IV. o Le Calabrie e l’agricoltura
IV. o Le Calabrie e l’agricoltura
IV. o Le Calabrie
e l’agricoltura
Chi volesse enumerare le risorse naturali delle Calabrie e ritrarre un quadro delle spontanee e soverchianti ricchezze, non dovrebbe di assai mettersi intorno all’agricoltura, come ad unico cespite, donde la ricchezza del paese si diffonde nelle famiglie. Dovrebbe porre in rassegna le abbondevoli miniere di ferro, e le inesplorate, o risepolte vene aurifere e metalliche, in cui si lavorava per le officine di Temesa, come ricorda Omero (Odis. A. 184), le pietre marmoree quali quelle di Gimigliano e di Conflenti, la popolare e casalinga industria dei bozzoli, e del lino, la doviziosa raccolta degli aranci e delle zuccarose frutta, del miele, dei poderosi vini, e dell’olio, che per l’abbondanza costituisce la principale ricchezza del paese. Può ben calcolarsi, che il quarto del vitto annuale il popolo calabrese ritrae dai spessimi frutteti. Noi mettiam da banda tutte queste risorse, che nell’economia familiare debbono essere tenute in grandissimo conto, ci raccoglieremo solamente per via di appunti, anzichè di completa esposizione, intorno all’industria propriamente agricola ed animale. Con gli appunti statistici guarderemo la sola Calabria Ultra 2. a , su cui ci è dato averli; dalla Provincia di Catanzaro poi è facile giudicar della Reggiana, e con vicinanza maggiore anche della Cosentina.
Le Calabrie hanno per spina dorsale una serie di monti e colline, prolungamento degli appennini meridionali; che si allargano, si rialzano, s’intricano nelle due provincie, citeriore ed ulteriore 2. a , formando quello, che abbiam detto altopiano della Sila. Di là scendono a destra ed a sinistra in svariati gruppi di colline, rialti, clivi innodati, mentre in una maniera più calma e regolare traversano Aspromonte, che nel Reggiano sorge a guisa di gigante a guardia della Sicilia e delle Calabrie, e si spezzano a Scilla. Verso il Jonio da Cassano a Stalittia, nel golfo scillaceo, i monti formano un gran gomito, verdeggiante barriera ad un’ampia zona, estesa 150 miglia, di terreni terziarii, formazione subappennina, in gran parte sotto il nome di Marchesato : siffatta zona sativa è come la Daunia delle Calabrie.
Le parti littorane, i facili pendii, e le valli sono tutte granifere, mentre nell’erte dei colli attecchiscono le civaie e le patate. Nel Cosentino la conca di Campotenese, gli sfondi nel distretto di Castrovillari, la grande e magnifica vallata di Cosenza, ed altre correnti fluviali, e spianati danno a quella regione la fertilità agricola.
La Calabria media ha un’estensione di 1750 miglia quadrate, eguali a 8,535,363 moggia della nuova misura napoletana. Nel 1844 la Provincia avea in coltivazione 719,754 moggia di terreno, d’incolti 197,995, in boschi 215,248, in paludi 10,233, ed in terre sterili 95,544 moggia di vecchia misura. In 23 anni i pascoli ed i boschi sonsi ristretti, come le paludi, che sono passate alla coltura. Che se ancora molti luoghi rimangono erbiferi, o non coltivati bene, come nel Marchesato , dipende dalla mancanza di braccia operaie, che mal compensate, ristanno meglio tra le pendici silane, e dal non esservi ancora introdotti i novelli strumenti agricoli, che facendo risparmio di forze umane, agevolano e migliorano la cultura dei campi, e più perchè là son sconfinati latifondi di poche famiglie. E se la gente montanara e silana fa lamenti per avere nuovi campi, è facile intenderlo per il desiderio, che eccita e muove ogni uomo di accrescere i mezzi di agiatezza, e perchè dalle vergini terre dei boschi il prodotto si spera più ubertoso e sicuro. La spiaggia Jonia poi è di soverchio spopolata, come le spalle silane sono spesse di villaggi, i cui abitanti converrebbe adescare, con accrescimento di salario, a scendere alla coltivazione delle contrade marittime, come si è cominciato verso l’agro della Sellìa, e nel nascente villaggio di Botricelli tra il Crocchio ed il Taccina. Se nel Marchesato ed in altri latifondi sorgesse la speranza agli agricultori di trovar possessi; ancorchè enfiteutici, o salarii meno vessatorii, è a credersi che ben presto diverrebbero popolati: la proprietà attacca l’uomo al suolo, ed il buon salario ve l’invita a lavorarla. Così scemerebbesi quella popolazione fluttuante, che periodicamente emigra in altri paesi del Regno per trovarvi i compensi ai bisogni della famiglia. Dalla Calabria citeriore annualmente esce una popolazione di circa 13,000, dalla media circa 2,000, dalla Reggiana circa 1,600.
