di sposa favorita. Quanto alle sevizie contro l'adultera, basta ricordarsi come il prestito o il cambio delle donne sia diffuso presso i selvaggi ed anche quanto vi sia saldamente radicata la schiavitù femminile per convincerci che la gelosia d'amore non ha nulla da vedere con codeste violenze. L'uomo primitivo che si erige a giustiziere non è mai, come può essere oggi, l'amante esasperato dal tradimento, traviato dalla passione, ma un padrone che punisce le bravate del suo schiavo, un proprietario che afferma il suo diritto. Noi conosciamo ancora, a nostra vergogna, l'omicidio semilegale con il quale codesti selvaggi, precisamente come noi, vendicavano il loro preteso onore. Essi non conoscevano ancora il nostro delitto passionale, il nostro omicidio per amore e per gelosia.

Forse, più che la forma delle associazioni sessuali nei primitivi, il modo con cui esse si concludevano ci possono ragguagliare intorno al loro livello morale.

L'abitudine di rubare le fanciulle, in massa o isolate, – abitudine quasi generale nel mondo primitivo ancestrale o contemporaneo e di cui certe cerimonie coniugali in onore presso diversi popoli costituiscono una sopravvivenza simbolica – attesta che la scelta preludente le relazioni sessuali fu quasi sconosciuta ai selvaggi e ai barbari.

Il matrimonio per acquisto, di una pratica ancora più generale, ci fornisce la stessa prova. Perchè si sa, che il negozio tra venditore e acquirente si conclude senza che la merce sia consultata. O, se ciò avviene, è un caso eccezionale.

Presso le tribù del Guatemala, i Mongoli nomadi, i Tartari dell'Asia settentrionale, i parenti hanno pieni poteri per regolare il matrimonio o, meglio, la vendita. I Papagos del Nuovo Messico mettono le loro figlie all'incanto. Spessissimo, del resto, tanto presso i nostri antenati d'Europa che presso i selvaggi attuali, le future associazioni coniugali sono decise e concluse dai parenti ancor prima della nascita dei figli, al momento stesso della loro nascita o in tenerissima età.

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Oltre codesti fatti incontestabili – giacchè abbiamo lasciato da parte come troppo azzardate le ipotesi d'una promiscuità o di una poliandria generali – vi sono altre ragioni per credere a uno stadio generale di puro istinto sessuale. L'amore è una concordanza, una simpatia, un'attrazione tra qualità non solamente fisiche, ma anche morali ed intellettuali. Ora, nel selvaggio, nel barbaro ancora, queste qualità sono appena sviluppate. La scelta amorosa è favorita dalla moltiplicità dei caratteri d'ordine morale che costituiscono la personalità umana e formano così dei poli d'attrazione numerosi e svariati. Ora, come assai giustamente fu osservato, gli uomini dell'epoca barbara in tanto ci appaiono imponenti, in quanto dovevano essere poco differenziati gli uni dagli altri. Le preoccupazioni unicamente materiali, il sopralavoro fisico sono poco compatibili d'altronde con i sentimenti raffinati dell'amore. Ciò già si osserva nei civilizzati. Ogni amore che non sia il brutale istinto sessuale tra due esseri esige, se non un'eguaglianza assoluta, almeno una quasi eguaglianza, ed anche una certa indipendenza. Il dono di sè stesso e l'associazione affettuosa che lo segue sono pressochè impossibili tra un padrone e la sua schiava. Ora, che la donna sia stata durante tanti secoli la schiava dell'uomo, è ciò che balza fuori da tutti i particolari raccolti fin qui sulla vita dei popoli antichi.

Di ipotesi in ipotesi alcuni sociologi sono arrivati a pretendere che la donna abbia conosciuto la sua età dell'oro durante la quale essa sarebbe stata il centro della famiglia, e il capo onorato. Ed hanno chiamato questa età felice quella del matriarcato. Non si sa troppo bene ove bisognerebbe porre questo eden femminile, perocchè sin dai primordi della società sembra che la donna sia stata la schiava più presto trovata e più docile. Quasi dappertutto, a una stessa fase di sviluppo umano, la donna servì in pari tempo da lavoratore e da oggetto di negozio, precisamente come si fa oggi delle nostre bestie da soma, senza che per lei ci fossero stati maggiori riguardi.

