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V. IL MATRIMONIO BORGHESE

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V. IL MATRIMONIO BORGHESE

V.

IL MATRIMONIO BORGHESE

Un certo rispetto si ha per il matrimonio quale forma onorevole dell'unione sessuale, ciò che è un'illusione e un pregiudizio. La monogamia artificiale e imposta dal matrimonio, anche quando – cosa rara – sia rigorosamente osservata, non è che la caricatura di quella – naturale e liberamente consentita – che prosegue l'amore come sua meta ideale.

L'amore solo può conferire qualche dignità all'unione dei sessi. Ora l'amore e il matrimonio sono, per più rispetti, due cose molto diverse, e che assai difficilmente concordano.

Egli è evidente – e il lettore non s'inganna – che noi prendiamo qui la parola matrimonio in un senso non ideale, ma storico ed attuale. Senza dubbio l'amore si confonde talvolta col matrimonio, ma in questo caso, assai più raro di quel che non si pensi, e denominato con il termine speciale di matrimonio d'amore , esso diviene una formalità senza importanza, uno stato a cui gli amanti si rassegnano. In realtà costoro non si maritano secondo il significato più generalmente preciso di questa parola. Essi si amano, ecco tutto, e volendo vivere insieme, sottoscrivono alle formalità senza delle quali, sotto il nostro dolce regime di libertà, un uomo e una donna non hanno il diritto di unirsi, con tutta sicurezza, almeno. Il che non impedisce – notiamolo di passaggio – che codesta regolamentazione, anche considerata come una pura formalità, eserciti un'influenza nefasta pur anco sulle unioni contratte nel modo più lodevole.

Ciò che noi consideriamo qui, è il matrimonio quale è caratterizzato dalle leggi e dai costumi attuali, dalle condizioni sotto cui vien contratto nel maggior numero dei casi; in una parola, dalla sua significazione legale e dalla sua moralità attuale media. In questo senso è facile dimostrare quanto il matrimonio e l'amore siano lontani l'uno dall'altro.

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L'amore, si può dire, vive d'eguaglianza: ciascun sesso ne è debitore all'altro nella stessa ragione. L'amore apporta l'eguaglianza ove prima non era, giacchè costituendo un punto di vista nuovo d'onde gli individui cominciano a considerarsi, esso cancella le ineguaglianze persistenti.

Al contrario le leggi che reggono il matrimonio cominciano dal consacrare una profonda disuguaglianza tra l'uomo e la donna e prescrivono la soggezione di questa a quello.

La donna deve obbedienza al marito. Essa è obbligata ad abitare con lui e a seguirlo dovunque egli creda oppurtuno di fissare la sua residenza. (Codice Civile).

Senza l'autorizzazione e il consenso del marito la donna non può stare in giudizio, nonchè donare, alienare, ipotecare, acquistare; tutte cose che il marito può fare (Cod. Civ.).

Il marito soltanto amministra i beni della comunità (Cod. Civ.) Il padre solo esercita l'autorità sul figlio (Cod. Civ) ecc.. Breve, la donna è una minorenne sotto la tutela di suo marito. Meglio ancora, è un oggetto di proprietà tra le sue mani. E non è raro che sotto il manto della legge la pretesa unione divenga un servaggio ben greve per spalle di donna.

