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In occasione delle turbolenze sorte in Cotrone ne’ giorni 10 e 17 marzo ultimo per la elezione del deputato al Parlamento, il Diritto ha un articolo, che tocca alla quistione silana.
Io non calabrese considero le conclusioni del Diritto come l’espressione di coloro, che a torto giudicano le Calabrie, perchè non le conoscono, o son mossi da passioni. La quistione silana da gran tempo è sotto il giudizio dei tribunali, ed ora alle considerazioni del potere legislativo: spetterà ai Deputati ed ai Senatori esaminarla, definirla, giudicarla. Qui mi fermerò notarla sotto quali punti di vista dovrebbe essere esaminata.
Dice il Diritto : «La Sila attualmente è un vasto insieme di latifondi abbandonati alla pastorizia nomade, e che non dà ai suoi proprietarii, ed alle popolazioni tutto il frutto che potrebbe. Nelle sue vaste solitudini non sorge un villaggio, e sono perciò asilo inviolabile ai briganti. E così avviene un caso singolare, che la quistione della Sila fa nascere i briganti, e quando i briganti sono nati, è la Sila, che li protegge nelle sue immense foreste. Nè paia strano questo dire che facciamo, essere cioè la quistione silana l’origine del brigantaggio. Il popolo calabrese è agricola, nè può essere altro che agricola: farsi manifatturiero non può, perchè tutto riceve da Napoli, ed anche a dargli mille fabbriche, non saprebbe che farne, vivendo in parte ove non potrebbe vendere i suoi prodotti. Quando dunque gli mancano le terre, tre partiti gli restano; o emigrare, o irrompere violentemente nella Sila con i suoi strumenti rurali, o irrompervi con i suoi strumenti da brigante».
Secondo lo scrittore, o corrispondente del Dritto , si ha: — 1.° che la Sila è soverchiamente grande ed improduttiva, perciò deve dividersi e dissodarsi — 2.° che i briganti tutti, passati, presenti e futuri sono dei paesi e villaggi intorno alla Sila, interessati a possederla e voltarla all’agricoltura — 3.° che il popolo calabrese è incapace alle manifatture — 4° che manca di terre coltivabili.
A queste osservazioni messe, per azzardo, e senza immediato conoscimento, non è malagevole rispondere. Niuno niegherà, che ai tempi di Strabone, anzi più antichi, le Calabrie erano ricche e gremite di genti: quasi sole aveano il commercio d’Oriente. Sibari metteva in campo 300,000 soldati contro 100,000 di Cotrone. Eppure allora la Sila misurava circa novanta miglia di lunghezza (Strabone 1. VI. C.1); oggi appena ne conta trentatrè, e quell’immensa estensione, che i suoi lembi allargava anche verso il Capo Lacinio, produceva alle finanze romane grandi rendite ( Dionigi d’Alicarnassi – Framm . 1, XX. C. V. VI.) La Sila è per l’armentizia Calabra più che non sono gli Abbruzzi per la pugliese. Può l’agricoltura veramente prosperare, scema d’armentizia? Lo dica il Dritto . Che cosa all’agricoltura donerebbe la Sila? Pochi terreni e non aggiustati se non a ristretta cultura: ma che cosa toglierebbe alle Calabrie? per ora diciamo l’armentizia.
La Sila è nella parte montuosa delle due prime Calabrie; da Sersale e Soveria Mannelli nella provincia di Catanzaro sino a Rossano nel Cosentino, ha l’aspetto di un altopiano, la cui metà è capace di essere coltivata. Quell’altopiano è un complesso di monti, e colline, che qua si annodano, là si avvallano, scendono fieramente a precipizio, o s’inclinano piacevolmente, si spezzano, s’intricano, si allungano, incrociansi, s’appuntano: nel mezzo è chiuso uno spianato di circa sei miglia quadrato, irrigato dalle linfe, che spicciano dai fianchi di Acquafredda . Le nevi cadono abbondantisime e le piogge ancora: spesso le procelle e gli uragani tempestosamente romoreggiano, e scuotono di vette in vette le boschiere pendici. Di là prendono capo tutti i belli e limpidi fiumi, torrenti, e sorgive delle due Calabrie, Le vecchie foreste succedonsi alle giovini e robuste selve come il Cariglione, ai prati, ed ai campi coperti di lino, di segala, o di grano turco. Intorno alla Sila arieggiano non pochi comuni e villaggi, surti a tempo delle invasioni saracine. Dalle vette del Montenero e di Acquafredda, di Tirivòlo, Carlomano-soprano si guarda l’Etna, entrambi i mari, la Basilicata. Le erbe sono varie, abbondanti, fresche, salutari. Danno all’armentizia, specialmente nella stagione estiva, un pascolo fecondo e salubre, mentre nella stagione invernale si trattiene nelle ubertose vallate, e nei prati del Marchesato .