Non fa bisogno di dire che non si tratta qui, come fanno la maggior parte dei «femministi», di scagliare scioccamente delle invettive contro «il povero selvaggio che sta sdraiato oziosamente al sole delle giornate intere, reduce dalla caccia, mentre la sua donna oppressa dalla fatica, macina e lavora senza lamento e riposo.» Non bisogna perdere di vista infatti, che questa rozza economia domestica ha le sue ragioni e che le epoche primitive nelle quali fioriva il servaggio femminile sono anche i tempi eroici della lotta dell'uomo contro le forze naturali, lotta di cui sofferse a suo modo l'uomo non meno della donna. Noi dunque non facciamo che constatare dei fatti, semplicemente. La donna trattata da schiava, difficilmente poteva dare all'uomo e ricevere da lui altra cosa che non fosse la brutale soddisfazione dell'istinto sessuale. Tanto l'uno che l'altro non concepivano nulla al di là.

Non si può credere in tutto al racconto di quei viaggiatori che pretendono di aver constatato in selvaggi affatto incolti «dei tratti quasi cavallereschi di sentimento tra l'uomo e la donna» o quando riferiscono che «presso i miserabili Bushmen tutti i matrimoni si fanno per amore» ammettendo di dare a questa parola il suo significato ordinario; tanto più che presso popoli assai più sviluppati l'amore è appena comparso. Nell'oriente, con la sua antica civiltà, anche ora vi è ben poco di quella tenerezza verso la donna la quale forma la seduzione principale della nostra vita di famiglia. L'amore cantato dai poeti persiani ha un senso o simbolico o molto profano. Presso gli Arabi, dice Burckardt «la passione dell'amore forma il soggetto dei discorsi degli abitanti delle città, ma io dubito che essi intendano con ciò altra cosa che i più grossolani desideri sessuali». Tinck fa osservare che in tutta la Bibbia non vi ha una sola allusione all'amore romanzesco. Ed anche in Grecia, secondo alcuni scrittori autorevoli, l'amore dei sessi non era cosa gran fatto diversa dall'istinto sessuale.

Senza dubbio anche tra i popoli molto arretrati, potettero e possono esservi delle coppie d'avanguardia realizzanti una certa tenerezza amorosa. Ma gli esempi, per certo grandemente eccezionali, non infirmano menomamente la regola che l'umanità sotto tutte le latitudini e a tutte le epoche traversò una fase comune, non ancora compiuta per più d'un popolo, nella quale le relazioni sessuali si limitarono all'inseguimento brutale per parte dell'uomo, alla sommissione passiva per parte della donna, qualunque fossero del resto le associazioni d'interesse e di lavoro consentite tra le due serie d'esseri umani o imposte dall'una all'altra.

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Determinare esattamente la durata di questa fase è un compito quasi irrealizzabile, non altrimenti che precisare con rigorosità la nascita dell'amore, registrarne le prime vittorie e i continui progressi. Noi possiamo tuttavia trovare alcuni punti di riscontro molto generali, che saranno sufficienti per segnare l'evoluzione della vita sessuale verso l'amore.

Se le associazioni tra sessi non fossero determinate nella loro forma che da ragioni emananti dalla vita sessuale e dai sentimenti ch'essa dispiega, l'apparizione della monogamia e i suoi progressi indicherebbero una potente fioritura d'amore. La monogamia sarebbe stata, infatti, dai suoi esordi, il risultato d'una scelta minuziosa e la prova d'un'armonia reale tra gli sposi. Ma, ahimé! non fu mai, non è ancora così. L'unione per la vita, di due esseri che s'amano e si consacrano l'uno all'altro, che si impegnano di dividere la buona e la cattiva fortuna non ha gran fatto a vedere con l'ordine fattizio, la regolarità apparente introdotta dalla religione monogamica nella confusione sessuale delle prime età.