Mentre l'amore è un dono continuo di sè stesso, dono libero e spontaneo che suppone quindi il diritto e il potere di rifiutarsi, la legge, sostituendosi agli individui, i quali non possono impegnarsi per tutto l'avvenire, proclama e sanziona con la forza l'indissolubilità del matrimonio. E non bisogna credere che col divorzio la legge abbia fatto una grande concessione. Da tempo i legislatori avevano regolato minuziosamente le questioni d'interesse, le sole che siano capaci di commuoverli. La separazione di beni evitava che un coniuge indegno sciupasse il danaro dell'altro. Quanto alle persone, ai corpi, come dice la legge, la quale – bisogna dire, – suppone divisa l'anima coi beni, avevano il diritto di separarsi, ma non di aspirare ad una nuova unione. In seguito i legislatori si degnarono di fare una concessione: onde i coniugi non fossero senza remissione, votati al celibato, decretarono il divorzio. Solamente, l'amore non ha che vedere in ciò, o pochissimo e molto indirettamente. Non sperate, per esempio, di poter riparare lealmente l'errore d'aver preso un capriccio momentaneo per il pegno d'un lungo attaccamento, o la colpa d'aver perpetrato l'unione dei vostri corpi senza che l'amore vi abbia invitato: il divorzio per consenso mutuo non è tollerato. Del resto di questa indifferenza troviamo una prova indiscutibile, lì accanto: la legislazione dell'adulterio. Quivi l'amore insorge da ribelle contro il matrimonio. Disprezzatore delle convenzioni, sfidando i pregiudizi esso afferma i suoi diritti e reclama la sua libertà. Il legislatore obbedisce, ma ribatte, si direbbe per vendicarsi: «Lo sposo colpevole non potrà mai unirsi in matrimonio con il suo complice nel caso di divorzio sentenziato dai tribunali, per causa di adulterio». Non soltanto gli onori e i profitti del dibattito vanno a colui che dovrebbe trovare nella sua sola ragione il consiglio di rendere l'uso del suo corpo a chi vuole riprenderlo, ma si punisce codesto coniuge «colpevole» d'aver amato, con il divieto d'un secondo matrimonio. Così, interdicendogli di reclamare, degnamente e semplicemente, la sua libertà, non si è fatto che imporgli il delitto che si pretende fargli espiare.

Come stupirsi del resto, che nelle sue disposizioni legali, il matrimonio faccia così buon mercato dei diritti dell'amore dal momento che esso è rimasto, o presso a poco, ciò che era all'epoca in cui fu istituito? E si sa che esso fu istituito, allo scopo, del resto francamente confessato, di servire agli interessi della proprietà individuale e, in particolare, per assicurare a' figli di paternità certa la trasmissione dei beni della famiglia. Si è soliti rimproverare con amarezza al matrimonio moderno la sua antica origine e tutto ciò che questa origine comporta di barbaro, ma non si avverte che la vecchia regolamentazione dell'unione sessuale non può essere abolita fintanto che resta in piedi la proprietà di cui fu sin dai primordi, una conseguenza e un mezzo. La proprietà individuale non è forse la legge delle nostre società moderne, cosidette civilizzate, come essa lo era delle società barbare? E non basta essa a giustificare ognuna delle ignominie che le fanno corteggio?

Di fronte al matrimonio, le preoccupazioni del legislatore moderno come quelle del legislatore antico rimangono dunque rivolte verso gli interessi materiali. Nel modo istesso che un tempo l'uomo, che fece la legge o il costume, decretò l'indissolubilità del matrimonio, perchè pretendeva serbare per sè la donna che gli portava profitti di lavoro personale, o di territorio o di danaro, o semplicemente perchè l'aveva acquistata o rubata, in questo modo istesso il matrimonio rimane oggi indissolubile perchè la separazione dei coniugi metterebbe lo scompiglio nella complicata matassa di interessi materiali che si svolge dal contratto di matrimonio.

Oggi, come una volta, il marito è il capo della comunità, il padrone dei beni comuni, e da questo privilegio scaturiscono tutti gli altri per quanto abusivi.

Il Codice, nei suoi dispositivi che si riferiscono al matrimonio, si preoccupa della comunione pecuniaria, non mai della comunione morale. È così che questi dispositivi rimangono inesplicabili per chi non li considera mettendosi dal punto di vista più bassamente utilitario.

Anche quando la legge sembra addolcire i suoi rigori contro la donna di solito sacrificata senza il minimo riguardo agli interessi dell'uomo, anche allora la questione di danaro preoccupa i legislatori. Si può dire che le leggi sul matrimonio, semplici per chi non possiede, si complicano secondo la condizione più o meno fortunata dei contraenti. La donna maritata, di solito tanto dipendente dall'uomo da dovergli cedere persino la libera disposizione del proprio salario, diviene economicamente libera, in una certa misura, quando possiede una dote ed ha avuto la cura di conservarne l'assoluta proprietà mediante contratto.

Ma non appena gli interessi superiori della proprietà sono in giuoco, la donna ricca o povera è di nuovo brutalmente sacrificata. Se l'adulterio della donna è punito come una colpa grave e se il Codice scusa anche l'uccisione della donna colpevole in caso di flagrante delitto – laddove l'adulterio dell'uomo è considerato come un peccato veniale e punito soltanto in circostanze speciali difficili a realizzarsi – ciò è semplicemente per evitare che degli eredi illegittimi possano insinuarsi nella famiglia.

