II.° Il brigantaggio e la Sila. I latifondi
II.° Il brigantaggio e la Sila. I latifondi
II.°
Il brigantaggio e la Sila.
I latifondi
Dolorosa è la storia del brigantaggio: il delitto ha lasciato un solco di sangue e di miseria in taluni luoghi, mentre in altri ha seminato l’oro rubato, e la crudele ricordanza di una vendetta sodisfatta: terribile rappresaglia d’ingiuria e di oltraggi! La repressione del brigantaggio è divenuta una caccia più voluttuosa e spaventevole ad un tempo di quella del lupo e del leone; in taluni punti era una febbre ed un’emozione. L’umanità freme in pensando a siffatte scene, ma l’umanità stessa carica il fucile, affinchè essa non venga impunemente e continuamente oltraggiata. Ma quali sono le origini e le cagioni del brigantaggio? Ognuno alla sua volta ha accusato or questo, or quello: i partiti, quasi temendo assumerne la responsabilità, se l’hanno gittata a vicenda di dosso. Noi non intendiamo aprir piaga, temendo risuscitar rancori, che hanno di soverchio raddolorata la società, alimentando il fuoco delle parti. E, dopo esaurito quasi tutto il campo delle recriminazioni, si viene ora a cercare, come un fatto assicurato, nella quistione della Sila l’origine e la causa del brigantaggio calabrese, che fortunatamente è quasi spento non con i soli violenti mezzi del sangue, ma con le precauzioni e gli accorgimenti.
Il brigantaggio non nacque per la quistione agraria della Sila, nè solamente dalle plebi aspiranti alla divisione ed alla cultura della stessa. È surto sempre da tutta la Calabria e specialmente dalle Provincie di Catanzaro e di Cosenza, le quali danno una popolazione di 825520 abitanti, mentre i villaggi confinanti della Sila, e massimo quelli, che possono avere interesse ai possedimenti agricoli silani, contano poche migliaia. Quella terribile piaga si è allargata su tutte e due le Provincie, dal Piano della Corona a Campotenese, senza contare le altre contrade meridionali: ogni comune, ogni villaggio, ogni città ha dato il suo terribile contingente. È vero che in quelle fonde e robuste selve silane trova in estate un ricovero, e tra gl’inesplorati cespugli un centro di ritirata, di raccoglimento e di forza, ma nell’inverno deve allontanarsene; resterebbe estinto per freddo e per mancanza di alimenti: anzi quando nell’estate del 1864 il Pallavicino s’acquartierò con grossi battaglioni nella Sila, il brigantaggio non si rese meno nocivo e numeroso, e se fu battuto e vinto, avvenne fuori della Sila, e negli agguati delle valli marittime, e nelle pendici.
Il brigantaggio nacque e nascerà per altre cagioni, che bisognerebbe eliminare, o almeno minorare; ma in niun verso per la quistione della Sila, come tale. I mutamenti e le scosse politiche hanno per controcolpo una resistenza nelle plebi, e specialmente nei montanari, che sono più tenacemente fermi all’antico, sentono doppiamente il rovido fremito di una libertà naturale, mentre nelle città e nelle regioni governative si hanno pensieri, indirizzi, bisogni ed aspirazioni novelle, e spesso più fiacche e mollemente delittuose. In tutti i luoghi ed in tutti i tempi la gente montanara resiste e lotta sia per una causa generosa, come tra le Alpi ai tempi di Annibale e di Cesare, in Svizzera, in Irlanda, tra i Circassi del Caucaso, in Tessaglia, in Creta, sia per una riprovevole ed iniqua. Bisogna saper indirizzare, ma non con pindariche promesse, nè con immodeste provocazioni, come si usò nel 1860, nè con affrettato e simulato patrocinio. Le robuste genti dei monti ritemprano e fortificano le avviziate ed affloscite delle città! Non sono i boschi che producono i briganti, ma il torbido malessere, generato da paesane concussioni ed oltraggi, dal progressivo desiderio di montar su a spese altrui, ma l’ignoranza rassodata, ma il ristagno di una vita senza movimento e commercio, ma le fazioni politiche per tenere divise ed addolorate le genti, che raccolte potrebbero far paura, ma le insolenti provocazioni di gente triste e ribalda, camuffata ad oneste sembianze, ed a popolareschi interessi, che beffardamente sfioransi appena dalle labbra. Nè vogliam tener conto dell’ultimo brigantaggio, che crebbe per imprevidenza governativa e per gratuiti insulti fatta ad una classe, che se avea torto, non era il torto della viltà, ma in ciò che dovrebbe essere prezioso in tutti. Ma saliam più in alto.