L'influenza della proprietà individuale ed ereditaria nell'evoluzione verso la monogamia – influenza preponderante per non dire esclusiva – è oggidì nettamente stabilita. La famiglia monogamica fu fondata dall'uomo allo scopo principale di procurare dei figli di una paternità incontestata, paternità necessaria perchè i figli potessero, in qualità di eredi diretti, entrare un giorno in possesso della fortuna paterna. La monogamia non è il frutto dell'amore sessuale e non ha niente di comune con esso. Del resto ciò che noi sappiamo delle monogamie primitive ci impedisce di credere che l'adozione di tale pratica segni un progresso reale verso l'unione morale dei sessi, poichè questo regime coniugale è assai di frequente di molto inferiore ad altri regimi teoricamente meno elevati, specialmente per ciò che riguarda la donna.

Le prime considerazioni capaci di mettere un po' d'ordine nelle relazioni sessuali, – d'ordine fattizio, s'intende, in quanto basato sovra vantaggi di fortuna o combinazioni di eredità, – sono dunque straniere alla realtà stessa dell'unione. E questa monogamia artificiale, tutta di figura e di forma può trarci in inganno, come una maschera grossolana, sul valore reale dell'unione sessuale, tanto essa all'esterno è somigliante all'unione resa esclusiva dalla precisione della scelta e dalla forza dell'affezione. Ma chi si accinge a valutare i progressi dell'amore, se per avventura può errare, erra di poco. Infatti se l'amore ha potuto svilupparsi talvolta in seno a questa monogamia, esso si è affermato più di sovente a fianco o contro di essa.

Come lo ha benissimo notato l'Engels «se di tutte le forme d'unione conosciute la monogamia fu la sola nella quale l'amore sessuale moderno si sviluppò, ciò non vuol dire che esso vi si sia sviluppato esclusivamente o anche in una maniera preponderante sotto forma d'amore coniugale reciproco. Tutta la natura della monogamia, basata sulla superiorità dell'uomo, lo escludeva. Presso tutte le classi storiche attive, ossia presso tutte le classi dirigenti, la conclusione del matrimonio rimase un affare di convenzione combinato dai parenti. E la prima forma storica dell'amore sessuale, come passione spettante a ogni essere umano (almeno nelle classi elevate) e come forma superiore dell'istinto sessuale, codesta prima forma, l'amore cavalleresco del medio-evo, non fu in alcun modo un amore coniugale. Ben al contrario, nella sua fisonomia classica, nei Provenzali, essa voga a piene vele verso l'adulterio cantato dai poeti. La poesia amorosa provenzale sono le Albas, in tedesco Tagelieder (canti del mattino). Tali canzoni dipingono in brillanti colori il cavaliere che giace con la sua bella – la moglie d'un altro – mentre di fuori sta quegli che fa la sentinella e che lo chiama non appena sorgono i primi albori, perchè possa sfuggire senz'esser visto.»

A' nostri giorni, l'amore non conserva forse il suo carattere d'antagonismo con la monogamia, sia questa rappresentata da genitori autoritari ovvero da tiranni gelosi dei loro diritti coniugali?

Un indice più serio dell'amore nascente trovasi nella libertà – strappata a poco a poco dai giovani all'autorità della famiglia – di darsi o di rifiutarsi liberamente a chi meglio loro piace. Fino a tanto che l'avvicinamento sessuale non ha altro significato che la soddisfazione d'un desiderio fisico, non ripugna troppo agli individui che vi si provveda al di fuori della loro scelta, mediante terze persone, ossia, giacchè torna lo stesso, che l'azzardo se ne incarichi. La cosa è diversa non appena nasce la coscienza d'un unione più elevata, motivata dalle preferenze delle parti contraenti. Allora il diritto alla libera scelta è reclamato ed in parte ottenuto. Ma la libertà dell'unione è una conquista lunga e faticosa. E noi siamo lontani ancora dal possederla, giacchè le leggi delle nazioni così dette civilizzate, se non permettono d'accoppiare due esseri senza il loro consenso, non permettono ancora, in tutti i paesi, di contrarre legittime unioni prima di una certa età contro il volere dei genitori e, in caso d'unione illegittima, danno a questi ogni potere di ostacolarla.

Salvo rare eccezioni non troviamo le prime vestigia di questa quasi indipendenza sessuale presso i diversi popoli prima di un'epoca molto inoltrata, specialmente per ciò che concerne le donne. E se è d'uopo vedere in questa emancipazione uno degli indizii più certi dello sbocciare dell'amore sessuale moderno, devesi concludere che questo non è di vecchia data.

