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VII. LA DONNA E LA SUA LIBERAZIONE.

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VII. LA DONNA E LA SUA LIBERAZIONE.

VII.

LA DONNA E LA SUA LIBERAZIONE.

Parlando dell'educazione dell'amore e della sua certa purificazione nel seno d'una società comunista e libera, io sono stato condotto già a dire alcune parole brevissime sull'emancipazione femminile. Naturalmente, non ho potuto che sfiorare codesta questione così importante, ed ecco perchè io vi ritorno in quest'ultimo capitolo, che forma così, come un'appendice necessaria delle pagine precedenti.

Nessuno può interessarsi al cammino delle idee moderne senza riflettere davanti alla manifestazione rivendicatrice battezzata, in questi ultimi anni, col nome di femminismo.

Un po' dappertutto, delle donne scuotono il secolare giogo dell'uomo. Esse protestano contro le disuguaglianze mostruose che, in tante circostanze, fanno della donna un'inferiore e una schiava. Esse dichiarano di averne abbastanza della parte di subalterna. In faccia alla realtà uomo , esse vogliono far sorgere la realtà donna . Esse vogliono vivere da e per sè stesse, prima di darsi o piuttosto di prestarsi all'uomo, e nel seno dell'unione sessuale vogliono conservare la loro indipendenza. Volendo liberare il loro spirito in pari tempo che il loro corpo, esse negano che vi siano degli errori necessarî per la donna, – come sarebbero, al dire di certuni, gli articoli di fede religiosa – e reclamano i beneficii dell'educazione integrale.

Prima di cominciare la lotta, o piuttosto per cominciarla, le donne dovettero provare – cosa inaudita verso la fine del XIX secolo – che esse non erano nè indegne nè impure. Perciocchè disprezzare la donna nel suo corpo, nel suo cuore e nel suo cervello è di quelle cose inutili e stupide, che furono e non hanno cessato d'essere alla moda.

Ma lasciamo da parte il procedimento ridicolo che consiste nel trattare la donna da ammalata ripugnante o d' eterna ferita , facendo di un glorioso processo fisiologico un disordine morboso. Lasciamo anche le eresie non meno ridicole che l'uomo – essere di perfezione notoria – proferisce gravemente contro la scelleratezza senza fondo della sua compagna. E veniamo subito al dibattito sulla intelligenza.

Si vide e tuttora si vede della gente brandire la lista delle sommità della scienza e dell'arte mascolina per umiliarne la donna. Or non si può immaginare nulla di più assurdo. E nemmeno si comprende come fra i difensori della donna taluni si siano mostrati così imbarazzati nel rispondere al ridicolo argomento dei misogini. Per essersi così lasciati prendere a questa trappola volgare, questi incauti difensori della donna furon causa che le discussioni condotte su questo punto fossero sovente insufficienti e puerili.

Ammettendo che l'uomo provvisto d'una intellettualità detta trascendente sia realmente e assolutamente superiore, per qual ragione la superiorità della donna si valuterebbe nello stesso modo? Se il suo sesso le assegna una intelligenza speciale, fatta d'intuizione rapida, propria a cogliere specialmente i dettagli sottili, come si potrebbe condannarla in nome di un ideale fatto di varietà cerebrale, di penetrazione scientifica e di attitudini a maneggiare le generalità e le astrazioni? Coloro che pretendono dimostrare l'inferiorità della donna non la presuppongono al contrario, foggiando il loro tipo d'individuo superiore coi tratti unicamente presi a prestito alle attività maschili? E se le donne scegliessero, tra loro, le più rimarchevoli per la loro intelligenza speciale, poi sfidassero gli uomini a produrre un numero uguale di individui superiori, in questo modo non trionferebbero forse con altrettanta facilità? Ora, se le donne non possono dare questa risposta, la sola perentoria, è semplicemente perchè il campo nel quale la loro propria attività ha potuto raggiungere il suo massimo di sviluppo e di perfezione è restato nell'ombra, e perchè le condizioni nelle quali questa attività si esercitò non erano produttrici di gloria e di rinomanza. Il merito della donna superiore, che fu di tutti i tempi, come l'uomo superiore, ne è forse diminuito?

L'operaio che, nelle tenebre delle fondamenta, lavora a gettar le basi dell'edificio, è forse meno utile e meno glorioso dello scultore che taglia la pietra al chiaro sole? Soltanto potrebbero indurci a pensarlo le nostre abitudini d'aristocrazia imbecille e di odiosa gerarchia.

Se l'intelligenza speciale della donna e che le assegna un'attività conforme alle necessità del sesso non comporta che rarissimamente quella specializzazione cerebrale che sino ad ora passò a significare il genio e provocò la messa in vista che ne risulta, in qual modo ciò prova una superiorità dell'uomo sulla donna?

La prima condizione di ogni superiorità è di svilupparsi in modo conforme alla propria natura. Per non avvertirlo, bisogna vivere in mezzo alla freddezza delle teorie astratte e non venir mai al contatto delle viventi realtà.

Si può ammettere dunque che la donna pensi in modo diverso dell'uomo, che essa pensi a meno, se si vuole, senza tenere per questo di menomarla. Se essa pensa meno, in fatti essa sente e opera meglio, pare. Vi ha in lei spontaneità nell'azione, più concordanza e armonia tra l'idea e l'atto, più risolutezza, più forza nell'accettare la vita e coraggio a viverla. Se la donna è meno riflessiva e meno logica, essa è in compenso più fine e più pronta all'azione.

L'ipertrofia cerebrale sopravvenuta in certi uomini per effetto d'una divisione del lavoro sociale spinta talvolta sino al divorzio odioso del pensiero e dell'atto, toglie ancora più valore all'obbiezione. Pare che si ritorni, un po' dappertutto, all'ideale, alla concezione più sana e più vera dell'unità umana completa ed armonica. L'uomo di genio, il sapiente, il pensatore, l'artista, differisce dagli altri uomini, non è superiore a loro. Quasi sempre infatti, egli resta impotente all'attività fisica, vale a dire incompleto e disarmonico. Si comincia a comprendere che bisogna vivere la vita, non solamente pensarla o sognarla. E se la donna è più operante che pensante, più spontanea e più intuitiva, più pratica in una parola, noi non vediamo punto in ciò la prova d'inferiorità. Al contrario ciò costituisce una superiorità e una superiorità che l'uomo – per superiore che sia nella maniera opposta – non dovrebbe tener in non cale, poichè se ne serve, – ma che anzi dovrebbe apprezzare tanto più in quanto essa gli manca. Essa dovrebbe essere almeno sufficiente a fargli considerare la donna, lealmente, come sua eguale.