Giusta Dionigi d’Alicarnassi i Bruzii cedettero al Fisco romano tutta la Sila, ma forse come compenso di guerra dopo che fecero quella levata di armi a favore di Annibale. Sanguinosamente repressi i Bruzii dopo le vittorie della seconda guerra punica, furono obbligati a dare un contingente annuale di Flagellatori, secondo Gellio (noct. attic. 1, 10 e 3), che accompagnavano i Pretori nelle Provincie, e la Sila come compenso di guerra, di cui servironsi i Romani per le flotte di Brindisi. I latifondi romani però sia nelle colonie, sia nelle Provincie conquistate, sia nell’agro quiritino, non escludevano gli usi civici, per proteggere ovunque l’armentizia, salvo però la differenza di un picciolo testatico, che poteva essere maggiore nelle terre conquistate e minore nelle colonie. Sicchè i Bruzii, e specialmente Consentia, che n’era il capiluogo; con i suoi villaggi, ebbero dritto al compascolo nella Sila.
Come si rallentò e cadde l’amministrazione romana e subentrò la bizantina, la Sila ne seguì le sorti, e se non viene determinatamente avvertita dalla storia, lo è perchè la marina militare e la mercantile si costruiva nei porti e negli arsenali dell’Oriente, ed i dritti civici erano o poco curati, o confusi con altri dritti di occupazione militare. Nel periodo delle invasioni saracinesche cioè dall’851 al 1004 la Sila divenne un punto principalissimo di rifuggio e di difesa contro i repentini e ladroneschi attacchi dei Mori. Le popolazioni littorane battute e saccheggiate si raccolsero via via su i monti e s’internarono nelle selve a somiglianza dei Germani ai tempi di Cesare. Occultate e protette dagli alberi le genti marittime fecero dei lembi silani una diga di difese, innalzando qua e là capanne e case, che comparvero e si costituirono in villaggi all’epoca normanna.
I Bruzii lottarono contro i Mori per due secoli e mezzo con il medesimo sentimento religioso, con cui gli spagnuoli tennero eroicamente fermo, in un conflitto di più di sei secoli, contro la medesima razza moresca, alla mezza luna opponendo la croce, con la quale trionfarono, e scovrirono un nuovo mondo. Grande e sublime argomento contro i gracchiatori, che sotto fatua spavalderia di spiriti forti, e liberi pensatori gracitano contro il sentimento morale e religioso, ch’è solo capace a creare l’eroismo e le grandi e gigantesche lotte d’indipendenza.
Rassicurati i Bruzii, e le genti marittime immigrate, e rinsanguinate nella robustezza dei monti, la Sila ricominciò a manifestarsi nei dritti fiscali del vincitore, Il sentimento religioso avea cacciato i Mori: ed i Normanni, vincitori sotto quell’egida, si consagrarono a rassodarlo: quindi il monachismo e le donazioni demaniali.
In Calabria il monachismo cominciò con i Basiliani, che vennero con la dominazione bizantina: Cassiodoro il disciplinò, come S. Benedetto, alla cultura dei campi e delle lettere; Gioacchino Abbate il rese ascetico, S. Bruno l’aggiustò alla penitenza ed alla contemplazione, S. Francesco di Paola alla carità e povertà, che si riassunsero nell’abnegazione. Diremo più appresso sull’influenza del monachismo calabro, che ai tempi normanni prese uno sviluppo non solo negl’interessi morali, ma anche materiali.