Le tradizioni hanno il prestigio di riprodursi in bene, o in male, quando sussistono le medesime cagioni. In Calabria la resistenza montanara è antichissima. Strabone nota questo: Genti huic (Brutiae) Lucani nomen dederunt, qui desertores, seu defectores Brutiorum vocabulo notant: nam Bruti quam (ut ajunt) pastores prius essent Lucanorum ab ipsis desciverunt, prae indulgentia ipsorum libertatis cupidi facti sunt (L. 6, c. 1. § 4). Questo amore d’indipendenza montanara si è accresciuto principalmente quando una pressione paesana n’ha fatto sentire il bisogno, e le condizioni libere ed anarchiche n’hanno dato la spinta. Quella resistenza fu detta legittima quando trionfò, restò maledetta quando, soccombendo, dovette, per vivere, ricorrere a mezzi malandrini e feroci. Le idee e gli affetti si coloriscono a seconda la direzione, che ricevono; quando siffatta dizione non risponde ad un bene generale e sincero, si deforma e s’intristisce. Nella Vandea furono appellati briganti dal Direttorio quelli, che nella rivoluzione Francese vedevano il trionfo dell’empietà, dell’anarchia, del socialismo, senza guardare il bene, che proclamava e difendeva a traverso l’esagerazione. Quando i Calabresi della Sila piombavano sopra i Saraceni, si ebbero come eroi: generosa n’era la causa: ribellando contro il voto degl’Italiani, furono briganti. Il brigantaggio calabro adunque è tradizionale, come resistenza o ad invasioni, o ad innovazioni; è masnadierismo quando è sparpagliato avanzo di quello, o effetto di condizioni paesane, alcune delle quali sono state accennate.
Due condizioni sociali contribuirono nelle Calabrie fin dal medio-evo a creare dei latifondi, e per controcolpo il proletarismo — il baronaggio, ed il monachismo. Quì il primo ha tenuto un origine ed un carattere differenti dal baronaggio delle altre contrade italiane, nelle quali fu una sopraimposizione dei vincitori barbari al popolo vinto, e visse più robusto e violento, perchè si trovò in lotte continue con i Comuni liberi, e con se stesso. Il baronaggio calabro è surto principalmente dal seno del paese per opera di quei audaci capi, che facendo guerriglie, o masnade contro gl’invasori saraceni, od altri; divenivano proprietarii di contrade, cui il popolo minuto non metteva affetto; e pure mercè donazioni e privilegii, che ricevevano dalle nuove dinastie, che, per consolidarsi, creavano feudi, che erano guarentigia a tenere a freno le plebi, ed attaccavano i signori al potere dinastico. Così due classi di uomini, signori e plebi, senza il ceto intermedio dei borghesi; e dei piccioli proprietarii, che nascono ed acquistano potenza specialmente dalle opere manufatturiere e dal commercio. La Corona inoltre avea grandi e vasti beni demaniali, e nelle pericolose vicende delle minacciate dinastie, o nelle strettezze finanziarie cedeva dritti e vendeva larghe tenute a ricchi paesani, o a stranieri, che le rivendevano a buon mercato ai proprietarii provinciali. Così la casa Barbaja di Milano per restauri al teatro S. Carlo in ducati 35 mila, riceveva in assegno di vendita dal Governo Francese nel 1815 trentadue articoli sulla regia Sila per ducati 26031.44, valutati per rendita di 2342,44, mentre valevano più del doppio, e dopo tre giorni, ai 23 febbraio 1815 il Barbaia li rivendeva al signor Giuseppe Campagna con successive rate di scadenza.