La concezione d'una eletta, intellettuale o d'altra specie, ci riconduce d'altronde ai tempi feudali in cui le attività sociali erano subordinate le une alle altre secondo un ordine fattizio d'importanza, i guerrieri alla testa. Stabilire una gerarchia secondo la potenza cerebrale, è considerare l'essere come unità solamente. Ora l'unità umana fu sempre e diviene di più in più un'astrazione. Nulla sarebbe l'individuo isolato dal gruppo a cui deve la sua individualità. Ognora più la società s'impone sotto la forma d'uno sforzo complesso dal quale non può isolarsi alcun sforzo individuale. Da questa fusione intima risulta l'equivalenza degli elementi sociali, equivalenza che per non essere ancora riconosciuta in fatto, non è logicamente meno vera. E, per conseguenza, se non vi può essere ineguaglianza sociale nel seno di ciascun sesso, perchè se ne dovrebbe trovare passando da un sesso all'altro?

Le discussioni condotte dai misogini si riducono insomma a un bizantinismo pretenzioso che si sfascia da sè, davanti al semplice buon senso. Per rispondere alle vanterie grottesche del sesso mascolino non è necessario sostenere, come certuni han fatto, che l'inferiorità della donna su certi punti risulta unicamente dall'atrofia di certe facoltà, atrofia corrispondente a inazioni obbligatorie sotto la dura legge dell'uomo. Quest'argomento, ancora, non ci sembra vero che in tenue misura, giacchè l'inettitudine delle donne a tali modi di attività non è che la contro parte della loro superiorità in altri dominî.

Certamente, sopratutto nelle epoche di rigida autorità l'uomo usò contro la sua compagna il trattamento che tutti i forti hanno usato contro i deboli, e che consiste nell'interdire loro l'educazione liberatrice e l'esercizio delle funzioni reputate nobilitanti. Ma sarebbe puerile di veder in ciò la spiegazione completa e profonda del tipo femminile attuale, giacchè questo tipo è la risultante del sesso medesimo in primo luogo e in secondo luogo d'una divisione del lavoro – brutalmente imposta dall'uomo, poichè l'epoca storica fu epoca di violenza – ma anche accettata e non solamente subìta dalla donna come quella che era conforme alla sua natura e alle sue attitudini.

E nemmeno vi è bisogno, per provare che la donna non è un essere inferiore, di porre in evidenza i numerosi impieghi oggi aperti alle donne, ieri riserbati ai soli uomini, e di notare vittoriosamente qui delle donne medici, là delle donne avvocate, o che adempiono l'ufficio di pastore, giudice di pace o di sindaco. Perchè queste donne nuove ci sembrano spinte in questa via meno da attitudini urgenti da soddisfare che dalle dure necessità della concorrenza vitale, o ancora dalla volontà di acquistare dei titoli e di provare dei diritti alla liberazione del loro sesso; – mobile assai generoso quest'ultimo, certamente, ma fattizio e transitorio.

Perchè non rispondere, in un modo più categorico, alle villanie dei misogini, con l'analisi del tipo femminile, tipo che non vale nè più nè meno del suo corrispondente, il tipo maschile e che lo completa? Perchè non opporre ai titoli dell'uomo quelli della donna? Perchè non domandare agli uomini – per talento e genio che abbiano – in qual modo essi compirebbero la loro opera senza la donna e per chi mai, senza di lei, essi la vorrebbero continuare?

Dal confronto dei sessi, non può uscire che la constatazione della loro equivalenza. Tentare di giustificare e di spiegare questa equivalenza sembra già un'offesa al semplice buon senso, tanto deve parere assurdo e inconcepibile a ogni spirito retto il minimo tentativo di gerarchia tra due esseri così differenti come l'uomo e la donna.

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L'equivalenza dei sessi appare dunque come una base solida su cui può stabilirsi ogni rivendicazione di libertà per la donna e ogni propaganda che abbia per scopo di costituire o piuttosto di fortificare l'individualismo, ove la donna acquisterà finalmente una coscienza chiara e forte del suo valore, dei suoi bisogni, dei suoi diritti e dei suoi doveri, dopo tanti secoli d'ombra e d'oblìo.

Il femminismo, che noi abbiamo salutato al principio di questo capitolo, è dunque un'opera urgente e bella. E noi siamo lieti di riconoscere che alcuni dei suoi apostoli uomini e donne, ne hanno già mostrata una concezione molto larga ed esatta.

Ma altri invece, e malauguratamente i più numerosi, sembra misconoscano l'idea di cui si fanno i difensori, o per lo meno ci sembra che l'interpretino in un modo inesatto e incompleto. Ciò devesi, in parte, a questo, che essi hanno creduto la questione femminista semplicissima e indipendente da tutte le altre, mentre invece essa è grandemente complessa, e in stretta connessione col problema umano nel suo assieme, e tocca l'individuo e la specie, la vita naturale e la vita sociale.

Senza aver la pretesa d'essere pure noi infallibili, vorremmo indicare la natura di questi errori e formulare in una maniera molto generale alcune idee, l'influenza delle quali, ci pare, potrebbe essere di gran beneficio alla propaganda femminista.

La donna moderna ha prestissimo riconosciuto che non si può essere liberi moralmente senza esserlo materialmente, poichè le necessità dello stomaco sono di quelle che non si eludono e hanno facilmente ragione delle dignità meglio temprate, degli orgogli più vivi. Ora, la maggior parte delle donne, sono oggi ridotte, per vivere, a perdere onore e libertà nella prostituzione.... della strada o del matrimonio.

Collaborando nelle stesse proporzioni dell'uomo e altrettanto utilmente, benchè in modo diverso, all'intrapresa sociale, la donna non ha nemmeno il diritto di ritrarne quella parte di beneficio – per quanto minima e rosicchiata – che l'uomo perviene quasi sempre a conquistare. Allora, per poter vivere, essa s'indirizza all'uomo. Quando ne trova uno che voglia dividere, essa paga il più spesso questa divisione con la sua libertà. Altre acquistano con il loro corpo profanato dal primo che passa il pezzo di pane necessario. Queste sono più libere, senza dubbio, ma incerte dell'indomani e più sporche, ciò che compensa.