Ruggiero divenuto duca di Calabria da Tropea ai 31 maggio 1099 assegna della Sila l’agro di Sanduca al monastero di Altilia, ed il diploma accenna ancora ad altri beni silani già in possesso degli stessi monaci. Con diploma del 1 giugno 1115 ve n’aggiunge altri; ed il dritto del sale dalle saline del Nieto, e divenuto re, ai 18 ottobre 1149 concede il villaggio Coiro, ed i pascoli di S. Severina e di Roccabernarda. In questo torno 1145-1207, visse e fiorì il celebre Abbate Gioacchino, che fondò S. Giovanni in Fiore con un monastero, elevato a Badia, cui furono assegnati vasti possedimenti silani, il compascolo di Fluca , le saline del Nieto, gli usi civici ed altri privilegi badiali: i diplomi di Arrigo VI, 2 ottobre 1195 e di Costanza imperatrice in gennaio 1198, l’ordinanza dell’arcivescovo di Cosenza tra l’abbate Gioacchino e quello del monastero Trium puerorum , il diploma di Federico II in marzo 1200, con cui si concede ai Floriacensi il dritto di fabbricare una casa succorsale in Capalbo nella Sila ob maximam congeriem nivium , la Bolla d’Innocenzo III, che alla giurisdizione di S. Giovanni in Fiore sottomette il ricco monostero di Altilia, quindi il monastero di Cabria e la Chiesa di Monte Marco per la Bolla di Onorio III, 22 gennaio 1218, fecero di quella Badia un gran feudo silano di regio patronato. È necessario notare siffatte donazioni, le quali ebbero grande parte giuridica nelle controversie silane.
Le diverse contestazioni, che si arrogavano e disputavansi i corpi morali religiosi sopra alcune parti silane, e le usurpazioni dei baroni e dei privati sulle stesse, costrinsero il potere sovrano a determinare il carattere del dominio, i confini e le pertinenze della Sila. L’Angioino Roberto re con prammatica dei 24 decembre 1333 afferma essere tutta la Sila della Regia Corte, compresa anche la badiale di S. Giovanni in Fiore, ne segna via via i confini, donde chiaro risulta essere più larghi di quelli, che sono attualmente, determina le prestazioni di coloro, che vi desideravano il compascolo e la seminagione. Fra costoro si danno privilegii ai cittadini di Cosenza e dei suoi casali.
Cosenza ed i suoi numerosi Casali conservarono sempre una specie di autonomia, mentre gli altri paesi erano a dominio baronale, e forse perchè essi constituivano la regione dei Bruzii, che ai Romani concedendo la Sila, riserbaronsi i dritti del pascolo, del legnare, e della seminagione di alcune contrade, sebbene dalla testimonianza dell’Alicarnassi, come vedremo, pare che il dominio romano fosse assoluto ed intero, quindi i dritti dei Cosentini, accennati nella prammatica di Roberto, o furono dalla consuetudine invalsa nella decadenza dell’impero romano, o acconsentiti nell’epoca normanna come privilegii a regie comunità. Siffatti dritti poscia furono riconosciuti sempre, e quando le Comunità propinque ed i baroni minacciarono occupare la Sila Cosentina, e prendere dominio su i Comuni Bruzii, questi ricorsero ai Sovrani, come usarono i Cosentini nella petizione a Federico di Aragona nel 1496, chiedendogli che conservasse essa Città e Casali allo suo proprio dominio.
In prosieguo nella barcollante amministrazione spagnuola i privati, i baroni, le comunità si appropriarono alcune parti della Sila, che si appellarono difese , poichè ognuno se le difendeva con presupposti dritti, e crebbero a tanta oltranza, che bisognò venire alle transazioni come nel 1687 e 1723 fatte dal Presidente Mercader, e così ai tempi di Zurlo 1790 ed appresso ancora. Le transazioni però non valsero, se non a rassodare la parte feudataria dei latifondi, poichè i ricchi proprietarii assorbirono le piccole ed isolate difese , sicchè il campo delle liti, dei dissapori e delle concussioni si accrebbe.
