III. o Le Calabrie e le manifatture
III. o Le Calabrie e le manifatture
III. o Le Calabrie
e le manifatture
Il popolo calabrese, dice il Dritto , non può farsi manifatturiere, «perchè tutto riceve da Napoli». Così per rinfiancare la quistione agraria della Sila, si fa capo ad un fatto, che, per condizioni accidentali vero in parte, si eleva all’immutabilità di un principio ed alla freddezza di un assioma, che, una volta accettato, metterebbe in dubbio la storia, ed inesorabilmente strozzerebbe l’avvenire. L’esame delle manifatture calabresi, per necessità di asserzione, ha un vincolo con la Sila, e porge l’addentellato a considerazioni, che possono preparare alle Calabrie un programma felice, che, vendicando l’insulto, aprirà in tempi non lontani un avvenire prospero e lieto.
Se un francese sentenziasse, come à fatto il Dritto , lo stesso per il popolo italiano, che da Parigi importa le mode, e le vanità, avrebbe tanta ragione quanta n’ha quel Giornale. Gli si potrebbe però dimandare — che cosa riceve il Calabrese da Napoli, e perchè la riceve? — Riceve alcune manifatture, perchè qui ne mancano gli opificii e le officine; ma se qui le fossero, certo non ricorrerebbe a Napoli, tranne per quelle cose, che possono e debbono venire solamente dai grandi centri manifatturieri. Se in Calabria fossero cartiere, opificii e gualchiere di panni fini, si farebbe capo in Napoli? Ma vi mancano forse il combustibile e le acque per animare le machine, il cotone, la seta, la lana, la canape, il lino, il cencio, la paglia? Niente di questo: le Calabrie n’abbondano più che qualsiasi altra regione. Potrebbe forse la mancanza delle manifatture dipendere dall’incapacità ed inattitudine del popolo? È forse l’ingegno calabro moggio, superficiale, ilota? Lo dicano gli armieri di Serra e di Mongiana, i setajoli tessitori di Catanzaro, le tessitrici di Cotrone, S. Vito e di ogni città e villaggio, le pitture del cav. Calabrese, e del Cefali, l’opificio di liquirizia del Baracco in vicinanza di Policastro.
Tutto, che si ha nelle Calabrie viene su dalla spontaneità e vivezza dell’indole e del genio, cui aggiunto l’insegnamento, e messavi abbondanza di mezzi, potrebbonsi creare non solo ricche risorse manifatturiere, ma dare alle arti diverse splendore e nome. Il calabrese è vivace, svelto, versatile a più cose ad un tempo, caldo di cuore, fervido d’immaginazione, qual’è nei meridionali, risoluto sino all’abnegazione, docile, ma irresistibile all’insulto: bisogna studiarlo più nei villaggi, massime montanari, ove l’antica e rischiosa vita Bruzia si rivela, anzichè nelle contrade marittime, e nelle città, in cui, come ovunque, la vita fittizia altera il carattere vivace ed arguto del calabrese. E non è questo un popolo, che potrebbe alle manifatture di ogni specie dare pensiero ed opera?
Ma, dicesi, a chi smerceranno le manifatture, se le Calabrie son chiuse, e le Provincie vicine invece di chiederle ai Calabresi, le dimanderanno a Napoli, alle Puglie, ed alla concorrenza straniera di Messina? — La è quistione di allocchi, ed asserto inconseguente. Se le Calabrie hanno bisogno di Napoli, perchè non possono bastare a se stesse? Solo per questa terra sarà negata la concorrenza? Ma non vanno tra altre genti i drappi calabresi? Può farsi, specialmente nei versanti marittimi, il commercio del vino, del bestiame, delle frutta, dell’olio, dei bozzoli, del ferro, non potrassi smerciare per altre manifatture? L’Inghilterra sì remota e sequestrata invade l’universo con l’industrie sue, l’Italia meridionale poi, che stende le braccia nel più ricco dei mari, quasi per salutare l’oriente ed il mezzogiorno, non deve avere manifatture, di cui, capitalizzando innumere braccia per l’attività loro e provvedendo ai bisogni, e comodità interne, potrebbe riversare ad altre genti il superfluo? Quanti operai impiega Manchester, Liegi, Zurigo? Se là fossero mancate le officine, quanti briganti sarebbero surti per vendicarsi della ricchezza incatenata tra mani timide, o rapaci, o quanti morrebbero di fame e stento? È stoltezza il credere che un popolo debba tenere una sola via a sfogo di sua operosità: una gente agricola può e deve avere anche delle manifatture indigene, specialmente quando il suolo, che abita glien’offre gli elementi, come un popolo manifatturiere deve avere la sua agricoltura, se la sua terra non gli sarà del tutto ingrata. Un popolo può comprare da un altro i raffinamenti del lusso, e quelle cose, cui natura si è negata, ma gli elementi grezzi di un paese debbono essere manifatturati ivi stesso, poichè toccano gl’immediati bisogni delle genti abitatrici, le quali possono svolgere sempre in meglio quello, che intorno propiziamente spunta. Il complesso di tutte queste opere costituisce il patrimonio dell’industria nazionale, ch’è lo specchio e la ricchezza ad un tempo del genio e della vita della nazione.
