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IV. LA PROSTITUZIONE.

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IV. LA PROSTITUZIONE.

IV.

LA PROSTITUZIONE.

Chi pon mente ai giovani che l'officina, il laboratorio, il magazzino riversano ogni sera per le strade delle nostre città, capisce subito che le donne pubbliche devono uscire fuori a frotte alle stesse ore.

Curvi dall'infanzia sotto la terribile legge di miseria, legge che rinserra il povero come in un cerchio di piombo, tra le mani del ricco, dispensatore della vita, questi giovani hanno alienato libertà, dignità, riposo. Posseduti completamente dalla preoccupazione del guadagno, essi ignorano le ore serene nelle quali i pensieri sorpassano le cure volgari ed in cui si pongono davanti alla coscienza i gravi problemi della vita. Orbene, il sesso è uno di codesti problemi. Gli uomini liberi sanno che il bisogno fisico richiama una questione morale della più alta importanza, quella dell'amore. Gli schiavi della macchina o del capitale questo non sanno, o non sanno che imperfettamente. L'amore, per essi, è l'eccitamento d'un organo e la soddisfazione di quest'organo. Perchè meravigliarsi se essi accolgono le creature che si appostano sulla loro strada per offrir loro questa soddisfazione? Perchè, tra due giornate di un lavoro detestato, incompreso, affaticante, durante il riposo così avaramente misurato, non dovrebbero essi correre ad appagare il bisogno più tormentoso e incalzante, con la prima donna venuta, che basta a calmare i sensi e che si dimentica subito dopo?

D'altra parte non basta desiderare l'amore, l'amore onesto e l'amore puro. Bisogna anche poterne fare le spese: giacchè tutto si paga sotto il regno dei borghesi. In una società ove la questione di stomaco non si trova regolata una volta per sempre mediante una saggia organizzazione, essa si pone a ogni istante e a proposito di tutto. Ognuno dei nostri bisogni da appagare implica un problema economico da risolvere. Una donna da mantenere, costa, e sebbene questo sia talvolta un conto sbagliato, molti temono di addossarsi un tal peso. Poi vi sono sopratutto i figli...

La prostituzione risolve queste difficoltà. Vendendo al dettaglio l'amore, essa permette ai bisognosi di proporzionare qui, come altrove, le loro spese alle loro risorse. Per chi non ne fa uso che in caso di estremo bisogno, è poco costosa; inoltre non lascia alcuna traccia dell'avvicinamento sessuale.

Tutto ciò è comodissimo in una società fondata sulla miseria pubblica. In questa sorta di commercio, come nell'altro, le facilità accordate ai clienti fanno sì che questi ultimi non guardino troppo pel sottile alla qualità delle merci.

Le prostitute sono le amanti-tipo del regime capitalistico.

Esse formano un'armata immensa, armata necessaria, armata sempre pronta, sempre al suo posto. Io non parlo delle ragazze regolarmente inscritte sui registri di polizia – quantità trascurabile in fatti, poichè non è forse la centocinquantesima parte del contingente totale – ma parlo delle disgraziate che, in stile amministrativo, chiamansi prostitute clandestine. Secondo le valutazioni più recenti esse salgono oggi, a Parigi solamente, alla spaventevole, cifra di TRECENTO MILA.

E l'armata delle venditrici d'amore ingrossa incessantemente. Esse erano sessanta mila nel 1865, cento ventimila nel 1875. Oggi sono trecento mila. Quante saranno tra dieci anni?

E in tutte le grandi città di Francia, in tutti i paesi d'Europa, è lo stesso. Le statistiche van d'accordo nel mostrare «che quasi dappertutto la prostituzione cresce più rapidamente della popolazione».

Essa cresce col disordine e lo sfruttamento capitalistico e si trasforma anche nel senso di questo ordine e di questo sfruttamento.

Egli è difficile di precisare l'origine esatta della prostituzione. Pare che qualche volta sia stata un atto religioso, al quale certi autori attribuiscono il significato d'un omaggio reso a un antico matrimonio comunale. Essa sarebbe stata praticata nel tempio della dea dell'amore, e il danaro sarebbe caduto primieramente nel tesoro del tempio. Le sacerdotesse d'Anahid in Armenia, di Afrodite a Corinto, come le baiadere, danzatrici religiose dell'India, sarebbero state le prime prostitute. Presso altri popoli, l'eteirismo sarebbe stato una conseguenza della libertà sessuale accordata alle fanciulle prima di maritarsi.

Checchè ne sia, da una lontanissima antichità v'ebbero donne che vendettero i loro favori. La prostituzione nascente fu specialmente imposta a certe schiave dagli uomini delle classi superiori per sollevarsi dalla noia d'un'unione coniugale contratta senz'amore; ed è così che si spiega l'alta cultura delle cortigiane greche. Ciò fu per gli uomini quel che l'adulterio doveva essere più tardi per le donne. La prostituzione significa dapprima per l'uomo una rivincita, non dell'amore, ma della fantasia sessuale sulla noia del matrimonio; e per la donna – allorchè essa era libera – un mezzo per sfuggire alla condizione inferiore delle sue compagne.