Ai tempi dell'antichità greca e romana pare che l'amore non abbia fatto ancora la sua comparsa, se non in via d'eccezione e in modo affatto speciale.

A Sparta come a Roma i costumi sessuali sono quasi incompatibili con un'affezione basata sulla libera scelta e sul rispetto reciproco. Le fanciulle vivono separate dagli uomini in una parte distinta della casa. Sebbene i costumi romani abbiano accordato alle donne maggiore libertà di azione, non per ciò esse potevano più liberamente disporre di sè medesime. Fidanzate a dodici anni dai loro parenti, qualche volta prima, «esse non si sottraevano alla potestas del padre, dice assai bene Letourneau, che per ricadere nella manus del marito.»

La donna dell'antichità non è per suo marito che la prima servente e la direttrice degli schiavi. La cortigiana antica, o piuttosto una certa categoria di cortigiane, offre egli è vero, un tipo femminino di molto superiore a quello della sposa per la sua indipendenza dirimpetto all'uomo e per la sua cultura intellettuale; per tal modo, come sovente si è osservato, essa affretta il progresso verso un'unione sessuale più elevata. Ma non la realizza. Perciocchè non pare che nel commercio delle etere vi sia stata altra cosa fuori che galanteria intellettuale e sensualità.

A Roma, come in Grecia, l'unione sessuale è considerata sopratutto dal punto di vista utilitario della procreazione. Le leggi di Licurgo che obbligavano al matrimonio decretavano delle pene severe contro i celibatari ostinati. A Sparta come a Roma, ai tempi di Catone, l'amico cui piaceva la moglie d'un suo amico poteva spartirla con lui e si trovava assai lodevole mettere la propria moglie al servizio d'un buon stallone , anche se questo era uno schiavo. Le leggi di Solone consacravano l'intervento dello Stato nell'appaiare le coppie. Augusto dettò delle pene severe contro ogni donna che a vent'anni non fosse maritata o madre.

Non bisogna neppure dimenticare che una buona parte delle facoltà affettive che noi utilizziamo oggi per l'amore, nell'antichità era assorbita dai rapporti omosessuali.

Perciò non è facile trovare nella letteratura greca e romana le testimonianze d'un amore sessuale analogo al nostro. L'amore cantato dai poeti contrariamente a quello attuale, contiene una grande parte di sensualità e una parte assai esigua di sentimenti affettivi elevati.

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Traccie profonde d'un amore sessuale che ricordi un po' il nostro, non s'incontrano prima della società sorta da quella mescolanza di popoli che si operò sulle rovine del mondo romano.

«Questa società, fa osservare Engels, rivestì la supremazia mascolina di forme più dolci e concesse alle donne una posizione più considerata e più libera – esteriormente almeno – di quella che l'età classica non avesse mai visto. A questo fatto si deve se dalla monogamia si dischiuse – sviluppandosi da essa, a fianco o contro di essa – il più grande progresso morale che noi le dobbiamo, l'amore sessuale moderno, anteriormente sconosciuto».

L'amore del cavaliere per la sua dama è ancora assai imperfetto e limitato. Ma, a partire da questo momento, a traverso il medio evo e i tempi moderni, l'amore non cessa di purificarsi con i costumi, di estendersi a tutti gli strati sociali, d'eliminare poco a poco gli elementi e i caratteri distintivi dell'unione sessuale primitiva, per accoglierne di nuovi, e affermarsi a' nostri giorni, come una realtà psicologica, come un sentimento umano del quale è impossibile non tener conto. L'amore dei sessi è, oggidì, una forza che lotta, vinta o trionfante secondo i casi, ma che si afferma in una maniera troppo lampante perchè alcuno pensi a metterla in dubbio. Un certo numero d'unioni sessuali – poco importa se riconosciute o no dall'ordine sociale attuale – sono oggi il frutto, non di calcoli economici, nè del solo bisogno fisico momentaneo, ma d'un sentimento speciale, l'amore, fatto d'attrazione imperiosa ed esclusiva tra due tipi fisici e morali determinati. L'amore scompare talvolta con la sua soddisfazione stessa, ma sopravvive tal'altra coll'abitudine, sfugge alla stanchezza, mutandosi allora in una forma speciale d'affezione che per non essere più l'entusiasmo violento dei primi giorni diventa una intimità che non è sola amicizia, non è sola stima, ma che, pur rassomigliando a questi due sentimenti, non si confonde con essi.