Ma se v’ha colpa nell’agricoltura calabra più che in altre regioni meridionali, è messa nell’insipiente modo di non volere ordinare l’armentizia, e specialmente la pastorizia alla concimazione dei campi, nè aggiustare le abbondanti e freschissime acque dei fiumi, delle viventi e perenni sorgenti all’irrigazione, creando prati artificiali, arricchendo le valli di fruttifera vegetazione, annaffiando a tempo le granaglie, e le civaie, il cotone, il lino, che in vaste proporzioni costituirebbero una grande e vera ricchezza agricola, donando all’orticultura lo sviluppo conveniente. Un sistema di canali ben organizzato riuscirebbe cosa facilissima a compiersi, e piena di ricchissimi risultati. L’improvvido abbandono, in cui trovansi non poche zone marittime, lasciate a pascoli lussosi, scemano nelle terre quella rigogliosa feracità, che negli antichi tempi era proverbiale, alimentando città popolose ed eserciti, rinversando copiosamente le derrate al commercio estero di altre genti.
Non mancano dunque all’agricoltura calabra terreni ampii ed accomodati per la vegetazione, ma la sapienza di saperli vivificare, accrescere e fecondare con gli aiuti agricoli che, facili ad usarli, restano dimenticati, o mal compresi, ed infingardamente abbandonati, quasi che i grandi proprietarii, invocando l’opera e la fatica delle plebi, avessero paura di vederle montar su nel livello della ricchezza, intangibile patrimonio di pochi fortunati. In molte parti, e massime nel Marchesato, si conserva ancora l’alternativa dei campi per seiennio, cioè tre anni in granaglie, e tre in riposo per la sulla ed il trifoglio, che escono spontanei dal suolo, sicchè la metà del prodotto sativo vien meno. Il ristoro e rinfranco dei campi deve essere a carico della pastorizia, la quale, impinguandoli, raddoppia il capitale agricolo mercè la concimazione, ed accresce egualmente i suoi prodotti diretti ed immediati, quali la carne, le lane, i latticinii. La numerosa e pingue armentizia calabrese, in gran parte, è l’appannaggio feudale di pochi doviziosi, cui non è dato ricavarne l’intero prodotto, ch’è spontaneo ed utilmente applicato, quando è divisa nei piccoli proprietarii, che con interesse e cure immediate vi sposano affetto, e vigilanza continua. A questa classe è rimasta in specialità la capra, che produttiva per metà della pecora, si presta terribilmente a devastare gli oliveti e stremare ladronescamente i vigneti e i campi altrui. La creazione dei prati artificiali, restrigendo gli sconfinati prati, aprirebbe almeno un terzo degli stessi all’agricultura, ed ai piccoli proprietarii agevolerebbe il modo di crearsi una pastorizia senza grande dispendio.
L’agricultura, e l’armentizia come le manifatture, perdono interesse, se loro manca lo sfogo, pel quale versano fuori il superfluo ai bisogni del paese. La quistione delle strade e del commercio è la vera quistione dell’agricoltura calabra, e non già i pochi lembi della Sila. Ma sino a che la vita pubblica, come l’industria municipale, giaceranno sotto l’incubo dei pochi astuti ed assorbenti, i campi perderanno l’interesse, e la barbarie degli intenti avvelenerà ogni speranza del meglio.
Dalle considerazioni generali discendendo alla specialità dei fatti, ci sarà dato meglio calcolare i prodotti agricoli e manifatturieri in rapporto alla proprietà fondiaria ed alla popolazione. Nel 1846 la Calabria media numerava 371,903 abitanti con 68,407 possidenti e 115,655 contadini. I prodotti e la ricchezza agricola, animale, e vegetale per quell’anno era messa così: grani teneri e duri, moggia 980,075, segala m. 63,965, granone m. 435,628, avena m. 81,040, orzo m. 115,787, legumi m. 112,184, lupini m. 76,113, patate moggia 89,821, lino libbre 873,855, canape libbre 50,180, cotone rotoli 102,851, olio in botti 19,523, vino in salme 104,561, castagne in tomoli 166,920, seta, per prodotto medio, in lib. 142,144.