Il ricco cittadino di Atene e di Roma, pel quale la spose non era che la prima serva, investita d'una sorta di dignità domestica ove l'amore non avea da vedere, cercava nel commercio delle etere la galanteria esclusa dalla famiglia.

La cortigiana, nel senso generale della parola, in luogo d'essere come oggi, la creatura caduta, rappresentava più di sovente, in un certo modo, la donna ideale, ricercata per lei stessa, ossia per la voluttà ch'ella sapeva, giacchè l'amore nel senso moderno era, si può dire, sconosciuto a quest'epoca. Questo tipo di cortigiana a uso del ricco e del raffinato, mescolanza di venalità, di spirito e di sensualità, si è conservato fino ai nostri giorni. Ma è divenuto in certa guisa un'eccezione, che interessa la sola psicologia delle classi ricche. Esso si è dileguato sempre più davanti, alla ragazza pubblica a buon mercato, conosciuta evidentemente nell'antichità sebbene in piccole proporzioni, e destinata, nel medio evo, pare, a delle classi speciali, studenti e soldati. I tempi moderni al contrario hanno visto svilupparsi rapidamente, col salariato, la prostituzione utilitaria. Io così chiamo il commercio delle cortigiane a cui non si domanda nè delicatezza di spirito, nè sapiente voluttà, ma la soddisfazione brutale, rapida e poco costosa del bisogno sessuale. L'eteirismo antico si è trasformato ai giorni nostri grazie al modo di produzione capitalistica, al quale si è adattato. Infatti, da parte degli uomini, coloro che nel commercio delle cortigiane cercano il piacere che non trovano in una unione più elevata, divengono una minoranza insignificante rispetto a coloro che domandano alla prostituzione il solo modo di soddisfazione sessuale ad essi permesso. Parimenti le donne, per cui l'eteirismo è un mezzo di soddisfare delle passioni ardenti, ci interessano poco, sperdute come sono nella folla, ogni giorno crescente, delle disgraziate che chieggono al traffico della carne i loro mezzi di sussistenza.

Con il loro istinto infallibile di modernismo, di realismo, gli artisti hanno domandato dei tipi a questa prostituzione utilitaria, la sola oggi che presenti un interesse. La demi-mondaine con le sue avventure brillanti, se ha diritto a qualche linea nei fogli eleganti, ha perduto il suo posto nell'arte. La ragazza di basso rango invece, volgare, laida, mal vestita, la ragazza qualsiasi, poichè è destinata a clienti pure essi infelici, è spuntata rapidamente sotto la matita degli artisti e la penna degli scrittori. Protettore obbligato delle prostituzioni miserabili che non s'impongono col lusso al rispetto dell'uomo, il lenone ha rapidamente conquistato l'importanza d'un tipo sociale. È quale scaricatore delle virilità povere che la prostituzione si afferma e progredisce ai dì nostri in modo così spaventevole. Essa s'organizza per rispondere a questo bisogno. È avvenuto della prostituzione quello che avviene di ogni commercio moderno, che si è trasformato esso pure da cima a fondo a causa di necessità nuove.

Fu già un tempo in cui la vita era più calma, più pacifica, e, a professioni eguali, fors'anche più agiata, grazie ai minori bisogni; allora si andava con tutta flemma a farsi prendere la misura d'un abito e d'un paio di scarpe: non ci si scomodava: non si aveva fretta. Ma oggi, nella febbre delle città industriali, in mezzo alla caccia al bottino sì accanita, con il sopralavoro intenso della lotta, oggi, che tanta gente che lavora ha appena il tempo di mangiare e di dormire, questi costumi non sono più possibili. Bisogna che tutto si trovi al momento giusto e a portata di mano. E dappertutto si sono aperti vasti magazzini, bazar immensi ove, a pochi passi da casa propria, a tutte le ore, al prezzo che si desidera, si trova esattamente la merce di cui si bisogna. Similmente, le venditrici d'amore non sono più, come una volta, rinchiuse in qualche luogo perduto e maledetto della città. Esse ingombrano i marciapiedi. Si trovano a tutti gli angoli delle strade, nei caffè, nei teatri, nei luoghi di piacere. Si trovano dovunque, e sempre pronte al menomo cenno. Ve ne sono a tutte le ore, per tutti i gusti, di tutti i prezzi, perchè tutti ne hanno bisogno. Certe professioni hanno le loro titolari. Bisogna che ad ogni istante, non importa dove, magari per pochi soldi, possa essere acquietata la fregola del maschio povero, la fregola del maschio esasperato dalla vita cattiva.