Ma a noi non cale qui tessere a lungo la storia della Sila, e dei litigii, che ne sono surti: forse in apposito lavoro vi torneremo sopra. Ora basta notare, che la Sila, altra è Regia, cioè che fu sempre della Corona, ed altra è badiale e comprende tutte le parti donate alla regia Badia di S. Giovanni in Fiore: la prima è assommata in 69007 ettari e 59 are, la seconda in ettari 26320 e 36 are. Il famoso Giuseppe Zurlo inviato dal Governo nel 1790 a verificare lo stato della Sila, vi compose tre volumi, e le diverse contrade a seconda i dritti e le pertinenze si posero sotto le seguenti categorie, cioè in 1° demanii regii — 2° terre corse — 3° difese — 4° camere chiuse —e le une e le altre tanto nella Sila Regia, quanto nella badiale. Ci terremo alle sue stesse definizioni, affinchè si conservi quel senso legale che hanno ricevuto anche dai tribunali. «Tutti i territorii adunque dei particolari, nei quali appartiene ai medesimi tanto il dritto di semina, quanto quello di pascolo, diconsi difese». Giusta gli ultimi calcoli del commissario Barletta le difese hanno l’estensione di ettari 77616 ed are 91. «I Regii demanii, o comuni sono quelli, in cui non hanno dritto alcuno i particolari, ma sono interamente liberi della regia Corte». Vi pascolavano le razze della Corona sino a che non passarono a demanio dello Stato: l’estensione loro è di 12955,66. Su questi demanii i Cosentini avevano l’uso della semina senza alcuna prestazione sino al 1752 quando il Presidente Petroni chiamandoli alla contestazione dei dritti, e non ritrovandoli ben fermi, v’impose una certa prestazione, che appellossi granetteria e giogatico. Si dissero «terre corse e sono appunto quelle, nelle quali il pascolo è comune a tutti, ma l’utile della semina è di qualche particolare, il quale vi abbia il jus arandi o il jus metendi dell’erba. Ristretta è l’estensione delle terre corse che appena ascende ad ettari 4756. Si diede il nome di camera chiusa a quella contrada, in cui niuno poteva entrare sia per pascolo, sia per semina, a scopo di alimentare e conservare gli alberi per la regia marina. Finoggi due sono le camere chiuse Gallopano e Macchialonga boscosa , nella Sila Cosentina, di ettari 2026,78. L’intiero agro silano adunque è di ettari 97354,69. Nelle transazioni e nella cessione dei terreni silani a pascoli ed agricoltura il Governo si ha conservato sempre il dritto sugli alberi, lasciando all’uso dei proprietarii, e delle popolazioni solamente gli alberi morti, o traverse , cioè quelli, che cadevano per vetustà, o sotto l’impeto dei venti e degli uragani.
Dai computi antecedenti è chiaro, che gran parte della Sila è conceduta ai particolari per il pascolo e per la semina, vincolando le difese non transatte e le transatte ancora con certe condizioni, che se non valgono a rendere del tutto indipendente la proprietà, garentiscono ai cittadini poveri alcuni dritti, che invano reclamerebbero dai ricchi proprietarii, allo Stato un immensa risorsa per le costruzioni, ed alle Calabrie una guarentigia all’igiene ed alla minuta armentizia.
Finora quelli, che hanno trattato della Sila, cercandone il carattere giuridico-storico, si sono svaporati in erudizioni e congetture non necessarie, non sapendo tra gli scrittori latini trovar sillaba, che risolutamente avesse negata, o affirmata la fiscalità di quella famosa selva. Abbiam citato l’Alicarnassi, la cui autorità e parola offriamo ai tenaci venditori ed agli speranzosi compratori della Sila, poichè, chi ben le consideri, troveravvi non solo rassodato il principio storico-giuridico, ma, come per dire, il programma della destinazione, cui la Sila è stata messa dalla Provvidenza nelle Calabrie.
«V. Li Bruzii nel sottomettere se stessi ai Romani cederono metà del territorio montuoso, il quale è chiamato Sila, pieno di piante acconce alla costruzione di case e navi, come ad ogni altro apparecchio. Conciosiachè ivi crescono in copia abeti altissimi e pioppi, e la pingue picea, e il pioppo e il pino, e l’ampio faggio, e il frassino, fecondati dalle acque, che vi trascorrono; ed ogni altra sorte di alberi, la qual densa nei rami tiene continua l’ombra su la montagna.
«VI. Di questa selva gli alberi prossimi al mare e ai fiumi, tagliati interi dal ceppo e recati ai porti vicini, forniscono a tutta l’Italia materiali per navi e case: gli alberi lontani dal mare e dai fiumi, ridotti in pezzi e riportati sulle spalle degli uomini, somministrano remi e pertiche, e mezzi di ogni arme, e vasi domestici: finalmente la parte più grande di piante, e più oleosa vien preparata a dar le resine, e sen forma la resina chiamata Bruzia, la più odorosa e la più soave infra quante io conosca. Or dagli affitti di tanto, Roma ne ha ciascun anno cospicue rendite » — Dionigi d’Alicarnassi — Frammenti. l. XX. c. V, VI.
Da queste parole si possono trarre le considerazioni — 1° che la Sila apparteneva al Fisco romano — 2° ch’era necessaria per le costruzioni navali — 3° che giungeva in prossimità del mare — 4° che alcuni fiumi silani erano navigabili — 5° che cospicue rendite vi si raccoglievano dalle finanze romane.