Le condizioni richieste per aver il diritto di contrarre matrimonio non sono meno istruttive della regolamentazione dei rapporti tra gli sposi.

Le leggi greche e romane davano ai padri – e, in mancanza del padre ai suoi eredi – il potere ( potestas ) di unire in matrimonio i loro figli senza che questi avessero potuto far pesare la loro volontà. Oggi c'è un progresso; il codice esige il consenso formale degli interessati: un sì o un no. Ma esso richiede ancora il consenso dei genitori. Se costoro non hanno più il diritto di sposare i loro figli per forza, essi hanno ancora quello di impedire loro di maritarsi, almeno fino a una certa età. Dal punto di vista del rispetto alla libertà delle inclinazioni sessuali, noi non abbiamo quindi progredito gran che.

E quivi ancora, come più sopra vedemmo, la legge cattiva s'ispira direttamente al diritto di proprietà. Essa continua la tradizione del padre proprietario assoluto dei propri figli. Il padre greco e romano possiede sua figlia allo stesso titolo della sua terra, della sua casa, del suo bove; e come la sua terra, la sua casa, o il suo bove egli dà la sua figlia a chi meglio gli aggrada. Anche il padre moderno, secondo la legge, ha diritto di proprietà sui suoi figli; soltanto, questo diritto è meno esteso. Egli non può più cedere il proprio figliuolo come gli talenta, ma deve contentarsi, (il che del resto è già abbastanza grazioso), di poter impedire ai propri figli di disporre liberamente di sè stessi per ciò che riguarda l'unione coniugale.

In un altro modo ancora il consenso dei genitori traduce le esigenze della proprietà individuale e le preoccupazioni d'un regime ove quella tiene il suo regno. Il genero o la nuora, infatti, sono destinati, per via d'eredità, a godere dei beni della famiglia. Conseguentemente la legge che garantisce il diritto di proprietà sin dopo la morte, volendo esser logica, deve dare ai genitori un diritto di veto sulla conclusione dei matrimoni. Se in alcuni paesi, come, ad es. l'Inghilterra, i giovani non hanno bisogno, per unirsi, del consenso della famiglia, ciò dipende dal fatto che ivi una tale precauzione non è più necessaria per assicurare agli ascendenti la facoltà di disporre a loro grado della loro fortuna; in quei paesi infatti la legge non assicura la successione al figlio; in luogo di rifiutare il suo consenso, il padre disereda.

Tale è la filosofia della legislazione coniugale compiacentemente spiegata dai professori di diritto.

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Ma non è solamente dall'apparato delle leggi che il matrimonio risulta essere un legame fattizio, un semplice contratto d'affari. Basta guardarsi un po' d'intorno per convincersi subito che queste leggi non sono un reliquato del passato, immobilizzato nei codici, al quale i costumi moderni apportano il correttivo d'abitudini più degne. Certamente il matrimonio il quale non va d'accordo se non con la legge contraddice alle aspirazioni d'una eletta, ma d'una eletta solamente.

Il matrimonio è troppo sovente nella realtà quello che è nel codice.

Malgrado l'apparenza d'un rispetto ipocrita per la libertà della scelta sessuale, il contegno dei parenti verso i loro figli che sono da maritare non dinotano talvolta maggior delicatezza di quella dei selvaggi del Nuovo Messico, i Papagos, i quali mettono le loro figlie all'incanto.

Se, al momento di concludere l'unione, i genitori non hanno il potere di passar sopra alla volontà formale dei contraenti, la famiglia ha sui giovani dei mezzi di azione continui e svariati che permettono di ottenere a un dipresso gli stessi risultati. Oltre i mille artificii che possono essere messi in opera per scoraggiare le resistenze, vi ha un mezzo che si impiega molto agevolmente contro la giovinetta, ed è di tenerla ignorante, in tutto o in parte, delle cose del matrimonio. Non sapendo precisamente ove vada, essa ha meno ripugnanza a seguire le ingiunzioni dei suoi ascendenti, e il matrimonio resta, in questo caso, quello che era nell'antichità: un vero commercio di merci incoscienti. Come dice assai bene Renato Chaughi, in un notevole opuscolo, «la promiscuità incestuosa delle orde primitive, quella di certi villaggi perduti e di certe stamberghe attuali è certamente molto più morale che la deflorazione a contanti d'una vergine espressamente mantenuta nell'ignoranza.»