*

* *

Considerata dal lato della donna che vi si abbandona, non più da quello dell'uomo che se ne serve, la prostituzione accusa altrettanto eloquentemente la società borghese. È sempre a suo maggior profitto che il capitalismo mantiene questa istituzione offensiva per l'amore. Il salariato crea, per gli individui di ciascun sesso, delle necessità concertate in guisa che l'una è condizione dell'altra. Infatti le stesse angustie economiche costringono gli uomini a mantenere la prostituzione e le donne a rinnovare sempre, ad accrescere senza tregua il personale della vergognosa industria. Poichè una sola è la causa da cui provengono, sino a tanto che questa durerà, l'offerta e la domanda, sul mercato della carne vivente, saranno sicure di venir soddisfatte.

Questa causa è la miseria.

Se vivere del proprio lavoro riesce molto difficile all'uomo, alla donna riesce quasi impossibile.

In uno di quei libri sempre più numerosi ove dei borghesi descrivono le piaghe della loro società, senza, ben inteso, osar di concludere, Carlo Benoist ci rivela le condizioni delle operaie dell'ago, a Parigi.

Una camiciaia, ed esempio, guadagna 2 lire al giorno. Ecco come una di loro arriva a metter assieme il suo bilancio:

Pigione 160 fr.
Due vestiti da dieci fr. l'uno 20 fr.
Quattro paia di calzature a 5 fr. l'una 20 fr.
Due cappelli a 3 fr. l'uno 6 fr.
Tre paia di calze a 1 fr. l'una 3 fr.
Due camicette a 2 fr. l'una 4 fr.
Stoffe (da tagliare) all'anno 3 fr.
Quattro fazzoletti a lire 0,50 l'uno 2 fr.
Illuminazione 10 fr.
Riscaldamento 12 fr.
Strenne alla portinaia 5 fr.
Due grembialucci neri 3 fr.
Una sottana 2 fr.
————
Totale 250 fr.

Le rimangono dunque per mangiare lire 600 – 250 ossia 350 fr; ossia 0,95 al giorno, ch'essa impiega così:

Una libbra di pane fr. 0,20
Latte fr. 0,10
Una costoletta fr. 0,25
Vino fr. 0,10
Carbone fr. 0,05
Legumi fr. 0,15
Burro fr. 0,10
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Totale fr.0,95

La diligenza di questo dettaglio è eccellente per coloro che spendono giornalmente qualche lira solo pei sigari. Costoro non conoscono l'esistenza d'un essere umano obbligato a vivere con quaranta soldi al giorno in mezzo alle tentazioni e ai raffinamenti moderni. Non pensano che un centesimo di più, speso un po' troppo di frequente, o una breve disoccupazione, è la fame immediata.

E quante operaie non guadagnano quella somma! Due franchi, sono un salario di donna medio a Parigi, invidiato in provincia ove non sono rare le cucitrici in bianco che guadagnano delle giornate da dieci a dodici soldi. Vi sono delle case di confezione per uomini ove le cucitrici di calzoni si pagano quattro soldi per capo. Le più abili ne finiscono due al giorno. E non ve n'è sempre per tutte.

Ognuno può trovare nella sua memoria degli esempi di donne sfruttate così. Il libro di Benoist sarebbe tutto da farsi per ciascun mestiere al quale la donna si attacca per vivere.

E la prostituzione, dopociò, si troverebbe spiegata.

Forse si domanderà perchè, a miseria uguale, certe donne resistono ed altre soccombono. Potremmo rispondere che nessuno è obbligato all'eroismo. Ma vi è di meglio da dire. Alla miseria di cui parliamo, le donne non resistono; precisamente: sono infatti le più disgraziate quelle che si prostituiscono. Le cifre lo provano. In tutte le statistiche dei mestieri più esercitati dalle donne pubbliche, le domestiche vengono in prima fila, poi le cucitrici di bianco, le lavandaie, le sartine e le fioraie. Le domestiche; ossia le donne hanno il mestiere meno sicuro e che, dall'oggi al domani, per un capriccio dei padroni, sono gettate sulla strada. Le cucitrici, le lavandaie: cioè quelle che esercitano i mestieri femminili peggio retribuiti, che esigono minima abilità professionale e che vanno soggetti più di ogni altro all'instabilità del lavoro.

Ed è nei momenti più difficili, nelle ore più nere che le pretese vocazioni di prostituta si decidono. Il personale delle case pubbliche si recluta sopratutto tra le fantesche senza posto e le ragazze sedotte. È da questo lato che cercano gli incettatori. Ora, per la figlia povera, che è mai la disoccupazione, che cosa la maternità, se non crisi acute di miseria?