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Se, naturalmente, torna impossibile compilare delle statistiche per dimostrare che i casi d'unione sessuale determinati dall'amore aumentano secondo una progressione continua, ci è stato però possibile determinare due punti successivi, sebbene remoti, dell'evoluzione storica: l'uno, in cui l'amore non è nato ancora; l'altro, in cui esso s'afferma come la vera legge dell'unione sessuale.

Per farsi un giusto concetto della realtà attuale dell'amore, per apprezzare nettamente quello che si potrebbe chiamare il suo diritto di cittadinanza tra noi, non basterebbe tener nota dei casi che l'esperienza ci presenta. Neppure basterebbe registrare le rivolte o i sagrifici che, secondo i temperamenti e le circostanze, l'amore suscita quando entra in conflitto con un ambiente ancora male improntato alle sue esigenze. Bisogna invece tener conto delle sue vittorie specialmente nel dominio dell'opinione. Ai dì nostri, certamente, come ai tempi in cui l'amore era sconosciuto, numerose unioni restano abbandonate alla sorte della fregola o delle combinazioni matrimoniali interessate. Ma l'amore, sovente vinto ancora nel dominio dei fatti, trionfa quasi sempre in quello dell'opinione. Si comprende oggi, più o meno nettamente, che l'unione contratta senza amore è un'unione d'ordine inferiore, e si arrossisce di tali unioni quantunque vi si cada per effetto di debolezza morale o di necessità sociali insormontabili. I mercati sessuali dei tempi primitivi erano conclusi con perfetta tranquillità, giacchè mancava un ideale più alto. Oggi, pur troppo! si concludono ancora di simili mercati, ma dissimulati quasi sempre sotto qualche menzogna, sotto la vernice di qualche pretesto. Il padre stesso che abusa della sua autorità per ostacolare le inclinazioni dei suoi figli, applaude al teatro o in un romanzo, i giovani abbastanza energici per ribellarsi, in nome dell'amore, alla tirannia della famiglia.

Si può dunque dire, che l'amore ha oggidì preso forza d'obbligazione morale, obbligazione elusa od obbedita, interpretata in un modo più o meno sano a seconda dei temperamenti e delle circostanze, ma quasi universalmente riconosciuta. È da qui, che si può meglio apprezzare il progresso enorme compiutosi nella vita sessuale dalle epoche barbare alla presente.

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Sotto quali influenze si è operato questo progresso? In qual modo il vago e brutale istinto del sesso pervenne a concentrarsi sovra un dato individuo, a purificarsi ed a complicarsi fino al punto in cui esso merita veramente il nome d'amore?

Certuni attribuiscono, senza batter ciglio, la comparsa dell'amore sessuale al cattolicismo o alla tal'altra causa unica e precisa. Si dà, di questo fenomeno, come di tanti altri, una ragione esclusivamente religiosa, politica, economica, morale, sociale o psicologica, a seconda che uno si occupa in modo speciale di questo o quest'altro ordine di speculazioni. La verità starebbe piuttosto in tutte codeste diverse spiegazioni messe in fascio. Perciocchè l'amore è il risultato, nella vita sessuale, di tutti i progressi delle nostre attività, in tutte le loro manifestazioni, comunque questi progressi vengano classificati, e da qualunque punto di vista considerati. L'amore è un progresso corrispondente a tutti gli altri. Non è forse l'uomo un tutto complesso e armonico, il quale non può essere scisso se non in teoria, che evolve tutto intero in tutti i dominii simultaneamente, ognuno dei quali approfitta dei progressi realizzati negli altri?