E non v'è bisogno che la famiglia sia ricca per condursi così. Per poco che essa possieda, capitale o salario, si tratta di non comprometterlo in imprese coniugali troppo arrischiate. Inoltre bisogna opporsi a che i figli contraggano delle unioni troppo male armate per la lotta sociale, si tratti del capitale o del salario. Noi l'abbiamo già detto: rispetto ai giovani la famiglia costituisce un nucleo di personaggi di cui, nella ragione stessa della sua lunga durata, l'asservimento alla tirannide del danaro è assoluto. Soggetti alla continua preoccupazione del lucro che fu tutta la loro esistenza, è naturale che essi si facciano, di contro ai giovani meno curanti di questa legge sociale, gli apostoli del matrimonio d'interesse.

Ogni giorno si concludono tra noi, e colla mediazione dei parenti, dei matrimoni i quali sotto un'altra forma, non sono che i mercati sessuali così in onore presso i popoli primitivi.

Dalla parte dei selvaggi. Davanti la capanna di una ragazza da marito, un uomo arriva con una giara di vino di palma, con alcuni Kola, qualche pezza di stoffa e delle collane di perle. È il prezzo della giovinetta. Egli può ora condurla via perchè essa gli appartiene: ne ha appena versato il prezzo nelle mani del padre.

Dalla parte dei civilizzati. In un qualunque salotto borghese due giovani che non si conoscono si trovano assieme e fanno mostra di piacersi. La dote della ragazza rappresenta giust'appunto la somma di cui ha bisogno il padre del giovane per dare dello slancio a' suoi affari. Tra otto giorni si sposeranno.

Tra queste due situazioni vi ha forse altra differenza, che non sia quella delle apparenze?

Tanto nei sentimenti di quei due che stanno per unirsi in matrimonio, come nei desideri dei genitori che li assistono e nel pensiero dei legislatori che hanno preparato le condizioni e regolato il cerimoniale della loro unione, l'influenza degli interessi di danaro si rivela quasi sempre per qualche lato, a detrimento delle convenienze fisiche e morali.

Nelle classi dette superiori, ciò che soltanto preoccupa sono le condizioni di fortuna e di contratto. Al momento di concludere l'affare i giovani palpano il sacco di scudi, visitano la proprietà, sfogliano i libri di commercio.

La speculazione coniugale abilmente condotta può non soltanto raddoppiare i capitali ma procurarne a chi non ne ha. Le quarte pagine di giornali non sono riservate di più in più agli speculatori incaricati di munire d'esca l'affare?

Tuttavia, offrire una situazione, un nome in cambio di qualche milione di franchi male acquistati, è di già vecchio gioco. Quasi simultaneamente, in due paesi, l'uno d'Europa e l'altro d'America, è occorso un fatto, alcuni anni or sono, che merita di restare il simbolo più perfetto del matrimonio borghese. In Austria, una giovane vedova ed un giovane negli Stati Uniti, con l'appoggio del governo e della stampa – questi agenti di alta moralità –organizzarono una tombola di cui la loro mano era l'unico premio. L'immenso successo delle due intraprese provò che esse erano, come meglio non potevano, conformi alle aspirazioni contemporanee. I primitivi mettono le loro figlie all'incanto. Noi mettiamo noi stessi alla lotteria.

Sull'ignominia dei matrimoni d'interesse tutto è stato detto, del resto, e dai difensori medesimi dell'attuale bazar umano. Questa idea fu la dominante di tutta una letteratura, nella quale si trovano gli elementi del concerto d'amarezze, di indignazioni e di sarcasmi meglio riusciti contro la caccia alla dote.

Soltanto, ciò che non è stato abbastanza notato, è che le cose procedono troppo spesso allo stesso modo – fatte le debite proporzioni – nel mondo dei salariati e dei bisognosi. Qui un salario un po' forte, un modesto mobilio, un piccolo posto sicuro, delle miserabili economie, avidamente desiderate dall'uomo o dalla donna, decidono dell'unione.