La fame o la vergogna, tale è il dilemma entro cui si dibattono in gran numero le figlie del popolo. Ed esso è sì formale, ha così ben rivestito l'aspetto d'una necessità, che noi abbiamo finito, per la maggior parte, per rimanere insensibili dinnanzi a questo prossenetismo divenuto funzione sociale. I nostri costumi ne hanno fatto l'abitudine. Vedendo una donna dibattersi per la via, noi pensiamo che le restano le inconfessabili risorse; ecco tutto. I regolamenti di polizia attestano anch'essi che certe determinate categorie di salariate sono, più di certe altre, destinate a fornire delle reclute. Certe professioni femminili appartengono tanto sicuramente alla prostituzione, che lo Stato crede di poter esercitare su di esse una sorveglianza preventiva. Si rilevano, in fatti, dei decreti come il seguente:

«Noi, sindaco della città di Auxonne;

«Vista la legge 5 aprile 1884, articolo 97, numero 6;

«Visti gli articoli 471, numero 15, e 474 del Codice Penale;

«Considerando che occorre prevenire, mediante misure opportune, la propagazione delle malattie contagiose,

«decretiamo:

« Articolo primo . – Ogni bambinaia o domestica che venga ad Auxonne per servire nelle sale d'alberghi, caffè o luoghi pubblici, dovrà munirsi, sin dal suo arrivo, d'un certificato medico, rilasciato da un medico del luogo, che constati che essa non è affetta da alcuna malattia contagiosa.

« Articolo secondo . – Il signor commissario di polizia è in caricato, ecc.

«Dato a Auxonne, il 12 settembre 1895.

«Il Sindaco, cavaliere della Legion d'onore

Gruet».

Le figlie povere prevedono da lungi, esse pure, l'epilogo di quel fosco dramma che è la loro esistenza. La dura esperienza, la vista delle più anziane cadute per le prime, loro rendono famigliare questa idea. Esse parlano senza commoversi del giorno in cui saranno forzate a passarvi come le altre. E, venuto il momento, subiscono la legge immonda senza stupirsene.

La miseria, è vero, non tutti l'ammettono. Io credo che dei dottori, più che autentici, hanno saputo trovare, nei sistemi nervosi ereditati dagli antenati, la stimmata della prostituzione, come hanno trovato quella del delitto, dell'anarchismo e del genio.

Vi hanno anche dei grassi filantropi, degli accademici assai ben foderati di rendite, i quali assegnano la causa della licenza delle strade all'ozio di alcune donne, al loro gusto per la toletta e al loro pervertimento precoce. Abituati a semplificare i problemi, essi non trovano qui materia da controversia. Le donne oneste ottengono dei premi di virtù; le donne viziose finiscono al lupanare.

Secondo la più comune accezione, essere vizioso significa sagrificare il dovere al piacere. Ora non si scorge bene quali promesse di voluttà vi siano nella prospettiva di dover abbandonarsi tutti i giorni al libertinaggio bestiale del primo venuto, e di dover essere la macchina sempre pronta a sollazzare il passante. A meno che le passeggiate senza fine nelle notti d'inverno, la schiavitù spaventevole delle case pubbliche, le raffiche e il terrore dei contagi, non siano le speciali dolcezze che sollecitano al vizio?!

Ozio, è presto detto. Ma bisognerebbe sapere se è ozio il disgusto del lavoro enorme, del sopralavoro spaventevole con cui la società non si vergogna di schiacciare la donna. Certamente le ignobili fatiche della prostituzione possono sembrare dolci a paragone dei mestieri a cui sono condannate tante infelici.

In certe città v'hanno delle donne che trasportano a spalla il carbone. Chi non ha sentito stringersi il cuore alla sorte delle piccole bambinaie, fanciulle appena formate, che i loro padroni ammazzano di lavoro?

Tutti coloro che hanno frequentato a Lione il quartiere della seteria conoscono quelle povere ragazze che lavorano dalle prime ore del mattino sino a tarda notte; mal nutrite, cacciate la sera in dormitorii infetti da piccoli impresari avidi di lucro, che le hanno attirate dalla campagna.

Ve ne hanno altre che sembra non facciano nulla e che muoiono, pertanto, quasi tutte del loro mestiere. Sono quelle infelici che, d'inverno come d'estate, montano la guardia presso le mostre, alla porta dei magazzini.

Ma se avessimo da descrivere i mestieri più specialmente fatali alle donne, non finiremmo più.

Ecco, secondo il Popolo di Bruxelles, un quadro del lavoro delle donne nelle filande del Belgio:

«In grandi e basse sale ove il calore è dai 28 a 35 gradi, cinquanta o sessanta aspe sono in moto. Un intenso vapore, proveniente dalle bacinelle piene d'acqua calda necessaria a render morbide le fibre del lino, riempie la sala. Il lavoro comincia a 6 ore del mattino per terminare alle 7 di sera, con un'ora e mezzo pel desinare. Durante undici ore e mezza, la filatrice tiene gli occhi fissi su 240 rocchetti che girano con una rapidità vertiginosa. Essa va, corre, salta dall'uno all'altro, vigilando il lavoro, aggiustando un filo qui, riattaccandone uno là, e sempre in un'atmosfera eccessivamente riscaldata ed impregnata di residui, di detriti di ogni sorta...