Simigliante stato di cose creò due interessi, quello dei signori, che, a tutelarsi, parte della plebe sfiacchirono, e parte aggiustarono a servizio di armi, ed a custodia di una numerosa e fiorente armentizia; — l’altro interesse fu negli ultimi a tenersi stretti e devoti ai primi per avere più sicura la vita in esercizio di selvatichezza ed in sfogo di passioni violente. Se è vera, per la parte meridionale, l’osservazione del tedesco Leo, che innanzi allo splendore ed alla bellezza del cielo, ed in mezzo ai profumi delle campagne, facilmente nasce nel popolo il desiderio di vivere inattivo ed in piacevoli passioni, a mille tanti si può aggiustare per le Calabrie, quando un impulso superiore non ne eccita tutte le forze. Bellezza di cielo ammirabile, terreno stupendamente accidentato, e spontaneamente fecondo di ogni vegetazione, dalla palma al rovere; monti e spiagge, che si uniscono, e succedonsi a gradi, formando valli e sfondi, in cui la novità, la freschezza, la bellezza armonizzano con la fecondità; due mari, che perennemente confondono la loro brezza, temprano gli ardori ed il freddo; un clima mutabilissimo ad ogni punto, dal calore asiano sino al freddo delle alpi: e da tutto ciò una precoce e gagliarda floriscenza di vita. In mezzo a tali condizioni vive il calabrese, che non deve stentare per provvedersi del vitto e di piaceri, facilmente intollerante a diuturna fatica, se si eccita in mezzo alle passioni, prende il carattere dell’eroismo sia nel bene, sia nel delitto. Per le quali cose regna un certo che di marasmo, e d’indifferenza per l’avvenire, che non si desidera, ed a cui non si provvede avidamente se non da quelli, che nel presente soffrono un incubo ed un malessere pressante. Ma se a questa vita di energie assopite ed acquiescenti si fosse insinuato l’amore espansivo del commercio, delle arti, delle associazioni, si fosse garentita la piccola proprietà, il Calabrese, come nell’antica civiltà italo-greca, avrebbe fatto prodigii. Anche il brigantaggio pel Calabrese diviene una poesia, ed una feroce epopea va nelle tradizioni, sicchè per i sciagurati, che n’accettano il mestiere, e le colpevoli conseguenze, si prende con orgoglio il vanto ed il nome di brigante: le rupi e le montagne sono la storia di questo meridionale fenianismo. I Governi non comunicarono sufficiente vita civile: aveano interesse tener coperto il fuoco, e vi giunsero con affiliarsi i signori con i titoli e con dritti spropositati, indulgendo all’ignoranza, ai pregiudizii, talvolta anche al delitto.
