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V. o Le difese nella Sila e le transazioni

La Quistione Della Sila — liberliber.it · All chapters

V. o Le difese nella Sila e le transazioni

V. o Le difese nella Sila

e le transazioni

Dopochè abbiamo senza prevenzioni peregrinato per le contrade calabre, chiedendo riposatamente delle manifatture, del commercio, e delle produzioni agricole ed animali, senza affannar di lena, risaliamo per i greppi e le pendici a cagione di riposar al rezzo dei pini, tra le romite valli ed i piacevoli clivi della Sila, al muggito dei buoi ed i materni belati delle pecore, guardando le divise foreste, ed i confinati prati.

Da che intorno al famoso cenobio dei Florensi, ed a quello di Capalbo, di Altilia e di altri remitaggi devote colonie, fuggenti l’invereconda prepotenza baronale, si raccoglievano, chiedendo privilegi a coltivar campi, a pasturar greggi, e legnare, cominciaronsi a suscitar desiderì più larghi, spuntar gelosie coloniali, e sorgere conflitti. Le colonie religiose hanno sempre un carattere cosmopolita: sono i convincimenti, ed i bisogni del cuore, che fanno la leva; pellegrinaggi parziali e misteriosi dell’umanità, che ha bisogno d’un conforto superiore per occupare senza paura e rimorso un posto sulla terra. Il nome dell’Abate Gioacchino avea commosso la fantasia delle plebi, e di là si reclutavano periodicamente nuovi pellegrini, che, riposando all’ombra del cresciuto cenobio del Fiore, e pregando sulla tomba di quell’ardentissimo monaco profeta, fermarono sede stabile ed agricola, ben presto cresciuta grossa borgata, S. Giovanni in Fiore — La Sila così dai salmi e dalle preghiere dei cenobiti passava a sentire le montanare canzoni dell’agricultore, e del mandriano. Se lo spirito del fondatore di S. Giovanni fosse passato nei successori suoi con quell’ardore intraprendente, e non si fossero costoro ben presto avviziati con le soverchie ed abusate donazioni, la Sila avrebbe veduto sorgere qua e là borgate robuste, che avrebbero con l’entusiasmo religioso strappato ai baroni molto sangue venduto, e fin d’allora risoluta la quistione della Sila. Il Fisco da un canto, che guardava con usura l’agro silano, l’indolenza badiale da un altro, che non seppe continuare il proselitismo religioso, i villaggi e le città, che vollero piuttosto accanto a loro veder sorgere le cupolette dei monasteri, fecero abbandonare la corrente di plebi a stanziare sulle colline e nelle valli silane. Però quel movimento di colonie occupatrici fece nei comuni, interessati agli usi civici, chiedere la sanzione ai loro privilegi, e nel Governo nascere il dovere di stabilire alcune norme per regolare i dritti verso gli occupatori e gli usuarii stranieri.

Per l’Editto di re Roberto, 24 decembre 1333, Cosenza e suoi Casali, furono dichiarati esenti dal pagare alla Regia Corte i dritti di dogana, d’erbaggio, di fida del bestiame, del ghiandaggio, ed il dritto della pece. Questi privilegi, o dritti doveano essere esercitati in comune; poichè qualunque usurpazione dei particolari era una violazione a danno dello Stato, e degli altri cittadini di Cosenza, e Casali suoi. L’Editto prevede siffatte usurpazioni, che potevano praticarsi tanto dai baroni, che aveano dominii contermini ai possedimenti silani, quanto dai medesimi Cosentini, e vi pone una pena, la confisca stataria della metà dei propri beni. Ma le usurpazioni ben presto cominciarono prima sopra i possedimenti badiali, sì che Urbano con Bolla del 1365 scomunica gli usurpatori contumaci, e poscia anche sulla Sila Regia. La soverchia avidità di alcuni possidenti si scelse i migliori punti silani per agricultura ed erbaggio, e li pretese per utilità individua e propria, difendendoseli con siepi, piccioli valli, cippi e con altri segni, aggiuntavi la più pratica ed efficace guarentigia, la violenza della forza. Nacquero le difese , per le quali; tra i cittadini interessati a perpetuarsele, e gli altri, che aveano mente e risolutezza a godersele in comunanza, spuntarono ugge e dispetti sì pronunziati, che provocarono dalla Corona, nei suoi-dritti lesa, leggi severe contro gli usurpatori, come dal diploma di Alfonso di Aragona, 23 gennaio 1473, che proibì le difese dei particolari nella Sila.

Per l’alternar continuo delle vicende regnicole , tra lo sbalzo precipitevole delle dinastie, in mezzo alle avide e sanguinose gare di pretendenti ed invasori, tra le malandrine irruenze ed il fazionare infedele dei baroni, le ordinanze governative, riguardanti la Sila, tanto remota dal centro del Governo, venivano messe in non cale, e se non fossero state le continue querele degli usuarii, che nelle difese vedevano stremato il campo degli usi civici, tutto quell’immenso e ferace agro sarebbesi trovato infeudato in parecchi astuti e prepotenti, che osavano stendere la mano anche sopra la stessa Cosenza e Casali. Ferdinando di Aragona nel 1505, Carlo V nel 1520 «atteso alcuni Baroni ed altre persone convicine de ditta Città e Casali et etiam alcuni cittadini de essa hanno occupato alcune parti de li territorii demaniali de ditta Città e Casali et maxime in la Sila» ... ordinano; sotto comminatorie pene e confische, di cessar subito dalle difese , nè osarne di nuove.