«Dopo un'ora di lavoro la donna è in transpirazione, le sue vesti sono immollate del sudore del corpo e del vapore penetrante della sala.

«Le gambe, il petto, il viso sono schizzate del viscidume che si distacca dai fili pel rapido movimento di rotazione dei rocchetti.

«Gli zoccoli si empiono d'una materia grassa, che corrode le dita dei piedi e provoca ciò che le filatrici chiamano il cancro d'acqua.

«Il suolo è sdrucciolevole, coperto d'acqua, di fango, di avanzi che di quando in quando l'operaia spazza via in un condotto lungo i fornelli e che spande attorno un odore infetto.

«In mezzo a questo lavorìo si vede poco e non si intende più nulla, a causa del rumore delle migliaia di ingranaggi, di pulegge, di fusi, di cinghie, di grandi ruote che inviano le trasmissioni, ecc.

«Appena distinguesi di tanto in tanto la voce dei sorveglianti che bestemmiano, insultano alle operaie e le minacciano d'ammenda e di licenziamento; oppure la voce fioca di qualche donna che sorveglia le piccole annaspatrici e quelle che riattaccano il filo. Queste povere fanciulle seguite passo passo dalla sorvegliante, sono continuatamente eccitate a lavorare più presto perchè le aspe da cui si son ritirati i rocchetti pieni possano rimettersi rapidamente in moto...»

E le malate, le anemiche troppo deboli per la terribile vita dello stabilimento!

Abbiamo visto ora, colle statistiche alla mano, che i mestieri in cui la disoccupazione è più frequente più imprevista, ed il salario è più basso, forniscono la più forte proporzione di prostitute. Ne risulta che ben poche lasciarono una posizione lucrativa per la vita galante. Bisogna dire anche che quasi tutte lottarono, e a lungo, prima di soccombere. Secondo gli specialisti, la maggior parte delle ragazze non irreggimentate non si abbandona alla prostituzione in modo regolare, ma accidentale. E questa semplice parola ce ne dice abbastanza sulle lotte che molte di queste infelici dovettero sostenere prima dell'irrimediabile caduta.

Domandate questa storia, dieci, venti, cento volte: sarà su per giù sempre la stessa. Le une, quando il lavoro più non soccorse, hanno cercato l'uomo che aiuta e con il quale rimane ancora l'illusione dell'amore onesto; divennero pubbliche quando anche questa risorsa venne a mancare. Le altre, pur frequentando il laboratorio, completavano il loro salario la sera con la piccola fortuna degli incontri. Ma affaticarsi di giorno lavorando, e abbrutirsi la notte nel lavoro d'amore non è sempre possibile. Ed esse hanno optato per quello dei due mestieri ove il salario è più alto e la disoccupazione meno a temere.

Questa odissea mi fu detta da una di esse, un giorno, con alcune parole d'una volgarità tragica: «Io ho vissuto della mia macchina da cucire fin che ho potuto. Ma il proprietario me l'ha presa un giorno di scadenza, ed è bisognato bene che io facessi lavorar l'altra, quella che abbiamo tutte, qui.» E sì dicendo, la ragazza mostrava il suo ventre.

Miseria, nient'altro che miseria vi è in fondo a tutto ciò. L'ozio, l'incuranza di sè, l'apatia, la rovina di ogni volontà, il pervertimento completo che si osservano in queste disgraziate non vengono di solito che dopo gli anni di completa abbiezione. Sono conseguenze, non cause.

E quand'anche qualcuna si vendesse per un nastro, un ninnolo? Adornarsi, farsi bella, non è forse un dovere del loro sesso, un bisogno imperioso? E come questi rimproveri sono a proposito in un mondo ove certe donne portano agli orecchi gioielli il cui prezzo basterebbe a sfamare più famiglie per anni? Non sono queste le vere corrotte, le vere impure? No, neppure questo fatto può dare la spiegazione della deboscia: esso non è che un grido di più contro l'incoerenza del nostro inferno sociale, ove, per poter soddisfare il naturale istinto degli impulsi amorosi, delle donne debbono – per l'appunto – rendersi indegne dell'amore!

Per meglio comprendere l'idiozia dei predicatori di morale, basta frequentare i luoghi ove queste infelici tengono i loro mercati. Lasciamo da parte, s'intende, certi quartieri delle capitali ove delle poverette implorano alcuni soldi in cambio dei loro corpi.

Ma, nelle bettole, ove il piacere sembra a tutta prima l'unico scopo, quelli che si sono messi in lega contro la licenza delle strade, troverebbero invece che le sperperate nottambule che si pensavano, delle mercantesse attente ai loro interessi. Hanno dalla commerciante l'ossequioso rispetto del cliente, e lo scrupolo che non ammette concorrenze sleali. Si sforzano di proporzionare i loro favori al prezzo che può essere offerto, e fieramente rivendicano tra di esse l'onore di interdirsi ogni debolezza voluttosa quando l'interesse professionale è in gioco. Quegli che paga, è così poco l'occasione del piacere, che serbano la verità delle loro carezze per quello stesso a cui va il soprapiù del loro guadagno o per quello, almeno, da cui non ricevono danaro.