L’altra cagione dei latifondi nacque dal monachismo, che prima di Cassiodoro ebbe qua e là archimandriti, che per santità e virtù valsero a seminare nelle plebi l’amor della solitudine e del lavoro, ed in compenso i successori n’ebbero dai Comuni e dai villaggi larghi assegni di possedimenti agricoli. I Bruniani, i Cisterciensi, i Basiliani, i Benedettini, i Domenicani, disseminati nelle contrade più poetiche delle Calabrie mantennero vivo lo studio e la devozione religiosa. Divennero celebri i monasteri di S. Giovanni in Fiore, di Maria del Patir in Rossano, di S. Mercurio, e di S. Nazario Basiliani, in vicinanza di Seminara, di Altilia, di Montauro, e la famosa Certosa di S. Bruno in Serra s’accreditarono mercè uomini, che per solerzia d’ingegno, per austerità di virtù, per abnegazione entrarono nella memoria e nell’affetto dei popoli. Le Calabrie hanno avuto una miriade di questi grandi uomini, che ben diversamente dai baroni, aprivano a beneficio della povertà quei cellai, che s’impinguavano dai fondi, che fecero rigogliosi per oliveti, pometi, ed agricoltura. Che se anche oggi si mirino quei latifondi del monachismo, si troveranno i più ubertosi; le ignorate fatiche del monaco furono operosamente vòlte al lustro della scienza, ed all’immegliamento delle arti agricole. Basterebbero per tutti Cassiodoro, che di sterili colline fece ricchi e vaghi giardini nell’agro squillacense, ed i Bruniani di Serra e di Montauro, che alle marittime pendici imposero ricchezza di oliveti. Utilissime per la storia calabra sarebbero le investigazioni sul monachismo, considerato non come società solamente religiosa, ma in ordine alle scienze, alle arti, all’agricoltura, alle virtù. Il socialismo non troverebbe formole migliori e pratiche ad incarnare quei concetti, che denudati dal sentimento cristiano, con cui solamente potrebbe essere possibile, creano pericolose aspirazioni in mezzo al materialismo, che invade il campo delle società moderne.
Ma quando i fondi religiosi cominciaronsi a cinciscare prima ai tempi di Tanucci, e poscia voracemente ingoiare dall’amministrazione francese, nacque che, messi ad un illusorio incanto, essendo povere le grandi masse plebeiane, caddero in poche mani ed audaci, che li ebbero quasi invalutati, pochi compratori presentandosi sia pel terrore della scomunica, unica guarentigia all’inviolabilità dei beni sacri, sia pel timore di perderli al ritorno della dinastia dalla Sicilia. Questa immensa proprietà fratesca così repentinamente sbalzata, ed a vilissimo prezzo in poche mani caduta, creò veramente dei latifondi, ed accrebbe il prestigio, il potere, l’influenza ed anche la ricchezza negli antichi proprietarii, ed in altri nuovi, che da parecchi anni con buone, o con male arti, con ardore di volontà, o per azzardo e fortuna venivano in su. Da qui un certo dispetto in quelle plebi, che pria vivevano dalla larga benificenza del monachismo, e poscia condannate a guardar con rincrescimento ed ira i nuovi possidenti, che stringendo le mani, invece della scomunica, posero a guardia dei campi il monopolio, e gli scherani. Nè valsero le cure posteriori del Governo a quotizzare alcuni beni demaniali, e comunali, che ben presto restarono assorbiti, come noteremo, dalle larghe proprietà confinanti, creando la povertà irredimibile degli erarii municipali, che, in tempi a noi vicini, furono costretti aggiungere balzelli vessatorii, invisi, e disonesti per rispondere ai nuovi bisogni.
Dalle cose dette venghiamo a questo — 1.° che il brigantaggio ha esistito anche quando non era in campo la quistione della Sila, ed indipendentemente da quella — 2.° che i latifondi calabresi non sono solamente nella Sila, ma in parte fuori e lontani dalla stessa — 3° che i beni silani demaniali, fuori di ogni incaglio giuridico, appena ascendano ad ettari 12955, insufficienti a modificare le condizioni dei villaggi, ancorchè loro si volessero concedere e dividere; — 4.° che una metà dell’agro silano non può aggiustarsi all’agricoltura senza produrre incalcolabili e perenni guasti agli altri terreni ed alle altre industrie. Quale mezzo v’ha dunque per rialzare la condizione agricola, e la prosperità dei casali silani, senza pregiudicare alla giustizia dei contratti, ed agl’interessi di maggiore levatura, che si hanno dalla Sila? Studieremo dirlo appresso. Per ora basta notare, che delle rendite che si hanno dalla Sila demaniale e regia due terzi vanno a benefizio del Fisco, ed uno per i comuni, che hanno dritto agli usi civici; che della Sila badiale due terzi si risolvono a prò di S. Giovanni in Fiore, ed uno pel Fisco — La somma complessiva di tali rendite nel 1859 fu di lire 118,410,04.