Le ordinanze si rinnovarono spesso nel 1533 dal medesimo Carlo V, agli 11 decembre 1609 dal Presidente Montalvo, ai 25 novembre 1686 dall’avvocato Fiscale d’Andrea, e così anche in appresso, ma a nulla valsero. La paura ed il mistero della Sila disparivano via via innanzi all’occhio astuto degli occupatori, che ben discernevano il ricchissimo avvenire di quelle selvose valli, coperte da altissimi abeti, irrigate da perpetue e gelide acque, di quei fecondi spianati, vestiti di robusti e chiomati pini, dei poggi, colli e monti, verdeggianti di pascoli salutari ed olezzanti. Nacque ben tosto il disegno di assicurarne il possesso, ed arieggiare gli erbaggi, distruggendo gli alberi, che li coprivano d’ombra, e ne ammollivano il vigoroso nutrimento. Dagli alberi silani si raccoglievano la manna, la pece, la resina mercè il setto, fenditura a croce, e ne sfilavano la teda, schegge resinose per accendere fuoco, ed usarne per lume nei popolani abitari, che mancavano di olio: venivano a morte le piante così ferite, che presto il fuoco riduceva in cenere. Gli usuarii dei pascoli fecero a gara con gli agricultori, che spazzavano i boschi dagli alberi per sbarazzarsi di ogni intoppo all’agricultura. Il silenzio e la paura degli agenti bajulari, chiamati alla custodia dei boschi, la connivenza dei grossi proprietarii, che amavano slargare e nettare le difese , con i fieri ed affamati boscaioli menarono a tanto reo disegno, che ogni anno la Sila dalle boschive valli inalzava oscure nubi di fumo; che pareva che uscisse da giovani vulcani. La Sila era come una di quelle robuste e sterminate foreste americane, che gli avidi coloni purgano col fuoco. Così vaste contrade, inceneriti tristamente gli alberi, si riscaldarono meglio dal sole, e sentirono la marra e l’aratro, che non a lunga impinguavano il vergine e freddo suolo con l’addensata cenere. Nè è a trarne meraviglia, se dopo tante leggi, tanti nuovi indirizzi e bisogni, anche oggi qua e colà suscitansi incendi devastatori, eccitati qualche volta dall’insipiente collera di guerreggiare i ricchi nei fondi loro, e dall’improvida cura di trovare il bene, seminando il male.

Per mettere riparo a sì oscena devastazione vennero fuori comminatorie prammatiche, e specialmente quelle, 3 agosto 1614 e 31 gennaio 1759, de incisione arborum . Con la prima si deplora «che alcuni particolari, senza niun timore di Dio e della giustizia, per distruggere affatto la detta Sila per loro particolari disegni, intaccano, seu abauzano i pini di quella, poi vi pongono fuoco, per il che in un momento di tempo vi veggono abbruciare, e distruggere tutti gli arbori»...

Per simiglianti mezzi molte contrade silane vennero disboscate, accomodate alla cultura del lino, della segala, del granone, ed ai pascoli netti, nelle quali gli occupatori, divisele tra loro, rassodarono un certo dominio, garentito a vicenda, e rispettato almeno come di gente, che prima e più solerte occupa un campo quasi nullius. In tanta pertinacia di uomini, e confusione di cose, il Governo sospettoso e debole da un canto, gli usuarii poveri reclamanti dall’altro, che cosa potevano e dovevano sperare e fare senza produrre perturbazioni gravissime anche dal lato politico, e nimistà opprimenti? Il governo viceregnale avea bisogno di smugnere danaro, ma non provocare inquietanti e ricchi occupatori; questi pure avevano uopo di legalizzare e rassodare i loro possessi innanzi ad eventuali reclami; sicchè convennesi transigere sulle difese . Ma quale dalla parte del Governo poteva essere la base della transazione? Non poteva, nè dovea cedere altro se non i dritti fiscali, lasciando agli usuarii sulle difese transigibili i medesimi privilegi, o dritti, che aveano quando erano demanii regii. Sotto questi auspicii, e sotto tali considerazioni fu compiuta la prima transazione di circa 60 difese silane nel 1687 sotto il Vicerè Gasparo Marchese del Carpio.