Ma già abbastanza fu detto sulla irresponsabilità della deboscia femminile. Questa verità – davanti alla quale naturalmente fanno il viso dall'armi i beneficiari del presente disordine – si è affermata abbastanza in questi ultimi tempi perchè vi possano essere ancora dei contradditori tra persone di buona fede. Come tutte le cose socialmente vere, essa ha trovato talora nell'arte letteraria un'espressione potentemente suggestiva.

Nell'immensa maggioranza dei casi, la prostituzione non è fatta che di miseria.

*

* *

Giunti a questo punto del nostro studio, noi siamo in grado di comprendere la sollecitudine dello Stato per tutto ciò che concerne la prostituzione. Esso la facilita, la regolamenta, la sovvenziona e tiene il gran libro di questo commercio, giacchè nei conti delle nostre democrazie vi ha il bilancio del lupanare a lato del bilancio dei culti, e le ragazze inscritte fanno parte di quel lotto di accessorii che i governanti imbarcano pei paesi nuovi, ove vogliono impiantarsi.

Lo Stato moderno non ha altra funzione che quello di difendente la ricchezza. Ma la ricchezza degli uni è la miseria e il lavoro bestiale degli altri. Occorre quindi vigilare su tutto quello che, come l'amore, potrebbe distogliere la massa dal lavoro assiduo, e mantenere sempre pronto il mezzo di poterne far senza. A tutti coloro che non possiedono, a tutti coloro che non guadagnano ancora o non guadagnano sempre tanto da mantenere moglie e figli, bisogna permettere di fare all'amore, o almeno di calmare i sensi senza che abbiano da paventarne i pesi. Non è mai prudente lasciare la strada libera ad ambizioni troppo alte, feconde di ribellioni.

Inoltre, perchè un'organizzazione lucrativa abbia probabilità di durata, occorre che appaia, per quanto è possibile, perfetta.

Non aver mezzi di sussistenza in una società che si pretende la migliore, non può essere che colpa degli individui. Il più sicuro mezzo di farlo credere – dopo di aver mutato la miseria in delitto, – è quello di trovare pei disoccupati un'occupazione purchessia: la prostituzione serve mirabilmente a diradare l'esercito inquietante dei senza-lavoro.

Poche istituzioni hanno, come questa, il vantaggio di servire a due scopi. E anche ve n'è un'altra, la cui scomparsa provocherebbe maggiori turbamenti, quando restasse immutata l'attuale organizzazione sociale. Essa è realmente la piaga d'onde cola il pus sociale.

La nuova funzione che la prostituzione ha assunto a misura che il salariato si sviluppava, è venuta a rinforzare con la sua importanza le ragioni che hanno consigliato i governanti di ogni tempo e di ogni paese a riconoscere e regolamentare il commercio delle cortigiane.

Infatti, la protezione del matrimonio e della famiglia, le cui vicende furono, sin dal principio, strettamente legate a quelle della proprietà e dell'autorità, esigeva che il potere si occupasse della prostituzione. Se nei primordii questa non era, per i più, che un lusso, per gli altri già rispondeva ad un bisogno. Occorreva difendere il santuario del matrimonio contro l'orda inquietante dei celibi, fornire un pascolo ai loro appetiti. Già fin dai tempi di Solone, il regolare la prostituzione non era un mezzo di reprimerla, ma, al contrario, d'incoraggiarla, d'averla sempre sotto mano pel buon funzionamento della società. E questa dottrina fu ognora la buona, adottata da tutti i governanti, promulgatori di editti e facitori di leggi. Ce lo provano i capitolari di Carlomagno, gli editti di Luigi XI e di Carlo VI e tutti i regolamenti successivi sino alla legge di messidoro, anno VIII, la quale crea la Prefettura di polizia attuale con il suo ufficio dei costumi. Le ragazze cui si dà la caccia, che si rinchiudono in prigione, che si marchiano con un ferro rovente e si deportano durante il medioevo e sino a tutto il secolo decimottavo, sono solamente le ribelli e le malate. Oppure sono vittime espiatorie sacrificate alla virtù ipocrita, senza che, per questo, l'istituzione divenga meno fiorente.

Ai nostri giorni, in cui la prostituzione diviene un ausilio potente d'adattamento al regime capitalistico, era naturale che la dottrina della sua necessità e della azione benefica si affermasse con un nuovo cinismo.

Come nuovi motivi sono venuti a rinforzare la sollecitudine dello Stato per il commercio della carne femminina, gli incoraggiamenti si son fatti più efficaci, mentre le regolamentazioni sono divenute più minuziose. Giammai fu proclamato così forte che la prostituzione è un male necessario. Per altro, coloro che sono preposti alla difesa della società devono conoscere, almeno così bene come noi, i bisogni e le condizioni del suo funzionamento.