Per il povero come pel ricco, in un modo più o meno indiretto, quasi sempre le preoccupazioni venali presiedono al matrimonio. In questa circostanza come in ogni altra, non si sfugge alla cura del lucro che è al fondo dei cervelli moderni ed alla quale noi non possiamo sottrarci, modellati come noi siamo in questo senso dall'ambiente. Il grande affare per tutti, è di resistere agli urti della lotta per la vita, è di combattere per strappare la nostra parte di bottino. Queste preoccupazioni non ci lasciano nel momento d'entrare nello stato coniugale. E sono le qualità che vi corrispondono, quelle che l'uomo e la donna ricercano l'uno nell'altro, in luogo delle qualità e delle convenienze morali sulle quali soltanto si fonda l'unione secondo l'amore.

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Se l'attuale regime economico ci spiega perchè la scelta coniugale sia fondata su interessi puramente materiali, esso ci spiega ancora il matrimonio d'azzardo, senza scelta alcuna.

Si è notato che l'età in cui si contraggono i matrimoni s'inoltra sempre più. Ciò è dovuto, si sa, all'incertezza sempre più grande dei mezzi d'esistenza, alla lotta sempre più aspra per la mercede, alla lunghezza dei tirocinii e degli studii necessarii non già per acquistare delle cognizioni sovente inutili ed insegnate a contro senso, ma per trionfare dei postulanti che si affollano attorno a ciascun impiego. Durante gli anni d'attesa o di miseria nei quali si ha appena da sovvenire ai propri bisogni personali, è la prostituzione dal lato dell'uomo, che è incaricata di fornire al sesso gli acquetamenti indispensabili. Secondo le nature, ci si infanga senza guardar più lontano, oppure si conserva in qualche angolo del proprio cuore il desiderio d'unioni più elevate. Per le nature come queste, sopratutto, gli anni di solitudine, tagliati da volgari avventure quando l'istinto grida troppo forte, sono pesanti da portare.

Alla potenza genesica che cresce di più in più s'aggiungono un vago desiderio di paternità e pur anche il bisogno d'un focolare, l'orrore della vita nomade, banale, e dello sfruttamento a cui il celibe è condannato, massimamente nelle grandi città. Viene il momento che uno non può più resistere. Sovente esso coincide con alcuni soldi di più aggiunti al salario. Questo sarà forse sufficiente per mantenere la famiglia.

Ci si sente allora invasi da ciò che si potrebbe chiamare la febbre del matrimonio. Vogliamo ammogliarci ad ogni costo e ci ammogliamo.... a caso.

Durante gli anni di giovinezza impiegati a difendere il boccone quotidiano contro gli appetiti vicini, gli uni passarono a fianco dell'amore senza vederlo. Altri, per combinazione l'accolsero un po', poi l'immolarono a necessità più immediate.

Altri ancora lo scorsero da lungi senza poterlo raggiungere, arrestati dalla miseria o dalla barriera di una casta più ricca. Oramai è troppo tardi. Non è più la sposa – nel senso ammirabile di questa parola – quella che si trova, ma soltanto la femmina, la concubina legale, e forse, se si ha la mano felice, la brava massaia.

Dal lato delle fanciulle povere, avviene presso a poco lo stesso. Avvertite dall'esperienza di una società ove tutto si valuta alla stregua del denaro, che la donna è un carico di più per l'uomo, esse tremano dalla tema di non trovare mai chi se lo prenda. Esse pure sono tormentate dai bisogni del loro sesso, mentre non hanno, come l'uomo, la prostituzione al loro servizio. Per tal modo il matrimonio è ciò che desiderano più ardentemente. Alla prima occasione che si presenta, esse si decidono, sapendo bene che quest'occasione potrebbe essere l'ultima. E, nella gioia del matrimonio , non guardano, neppure loro, con chi si maritano, nè come.

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Nell'opinione corrente l'amore e il matrimonio sembrano appartenere a due ordini di cose diversissime. L'amore è un lusso, un piacere, una dolce superfluità che si trova avanti e durante il matrimonio, ma al di fuori di esso. La coesistenza dell'amore e del matrimonio è come un prodigio che si mostra a dito un poco in tutte le società. Al contrario, la loro incompatibilità sembra la regola. Essa è stata sì spesso osservata, che per molti è divenuta articolo di fede. Per molti queste due parole, amore e matrimonio, si escludono reciprocamente come il giorno e la notte. Basta loro sapere che due persone sono maritate per affermare che non si amano, anche senza ricercare le condizioni nelle quali la loro unione fu preparata e compiuta.