Una gente, che compra trasformato, ed agli usi della vita applicato ciò, che poteva trasformare ed applicare da sè stessa, scema il suo capitale, isterilisce le forze proprie e moralmente si assuddita all’operaio straniero. La ricchezza e la potenza nazionale non stanno in ragione dell’importazioni industriali, ma dell’esportazioni.
Invece dunque di chiedere nella insoluta quistione agraria della Sila l’origine ed il pretesto del brigantaggio, e delle condizioni dolorose della Calabria, negandole il beneficio delle manifatture, dovrebbesi queste insinuare, promuovere, incoraggiare, additandone i mezzi, eccitando il Governo, ed i grandi proprietarii a prepararli per quel verso, ch’è possibile. Primo bisogno ed avviamento al benessere calabrese è l’istruzione, ma non la babbea e sterile, che appena avvia all’intelletto un falso bagliore, senza interessarsi del cuore o della volontà, eccitando forse passioni superbe e superficiali, che poi serviranno ad inverniciare meglio i colpevoli attentati: bisogna un’ istruzione, il più ch’è dato, morale e da persone, che con le opere e la vita loro, possono aver dritto ad inspirare il convincimento del bene. Ma di tutto ciò forse altrove diremo compiutamente il nostro pensiero. E ritorniamo alle manifatture ed al commercio.
Dirassi: le manifatture sono improsperabili nelle Calabrie, se queste mancano di vie commerciali. Questo è vero, ed alla parola altrui aggiungiamo anche la nostra. Ma che da ciò? Ricorrerassi ai pochi terreni agricoli della Sila per compensare la mancanza di strade? La quistione calabra non sta nella Sila, ma nella viabilità, per la quale non si dirà mai che abbiano fatto abbastanza i Deputati Calabresi, se la voce loro non giungerà ad ottenere l’attuazione di strade non solo ferrate, ma specialmente provinciali e comunali.
La spontanea feracità del suolo non farà mai vedere ai Calabresi l’orrido spettacolo di un intiero popolo travagliato normalmente dalla miseria, la quale, se pure alberga isolatamente qua e là, viene su da due cagioni principalissime, dallo sproporzionato sbilancio, che v’è tra poche famiglie, che assorbono latifondi, ed i molti che vivono di fatica precaria, o da un camperello improporzionato alla famigliuola; — l’altro dalla mancanza di strade nazionali e convicinali, per la quale o il monopolio, o il marasmo vengano ad isterilire il poco bene della plebe. Forse l’una e l’altra cagione, messe da banda le altre, non vengono prese nella loro terribile rigidezza. Ne diremo una parola.
L’Italia da ieri solamente prova la dolorosa angustia e l’ansia di sviluppare presto le sue ricchezze agricole e commerciali. Pria della sua indipendenza dormiva nell’opulenza sua. Bisognerà quindi porla in rimpetto ad altro popolo, che pure dalle strade ripete la sua floridezza — «La loi de 1836, dice un grande scrittore di agronomia, sur les chemins vicinaux a transformé la France; l’agriculture lui doit la plupart des progrés qu’elle a faits depuis vingt-cinq ans» Un paese ben ordinato a commercio ed a ricchezza, deve avere almeno un chilometro di strada per un chilometro quadrato di superficie. V’hanno di quelli, come alcuni del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra, e del Piemonte, che vi trascendono ancora. In queste regioni il prodotto annuale dei terreni può valutarsi a lire 58 per ettaro, anzi in Inghilterra il prodotto medio ascende a lire 75. Non siam certo di quelli, che totalmente danno alle strade la ricchezza commerciale, ma da quelle i fondi, le derrate e la manodopera prendono incremento e rilievo. La Provincia di Cosenza, in cui è la parte maggiore della Sila, ha per strade metri 37 per chilometro quadrato, quindi il prodotto dei terreni è al di sotto di lire 13 per ettaro. Un poco meglio dicasi di quella di Catanzaro, ed anche di più per la Reggiana. La quistione delle strade più che la Silana è quella, che contiene la miseria, o la ricchezza delle Calabrie, ed eccitar le plebi a romoreggiare per l’agro silano è o non vedere dove giace la vera quistione dell’avvenire calabro, o servirsi di quelle per mascherare le cagioni del malessere paesano, e realizzare desiderii, che incepperanno il dominio pacifico della libertà.