Tutte le volte che certi moralisti – gente dalla vista molto corta ma che ha almeno della sincerità – reclamano contro la prostituzione delle misure efficaci, loro si risponde che tali rivendicazioni sono utopistiche. Soltanto, nel corso dei dibattiti sollevati sovra tal soggetto nei parlamenti o altrove, non si dicono, come noi facciamo, (e il perchè si sa bene) – le ragioni ultime della necessità-prostituzione. Ci si forma alle cause classiche quali la protezione della famiglia, a cui si aggiungono – perchè tutto si modernizza – i diritti dell'igiene.

Codesti difensori dell'ordine si guardano dall'aggiungere che la prostituzione è sopratutto necessaria per fare dimenticare un altro mezzo di proteggere la famiglia e l'individuo, mezzo di protezione più efficace, d'igiene più alta, che consiste nel rendere a tutti possibili le gioie dell'unione seria e le soddisfazioni elevate dell'amore. Essi non osano dire che se il commercio dei ventri non fosse là per assopire, bene o male, le fregole troppo violente, si comincierebbe a pensare a qualche altro mezzo più semplice, più logico, e sopratutto più pulito. D'onde ne segue che la prostituzione necessaria non è tale se non per la conservazione dell'attuale infamia.

L'insieme dei regolamenti medico-polizieschi che disciplinano la materia costituisce il miglior degli eccitamenti possibili alla deboscia, e mediante il reclutamento assicura la prosperità della vergognosa industria.

Altro scopo non possono avere. Si parla d'umanità; si dice che lo Stato deve le sue cure e la sua protezione anche ai cittadini che sono vittime della loro intemperanza. Ipocrisia. O perchè, allora, e a più forte ragione, non si prendono delle misure contro i perniciosi effetti dell'alcool e contro i delitti dei mestieri omicidi?

Non vi è alcun dubbio d'altronde intorno all'inefficacia delle misure sanitarie e delle brutalità di polizia che le assicurano.

Una commissione speciale, rimasta celebre, che venne nominata in Inghilterra per studiare gli effetti della visita instituita nei luoghi di guarnigione dopo il 1866, concludeva nel 1873 che «la visita periodica delle donne che esercitano ordinariamente un commercio sessuale con il personale dell'esercito e della flotta non era riuscita a diminuire menomamente i casi di malattia». Dopo quest'epoca, e in tutti i paesi di Europa, le inchieste hanno rivelato che le leggi e i regolamenti di polizia, visite, inscrizioni, ecc..., o sono inutili o aggravano le condizioni sanitarie. E ciò è naturale.

Si visita la prostituta soltanto, e non colui che prostituisce, non l'uomo che pure comunica tanto bene il contagio quanto la donna. Oltre a ciò – ed è naturale – l'enorme maggioranza delle donne che si prostituiscono sfuggono all'umiliazione della visita ed alle misure di polizia che la precedono o la seguono. Su le trecento mila prostitute parigine, due mila solamente sono inscritte sul registro. E quelle che sono irreggimentate, anch'esse, non appena loro è possibile, schivano la visita, sopratutto se sanno di essere malate, poichè la prigione le attende e non l'ospizio. «L'ospedale di Lourcine, riservato alle donne affette da malattie veneree, è sempre pieno, perchè si entra e si esce liberamente. San Lazzaro non è mai al completo, perchè le donne vi sono condotte con la violenza».

Ecco chi ce ne insegna abbastanza intorno alle preoccupazioni igieniche dei governanti.

L'odioso attentato che codesti signori commettono su delle povere ragazze in nome della salute pubblica, non ha altro effetto che di rovinare un po' più questa salute, demoralizzare un po' più quelle disgraziate e ribadire al loro odioso mestiere quelle che vorrebbero liberarsene.

Non altro contiene la formula d'uno specialista: «L'amministrazione non ha che uno scopo: fare entrare il maggior numero di donne possibile nella prostituzione inscritta».

A questo riguardo i regolamenti di certe città sono edificanti. Così nel regolamento d'Antibo (1886) si può leggere:

Art. 5. – In mancanza d'iscrizione volontaria ogni ragazza o donna convinta di prostituirsi può essere iscritta d'ufficio sulla matricola e sottoposta a tutte le obbligazioni imposte alle donne pubbliche, ancora quando avesse meno di vent'un anno .

Art. 6. – La prova della prostituzione clandestina risulta da un'inchiesta fatta dalla commissione di polizia la quale constati una delle seguenti circostanze:

1° Che la donna frequenti abitualmente donna o ragazze inscritte;

2°. Che sia stata trovata in epoche o date differenti a passeggio con militari nella città o fuori della città e nelle osterie, alberghi, balli, ed altri luoghi pubblici.