E nella letteratura, specchio esatto dei costumi, si ritrova questa antinomia. Rarissimi romanzieri si sono provati a descrivere un amore tra marito e moglie, cosa che non avrebbe corrisposto ad alcuna realtà, ed avrebbe guastato l'ideale d'amore con tutto ciò che il matrimonio ha di estraneo a questo sentimento. Coloro che hanno scelto questo tema hanno sfruttato, pel modo con cui presentavano il loro soggetto, l'anomalia stessa del fatto come un elemento di successo.

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Estranee all'amore, il più delle volte, le ragioni che decidono delle coabitazioni coniugali non hanno dunque alcun valore davanti all'atto sessuale. Così, mediante il matrimonio, l'atto che l'amore al punto attuale dell'evoluzione umana deve nobilitare, si abbassa sino al coito qualsiasi, senza scelta e senza poesia, della femmina e del maschio. Quasi sempre il matrimonio ricaccia l'uomo a questo accoppiamento cieco degli organi, conosciuto soltanto, nella serie animale, dalle specie inferiori.

Malgrado la stima nella quale continua a tenerlo una parte dell'opinione pubblica, il matrimonio resta una forma inferiore dell'unione sessuale, colpevole di tenere costretto l'uomo alle sole soddisfazioni della carne. Come la prostituzione, esso è un compenso a cui la società ci invita e costringe in cambio dell'amore che essa teme e che proscrive. Dopo d'aver stabilito infatti, che la prostituzione, negazione insultante dell'amore, ha per sè tutta la sollecitudine dello Stato, ci è altrettanto facile dimostrare inversamente che il matrimonio, sola forma legale ed onorata dell'unione dei sessi, insulta esso pure all'amore, e lo nega.

Matrimonio e prostituzione sono lo scioglimento diverso in apparenza, identico in realtà, delle stesse complicazioni sociali.

Il confronto sovente fatto della ragazza pubblica e della donna maritata, è, da molti punti di vista e in molte situazioni, meno paradossale che non si creda.

La bella apostrofe di Balzac nella Donna di trent'anni è sempre vera: «Voi maledite a povere creature che si vendono per qualche scudo a un uomo che passa, – la fame e il bisogno assolvono le unioni effimere; mentre la società tollera, incoraggia l'unione immediata ben altrimenti terribile d'una giovinetta candida e di un uomo che essa non ha visto tre mesi di seguito; essa è venduta per tutta la sua vita. È vero però che il prezzo è elevato!»

Supponete ora che una cortigiana, in luogo di esercitare il suo commercio fortuito della via, sia sicura di trovare ogni giorno, alla stessa ora, lo stesso cliente; voi avrete questo tipo sì frequente della donna ridotta al matrimonio dal bisogno di dividere il salario di un uomo. Quante lascierebbero il loro marito, e quante non discenderebbero più sul marciapiede, se sapessero ove mangiare l'indomani!

La ragazza pubblica e la sposa, separate nell'opinione da una sì grande distanza, sono costrette alle stesse necessità, soggette alle stesse obbligazioni. L'una sotto il suo belletto, l'altra sotto il suo velo vengono a compiere nello stesso luogo delle formalità uguali. Da un lato si aggiudica una giovane donna al medesimo maschio. Dall'altro, si rilascia una patente a quella che preferisce vendersi a più. E l'una e l'altra restano sotto la sorveglianza dei funzionari di polizia: son questi che richiamano le spose fuggitive e le ragazze non troppo bene in regola col servizio dei costumi alle obbligazioni del loro stato.

Il matrimonio si presta assai più che il mestiere delle donne pubbliche alla trasgressione della legge d'amore ed offre un campo più vasto, se così si può dire, alla decadenza sessuale. La prostituzione infatti non ci svela che una sola tristezza, sempre la stessa: donne che vendono il loro corpo e uomini che insozzano il loro. La donna da marito non è sempre merce, nè il pretendente sempre compratore. Talvolta le parti sono invertite nel matrimonio, e per esso i due sessi sono chiamati ad ognuna di queste vergogne.

Nè l'educazione nè l'esempio insegnano alle fanciulle che l'amore soltanto ha il diritto di disporre dei loro corpi. Così, da quando il secreto del loro sesso le turba, esse si servono, per procedere a questa esperienza, dell'unico mezzo, vale a dire del primo matrimonio che s'offre. Come l'adolescente che fa le sue prime armi, in un cattivo luogo, la sola curiosità fisica le commuove all'avvicinarsi della loro prima notte coniugale.