Miserando veramente è lo stato della viabilità calabrese, che appena conta pochi chilometri di vie regie e di strade comunali e provinciali. E miserando è il modo di viaggiare, donde è ad argomentarsi sulla difficilezza di trasportare i prodotti agricoli e manifatturieri. Veramente non ti prende amore a viaggiare, comunque le famose ruine di un tempo lontano e le naturali bellezze dei luoghi vi ti chiamassero. Ma se il bisogno, o la vaghezza di vedere e studiare cose ed uomini ti movessero, ti converrà viaggiare o col bordone di pellegrino, o tentennando su d’un mulo, di cui bisogna far senza qua e là per evitare i pericolosi sbalzi negli sporti, e le girovolte sdentate e slabbrate dei burroni, o dentro affogate e dondolanti lettighe, confidate al fatale passo di muli succedentisi, o sopra sussultorii carri, aggiogati a bovi, che spesso riluttano alla voce, ed alle corregge del torvo carrese. I fiumi, che Plinio disse navigabili, si passano sopra pericolosi carri, e se le piogge n’hanno ingrossata la piena, e la notte ti coglie lungi dalla corrente, sarà d’uopo dolorare sulle inospiti e disabitate sponde. Il forestiere, che si mette all’azzardo di siffatti viaggi, sognerà essere sulle costiere Cinesi, nelle lande, e nelle zone fluviali dell’Australia, o per i giganteschi ridossi delle Cordigliere meridionali. E pure le Calabrie son forse le più belle provincie italiane, che a vicenda hanno piani quasi come la Puglia e la Lombardia, poggi, colline e monti come i più deliziosi degli Appennini centrali, e della Svizzera. Per queste condizioni il Calabrese, a cavaliere di due mari, è costretto a vivere segregato in una atmosfera baronale, o tapina, in una vita incommunicata. Si vorrà poi che non abbia manifatture, e si feliciti nell’abbondanza dei campi? Si aprano gli sbocchi sul mare con due porti almeno, uno sul Tirreno, e l’altro sul Jonio, si facciano solcare le calabre spiagge e le colline da ferrovie, da strade nazionali, provinciali e comunali, ed allora sarà scomparso il brigantaggio, le manifatture sorgeranno, i proletarii scompariranno, le inveterate ugge tra poveri e ricchi cesseranno dalle rappresaglie spesso violente e crudeli, usando di quella ricchezza, che Dio ha messo nelle forze dell’ingegno ed in quelle delle braccia, la povertà smetterà i suoi cenci, il mal talento, la inerzia, il vagabondaggio, lo sciupo inverecondo del cuore, ed il prolungato lamento dell’abbandono. L’emigrazione sarà un controsenso, o una stoltezza, la immaginata, o persuasa irruzione nella Sila con strumenti agricoli fuggirà anche dalla mente del Diritto , e la Sila rimarrà per le Calabrie come la conca di oro, dalla quale fluiranno i rivi della ricchezza, della salubrità e dell’avvenire delle Calabrie.
Comunque non seriamente prosperevoli le condizioni agricole e manifatturiere delle Calabrie, poichè mancano di quell’intelligente e raffinato sviluppo, che accresce il valore delle cose, pure dai confronti statistici vien chiaro, che il grosso della popolazione sta consacrato all’industria agricola, ed alle manifatture. La Provincia di Reggio ha un insieme di popolazione in 324,546, di cui 102,118 all’industria agricola, 4,797 all’animale, 68,259 alle manifatture, con 5,211 poveri.
La Calabria ulteriore 2. a ha una popolazione di 384,159, della quale 142,088 attende per l’agricoltura, 10,966 all’industria animale, 117,913 alle manifatture, e 19,517 poveri. — Il Cosentino ha una popolazione di 431,691: all’industria agricola son dediti 197,363, all’animale 13,371, ed all’industria manifattrice 78,552, e 10,937 poveri — Le Calabrie hanno 1,140,396 abitanti, dei quali 441,569 badano all’industria agricola e vegetale, 29,137 all’industria animale , 264,724 alle manifatture; le Calabrie hanno 35,665 poveri! Che se alla popolazione industriante si metta in contro la commerciale, si troverà la ragione del malessere, che guasta tutte le risorse paesane: il Reggiano ha 10,657 commercianti, il Catanzarese 9,702, il Cosentino 7,777: in tutto 28,136, cioè 7,529 meno dei poveri!
La proprietà agricola però non risponde proporzionatamente al numero degli agricoltori: le più larghe e feraci contrade sono di poche famiglie, sicchè la parte maggiore della popolazione agricola ed industriale è come accaparrata nei fondi delle prime.
Esamineremo un poco più alla larga l’industria agricola ed animale, sempre però come un riflesso per giudicare meglio la quistione silana, da cui divaghiamo per il momento, affinchè potessimo ritornarvi più franchi e risoluti.
Nè manchiamo quì di tener sull’avviso, che la popolazione, che usa del commercio, non si trova su quelle basi ampie e prosperevoli, che alle manifatture ed al commercio danno un valore efficace, ed un’espressione potente. Qui le manifatture hanno un significato ristretto, poche travalicano i confini della Provincia, e rare quelle ch’esportansi al di là delle zone calabre, e sono appunto quelle, che serransi nel monopolio dei grandi proprietarii. Ma ciò non offende il principio, che le Calabrie non possano divenire prosperevolmente manufatturiere. Un paese, che può avere dovizie di lane, di cotone, di canape, di seta, di ferro, di olio, di combustibile, ed altri prodotti naturali, se sforzasi ad avere operai intelligenti, incoraggiamenti opportuni e sapienti, strade commerciali, e capitali sufficienti, può e deve aspettarsi un avvenire fecondo di moralità e di agiatezza non inferiori alle genti più civili.