Art. 19 § 2. – Non appena sarà provato mediante rapporti che una canzonettista abbia ricevuto nel proprio domicilio, a date diverse, delle persone estranee alla sua famiglia, sarà iscritta d'ufficio e sottoposta alla visita medica.

E nel regolamento di Bourges

Art. 18. – Quando sarà stato dichiarato, mediante certificato medico, che una ragazza o una donna è affetta da malattia contagiosa e che ha comunicato l'infezione a uno o più individui, si ammetterà d'urgenza all'ospedale e alla sua uscita si iscriverà d'ufficio nel registro delle prostitute.

L'inscrizione delle minorenni è un fatto ufficiale, confessato, regolamentare. Sopra tremilaseicentoventi donne inscritte alla loro uscita da San Lazzaro, durante un periodo di dieci anni, settecento quarantotto avevano meno di vent'anni.

La casa di tolleranza corona, l'opera. «Una padrona di casino, scrive Parent-Duchatelet, il quale fa autorità in materia, è per essenza, la corruttrice della gioventù e la provveditrice del vizio. La sua casa è una scuola di scandalo ove delle adolescenti, appena formate, vengono a fare il noviziato della prostituzione.» Non occorre dire che la tenitrice d'un lupanare è quasi un funzionario dello Stato! Lo stesso Parent-Duchatelet dichiara che «l'amministrazione, nell'interesse del bene pubblico , deve circondarla di ogni protezione». Ed è anche ciò che avviene. Sotto quest'alta protezione, la sua casa è alimentata con la tratta delle bianche. Si è calcolato che in Francia solamente, e sempre sotto il manto dello Stato, trentaduemila operazioni di questo genere si facevano all'anno, delle quali una buona parte fa cadere nella prostituzione ragazze che non vi erano ancora.»

La pratica della polizia dei costumi prosegue visibilmente lo stesso scopo che il suo codice: prendere più ragazze che sia possibile nelle maglie della rete, ritenerne il maggior numero possibile.

«Noi conosciamo una povera donna, scrive de Morsier, la quale, inscritta in un periodo di traviamento, avendo in seguito preso orrore del suo mestiere, lavorò onestamente durante sette anni, pur essendo costretta alle visite sanitarie. Essa non ottenne la radiazione, a capo di quei sette anni, se non per mezzo di protezioni che ogni donna non può avere.»

Nel 1885, una ragazza condotta per sorpresa nella casa pubblica di Salins non riuscì a fuggirsene che saltando dalla finestra completamente nuda. Interviene allora il commissario di polizia che vuol farla rientrare per forza. Il pubblico mostra i denti e la donna resta libera.

Nel 1871 a Besançon, nel 1887 a Lons-le-Saunier delle giovani abbandonate sono poste dalla polizia in case di tolleranza.

Si potrebbero citare migliaia di fatti di questo genere. Dal 1870 al 1876, gli atti abusivi sono così numerosi e così odiosi, che provocano, una volta svelati, le dimissioni del signor Lecour, capo di divisione alla Prefettura di polizia, ed infine la caduta del Signor de Marcère, ministro dell'Interno. Di tanto in tanto, lo zelo degli agenti di costumi si rivela per qualche scandalo che si riesce difficilmente a soffocare e la stampa se ne commuove per alcune ore.

Bisognerebbe dunque essere ben ingenui per vedere nel servizio dei costumi altra cosa che un prossenetismo ufficiale. Perchè, d'altronde, la prostituta moderna non sarebbe essa, come le sue antenate, una prostituta di Stato, quando lo Stato moderno, noi lo sappiamo, ha le migliori ragioni del mondo per continuare la tradizione antica?

La questione, d'altra parte, è affatto secondaria. Anche se lo Stato trascurasse la sua parte d'interesse nel commercio delle donne pubbliche, o fosse costretto a un po' più di pudore, le cose non cangerebbero affatto. Che la prostituzione continui a essere sorvegliata, incoraggiata e reclutata, come è logico, dai funzionari dello Stato capitalista, di cui seconda così bene le mire, o che, al contrario, essa si emancipi, come avvenne in alcuni paesi ove certe pratiche che oltraggiano la dignità femminile hanno dovuto cedere davanti alla spinta dell'opinione, la prostituzione non durerà meno a lungo della società attuale di cui essa è da un duplice punto di vista il frutto amaro e la magagna accusatrice.

Fin tanto che gli uomini resteranno soggetti alle influenze d'un ambiente retto dalle leggi della proprietà, incapaci di acquistare la libertà economica e la libertà morale, sarà loro impossibile di elevarsi alla forma superiore dell'istinto sessuale, l'amore, e a supplirvi, incoraggeranno nella donna l'abitudine di vendere il suo corpo. Fino a che vi saranno donne costrette a far danaro del loro corpo, per vivere, esse continueranno ad offrire all'uomo questo spediente ignobile.