Complessità psichica crescente e differenziazione del tipo umano, predominanza dell'intelligenza e della sensibilità sulla forza brutale, trasformazione dei rapporti sociali tra i sessi per effetto di condizioni economiche o d'idee religiose e morali, rispetto della persona umana, sicurezza della vita individuale nei suoi bisogni immediati e per conseguenza elevamento e complicazione della vita sessuale, importanza delle nozioni di bellezza e d'ideale tanto dal punto di vista plastico che morale: tutto questo ed altro ancora vi è nella formazione dell'amore sessuale quale si comprende e si sente oggidì. Il linguaggio dell'amante moderno traduce e condensa in una volta l'insieme del progresso umano. La differenza tra la fregola, stimolo animale, e l'amore, sentimento squisito, corrisponde esattamente all'abisso, che separa l'uomo primitivo il quale si taglia in un blocco di selce alcuni utensili rudimentali, dall'uomo civilizzato, che sa farsi oggi obbedire da tutto un esercito di macchine meravigliose.

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Quale che sia la genesi del sentimento d'amore, questo sentimento oggi esiste. Esso fa realmente parte del tipo umano attuale e normale. E noi abbiamo visto che esso è il risultato d'una lunga evoluzione dell'istinto sessuale, attorno al quale è venuto ad aggrupparsi, per fare corpo con esso, tutto un insieme d'idee e di sentimenti. Comprendiamo quindi l'errore nel quale caddero coloro – come Schopenhauer – che studiarono l'amore come una cosa immutabile, sempre identica a sè stessa attraverso i secoli. Se costoro possono vedere un po' chiaro, benchè in un modo sempre angusto e meschino, nel presente dell'amore, non comprendono nulla del suo passato, nulla del suo avvenire. Essi votano l'umanità, per tutta la successione dei tempi, a tutte le magagne, a tutte le imperfezioni osservate nell'amore moderno e credono che nulla sia da fare per sfuggire a codeste tristezze. Noi, al contrario, per cui l'amore moderno non è che un momento lungamente elaborato nell'evoluzione delle relazioni sessuali, noi consideriamo la lenta genesi di questo sentimento nel passato quale arra della sua elaborazione costante nell'avvenire.

Vedremo più tardi in qual modo e per quali condizioni l'amore continuando a progredire, potrà divenire il sentimento purissimo ed elevatissimo sotto il cui impero la coppia umana dovrebbe esaltarsi all'opera di vita individuale e di riproduzione. Noi vedremo in qual modo, sotto l'influenza d'altri costumi sociali, l'amore sarà soggetto a una vera educazione grazie alla quale sarà poco a poco eliminata la parte di brutalità impulsiva e di aberrazione passionale che in questo sentimento è oggi ancora sì forte.

Ma prima ci sollecita un problema più immediato e imperioso. È quello della sorte che vien riservata nella società presente all'amore, quale lo comporta l'attuale sviluppo umano; è il problema dei rapporti della società attuale con l'amore, dal punto di vista non qualitativo, ma quantitativo.

Si può dire che l'amore porti con sè questo problema, da quando fece la sua comparsa tra noi. Perciocchè l'amore moderno non è, per fermo, soltanto un aspetto nuovo, un progresso dell'istinto sessuale; ma è tale da mutare un certo senso radicalmente, i rapporti tra la vita sessuale e la vita sociale.

Mentre nelle epoche primitive il vago istinto sessuale, poco complesso e per conseguenza agevolmente soddisfatto, lasciò, in un certo modo, che i bisogni della produzione e della famiglia – bisogni legittimi – e gli interessi delle classi dominanti – pretensioni abusive – organizzassero l'unione dell'uomo e della donna secondo questo o quel tipo; lo stesso istinto sessuale purificato in grazia del progresso generale dell'umanità, divenuto, in una parola, amore, si precisa, si afferma come una forza propria, diventa un importante e possente stimolo d'agire e vuol esercitare la sua funzione. L'amore sessuale, al momento in cui merita questo nome, cessa di confondersi e di affogare in mezzo alla vita sociale. Esso si emancipa da questa, rivendica i suoi diritti e contrappone le sue esigenze a tutte le altre.

Le garanzie che la società offre alla soddisfazione dei nostri bisogni sessuali in tutta la loro complessità, sono un punto di vista nuovo sotto l'angolo del quale importa considerare ormai ogni organizzazione sociale esistente o progettata.

In altri termini, e per riassumere, non appena l'amore apparisce, si affaccia simultaneamente il problema dell'amore libero.