Come abbiamo già notato sin dalle epoche primitive in cui la lotta per la vita era dura, l'uomo dovette imporsi alla donna come provveditore della famiglia. Il diritto del più forte e la brutalità ancestrale aiutando, l'ineguaglianza tra i sessi si trovò presto fondata. Appena diminuita da una parte con l'addolcimento generale dei costumi, essa s'aggravò dall'altra con l'era della proprietà, che venne a rimpiazzare poco a poco il grossolano comunismo primitivo.

Da chè lo sforzo virile fu valutato in funzione della proprietà e del danaro, l'interesse si portò ancora un po' più sulle attività direttamente produttrici di capitale e di salari, vale a dire sulle attività maschili, lasciando sempre la donna nella schiavitù e nell'ombra. La donna, la cui funzione, meno variabile con le trasformazioni sociali, non potè divenire facilmente produttrice di danaro, non esistette più che in rapporto all'uomo, l'elemento attivo. Essa fu di meno in meno la donna, ma la figlia o la sposa nel senso legale di queste parole. Essa non fu più l'eguale, ma la subalterna.

Alle medesime epoche e per questa stessa ragione di proprietà e di capitalismo nascenti, il patriarcato poligamico o monogamico e il matrimonio autoritario succedettero al disordine sessuale primitivo, la quale cosa fu una nuova cagione di servitù, poichè la donna veniva a trovarsi sotto la stretta dipendenza d'un sol uomo, il suo padrone.

Durante lunghi secoli i costumi si sono affermati in questo senso. Le relazioni di protettore e di protetta, di padrone e di serva sono state consacrate dalle abitudini, rinforzate dai codici. Delle servitù morali si sono foggiate a immagine di servitù economiche. Tanto che, oggi, anche le donne privilegiate, ossia sufficientemente al riparo dal bisogno per essere libere, pel fatto della fortuna o d'un lavoro rimuneratore, debbono sottomettersi, esse pure, a queste servitù morali tosto che l'istinto sessuale le ravvicina all'uomo.

E per tal modo anche queste qui sono spinte a ribellarsi contro il fatto dell'uomo intermediario.

È dunque questo intermediario mascolino posto tra la donna e il mezzo sociale, e che profitta d'una tale situazione privilegiata per curvarla sotto la sua legge, è questo intermediario mascolino che la donna vuol scuotere.

Essa non vuol più essere per forza la cliente e la protetta dell'uomo: al tempo nostro in cui nessun danno è immediato e terribile come all'epoca delle fiere e delle caverne, il baratto della libertà propria contro una protezione qualunque appare intollerabile. E le donne, assai naturalmente, bisogna riconoscerlo, furono condotte così a scrivere in testa dei loro quaderni rivendicatori: Libero accesso della donna a tutte le funzioni, a tutti i salari che danno da vivere.

Ebbene, esse avrebbero torto di credere che questo rappresenti per la donna una soluzione. È tutt'al più uno spediente. Ben che esattissimo, il punto di vista dell'«uomo intermediario» non conduce alla concorrenza intersessuale, conclusione pratica adottata da tanti femministi.

Questo mezzo, logico a prima vista, che consiste a strappare all'uomo il monopolio delle funzioni donde questi trae il diritto d'opprimere, non lo è più appena si esamina l'ambiente ove va ad impegnarsi la lotta intersessuale, ambiente in cui sussistono altre cause di sofferenze femminili, cause di cui non si tien conto e che renderanno questa lotta poco pratica, inefficace, senza risultato morale, e feconde di danni che paralizzeranno i risultati della lotta medesima.

Esso non è nemmeno logico se si vuol tener conto non solamente dell'unità uomo e dell'unità donna isolate, ma della loro unione nella coppia umana, della loro stretta collaborazione, incessante e necessaria, collaborazione mascherata il più spesso da una servitù e da un conflitto, ma reale tuttavia e che deve evolvere verso un'armonia sempre più perfetta a misura che si renderanno migliori le condizioni generali della vita.

Fondata sul capitale e il salariato, la società borghese, voi rispondete, non permette altro mezzo di affrancamento. Senza dubbio! Ma la società borghese è essa infallibile ed eterna? Non è essa per contro, irrimediabilmente condannata? Non s'esaurisce ciascun giorno un po' più? Ora, il segreto della liberazione cui aspirate voi donne, si trova precisamente in questa trasformazione urgente, compiuta già in molti cervelli e in molte volontà, e che è alla vigilia di realizzarsi – parzialmente almeno – nei fatti.

Non è difficile stabilire che la sola soluzione offerta all'emancipazione femminile dal capitalismo trionfante – offerta e forse ben presto incoraggiata dallo stesso capitalismo, perchè essa lusinga, in fondo, i suoi interessi – voglio dire la concorrenza intersessuale nella vita sociale, è una via senza uscita, cui può soltanto aprire la rivoluzione, nel senso più largo della parola.

Nei limiti ove la rinserra l'ordine borghese, la liberazione economica della donna è illusoria. Molte volte si è dimostrato che la società borghese è un sistema d'oppressione talmente rigoroso, possente, completo, che col semplice giuoco della macchina, tutto ciò che le sfugge da un lato, essa lo ricupera dall'altro. Sperare di sottrarsi ai suoi danni senza rompere la macchina stessa, è dunque pura illusione. Quanto più le donne accederanno alle funzioni sociali manuali ed intellettuali, tanto più esse accentreranno la concorrenza e il ribasso generale dei salari e più sprofonderanno nella loro miseria quelle loro sorelle che dipenderanno ancora, economicamente, dall'uomo. Ora di queste ne resteranno sempre, e costituiranno il maggior numero. Giacchè è nell'ordine naturale che l'uomo – individuo o collettività – lavori in una certa misura in vece della donna che genera e che alleva. E checchè si possa dire sotto l'impero del paradosso, o per effetto di una reazione nelle idee, – ben comprensibile d'altronde, – questa cooperazione, prima divisione del lavoro, è normale. Essa rimarrà, sotto forme e a gradi diversi, secondo questo o quel momento dell'evoluzione. La propaganda femminista, o piuttosto una certa propaganda femminista, non perverrà ad abolirla.