Per l’armentizia poi si contavano vacche 23,423, tori 1,677, bovi d’aratro 15,076, giovenchi 10,222, pecore 282,069, capre 104,606, cavalli, giumente e polledri 4,835, asini 15,810, muli 3,278, porci 62,931.
Raffrontando questa statistica del 1844 con quella ultima del 1866 si troverà l’augumento per alcuni capi, ed il mancamento per altri, non difficili a spiegarsi specialmente per la condizione dolorosa, in cui si sono trovate le Calabrie negli ultimi anni, in continue trepidazioni per le minacce brigantesche, e le malattie, che hanno devastato i vigneti e l’industria serica.
Dall’insieme dei prodotti in varii anni ritraendo la quantità ed il valore medio si ha, che la Calabria media ebbe per i grani 1,300,000 moggia, segala m. 80,000, granone m. 900,000, avena m. 160,000, orzo m. 228,000, legumi m. 350,000, patate m. 240,000, castagne m. 200,000, olio in botti 60,000, vino in salme 32,000; inoltre canape in libbre 50,000, lino in lib. 630,000, cotone in rotoli 75,000, seta ordinaria, libbre 46,000, seta organzina di prima qualità l. 75,000, di qualità inferiore 7,500: aggiungansi i tessuti in filo per canne 940,000 (valore impuro in 564,600 ducati), quelli di cotone in can. 160,000 (64,000), di lana in can. 64,000 (92,000) tessuti serici in can. 8,000 (30,000), e cuoi e pelli in concia per cantaia 2500 (108,000). Le ferriere ordinariamente possono sommistrare 18,000 cant. di ferraccia, 8600 di ferro duttile, 4000 armi e 4000 tavole e lavori diversi: l’estratto di liquerizia, in due a tre mila cantaja, assomma al valore di duc. 75,000.
L’industria animale mostra il movimento di bestie vaccine 45,000, pecore 254,000 col prodotto di latte fresco per 4045 cantara, latticini can, 157,000, lana in libbre 648,000, — capre 94,000, latte fresco cant. 1,664, latticini cant. 30,000; — cavalli e giumente 35,000, muli 3,000, porci 60,000.
Raccogliendo faticosamente la ricchezza agricola, animale e manifatturiera della Calabria media, e raffrontandola in due anni, cioè del 1844 e del 1866, è stato nostro intento mettere in prospettiva la ricchezza calabra per accennare alla soluzione di alcuni problemi economici. Se il suolo calabro mostra tanta feracità di prodotti, comunque l’arte vi si affaccia poco per fecondarli ed accrescerli, perchè le Calabrie non possono divenire grandemente manufatturiere? Perchè l’agiatezza comune è tanto scarsa? perchè un popolo di 35,665 poveri con i suoi luridi cenci, ed ammiserita faccia va tapinando di terra in terra, ed altri 16,600 peregrinano di qua, e di là, chiedendo tra l’altre genti il lavoro ed il pane? Ritorni la mente sopra quanto notammo intorno ai latifondi, ed alle strade; vi s’aggiunga l’isolamento, in cui dormono i villaggi ed i paesi, l’ignoranza, che avvilisce il figlio della plebe, l’ammassamento delle ricchezze, la tenuità d’un salario eventuale, e sarà ben increscevolmente chiaro, che queste contrade ad un tempo sono ricche e miserabili. Dal 1844 al 1866 la popolazione è cresciuta appena di 12,206 abitanti, mentre i prodotti agricoli sono cresciuti più di un quarto; l’agiatezza però si trova in ragione inversa: i nuovi bisogni pullulati da una vita di orgasmo fittizio, le tasse ed i balzelli piovuti all’ingrosso, e grandinati inesorabilmente sopra ogni cespite fondiario ed industriale, hanno paralizzato il progredimento della ricchezza.
Lo stato delle produzioni agricole e manifattrici, il notammo, non è punto prosperevole, se lo si riscontri con la naturale fertilità del suolo, e con l’energia degli abitanti ancora assopita. Se le strade, il commercio, le associazioni industriali, l’istruzione, l’introduzione di macchine manifatturiere cominceranno ad infondere moto e coraggio, la ricchezza e l’agiatezza calabrese, per tutt’i versi, crescerà il doppio. Da questo livello di cose legitimo, spontaneo e necessario è solo a sperarsi un rialzamento onesto di dignità umana in alcuni, un addolcimento di costumi in altri, una persuasione ad affetti pacati e benefattori in tutti.