Noi vi faremo solamente qualche riflessione, che servirà anche per le altre transazioni, che loro fecero, e che faranno seguito. La transazione fu stipulata solamente tra il Governo ed i trentacinque possessori per ducati 3960, e grana 25, corrispondenti al frutto di tre annate, calcolate alla buona. Il non essere nel contratto intervenuti gli usuarii fa sempre meglio credere, che il Fisco si teneva come proprietario assoluto delle difese transigibili. Ma perchè transigeva il Fisco? Se il Governo avea la coscienza del proprio dritto, come dalle leggi ed ordinanze anteriori veniva chiaro, la transazione putiva di quella sordida avidità viceregnale, che non guardava pel sottile il baratto, e le pretensioni dominicali, indulgendo a 35 fortunati, che aveano occupato un suolo, che si negava agli altri. In caso opposto, la transazione era un furto tanto più vituperevole per quanto era compiuto dalla prepotenza. Ma l’alternante interpretazione del fatto non può severamente essere tenuta a calcolo: spesso le considerazioni politiche governano a discapito della ragione, del buon senso, della giustizia. L’effetto morale fu, che d’allora in poi, a dispetto di tutte le ordinanze proibitive, molti altri, ed anche tra quei primi, si credettero in dritto di occupare nuove contrade, sieparle a difese , continuare inesorabilmente gl’incendii, e sereni aspettare l’assolutoria delle transazioni, come avvenne dopo la verifica del Presidente Mercader dal 1723 al 1738. Non vi ha cosa più pericolosa quanto lo sciupo e l’abuso del dritto innanzi alla violenza del fatto. La coscienza si maschera a traverso l’ombra delle circostanze, e della necessità, e l’ingiustizia dei mezzi s’illeggiadrisce nella bontà, e spessissimo nella sola utilità dell’esito. La transazione fu un abuso sì dal canto del Governo, che assudditava gli usuarii poveri alle vessazioni dei nuovi possessori, sì dalla parte di costoro, che legalizzavano per mercimonio le usurpazioni; era sacrificato il bene di tutti gli usuarii per l’utile dei pochi.

L’altro effetto, che dovea severamente agire sul benessere delle popolazioni usuarie, fu l’agglomeramento di latifondi in poche famiglie, le quali alzandosi tenacemente dall’antico livello, o agli ereditarii possessi aggiungendo altri, ammassavano alle primitive difese transatte altre redate, comprate a buon agio, o dai confinanti demanii usurpate, rosicchiandoli pian piano con la scaltrezza del ricco, che agogna traricchire, o dalla comprata sonnolenza dei vigilatori e custodi della Bagliva silana. Dai latifondi così cresciuti ed impinguati venne su una grande e feudale armentizia, la quale fece nelle altre provincie intravedere la ricchezza agricola ed animale delle Calabrie, senza far intendere il disagio, l’abbandono ed anche la miseria della gran massa della popolazione assoggettata ai doviziosi. Armentizia, agricoltura, boschi, pascoli, castagneti raccolti, mercè le transazioni, in numerate case, constituirono un certo feudalismo, a somiglianza del longobardico, che incatenò per la medesimezza d’interessi i minori ai maggiori possidenti, sino all’occupazione francese, che con la vendita Barbaja, ingrassò di più i possessi già pingui.

Tali condizioni divennero pesanti a tanto doppio per lo stato deplorevolissimo del commercio calabro, che, mancando di strade, riuscì a monopolio; per lo che la gente delle piccole proprietà e la lavoratrice, prese noja e dispetto del lavoro, i cui frutti appena potevano bastare al nutrimento, cadde in una prostrazione, che spesso si risvegliò fieramente nel delitto, e nella violenta vendetta del brigantaggio. Se la Sila era un demanio governativo, che volevasi sfruttare a beneficio del popolo calabrese, dovea essere così ordinato e diviso, che, senza pregiudicare agl’interessi generali dello Stato, e delle Calabrie, poteva tornare ad utilità dell’agricoltura, e dell’armentizia di tutti. Rimanendo come agro comune, il Governo avrebbe protetto tutti, ed anco ritratto vantaggi finanziarii, che collocati, come in un tesoro calabro, poteva con le annuali risorse aprire strade commerciali e formare porti, che, avvicinando paesi e popoli, avrebbero diffusa l’opulenza e la civiltà in mezzo a plebi svelte, e precoci come le colpevoli così alle generose e nobili inclinazioni.

Le due transazioni di del Carpio, e di Mercader non diedero al Fisco che 35960.35, a cui aggiunta la vendita Barbaja di ducati 26931.44, lo Stato, in epoche differenti e lontane, non trasse dalle vendite silane, che 61991,79, mentre infeudò contrade per ogni verso deliziose e ricche. I possessori silani delle transatte difese ebbero ben donde ad allegrarsene, come gli aspiranti alle transigibili hanno ragione a sollecitarne il compimento: essi sanno meglio di quelli, che dagli scanni governativi vanno su e giù repentinamente, il prò della liquidazione nella proprietà silana. Per la mutabilità però delle cose umane quei primi transattori di del Carpio e di Mercader non tutti rimasero lunga pezza possessori delle loro difese, delle quali alcune furono annesse ad altre, ed altre pecuniariamente ingojate, dando così l’appicco a certi principeschi latifondi della Sila.