Ciò che importa sopratutto, è di trovare e di realizzare la formula sociale che in luogo di assoggettare a un criterio gerarchico queste due funzioni, di fare l'una inferiore all'altra e sua dipendente, le identifichi, le armonizzi e le ponga allo stesso livello.

Si parla di fondare la libertà e la dignità della donna sulla sua indipendenza economica e si ha grandemente ragione. Ma da questo punto di vista l'esperienza di ciò che si può ottenere nei limiti della società borghese, sembra già fatta. Migliaia di donne si guadagnano la vita facendo così opera sociale non solo allo stesso titolo, ma nello stesso modo dell'uomo – come lo desiderano i femministi –; altre sono ricche e non hanno bisogno di ricorrere all'intermediario maschile tra esse e il mezzo sociale. E tuttavia tanto le une che le altre sono curvate ancora sotto il dispotismo dell'uomo. La parte disconosciuta della donna, l'arrogante sovranità dell'uomo non dipendono dalla situazione particolare presente degli individui e delle coppie. Sono abitudini lontane, costumi solidamente radicati tra noi e che non arriva a distruggere la sola esperienza individuale.

La stretta dipendenza della donna trova la sua spiegazione nel regime della proprietà nel suo complesso, corroborato da quello della autorità, e non solamente in una delle particolarità di questo regime, come sembra credano alcuni femministi. Noi non possiamo dunque sperare di vedere stabilite tra l'uomo e la donna delle relazioni più egualitarie e più ragionevoli se non sotto l'influenza d'un nuovo mezzo sociale, e quando saremo sottratti all'influenza deprimente del capitalismo e della proprietà.

Le donne non saranno libere se non quando gli uomini le rispetteranno. Ora il rispetto reciproco dei sessi sarà il frutto di una educazione speciale di cui possiamo appena farci un'idea oggidì e che diverrà una cosa naturale, tosto che liberati dalla tirannia del salario e della proprietà individuale, ci preoccuperemo d'essere degli uomini e delle donne prima d'essere dei salariati. Le donne che credono di portare maggior dignità nelle relazioni sessuali sottomettendosi alla legge del salario, la quale ne viene così per opera loro rinforzata e giustificata, ci sembrano quindi, in una larga misura, lavorare in opposizione al loro interesse.

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Del resto, per vedere nella concorrenza intersessuale una soluzione un po' logica del problema che ci occupa bisogna – ed eccoci, a nostro avviso, pervenuti al punto più grave del dibattito – bisogna negare, o quasi, un fatto di cui l'esistenza e l'importanza ci sembrano abbastanza evidenti.

Questo fatto è il sesso medesimo, con tutta le sue conseguenze, con le sue obbligazioni, con le sue risonanze attraverso l'essere intiero. Mentre la parte dell'uomo nella procreazione, si limita a qualche minuto, quella della donna si risolve in lunghi mesi di gestazione, d'allattamento, in anni di cure e d'educazione primaria ch'essa sola può dare e che assorbono già ora il meglio del suo tempo e della sua attività, benchè accorciati e semplificati troppo sovente, in una maniera delittuosa, dalle durezze sociali. E si noti che la donna non dipende dalla sua funzione sessuale soltanto durante i mesi nei quali questa funzione è in esercizio. Le donne che non sono madri effettivamente non mancano d'esserlo in qualche guisa virtualmente, grazie al temperamento e alle attitudini che si collegano al sesso.

La madre non è tutta la donna, certamente, ma essa è gran parte della donna. Ora, è difficile di essere nel contempo madre e produttrice sociale nel senso che intende l'economia borghese. Altrimenti bisogna ammettere che la maternità consista tutta negli otto giorni d'ospedale strettamente necessarii al parto e in quei pochi minuti nei quali, tra due colpi di campana, la madre vola verso la culla ove strilla il suo neonato. Ma noi non pensiamo che a questo si limiti la maternità. La madre, per lunghi mesi, ha bisogno di tutta un'igiene speciale difficilmente compatibile con le esigenze della produzione capitalista. Essa ha bisogno, per la sua funzione di prima educatrice, di molta libertà. Ad alcune femministe, è vero, non va a genio che la maternità venga considerata un dovere, ed affettano del disdegno per questa bassa funzione d'onde ha vita la razza. È deplorevole che delle donne che hanno sì poca coscienza di ciò che costituisce la realtà stessa del loro sesso si credano autorizzate a portare la parola in suo nome. Ma alcune altre, affrettiamoci a dirlo, non pensano così.

La donna, del resto, non ha bisogno di essere madre, per aver diritto al riposo e alla libertà. Senza proclamare con il sentimentalismo un po' ridicolo del Michelet, che la donna deve essere tenuta nella bambagia, senza disconoscere che l'attività è, per lei come per l'uomo, una vera condizione di salute, è impossibile negare che essa ha bisogno di maggior riposo e di maggiori agi dell'uomo.

Ne ha bisogno in un modo generale a causa della costituzione stessa che si rannoda al suo sesso. Ne ha bisogno in un modo speciale parecchi giorni d'ogni mese. La grande maggioranza delle donne, affette, in sì gran numero, dalle malattie speciali del loro sesso, non lo sono esse precisamente per non aver potuto osservare il riposo e la prudenza prescritti dall'igiene? Il sopralavoro e la fatica sono dunque ben più temibili per la donna che non per l'uomo. Se la donna deve lavorare come l'uomo, essa non può impunemente lavorare in modo così intenso, così continuato, così regolare: ragione principale, questa, che impedisce alla donna di seguire l'uomo in tutte le manifestazioni della sua attività produttrice.

Ma vi son altre ragioni ancora che reclamano per lei non l'isolamento, ma una certa indipendenza dal mezzo sociale. Il suo tipo fisico determinato dal sesso si ripercuote in un tipo emozionale ed intellettuale che non soltanto l'allontanerà sempre da certe forme della produzione, ma che la porterà in ogni tempo a considerare come il suo dominio d'elezione quello dell'amore, dell'intimità, della dolcezza e dell'altruismo. La donna, che nell'amore dà infinitamente più dell'uomo, appare come la guardiana naturale e l'artefice dell'amore. Il che punto non vuol dire che la donna non sia atta che all'amore.