Al contrario, il matrimonio fornisce all'uomo l'occasione di far traffico del suo sesso. Quegli che cerca una dote non offre forse il suo corpo in cambio del danaro agognato? Al bisogno, per accapparrarsi il posto non recita forse la commedia dell'amore, precisamente come fa la ragazza pubblica col cliente sentimentale?

Più estesa e più varia dell'altra, la prostituzione coniugale è ancora più grave anche per le sue conseguenze. A traverso tutta la loro vita, e perfino in quella dei loro figliuoli, si perpetuerà la menzogna commessa da coloro che si sposano a caso. Che l'amore venga più tardi, e allora o esso si spezzerà contro la fedeltà convenzionale appresa per pregiudizio, imposta dalla paura, o, se la libera inclinazione trionfa sull'accoppiamento bestiale sarà il segnale delle torture che avvelenano la vita, dei drammi che la insanguinano. Per l'uomo, sarà la vergogna della duplicità, la tristezza delle gioie che bisogna tenere segrete. Per la donna, sarà il più acuto dei martirî. Schiava del marito – e questo fino a tanto che egli può ucciderla a mezzo – che diviene la infelice se essa ne ama un altro? Nelle strette ove la riduce la nostra ferocia, non vi è via di scampo. L'adulterio, la fuga, la rivolta sono punite dalle leggi e vendicate crudelmente dalla collera del maschio, al quale – in questa circostanza – l'omicidio è permesso o quasi.

Ma non bisogna meravigliarsi se delle due istituzioni d'accoppiamento in cui si spende l'attività sessuale del mondo civilizzato, la più vile, la più disastrosa sia nello stesso tempo la più rispettata. Unicamente poggiata sul capitale, la classe borghese, oggidì padrona del mondo, deve asservire al capitale tutte le forze vive dell'umanità. Il matrimonio risponde a meraviglia a tali esigenze. Per esso, il desiderio sessuale cessando d'avere in sè stesso il suo proprio fine, diviene un mezzo per lo sfruttamento generale che costituisce oggidì il fondo e lo scopo della vita.

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Non entra nel nostro piano il tracciare qui a lungo il quadro della vita coniugale, quadro d'altronde fatto tante volte da altri sì bene. Egli è evidente che dal matrimonio l'uomo e la donna non possono ricavare se non ciò che vi hanno messo. E noi abbiamo testè visto che, troppo spesso, essi non vi mettono amore.

In una unione così intima, l'accordo non può essere di lunga durata tra due esseri ravvicinati dall'interesse o dal caso, e tanto meno vi possono nascere l'affetto, la stima, la confidenza. Il matrimonio diventa nella maggior parte dei casi un'associazione in vista dei soli interessi materiali, associazione dilettata da scene di bassa lascivia, poichè alcuna unione delle anime non risponde a quella dei corpi. Non è raro che l'odio e il disprezzo vengano ad assidersi al focolare. Se i due nemici che la società tiene incatenati quasi come prigionieri legati sulla stessa vettura, sono d'eguale forza, è una lotta terribile, senza tregua e tanto più esasperante in quanto i due avversari si trovano costantemente di fronte. Certe volte uno dei due coniugi, il più debole, fa da martire e porta da sè solo tutto il peso della situazione. Di solito è la donna, a causa della sua debolezza, della sua inclinazione naturale all'abnegazione, ed anche a causa dell'appoggio che la brutalità mascolina trova contro di lei nel Codice. Ma avviene anche che l'uomo sia il sacrificato e la vittima.

Non è affatto da stupire, se quasi sempre l'adulterio viene a portare la sua smentita – tragica o comica secondo il caso – al giuramento di fedeltà che una società ipocrita fa figurare nel rituale del matrimonio. L'adulterio è la rivincita dell'amore. E come tutte le rivincite di schiavi, il suo comportarsi è furtivo, laido e losco. Non nominare l'adulterio parlando di matrimonio borghese, è presentare una sola delle due faccie dell'istituzione. Nelle case ove regnano per abitudine la sporcizia e il disordine, se si attende un visitatore, si gettano in fondo a una camera gli oggetti sparsi, vi si spingono le spazzature e se ne richiude la porta. L'adulterio rappresenta, per il matrimonio, la parte di questo ridotto.

Gli apologisti della venerabile istituzione si guardano bene dal mostrarlo ai visitatori.