La vita sessuale, che s'impone a ciascuno di noi come un problema dalla cui realizzazione dipende in gran parte la felicità di tutti, uomini e donne, ha bisogno d'un ambiente speciale e più intimo dell'ambiente sociale. Questo ambiente è il focolare, la famiglia. Ora questo lato della vita sembra riguardi specialmente la donna. Per la sua natura emozionale, la sua facilità di cogliere i dettagli sottili, l'intuizione rapida, per la comprensione penetrante dell'intimità, per la grazia che sa mettere anche nei minimi atti, essa è sotto tutti gli aspetti designata per organizzare la vita privata.

Se la parte presa dalla donna nella famiglia è oggi difettosa e deve essere modificata in molti punti, il suo posto nel centro della famiglia, non può essere compromesso senza grandi sofferenze per lei stessa e senza gravi danni per l'armonia della coppia umana, che deve essere, checchè ne dicano certi femministi, lo scopo ultimo dei nostri sforzi.

Il principio della divisione del campo d'attività umana tra le due serie d'esseri che vi prendono parte, è stato senza dubbio assai spesso male interpretato, esagerato in un senso, misconosciuto nell'altro, ma non ha conservato meno per ciò un'alta importanza, tanto a cagione della funzione materna della donna quanto a causa delle attitudini che ne dipendono. Se sarebbe assurdo il respingere la cooperazione sociale della donna al di fuori della famiglia, cooperazione che d'altronde è sempre esistita, non lo sarebbe meno il pretendere che la sua attività produttrice, nello stretto senso di questa espressione, non debba venir limitata, dalla donna stessa divenuta cosciente e libera, nel senso e nella misura della sua natura e francamente subordinata alla parte che le assegna il suo sesso nella vita.

Ed ecco precisamente ciò che è impossibile nel seno della società borghese, senza passare sotto le forche caudine della protezione dell'uomo. La società borghese non vede mai nel salariato l'individuo con i suoi bisogni e le sue attitudini che variano da un individuo all'altro, e quindi a più forte ragione da un sesso all'altro, ma il salariato solo, l'astrazione salariato, spogliato d'ogni realtà umana, soggetto alla sola legge e ridotto alla comune misura del salario.

Così la società borghese, come noi già dicemmo, sospinge lo sforzo che la donna fa per liberarsi, entro un dilemma che solo una rivoluzione può risolvere. O la donna resterà in una certa misura schiava dell'uomo; o non potendo emanciparsi dall'uomo se non mediante la concorrenza intersessuale sul mercato del lavoro, pagherà la sua liberazione col quasi abbandono dei doveri e delle gioie della maternità, con la sofferenza fisica e la pena morale risultante da un adattamento artificiale a occupazioni che non corrispondono alla sua natura.

Di questo adattamento artificiale e delle sofferenze che trae seco, abbiamo una prova sorprendente in un certo tipo di «donna moderna» tipo che non è, in fondo, se non un prodotto delle legittime aspirazioni della donna contemporanea adattate alle esigenze d'un ordine sociale che quelle aspirazioni contrasta. Questo tipo è quello della donna-uomo, della donna che ha disertato il suo sesso, che vuole in tutto imitare l'uomo, sostituirsi a lui, e che, nel recitare questa parte, è infelice, triste e impacciata; tipo di donna che per principio s'astiene dall'amore, dalla tenerezza, dalla maternità, mentre le sue sorelle, al contrario, fanno prodigi per conciliare codeste dolci realtà con le dure esigenze del nostro inferno sociale. Ma accade che la maschera d'impassibilità fredda che codeste vittime del nostro tempo si compongono, non giunge a soffocare il grido di angoscia della loro anima e del loro corpo.

Codeste ribelli, noi non le accusiamo perchè le spieghiamo. Ma in luogo di questa rivolta contro il loro sesso, rivolta inutile, noi ameremmo meglio vederle rivoltate contro l'organizzazione sociale, nemica del loro sesso.

Noi comprendiamo perfettamente come esse abbiano il loro sesso in orrore, perchè al sesso oggi è associata tanta umiliazione e tanta schiavitù. E comprendiamo anche come esse siano in pari tempo esasperate e diffidenti quando si sentono richiamare alle obbligazioni e ai doveri del loro sesso. Ma siamo del pari certi che si ingannano grandemente quelle che credono di poter fare della concorrenza intersessuale, semplice conseguenza e conseguenza nefasta dell'oppressione capitalistica, un mezzo di liberazione. Noi non neghiamo che codesta battaglia con l'uomo sul mercato del lavoro sia, nell'ordine attuale, una necessità cui molte donne devono piegarsi volentieri o per forza, o che questo mezzo salvi attualmente dalla miseria e dalla rovina morale un certo numero di donne, ma ci rifiutiamo di considerare siffatto duello economico quale un ideale, nel quale si trovi la soluzione della questione della donna.

Senza dubbio le donne hanno ragione di respingere le premure dello Stato il quale obbligandole a lasciar più per tempo il lavoro, finisce per sospingerle nell'immondo mestiere della strada. Ma perchè insorgere contro una delle due infamie, e non contro l'altra?

Non sono, per la società, una vergogna allo stesso titolo della prostituzione, queste donne, creature di dolcezza, di grazia e di riposo fecondo, estenuate e sciupate nei duri lavori della terra, della miniera, dell'officina o del laboratorio, questi fianchi preziosi e fragili depositari dell'umanità futura, deformati in lavori virili? Esse ben fanno anche a denunciare l'egoismo ipocrita di quei pretesi socialisti i quali respingono le donne dalle loro corporazioni sotto il pretesto che il loro posto è al focolare, pur ben sapendo che non possono garantire loro questo posto. Ogni essere umano evidentemente, e senza distinzione di sesso, cerca dapprima di provvedere come può alle necessità della vita. Il che non impedisce che le nostre compagne seriamente preoccupate dall'avvenire del loro sesso, abbiano torto se credono che questo avvenire potrebbe assicurarsi mediante un trionfo momentaneo nella lotta con l'uomo per il salario.

Senza dubbio, la concezione della donna imprigionata presso il focolare, dalla quale uscì il tipo della massaia, sempre limitata o timida, quando non è una vera martire della soggezione della casa, è una concezione superata e che deve finire. Ma non bisogna dimenticare che il tipo della massaia sarebbe rimpiazzato senza vantaggio da quello della donna-uomo. Ciascuno dei due è un prodotto del vecchio ordine sociale che noi subiamo, l'uno per azione, l'altro per reazione. La società attuale porta offesa ai diritti della donna quando ne fa la vassalla economica dell'uomo, interdicendole così la vita libera, larga e completa. Ma essa porta offesa a questi stessi diritti, e più gravemente forse, quando la costringe ad acquistare la propria libertà di fronte all'uomo con la schiavitù di fronte all'intrapresa sociale. Senza dubbio, grazie alla sua vita rinchiusa e terra terra, la donna di casa manca dell'educazione, dell'iniziativa e dell'indipendenza necessarie per ben compiere i suoi doveri di sposa e di madre. Ma la donna emancipata dalla protezione dell'uomo mediante il salariato non è posta in migliori condizioni. Perchè parlando della donna non si può aver l'occhio soltanto a un pugno di privilegiati. E non è imparando un mestiere dall'età di 13 anni, non è con l'esercitare questo mestiere dieci dodici o quattordici ore al giorno che la donna s'educherà ad una comprensione più sana e più larga della vita.

Le donne cosidette emancipate che predicano la concorrenza intersessuale e coprono di epigrammi ogni sollecitudine d'armonia domestica, d'ordinario non considerano che le così dette carriere liberali, foro, medicina, insegnamento, carriere evidentemente piacevoli, poco faticose, lusingatrici e rimuneratrici. Queste occupazioni è certo, valgono meglio dell'ozio vizioso di certe famiglie borghesi. Se violentano un po' la natura femminile, hanno però i loro compensi. Ma i nostri teorici in gonna dimenticano che le loro sorelle, nelle officine, nei laboratori, nei magazzini, negli uffizi, dappertutto, in una parola, ove possono venire sfruttate, assaggiano già le dolcezze della concorrenza con l'uomo. Ora queste qui, meno entusiaste e poco lusingate d'una importanza acquistata a questo prezzo, vi rinuncierebbero con gioia in cambio della certezza di poter essere donne, semplicemente.

Schiava del focolare, del registro dei costumi, del banco di negozio, o dello stabilimento, la donna nella società borghese, sia che si ribelli o che accetti la sua condizione, non può essere altro che schiava.

Essa non può essere libera che nella società razionale ove nessuna soddisfazione non sarà più per lei il prezzo di sagrifici nell'ordine naturale.

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La donna è provvista di una missione storicamente e idealmente anteriore a ogni agglomerato sociale: la procreazione e l'educazione, almeno primaria, del fanciullo. Che si sia disposti a esaltare o ad abbassare questa missione, essa non interessa meno, oltre il presente, l'avvenire della razza. – Delle meschine considerazioni di produttività individuale e momentanea non devono quindi recarle offesa.

La maternità, nel senso più completo e più vasto della parola, deve essere considerata in una larga misura, come una vera funzione sociale; essa deve esonerare la donna da molti obblighi, farle posto a molti diritti: a queste condizioni soltanto la donna potrà soddisfare l'istinto materno, potrà dedicarsi a tutte le occupazioni che vi si riferiscono, coltivare le qualità e le attitudini che ne derivano, senza essere forzata di comperare dall'uomo – che rappresenta la parte d'intermediario tra lei e il mezzo sociale – il diritto d'essere donna in cambio del diritto di essere libera.

Ecco appunto ciò che è inconciliabile con la società borghese organizzata in guisa che la donna vi diventa sempre, più o meno, il legame di un conflitto terribile tra gli interessi dell'individuo e quelli della specie.

Come noi abbiamo visto or ora più particolarmente, questa società non comporta l'emancipazione delle donne.

I collettivisti di Stato, con la loro solita poca intelligenza delle necessità vitali, non hanno meglio da offrire, giacchè essi lasciano sussistere, con il salario, una causa di servitù per la donna. A somiglianza dei femministi borghesi essi non hanno compreso che il lavoro domestico doveva acquistare un'importanza sociale, come del resto tutte le attività spiegate per il benessere dell'individuo siano o non siano produttrici di realtà materiali. La sola formola sociale abbastanza larga per conciliare il benessere e la libertà della donna, è il comunismo, ossia l'economia da cui saranno esclusi la proprietà e il salario, ove saranno messi in comune non soltanto i mezzi di produzione, ma eziandio gli oggetti di consumo. Grazie alla confusione ch'esso instaurerà tra gli sforzi produttori e i bisogni consumatori, il comunismo verso il quale noi camminiamo, si può dirlo, rigenererà il mondo. Ora la donna, in quanto donna e non soltanto come individuo umano, è destinata a ritrarre da questa trasformazione, i più grandi vantaggi. Non solo essa non avrà più bisogno come sì di sovente oggidì, d'abdicare la propria libertà tra le mani d'un uomo che la mantenga; non solo sarà sottratta al diritto opprimente che l'uomo fonda oggi sulla sua qualità di possessore o di salariato superiore; ma essa si vedrà riconoscere dei diritti alla sollecitudine sociale, dei titoli al rispetto, condannati a restare ignorati o disconosciuti sotto qualunque altro regime.

Oggi nessun valore umano giunge a farsi riconoscere, se esso non può essere suscettibile di valutazione capitalistica, vale a dire manifestarsi come valore commerciale. Così, ed è logico, considerazione e dignità non sembrano solidamente acquistate che a questo prezzo. L'artista, ad esempio, ha un bel mostrare la sua opera geniale, ma se questa non può essere convertita in danaro o procacciarlo, non gli è contata. Ogni forza, ogni vita di cui la valutazione in moneta non appaia chiaramente, è esclusa dalle sollecitudini sociali.

L'indipendenza, o piuttosto una certa indipendenza non s'acquista che col salario. Il guadagnare la vita della famiglia conferisce oggi all'uomo, di fronte alla donna, una posizione superiore perchè nel mondo attuale s'annette un'estrema importanza al salario, ed ogni valore, ogni utilità si misura al tasso del salario ottenuto.

Quando col comunismo il salario sarà scomparso, l'importanza d'un lavoro non sarà stabilita sulla sua produttività in salario, ma sul suo valore reale di cooperazione sociale. Quando l'uomo e la donna del domani compiranno il loro dovere ciascuno secondo le proprie forze e le proprie attitudini, non si penserà che a questo dovere compiuto e non alla loro produttività relativa. Quando l'uomo e la donna consumeranno insieme i frutti indivisi del lavoro sociale nel suo complesso, non verrà più loro in mente di stabilire, come oggi accade – quando comprano soldo a soldo di che mangiare – a quale dei due spetti l'onore o l'onere di alimentare la famiglia. Il Comunismo dovendo scoraggiare ogni valutazione meschina dei meriti tra lavoratori dello stesso sesso, a più forte ragione farà cadere in disuso i confronti ridicoli tra due esseri così differenti come l'uomo e la donna. E i rappresentati di ciascun sesso, comprendendo allora che essi si completano senza potersi uguagliare, non penseranno più a dominarsi.

Vinto il capitale, i valori reali prenderanno la loro rivincita sui valori fittizi. Ogni umana manifestazione di vita sarà certa di proseguire pacificamente per la sua via, quale si sia la sua forma, la sua intensità, la sua durata. La vita conterà allora allo stesso titolo della produzione. Ci si accorgerà allora – scoperta ben semplice e per arrivare alla quale saranno occorsi per altro molti secoli – ci si accorgerà che prima di produrre e per poter produrre, bisogna vivere. E la donna che crea, porta, riscalda ed abbellisce la vita, la donna conquisterà a' suoi proprii occhi e a quelli dell'uomo, senza uscire penosamente dalla sua natura, un gran valore sociale e un posto glorioso. Non è esagerazione il dire che perdendosi l'abitudine di considerare le cose e gli esseri dal punto di vista della produzione e del profitto immediato, le attività in apparenza disinteressate guadagneranno ben presto il primo posto, e per conseguenza, l'opera sociale femminile come pure la creazione artistica saranno elevate nel seno dell'armonia comunista così come esse furono abbassate in mezzo al conflitto capitalistico. Più non farà bisogno di leggi – leggi d'altronde impotenti – per far rispettare la libertà della donna e per stabilire la sua perfetta eguaglianza con l'uomo.

Al fine di sviluppare il cervello e di educare il carattere della donna, al fine di estendere il potere della sua comprensione e il circolo delle sue attività, nessun sforzo sarà giudicato troppo alto, nessuna fatica inutile. Nessuno penserà più a contestarle il diritto all'educazione e all'istruzione superiori che oggi sono riservate all'uomo, per lo meno nelle classi superiori, ove l'uomo gode una posizione privilegiata; perchè nel popolo, la donna e l'uomo ristretti alla scuola primaria, non hanno nulla da invidiarsi su questo punto. Allora si comprenderà che di questa istruzione e di questa educazione superiore la donna ha il più grande bisogno, non soltanto per godere della vita più intensamente, come è diritto di ogni essere umano senza distinzione di sesso, non soltanto per realizzare con l'uomo una coppia più armonica, ma anche per compiere degnamente il grande dovere dell'educazione materna. La cultura più estesa, le conoscenze più varie sono necessarie in fatti per allevare il fanciullo in modo razionale, per vegliare sul suo sviluppo fisico e morale, sin dai primi giorni della vita. «La donna, per fare il lavoro della donna, dice la Signora Olive Schreiner, ha bisogno di una cultura multiforme, svariatissima; le altezze e le profondità della vita umana non devono trascendere la cerchia della sua intelligenza; essa deve aver la conoscenza degli uomini e delle cose in molte situazioni, un largo eclettismo di simpatie, la forza che nasce dal sapere e la magnanimità che nasce dalla forza. Noi portiamo il mondo e noi lo facciamo. Le anime dei bambini sono delle cose meravigliosamente delicate e tenere; esse conservano per sempre il riflesso dell'ombra che per la prima cade su di loro; e questa è quella d'una madre o almeno d'una donna».

Tra coloro che si preoccupano dei destini della donna, sonvi alcuni che reclamano per lei un largo accesso alle funzioni sociali, non in vista d'alimentare un antagonismo con l'uomo – antagonismo assurdo tra due esseri di cui l'intesa è indispensabile al progresso della razza – non per fondare la vana gloria d'indipendenza ricercata in certi ambienti femministi, ma per far entrare nel carattere della donna la fermezza, la serietà, il sentimento di responsabilità sociale e il largo umanesimo ch'essa non ha potuto acquistare durante i lunghi secoli di clausura presso il focolare e d'oscuro servaggio domestico. Non è qui il luogo di discutere in particolar modo questa questione sì complessa nella quale bisognerebbe tener conto in una volta delle necessità della produzione futura, della salute fisica e morale della donna e della conciliazione necessaria tra la vita sociale e la vita privata. Notiamo tuttavia che il comunismo solo può portare una soluzione soddisfacente alle preoccupazioni di questi ordini. Solo l'ambiente della produzione comunista ed egualitaria, perchè meno violento, meno duro, meno rigido, più armonico di quello della produzione capitalista e meglio organizzato sul piano della famiglia, appare il più favorevole alla donna e di natura tale da permetterle una collaborazione saggiamente concertata con l'uomo dalla quale essa potrà ritrarre, dal punto di vista della sua moralità e della sua mentalità, i migliori risultati.

Si può, del resto, dissentire in qualche punto speciale sul modo con cui l'individualismo femminile è chiamato a costituirsi o a modificarsi in seguito; resta sempre vero ad ogni modo, che il comunismo soltanto può fare il nuovo assetto sociale abbastanza largo da permettere, senza urto e senza lotta, la doppia evoluzione richiesta dalle due serie d'esseri che compongono l'umanità. Con tutta evidenza, il comunismo deve pure trasformare l'ambiente nel senso dell'altruismo, dell'armonia e della libertà, vale a dire, nel senso istesso della natura muliebre.

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Si è dunque condotti direttamente verso un ideale di società comunista e libera, allorchè si parla di vero femminismo, di quello che reclama per la donna il diritto di vivere la vita che meglio a lei si confaccia, una vita più cosciente, più illuminata e più completa che sia possibile, di quel femminismo che intendeva il filosofo inglese Eduardo Carpenter quando scriveva in uno dei suoi bei studi sulla donna: «Vi sono oggi migliaia di donne le quali sentono di avere in loro delle capacità e delle attitudini che non domandano se non la libertà e un po' di simpatia e di aiuto per svilupparsi, delle donne le quali pensano d'aver da fare nella vita delle cose tanto importanti nel loro genere quanto quelle dell'uomo nel suo.»

Quanto all'altro femminismo, a quello che mira a fare della donna un uomo più o meno riuscito, per mezzo della concorrenza intersessuale sotto la sferza del dispotismo capitalistico, esso non è così sovversivo come certuni pretendono; non mancano oggidì fermenti di disorganizzazione più attivi e più minacciosi. Ma in questa sorta di femminismo vi è pertanto un danno, che consiste nello stornare le energie e le attenzioni dalla sola soluzione possibile di ciò che chiamasi la questione della donna . È per tale ragione che importa denunciare e rendere palese l'errore fondamentale che si cela in fondo a questa corrente d'idee.

Se molte rivendicatrici, anche tra quelle che si dicono socialiste, s'applicano specialmente a fomentare l'antagonismo sessuale, ciò accade per non aver saputo confrontare i sessi e metterli ciascuno al loro vero posto. Queste donne femministe si conducono come se la falsità dei rapporti tra i due sessi provenisse da una colpa secolare del loro sesso e da una mancanza al dovere sociale. Esse credono, riparando questo preteso fallo, di acquistare benessere, libertà e dignità. Invece, le donne non hanno commessa nessuna colpa. Esse hanno vissuto bene o male la loro vita di donna, come gli uomini la loro vita di uomo. Le loro miserie passate e presenti provengono sopratutto da ciò, che nello stato selvaggio e barbaro, come nella attuale civiltà capitalistica, e per ragioni di lotta per la vita – lotta contro la natura o per il salario – il lavoro sociale della donna, (lavoro al quale essa non poteva pertanto sottrarsi) fu colpito di inferiorità mentre quello dell'uomo saliva in pregio.

Ciò che sopratutto importa è di mettere un termine a questa ingiustizia e per ciò stesso a tutte le sue conseguenze. Perciocchè due esseri tanto differenti come l'uomo e la donna non possono risolvere la loro eguaglianza e la loro armonia provandosi che sono atti alle stesse funzioni e che possono al bisogno far senza l'uno dell'altro, ma sibbene convincendosi che sono solidali nel compimento d'un dovere comune ove la loro parte rispettiva è egualmente necessaria e meritoria. Ciò non può aver luogo nella società presente, perchè, essendo fondata sulla proprietà, essa è – come questo diritto, eredità di epoche barbare – irrazionale e disarmonica. Ma questo progresso si realizzerà in modo definitivo nel seno della società comunista, razionale ed armonica.

Il malinteso latente in fondo a un certo femminismo, proviene anche da una interpretazione inesatta dei rapporti tra l'uomo e la donna durante il periodo storico.

Non pensiamo punto di negare che lungo il corso dei secoli la donna sia stata la bestia da soma e la vittima dell'uomo. L'amore stesso, allorchè apparve nelle relazioni sessuali, non infranse questa schiavitù, come avrebbe dovuto fare, in quanto l'uomo si adattò molto bene – troppo bene – ad amare la sua schiava, e la donna il suo padrone. Le vestigia di questa legge antica sono visibili ancora nei nostri codici e vivono nei nostri costumi. Solamente, in luogo di fermarsi a questo fatto, senz'altro, sarebbe d'uopo di risalire alle sue cause e di non considerare unicamente la condizione delle donne «come quella in cui seppero metterle il cervello e i muscoli più potenti dell'uomo».

Se si risale alle epoche primitive nelle quali ebbe nascita il servaggio femminile, si scorge che desse son anche le epoche eroiche della lotta dell'uomo contro le forze naturali, lotta di cui l'uomo ebbe a soffrire quanto la donna. «Non si biasimerà tanto subitamente il povero selvaggio che resta sdraiato ozioso al sole, dei giorni interi, reduce dalla caccia, mentre la sua donna, oppressa dalla fatica, macina o lavora senza lamento nè tregua; ma se si tien conto degli sforzi estremi cui lo costringe la lotta incessante con la natura e con i suoi simili, per l'alimento e per la vita, e della necessità che ne consegue di utilizzare ogni occasione di riposo per rifarsi e per vivere la vita breve e precaria, così indispensabile alla sua donna e alle prole, si vedrà che questa rozza economia domestica è – date le circostanze – la migliore, la più morale, la più umanamente praticata».

Ora, la triste vita della donna nelle famiglie operaie d'oggidì ricorda ancora in più modi questa situazione primitiva. Se si viene a tempi meno lontani, si scorge che la condizione miserabile della donna nel seno della famiglia, sotto qualsiasi punto di vista, si spiega con la onnipotenza dei principî d'autorità e di proprietà. E codesti principî, d'onde sgorgano tante leggi e tante abitudini che portano offesa alla dignità femminile, l'uomo non li ha decretati per volontà propria. Egli li ha subiti, piuttosto, come una fatalità, e si appresta a ripudiarli oggi perchè, illuminato sulla somma delle sue ricchezze, pensa ch'egli non deve più ripartire i pesi e i beneficii sociali secondo leggi di rapina e di violenza, figlie di epoche miserabili.

Da questo punto di vista, il solo che sia vero, il passato e, in gran parte, anche il presente della razza, non ci paiono più – per ciò che riflette i rapporti tra i sessi, – come il racconto delle violenze d'un padrone: l'uomo, contro una schiava: la donna. Ma piuttosto, come la triste odissea del servaggio di due esseri sotto un padrone comune, il più forte dei quali come accade sempre in casi simili, profitta più o meno della sua forza per opprimere il più debole, senza d'altronde essere egli stesso più felice. Questo padrone comune, di cui l'uomo e la donna subiscono insieme la dura legge, ma secondo le differenze del loro sesso, si chiamava una volta il mezzo naturale, oggi si chiama il capitale. È soltanto con lo sbarazzarsi di esso che la donna, come l'uomo, potrà liberarsi.

Parigi, maggio 1899.

FINE.